ECCETERA NE HA DI PAROLE Giovanni Benincasa

{[(Ti chiamo Elisabetta quando sono lucido e distante, ti chiamo Elisa quando sono normale, ti chiamo Betta quando ti penso dolce, ti chiamo Bettina quando ti penso più dolce, ti chiamo Ely quando ti voglio bene, ti chiamo Sabè quando mi incanti. Lisa, Lisetta e Betti purtroppo le trascuro un po’: ma venite tutte qui, che usciamo!)]}

paroleEccetera ne ha di parole, di Giovanni Benincasa, edito da Baldini+Castoldi non è un romanzo convenzionale, ha le caratteristiche di un messaggio chiuso in una bottiglia e affidato al mare, in questo caso ai lettori a cui viene dato un compito, trovare Elisabetta.

Giovanni Benincasa è un noto scrittore, giornalista e autore di programmi televisivi, straordinario nell’uso della parola e con Eccetera ne ha di parole sottolinea questa sua abilità, con una scrittura fluida e dinamica.

In un romanzo strutturato su più livelli narrativi, l’autore si rivolge direttamente al lettore:

Caro lettore (o cara lettrice, ancora meglio), per favore, ho bisogno della tua attenzione.

E presentando il libro come un oggetto prezioso da portare sempre con sé, ovunque si vada, per dare la possibilità a Elisabetta di riconoscere nel titolo quell’unico messaggio d’amore, che solo lei è in grado di decifrare.

Questo libro portalo sempre in giro: per strada, o in un parco, o in luoghi dove c’è qualche umano passaggio. Tienilo sempre con te: fallo vedere. Quando entri in un bar, poggialo sul banco e cerca di tenerlo bene in vista, anche se dovrai sederti in una sala d’attesa o deciderai di stenderti su un prato.

Questo perché un giorno, in un mercatino dell’usato, lo scrittore rinviene all’interno di una borsa di cuoio una serie di lettere, vecchie di quarant’anni, una fitta corrispondenza tra Giovanni, omonimo dello scrittore, e la venticinquenne Elisabetta; l’epistolario, risalente agli anni Settanta, racconta la storia d’amore che Giovanni Benincasa ricostruisce nel romanzo. Un solo dubbio, un’unica lettera mai spedita, che Elisabetta quindi non ebbe modo di leggere, ritrovata in una busta ancora chiusa, sempre all’interno della borsa di cuoio. Da qui il bisogno di capire, la necessità di ritrovare Elisabetta per poterle consegnare quella lettera mai spedita dal suo Giovanni. Il tempo ha cancellato completamente le tracce dei due protagonisti e si è divertito a trasformare una storia d’amore in una serie di cerchi concentrici che investiranno l’autore, mettendolo nella condizione di dare una svolta anche alla propria vita.

“Lei è la Signora Elisabetta, o Elisa, o Ely, spesso chiamata anche Sabè, Betta o Bettina, poche volte Betti, Lisa o Lisetta?”

Eccetera ne ha di parole è un canto d’amore, coinvolgente e trascinante, il cui dinamismo narrativo riconduce alle tecniche futuriste, caratterizzato da parole in libertà e “rumoriste”: il periodo, contornato da parentesi e punti di sospensione, si avvale dell’uso di parole onomatopeiche come sbang o il ricorrente bum con la sua ben precisa funzione.

Quando leggerai bum, significa che ho tagliato molte cose e ci sono buche e cadaveri narrativi tutti intorno: tu allunga la gamba e cammina saltando quei morti come dopo un’esplosione. Tutto quello che non trovi scritto, dovrai immaginartelo.

Al centro del racconto un parrocchetto di Lesson, collante capace di legare le tre storie d’amore, che si sfiorano durante la narrazione e presente anche nella significativa copertina del libro, il cui senso viene ulteriormente sottolineato nella sovraccoperta.

Come una Matrioska, moltiplicandosi in un crescendo narrativo, Eccetera ne ha di parole è un romanzo che si infila in un altro romanzo e in un altro ancora e che ci ricorda l’importanza del detto verba volant, scripta manent, in un tempo in cui la tecnologia ha reso la parola immediata, labile e riduttiva, ma che nella corrispondenza tra Elisabetta e Giovanni acquista valore, elevando il verbo a poesia. L’amore tra Giovanni ed Elisabetta si fa sofferto, tormentato, ma pur sempre profondo, in un percorso altalenante fatto di alti e bassi e per questo apparentemente privo di stabilità ed equilibri.

Eppure, ci sono amori destinati a non morire mai, sfidano il passare del tempo e si fanno storia, lasciandosi raccontare da chi si imbatte in esse e le fa proprie…  narrate, diventano eterne!

Non hai nemmeno trent’anni ma dentro di te conservi i bauli di un’adorabile vecchietta che ha cresciuto figli e nipoti, che ha visto la guerra e la pace, che ha molto sofferto e molto amato. Io ti fabbrico ricordi perché voglio esserti Storia, amore mio.

 

QUARTA DI COPERTINA

Caro lettore (o cara lettrice, ancora meglio), per favore, ho bisogno della tua attenzione. Fidati, ti divertirai. Comincio con una domanda: che cosa accadrebbe se un giorno tu entrassi in una libreria e comprassi un libro scritto apposta per esaudire una richiesta? Te lo chiedo perché è esattamente quello che fa il protagonista della storia che hai fra le mani. La storia di Giovanni e di un libro scritto perché tu, lettore (o lettrice, sempre meglio), possa portarlo a passeggio e farti notare dalla persona a cui è indirizzato. Una donna. Mi spiego: Giovanni, ma non quel Benincasa scrittore, un altro Giovanni, durante gli anni Settanta intratteneva una fitta corrispondenza con una ragazza di nome Elisabetta (detta anche Betta, Bettina, Lisa…). Una ragazza che allora aveva 29 anni. E Giovanni, stavolta sì, l’autore del romanzo, lo scopre dopo avere comprato una vecchia borsa di cuoio sulla bancarella di un mercatino dell’usato. Dentro, moltissime lettere tra Giovanni ed Elisabetta. Lettere d’amore. Lettere così coinvolgenti da spingere Giovanni, lo scrittore, a una ricerca forsennata della misteriosa ragazza. Fino all’atto conclusivo: la stesura di questo libro, affinché chi lo compra possa riuscire finalmente a recapitarlo a Elisabetta, a Betta, a Bettina, a Lisa, a Sabè, a Elisa…

Un libro magico. Un viaggio nelle emozioni che è poi il viaggio di una vita dentro una vita, dentro una vita, dentro una vita ancora.

 

Chi è GIOVANNI BENINCASA

Giovanni Benincasa (Napoli 1960), giornalista e autore televisivo. Questo è il suo primo romanzo.

 

DETTAGLI

Autore: Giovanni Benincasa

Titolo: Eccetera ne ha di parole

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Romanzi e Racconti

Pagine: 118

Data uscita: 9 settembre 2019

Prezzo: € 17,00

Formato: Brossura

EAN: 9788893882040

 

 

 

 

 

 

IL MAGO DI OZ Sébastien Perez Benjamin Lacombe

I cinque compagni ebbero una lunga discussione e giunsero alla conclusione che la vita di una persona, per quanto meschina, valeva più di un cuore, di un cervello del ritorno a casa, o del coraggio.

9788817141529_0_0_626_75.jpgNell’ambito della letteratura per ragazzi, un genere tra i più diffusi e di maggiore successo è il romanzo fantastico, animato da storie ambientate in luoghi immaginari e popolato da personaggi dotati di poteri superiori, magici, le cui influenze provengono direttamente dalla tradizione fiabesca popolare.

Basti pensare al best seller americano Il meraviglioso mago di Oz (1900) di L. Frank Baum, che sembra fondere insieme elementi fantastici e valori universali, in modo indistricabile, dove la fantasia diviene uno strumento asservito allo stesso concetto di valore.

Pochi giorni fa, su internet mi sono imbattuta in una serie di tavole del giovane illustratore francese Benjamin Lacombe, che con lo scrittore Sébastien Perez hanno realizzato una versione de Il mago di Oz, edito da Rizzoli, attinente al classico, ma per certi aspetti del tutto nuova. Il libro è in una nuovissima veste grafica, rivoluzionaria direi, e adesso vi spiego in cosa consiste questa rivoluzione.

Premetto che non sono mai stata una fan de Il meraviglioso mago di Oz, neanche nella sua trasposizione cinematografica, eppure nel momento in cui ho avuto modo di visionare il libro di Sébastien Perez e Benjamin Lacombe, nella sua nuova stesura, non ho resistito, ho voluto acquistarlo.

La novità si presenta evidente sin dalle prime pagine, dove il protagonista principale sembra essere lo spaventapasseri, il perno che dà impulso all’intero romanzo, tutto il racconto ruota attorno a lui; inoltre viene maggiormente accentuato il legame dei personaggi, la cui unione, come sempre, fa la forza. Il racconto comincia nel momento in cui lo spaventapasseri prende vita, dopo essere stato assemblato, poco per volta, in un campo di grano, notata una ragazzina, Dorothy, coglie l’occasione per chiedere aiuto, facendosi liberare dal palo dove è stato posto dai Munchkin.

I protagonisti sono quelli di sempre, ognuno alla ricerca di qualcosa: Dorothy, con il suo cagnolino Toto, desidera ritornare nel Kansas, dagli zii, lo spaventapasseri desidera un cervello, l’uomo di latta un cuore e il leone il coraggio. Così, in un viaggio rocambolesco, dovranno percorrere il sentiero di mattoni gialli, che li condurrà alla Città di Smeraldo, dove regna il mago di Oz, l’unico in grado di dare loro ciò che più desiderano. Non mancano le quattro streghe, due buone quella del Nord e del Sud e le cattive, Est e Ovest.

Sulle prime lo spaventapasseri si sentì un idiota, e quel pensiero lo ferì. Ma poi si ripromise di osservare meglio per imparare le cose un po’ alla volta. Dopotutto, aveva soltanto tre giorni di vita.

Alla base del racconto, il concetto di diversità, mostrato in tutta la sua bellezza, che si fa accettazione dell’altro, al di là del luogo di provenienza, del colore della pelle, della lingua, del credo. L’uomo di latta sembra rappresentare un personaggio riconducibile alla disabilità, il quale ha bisogno di costanti interventi di oliatura, da parte dei suoi compagni di viaggio, per poter proseguire il cammino, senza la quale rimarrebbe paralizzato. E tutti si prodigano, avvicendandosi, in questo compito…

“Ma voi chi siete? Siete diversi dai bipedi che ho visto finora.”

Dalla reinterpretazione del libro di Baum si ricava sempre qualcosa di diverso, a seconda dell’artista che la reinterpreta e a prescindere dalla chiave di lettura, sia essa letterale, moderna, tradizionale e del mezzo di comunicazione attraverso cui si decide di veicolarla: libro, fumetto, teatro, televisione e cinema. Ogni sua versione mette in evidenza aspetti differenti, in un’alternanza di luci e ombre, perché sono molteplici gli insegnamenti contenuti in esso, così come sono infinite le varianti interpretative che del racconto se ne sono volute dare nel tempo. E la poetica elaborazione operata da Sébastien Perez aggiunge profondità ai personaggi, rendendoli tutti più umani.

Probabilmente, Il meraviglioso Mago di Oz riassume in sé le molteplici sfaccettature della personalità di Baum, di cui vi parlerò in un articolo successivo.

Tuttavia una cosa è certa, ciò che rende prezioso il volume della Rizzoli sono le tavole di Benjamin Lacombe, le sue illustrazioni sembrano possedere la soffice consistenza delle visioni oniriche e al contempo la forza interpretativa della realtà: le linee morbide assecondano la brillantezza dei colori caldi, rendendo il tutto molto realistico. Il colore predominante è il verde, per il quale sembra sia stato incaricato Pantone di brevettarne una versione più brillante e iridescente.

Entrambi gli autori, pur operando su piani differenti, hanno trasformato un racconto di notevole pregio, in un capolavoro, conferendo nuovo slancio e offrendolo al lettore in una variante moderna, pur mantenendo l’intento originario.

“Ho sentito parlare di quel potente mago. Credi che potrebbe darmi un cuore?” chiese l’uomo di latta.

A Sébastien Perez il merito di una maggiore profondità, in una nuova chiave di lettura e con il raggiungimento di un obiettivo finale, che permette al giovane lettore di acquisire un bagaglio di valori oggi più che mai valido, fatto di accettazione dell’altro e riscoperta di sé.

In Benjamin Lacombe è evidente l’utilizzo di elementi tipici dell’Art Nouveau, che permettono di accentuare, nella bellezza delle immagini, le atmosfere rarefatte e retrò, dando così al racconto intensità e slancio.

Il mago di Oz, edito da Rizzoli, fa parte di una collana presentata e diretta da Benjamin Lacombe, dove i grandi classici di ieri, vengono rivisitati in una veste moderna, creando un legame tra le immagini del giovane illustratore francese e i testi dei grandi maestri del passato, riuscendo a coinvolgere lettori appartenenti a fasce di età differenti. Per comprendere quanto detto finora basterà acquistare questo prezioso libro, lasciandosi trasportare dal rapimento di un racconto fantastico senza tempo.

“Ѐ il grande problema della mia vita” rispose il leone a testa bassa e con la criniera arruffata. “Sono nato privo di coraggio.”

 

Chi sono SÉBASTIEN PEREZ e BENJAMIN LACOMBE

Sébastien Perez nasce illustratore, ma presto si dedica alla scrittura, che scopre essere la sua vera passione, nonché efficace terapia per le proprie paure infantili. Nei suoi testi mescola abilmente storia e finzione, umorismo e cinismo, realismo e fantastico.

Benjamin Lacombe è uno dei principali esponenti della nuova illustrazione francese. Il suo universo creativi è di straordinaria ricchezza e spazia dalla realizzazione di disegni a carboncino, volumi illustrati, libri digitali, alla creazione di manifesti, scenografie e motivi per oggetti e tessuti.

 

DETTAGLI

Autori: Sébastien Perez e Benjamin Lacombe

Titolo: Il mago di Oz

Editore: Rizzoli

Data uscita: 1 Ottobre 2019

Formato: rilegato, illustrato

Traduttore: Giulio Lupieri

Listino: € 25,00

Pagine: 120

EAN: 9788817141529

DONNE, SCRITTURA E LETTERATURA… “AL FEMMINILE”?

Da quando ho avuto modo di recensire alcune pubblicazioni della casa editrice La Tartaruga, un quesito, tra l’altro dibattuto, a cui difficilmente si è riusciti a dare una risposta concreta, ha cominciato a farsi strada nella mia mente: si può parlare di scrittura femminile? Di conseguenza, esiste una letteratura prettamente al femminile?

Alcune volte, in libreria mi è capitato di notato cartelli con su scritto “letteratura femminile” e ancora “narrativa al femminile” per indicare la sezione dedicata alla letteratura “sentimentale”.

Quindi la scrittura femminile è legata a un preconcetto? Adesso lo andremo a vedere…

La letteratura scuote la mente e ne amplifica l’esperienza esistenziale, a tal fine non credo sia utile una distinzione di genere.

Da curatrice del blog Into The Read, leggo molto, dedicando una buona parte della mia giornata ai libri e, dovendo occuparmi di vari generi, sono giunta alla conclusione che si può parlare di scrittura femminile solo in riferimento al fatto che “forse” le scrittrici sembrano maggiormente propense e più disposte a intrecciare la propria sensibilità ai costrutti narrativi. Di contro, però, sono costretta a smentirmi se penso ai libri di autori dotati di tutta quella sensibilità, che potremmo facilmente riscontrare in un’autrice, per cui una particolare sensibilità non può essere considerata uno specifico femminile.

Credo che Bianca Pitzorno abbia ragione quando afferma che per scrivere ci vuole una mente androgina, slegata da preconcetti di genere e proiettata verso un’assolutezza concettuale, capace di inglobare ogni aspetto della realtà, mettendo in equilibrio perfetto le due parti, quella maschile e femminile. Aprendo un libro, difficilmente riusciremmo a identificare il sesso dello scrittore da ciò che vi è scritto, ma è anche pur vero che non riesco a immaginare La Divina Commedia di Dante o L’Odissea di Omero scritta da una donna… a quel tempo l’idea della scrittrice avrebbe mandato fuori di testa chiunque.

Le pubblicazioni de La Tartaruga sono tutte incentrate su opere prodotte esclusivamente da donne, non a caso è un marchio storico del femminismo italiano; i libri che ho avuto modo di leggere, e quindi di recensire su Into The Read, hanno rappresentato un percorso culturale di straordinaria bellezza: storie di donne, raccontate da donne, il cui lirismo narrativo si accompagna a una sensibilità tutta femminile.

stanzaUn tempo era impensabile che un’autrice potesse pubblicare un libro, il fatto era ritenuto sconveniente, andava oltre il ruolo ricoperto all’interno della società, basti pensare alle sorelle Brontë, che preferivano firmarsi con pseudonimi maschili. La letteratura è disseminata di casi analoghi!

Nella nostra società, la presenza femminile in ambito artistico è preminente e lo è sempre stata, le donne hanno sempre esercitato una notevole influenza sul piano intellettuale.

Eppure ritengo che le scrittrici, rispetto ad altre categorie, rappresentino un caso diverso, poiché differente è stata l’affermazione in ambito culturale, con riferimento per esempio alle pittrici; nei primi anni del Novecento, le pittrici hanno dovuto faticare per ritagliarsi uno spazio, nei movimenti d’avanguardia entrano dalla porta secondaria, dove si presentano come semplici modelle, o compagne di artisti, per dar prova di talento solo successivamente.

Le scrittrici, invece, si dedicano inizialmente alla compilazione di diari o lettere, essendo escluse da narrativa e saggistica, poiché scrivere pubblicamente era impensabile, tuttavia hanno sempre potuto contare su un pubblico femminile interessato, a cui potersi rivolgere.

Oggi la narrativa è invasa dalle donne, le scrittrici sono tantissime e, se talentuose, vendono…

Benedetto Croce sosteneva che le donne sono “l’infinito pulviscolo di romanzatrici, le instancabili romanzatrici”.

I social mi offrono l’opportunità di seguire diverse scrittrici di talento, anche perché se non lo fossero non le seguirei, avendo poco tempo da dedicarvi: come dico io poche ma buone e questo vale anche per gli autori. Ma in questo specifico caso, parlando di scrittura femminile, focalizziamo l’attenzione sulle autrici, le quali si dedicano alla scrittura con dedizione, anche se impegnate su diversi fronti e pur non avendo “una stanza tutta per sé” ritenuta fondamentale per Virginia Woolf.

Se ha intenzione di scrivere romanzi, una donna deve possedere denaro e una stanza tutta per sé.

– Virginia Woolf –

Per le donne scrivere vuol dire costruirsi uno spazio interiorizzato e privato, all’interno del quale, strutturato il blocco narrativo, sarà possibile condividerlo all’esterno, solo dopo averlo filtrato attraverso quella sensibilità tutta femminile, che trova un’origine nel cuore e il suo punto focale nell’intelletto.

Questa sensibilità, che la donna riversa nella sua scrittura, è riscontrabile anche nelle giornaliste, capaci di cogliere e registrare ogni forma di cambiamento, impegnandosi in battaglie di opinione, portando alla luce situazioni dolorose, ma soprattutto facendosi portavoce di un disagio femminile, spesso coperto dal silenzio sociale. azzurro pallido

L’emancipazione femminile quindi passa anche dalla scrittura la quale, attraverso l’articolato processo creativo, ha dato voce a grandi autrici, che hanno saputo e sanno interpretare e rappresentare il mondo che le circonda, liberandosi da tutti quei pregiudizi che per secoli le ha volute contadine analfabete, se non addirittura fattucchiere.

Le donne che amano hanno un sesto senso. Il loro intuito è sicuro come quello di animali selvaggi che fiutano il nemico. Possiedono virtù divinatorie che riguardano le colpe maschili.

Scrittura femminile azzurro pallido di Franz Werfel –

La capacità di scrivere, orientando al meglio la propria scrittura, non ha nulla a che vedere con il genere, ma con l’individuo, quello che conta veramente è la qualità di ciò che viene scritto e quindi letto; superati gli inutili preconcetti, volti solo a discriminare, scrivere vuol dire scavare in quella parte della coscienza, dove vi affiorano le più profonde inquietudini dell’animo umano.

Come sostiene ironicamente Margaret Atwood “si scrive per compiacere sé stessi… per fare maramao alla Morte… per fare soldi… perché non si sopporta l’idea di un lavoro…

 

IPAZIA MUORE Maria Moneti Codignola

Quel giorno, nella sua lontana infanzia, Ipazia ha adottato il costume della scienza come servizio reso a Dio; da allora è iniziato il suo cammino, che tuttora è in corso, verso l’unica forma di perfezione che è concessa ai mortali.

Ipazia

Maria Moneti Codignola dedicò la propria vita alla filosofia e quindi chi se non lei poteva parlarci di una delle figure più affascinanti della storia del pensiero filosofico? Con Ipazia muore, edito dalla Tartaruga Edizioni, l’autrice rende omaggio a una pagina della storia filosofica forse poco nota, raccontata nel 2009 anche da Alejandro Amenábar con film Agorà, che vedeva Rachel Weisz nel ruolo di Ipazia.

Con Ipazia muore, Maria Moneti Codignola analizza tutti gli aspetti della vita esistenziale e intellettuale di Ipazia, durante quel periodo storico di passaggio dal paganesimo al cristianesimo, focalizzando l’attenzione del lettore su quello che è stato il ruolo assunto dalla Chiesa nei confronti di una delle menti più brillanti della storia.

Vissuta quindici secoli fa ad Alessandria d’Egitto, dove vi nacque nel 370 d.C., Ipazia si distinse in tutte quelle discipline al tempo a esclusivo appannaggio degli uomini: sapiente filosofa, si dedicò alla divulgazione del sapere matematico, geometrico e astronomico, scienziata ed esponente di spicco della cultura ellenica alessandrina, nonché influente personalità politica, riuscì a raggiungere una posizione eccezionale per una donna del suo tempo.

Iniziata agli studi scientifici dal padre Teone, egli stesso insegnante di matematica e astronomia al Museo di Alessandria, dove fu uno dei suoi grandi maestri, Ipazia, dotata di grande intelligenza, possedeva una cultura tale da superare quella degli intellettuali del suo tempo. E così come Teone, insegnò alla scuola platonica, le cui lezioni veniva seguite da allievi provenienti da tutte le parti dell’Impero, tra i quali ricordiamo Sinesio di Cirene, suo allievo prediletto. Quella stessa scuola all’interno della quale vi si trovava la più grande biblioteca del mondo antico, uno dei principali centri culturali ellenistici, che raccoglieva quattrocentomila volumi composti in più opere e novantamila semplici.

Ad Alessandria, questa è la sua tradizione e la sua identità più propria, tutti gli studiosi si rispettano e rispettano le religioni degli altri, perché sanno che il divino si manifesta agli uomini in infiniti modi e ciascuno lo custodisce nel proprio animo secondo la peculiarità della sua mente e della sua indole.

Cosmopolita, Ipazia si considerava cittadina del mondo, oltre a essere stata il primo matematico donna della storia, studiosa di astronomia e meccanica, si dilettava nell’inventare strumenti scientifici, quali l’idrometro di ottone graduato per misurare la densità specifica dei liquidi e l’astrolabio per misurare la posizione dei pianeti, delle stelle e del sole.

Per comprendere Ipazia però bisogna collocarla nel periodo storico in cui visse, caratterizzato dalla lotta che per secoli vide affrontarsi con alterne vicende paganesimo e cristianesimo e dove il potere imperiale, a distanza di un secolo dall’Editto di Costantino, aveva dichiarato guerra ai culti pagani, concedendo libertà ai cristiani.

La vita di Ipazia cambia nel momento in cui incrocia quella del vescovo di Alessandria, Cirillo che, fattosi forte dell’appoggio imperiale concesso alla Chiesa, comincia a perseguitare pagani e giudei, vittime nel 414 di un vero e proprio pogrom.

Un’ora dopo nello stadio di Tessalonica non c’erano più che cadaveri – uomini, donne, bambini, vecchi – tutti riversi a terra, con gli occhi sbarrati dall’orrore e dalla sorpresa. Questo servirà di lezione a tutta Tessalonica e alle altre città che volessero imitarla.

Questo perché a partire dal 314 il cristianesimo venne dichiarato religione di Stato, tutelato da leggi imperiali che prevedevano la pena di morte per i pagani impegnati a celebrare i loro riti. Su Alessandra d’Egitto gravava la presenza del vescovo Cirillo, a causa della quale la situazione degenera, dato che ritiene pagani e giudei colpevoli di aver ucciso il Salvatore, il Figlio di Dio.

Cirillo invidioso dell’ammirazione e della popolarità di cui godeva Ipazia, furente poiché il prefetto Oreste segue i consigli di questa donna, e facendosi forte del fatto che è una pagana, scatena contro la filosofa i Parabalani i “giovani egizi cristiani, tra i più violenti e fanatici, quelli che credono di acquistare meriti presso Dio se distruggono gli ultimi focolai di paganesimo, se uccidono qualche non credente, pattugliano i quartieri alti di Alessandria, dando la caccia al pagano”.

Quindi fanatici monaci del deserto, facenti parte di quelle file di zeloti che dall’impassibilità ascetica erano diventati sovversivi, considerati il braccio armato della Chiesa, al punto che nel 415 vengono ingaggiati per trucidare Ipazia. La Chiesa, nella persona del vescovo Cirillo, condanna quella donna che si dedica allo studio invece di rimanere sottomessa al marito, imponendole di tenersi lontana dalle mondanità e soprattutto di non rendersi ridicola dedicandosi alle lettere, alle arti e alle scienze. Così, durante una messa il vescovo si scatena contro Ipazia, facendo presa sul fanatismo religioso con cui alimenta la sua folla.

I Parabalani, su incarico di Cirillo, dilaniarono il corpo di Ipazia, lo fanno a brandelli con cocci acuminati, le asportarono gli occhi dalle orbite, dando alle fiamme ciò che ne rimane.

Nel 1882 la Chiesa dichiarò il vescovo Cirillo santo e suo dottore, anche se incontestabilmente il suo operato è stato condannato più volte.

La storia di Ipazia, affrontata da Maria Moneti Codignola con grande abilità narrativa, offre importanti spunti di riflessione per comprendere la storia dell’Impero romano d’Oriente, la posizione della Chiesa durante la lotta tra pagani e cristiani, ma soprattutto apre la mente a quello che era il concetto di donna, filosofa e scienziata, nel corso delle dispute del tempo. L’autrice, nel fornire una visione più umana del personaggio, mette a nudo, prima della studiosa, la donna con le sue debolezze, i suoi punti di forza e la sua straordinaria determinazione.

La filosofa Ipazia pensa che l’unico modo di avvicinarsi a Dio è prendere le distanze dalla propria limitatezza, insita nell’essere umano, fatta di scelte, dolori, gioie, colpe, meriti, dedicandosi completamente allo studio, alla comprensione e alla conoscenza “e per il resto adottare la Sua stessa divina indifferenza”.

La donna Ipazia, invece, subisce un passaggio graduale, inizialmente considera la vita priva di valore, poiché venire al mondo vuol dire legarsi alla prigione del corpo, che rappresenta il niente, divenendo parte di quella materia che è essa stessa nulla.

La vera sostanza di tutti noi, uomini e donne, liberi e schiavi, è la scintilla divina, la mente, che è un frammento di Dio e che ha brama di ritornare da lui.

Per poi cambiare visione nel momento in cui si riscopre figlia e al contempo donna: da un lato, sentendosi inondata da quella tenerezza, che solo una madre sa dare alla propria figlia e dall’altro, lasciandosi sedurre da quell’amore che le giunge inaspettato da colui che le sta da sempre accanto, anche se ricopre la condizione di schiavo. Solo così i suoi interessi scientifici prendono un corso diverso, all’improvviso la vita comincia a incuriosirla.

Ora è questo mondo che l’affascina e che trattiene la sua attenzione, la meraviglia dell’organizzazione di tutti i viventi, i mille modi pieni di astuzia che ogni piccola vita escogita, per portare a termine il suo assurdo scopo, di continuare a vivere e di riprodursi, per vivere e poi ancora riprodursi, all’infinito.

Ipazia nei secoli è stata spesso idealizzata e ancor più spesso fraintesa, ricordata come una sacerdotessa, martire e persino strega, eppure nulla di tutto ciò le si addice; prima di tutto è stata una donna capace di imporsi in un contesto storico-sociale dove certi studi e forme di pensiero non si addicono al suo ruolo; poi è stata una scienziata dotata di grande intelligenza, intuito e sensibilità e infine una filosofa, che ha saputo ricercare nel significato dell’esistenza equilibri e armonia, insegnando rispetto e ricerca della verità.

La sua rappresentazione distopica di ciò che sarebbe stato in futuro a causa del cristianesimo è stata trasformata dalla storia in un atto di preveggenza: “Forse, se saranno loro a vincere la partita – e tutto fa pensare che sarà così – ci saranno secoli tremendi, secoli di orrori, che sconvolgeranno la terra”.

Dio attraversa tutte le religioni e lo fa con passo lieve, poi la cultura del luogo ne plasma il credo: pagani, cristiani, buddisti, mussulmani tutti godo della centralità divina e tutti assolvono un ruolo rituale e così, nel corso della lettura, vengono mostrati i pagani perseguitati dai cristiani che, nascosti e in comunione, consumano un pasto dove “Mangiare insieme, anche quando non si ha fame, è comunque un rito che rincuora. Spezzano il pane e fanno passare dall’uno all’altro un calice di vino, e così si sentono più uniti, più solidali e pieni di coraggio, per la battaglia che li aspetta l’indomani”. Come Gesù fece con i suoi Apostoli.

La storia, disseminata d’ingiustizie, insegna che gli uomini non imparano dagli errori del passato, così come il ricordo stesso dell’errore non ne esclude un suo eventuale ritorno.

Forse è l’aria della sera, che trasporta mille fruscii e mille suoni ingannevoli, ma Demetra giurerebbe che una voce sta sussurrando: “Anche a me, Demetra, importa di te, del tuo viso, delle tue mani, del tuo corpo che non potrò più abbracciare; ma se tu mi pensi con tutto il cuore, se lo desideri veramente, allora potrai sentire la mia carezza sulle tue guance, e il mio bacio sulla tua fronte. Stringimi a te, madre, ho bisogno del tuo calore; non dimenticarmi e fa sì che io non sia mai dimenticata”.

QUARTA DI COPERTINA

Poche donne nella storia ebbero la possibilità di distinguersi nelle discipline scientifi che, considerate appannaggio maschile. Molte dovettero pagare questa passione con la vita, quasi fosse una colpa di cui vergognarsi. La più nota, nella tarda antichità, fu senza dubbio Ipazia, scienziata e filosofa, nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C., inventrice di strumenti come il planisfero e l’astrolabio. Figlia del matematico Teone, e lei stessa prima matematica della storia, fu la più nota esponente alessandrina della scuola neoplatonica, circondata dal rispetto di allievi giunti da ogni angolo del mondo. Vissuta in un’epoca confusa e intollerante, segnata dallo scontro fra la civiltà ellenistica e il protocristianesimo, la fama di Ipazia suscitò l’odio del vescovo Cirillo al punto da fargli tramare la sua uccisione, avvenuta nel 415. Aggredita da un gruppo di monaci fanatici, fu trascinata in una chiesa e uccisa a colpi di conchiglie affilate. Mentre ancora respirava, le cavarono gli occhi come punizione per aver osato studiare il cielo. Dopo averla fatta a pezzi cancellarono ogni traccia di lei bruciandola. Protagonista di una pagina poco nota della storia – raccontata anche in un fi lm tanto atteso quanto discusso come Agorà di Alejandro Amenábar – Ipazia è oggi considerata la prima martire pagana del fanatismo cristiano. In questo romanzo l’autrice ricostruisce la vicenda umana della filosofa, con i suoi affetti, la sua sete di conoscenza e il suo bisogno di amore: una donna la cui volontà non diede mai segno di piegarsi a ciò che il destino e la sua epoca le avevano riservato.

Chi è MARIA MONETI CODIGNOLA

Maria Moneti Codignola è stata docente di Filosofia Morale all’Università di Firenze. Ha studiato il socialismo utopistico, soprattutto francese, e la filosofia classica tedesca. Ѐ stata membro di alcuni gruppi internazionali di studio su temi di filosofia morale, utopia e bioetica.

DETTAGLI

Autore: Maria Moneti Codignola

Prefazione: Eva Cantarella

Editore: La Tartaruga

Collana: Narrativa

Data uscita: 27 giugno 2019

Formato: brossura

Pagine: 284

Listino: € 18,00

EAN: 9788894814194

AMICI E AMANTI Elizabeth Bowen

Bentrovati miei lettori,

dopo la breve pausa estiva, settembre porta sempre con sé il piacere di un nuovo inizio ed eccomi con una recensione, che mi ha riempita di entusiasmo, trascinandomi in atmosfere tipicamente austeniane, ma con qualcosa in più. amici e amanti

Quando ho avuto tra le mani il libro, di cui adesso vi andrò a parlare, non potevo crederci, avevo l’occasione di leggere Elizabeth Bowen…  sì, proprio lei, la grande scrittrice irlandese!

Nello specifico mi riferisco al suo terzo romanzo, AMICI E AMANTI, edito da La Tartaruga Edizioni, nella traduzione di Laura Noulian, che mette a nudo un certo manierismo, nella sua raffinata elaborazione stilistica, che nella Bowen non è mai fine a se stessa e dove l’ispirazione passionale prevale su quel conformismo di classe, alimentato dall’ipocrisia e dal compromesso.

AMICI E AMANTI è costruito attorno ai matrimoni delle sorelle Studdart, Janet, la maggiore e Laurel, entrambe andate in sposa a due uomini molto diversi: Edward, il marito di Laurel, è dotato di una malinconica chiusura verso gli altri, quindi introverso e un po’serioso; Rodney, invece, sposo di Janet, è una persona semplice, sempre ben disposto, è soddisfatto di ciò che ha saputo costruire, felice di godersi quella routine quotidiana, che Janet ha saputo impostare a Battes.

Il libro, suddiviso in due parti, mette in scena due periodi nella vita matrimoniale delle sorelle: nella prima parte tutto apparentemente sembra scorre in modo sereno, mentre nell’ultima, con un salto temporale di 10 anni, l’autrice capovolgendo le situazioni, rimettendo ogni cosa in discussione.

Edward più o meno chiaramente ammise un terrore dell’amore nelle sue più profonde implicazioni, un’avversione più che morale per la crudele sconvenienza, la sconveniente crudeltà della passione.

Il matrimonio delle sorelle sembra in un certo qual modo cambiare nel momento in cui Lady Elfrida, suocera di Laurel, va ospite in casa di Janet, mentre si trova lì il prozio di Rodney, Considine, suo antico amante, che rappresenta quell’avvenimento a causa del quale gli apparenti equilibri iniziali s’infrangono. Edward, figlio di Lady Elfrida, infastidito dalla presenza di Considine, perde il controllo, facendo riaffiorare sentimenti messi a tacere per anni. Quindi le passioni represse, la gelosia, l’abbandono, la rabbia diventano motivo di rottura di quella stabilità iniziale, che l’autrice ha costruito con estrema precisione.

Se Edward fosse mai, immagino, sgarbato… (Edward è devoto: dicono che gli uomini difficili possono essere davvero molto devoti. Non so; non ho mai vissuto con un uomo difficile. Hanno La loro vita a Londra, fanno visite… conoscono…).

L’amore tradito, le agonie del cuore di Edward e Janet sono tutte verità protette da quelle convenzioni, che nel mondo di maniera non vanno mai intaccate.

Eppure, il senso del dovere, con la conseguenziale paura di uno scandalo, già vissuto da Edward a causa di Lady Elfrida, madre fedifraga e divorziata, farà sì che tutti si impegnino a ritrovare la serenità di un tempo, le coppie si riequilibrano e solo con la riappacificazione Elizabeth Bowen conclude il suo romanzo, mostrando Janet e Laurel insieme, nella casa paterna, a Corunna Lodge, in un radioso pomeriggio di settembre.

Il mondo di Janet era essenzialmente domestico; bramava l’ordine, distingueva fra afflizione e rancore, e biasimava quest’ultimo, considerandolo un impedimento.

Amici e amanti riconduce il lettore a quel genere noto come comedy of manners, in italiano commedia di costume, che vede in Jane Austen uno dei sui più importanti esponenti.

Il lessico in Elizabeth Bowen è articolato e ben strutturato, vario, ricco, forbito e la trama nella sua complessità richiede concentrazione e attenzione. I personaggi sono descritti nei minimi particolari, delineati soprattutto nei tratti psicologici. Come Theodora, amica delle sorelle Studdart, un personaggio estremamente moderno nel modo di vivere e nel suo rapportarsi agli altri, una figura femminile dalla personalità intrigante, irrequieta e comunque anacronistica.

La trama, nella sua apparente complessità, cela tutte quelle verità che l’autrice riesce a mascherare e che il lettore è chiamato a decifrare.

L’intero romanzo è un piccolo microcosmo, un palcoscenico a rappresentazione di quell’universo sociale, interpretabile attraverso le conversazioni sostenute dai personaggi con stretti legami, sia familiari che di amicizia, dove i grandi eventi, i piccoli gesti, gli sguardi servono a tessere un’intera vita, fatta di intrecci e attraversata da ombre e segreti.

Lo schema narrativo della Bowen, costruito con eleganza strutturale e ricercatezza lessicale, mostra uno spaccato di vita i cui equilibri, retti dalle convenzioni, in realtà richiamano a un ordine che, se pur ricercato, è solo apparente. Armonia e stabilità iniziali perdurano fino a quando un avvenimento improvviso o una confidenza servono per mette a nudo il vero.

Un po’ come accade nella vita reale dove, molto spesso, dietro il velo delle apparenze, si cela la più torbida delle verità.

Nell’oscurità spuntò il volto di Hermione, le braccia, tutto il corpo. Sussurrò: <<Mi vuoi bene? Mi vuoi bene davvero?>>

Janet immerse il volto nel cuscino. <<Ѐ un segreto.>>

<<Mi vuoi così tanto bene che è un segreto?>>

<<Tu sei il mio tesoro.>>

<<Mamma, hai un profumo così buono, ti mangerei… Più che a chiunque altro mi vuoi bene?>>

Non lontano, Anna giaceva tendendo inutilmente le orecchie nella nuova, opprimente oscurità; attendeva che Janet si districasse dall’abbraccio di Hermione.

Interessantissima la prefazione di Natalia Aspesi, così come la postfazione di Grazia Livi.

 

QUARTA DI COPERTINA

Nell’Inghilterra del primo Novecento, due giovani donne di “buona” famiglia borghese, Laurel e Janet si sposano. Laurel è la maggiore, ed è da sempre la prima donna: bellissima, un po’ svagata, romantica. Janet, più piccola, è meno bella ma è brillante: indipendente, intelligente, dalla personalità forte e decisa. Edward – il miglior partito possibile: ricco, bello, serissimo, discreto – è attratto da Janet, ma sposa Laurel, per rispetto alle convenzioni sociali. Ma questa attrazione per la cognata resta sempre latente, sempre sul punto di esplodere, anche quando Janet sposa Rodney, un bell’uomo ricco, estroverso e innamorato. Elfrida, la madre di Edward, donna bellissima e scandalosa, divorziata, libertina, incombe come un’ombra nella vita delle due coppie, mettendo costantemente alla prova le due sorelle con la sua pacata ma consapevole trasgressività. In questo delicato intreccio di amori, tradimenti e sospetti, la tensione resta sempre alta in un gioco di forza con la compostezza dell’alta società, mentre le tre donne sperimentano la forza dei sentimenti e della passione, sempre in bilico tra il piacere e la convenienza.

 

Chi è Elizabeth Bowen

Elizabeth Bowen (1899-1973) è una delle più grandi scrittrici irlandesi. Autrice di numerosi romanzi di successo, ricevette la laurea honoris causa in Letteratura dal Trinity College di Dublino e dall’Università di Oxford.

Nel 1948 fu insignita dell’onorificenza britannica BBE – Commendatore dell’Impero Britannico.

 

DETTAGLI

AUTORE: Elizabeth Bowen

Editore: La Tartaruga

Collana: Narrativa

Data pubblicazione: 27 giugno 2019

Pagine: 234

Prezzo: € 19,00

EAN: 9788894814187

Traduzione di Laura Noulian

Prefazione di Natalia Aspesi

Postfazione di Grazia Livi

 

CACCIA AL LIBRO nei film

Nel rapporto, spesso conseguenziale, tra libri e cinema non vi sono solo film tratti da libri, vi sono anche libri protagonisti nella stessa struttura e trama, basti pensare al metaromanzo di Michael End La storia infinita o Labyrinth di A. C. H. Smith, dove l’intero piano narrativo ruota intorno al libro.

E vi sono anche quei casi in cui all’interno di una ripresa cinematografica il libro è un elemento fuggevole, una comparsa, che appare nell’inquadratura per pochi istanti.

Ma di quali libri si tratta e se realmente esistenti adesso lo andremo a scoprire…

L’altra sera, guardando in TV l’intramontabile capolavoro di Blake Edwards, Colazione da Tiffany, trasmesso in seconda serata, ho notato un particolare a cui non avevo mai dato importanza, mi riferisco alla scena dove Paul Varjak (George Peppard) porta in regalo a Holly Golightly (Audrey Hepburn) il suo libro, Nine Lives. nine

Sebbene Paul Varjak non esiste, essendo solo il personaggio del film, non sarebbe esatto asserire che il suo Nine Lives è altrettanto inesistente, dato che se cercate avrete modo di trovarlo in diversi siti, tra cui Amazon, in un’edizione curata da Dave Dumanis, che si risolve in una raccolta di racconti immaginari ispirati al film. Altro libro presente in una scena è South America Land of Wealth and Promise, che Holly sfoglia in previsione del suo matrimonio con un miliardario sudamericano.

Ed ecco di seguito una carrellata di libri piuttosto noti, qualcuno addirittura inesistente, con i rispettivi film, che appaiono nella scena di

 

ASSASSINIO SUL NILO, regia di John Guillermin (anno 1978); un film tratto da uno dei più celebri romanzi di Agatha Christie, Poirot sul Nilo, pubblicato nel 1937.

Con Peter Ustinov, Bette Davis, George Kennedy, Jane Birkin, Mia Farrow, Jon Finch, Angela Lansbury, Lois Chiles, Olivia Hussey, David Niven, Maggie Smith, Jack Warden, Harry Andrews, L.S. Johar, Simon MacCorkindale.

CURIOSITÀ: Peter Ustinov è stato cognato di Angela Lansbury, la famosa attrice che per anni ha vestito i panni di Jessica Fletcher, nel noto telefilm di successo La signora in giallo. Per questo film ricevette un premio, come migliore attrice non protagonista, dal National Board of Review Awards. Nel film vi è un errore: quando il personaggio di Bette Davis dà la buonanotte a Poirot, lui risponde Bonjour. Un pignolo come Poirot, e per di più di nazionalità belga, avrebbe mai potuto rispondere buongiorno a una buonanotte?

LIBRI: Il Capitale di Karl Marx

Passione sotto l’albero di cachi di Salomè Otterbourne (LIBRO INESISTENTE)

 

SERENDIPITY, regia di Peter Chelsom (anno 2001).

Con John Cusack, Kate Beckinsale, Jeremy Piven, Molly Shannon, Eugene Levy, Bridget Moynahan.

CURIOSITÀ: il film è pieno di citazioni a romanzi intramontabili come Il Padrino, Peter Pan e Il Mago di Oz. Inoltre, a causa degli attentati dell’11 settembre 2001, il film fu privato di tutte le immagini del World Trade Center nella versione definitiva.

LIBRI: Love in the time of cholera di Gabriel García Márquez (l’intero film ruoto intorno a questo libro)

Harry Potter and the Socerer’s stone di J. K. Rowling

A perfect spy di John Le Carré

 

BASTARDI SENZA GLORIA, regia di Quentin Tarantino (anno 2009).

Con Brad Pitt, Christoph Waltz, Eli Roth, Mélanie Laurent, Diane Kruger, Daniel Brühl.

CURIOSITÀ: pur non penalizzando la versione del film approvata dal regista, la censura in Germania modificò la locandina del film, la legge tedesca infatti prevede la censura di ogni simbolo che faccia riferimento al nazismo. La prima “O”, in Inglourious Basterds era appunto una svastica, che nella versione tedesca venne sostituita da un proiettile.

LIBRI: Le Saint a New York di Leslie Charteris

 

JOHN WICK, regia di Chad Stahelski (anno 2014).

Con Keanu Reeves, Michael Nyqvist, Alfie Allen, Adrianne Palicki, Willem Dafoe.

CURIOSITÀ: l’Hotel Continental, ritrovo di criminali e controllato dal manager Charon, al quale si deve consegnare una moneta d’oro per poter rimanere all’interno della struttura, ha la stessa facciata esterna della borsa valori de Il Cavaliere Oscuro. Inoltre, incredibile ma vero, il ruolo di John Wick non era stato pensato per Keanu Reeves: inizialmente il personaggio doveva avere circa 60 anni, ma durante una seconda stesura si decise di optare per un attore più giovane, dal passato cupo.

LIBRI: Alvaro Siza di Philip Jodidio

Shibumi di Trevanian

 

THE TOURIST, regia di Florian Hanckel von Donnersmarck (anno 2010).

Con Johnny Depp, Angelina Jolie, Paul Bettany, Timothy Dalton, Steven Berkoff, Rufus Sewell.

CURIOSITÀ: in una delle scene del film le riprese sono state girate a Mestre, ma un paletto con le indicazioni creerà la finzione scenica voluta inducendo a credere che siano a Parigi.

LIBRO: The Berlin Vendetta di Charles Torbett (LIBRO INESISTENTE)

 

SUL LAGO DORATO, regia di Mark Rydell (anno 1981).

Con Jane Fonda, Henry Fonda, Katharine Hepburn, Dabney Coleman, Christopher Rydell, Doug McKeon.

CURIOSITÀ: Katharine Hepburn con questo film conquistò un primato tuttora ineguagliato, vincere il quarto Premio Oscar di miglior attrice. Inoltre, si tratta dell’unico film che valse un premio Oscar a Henry Fonda, oltre a essere l’ultimo film della sua lunga carriera e l’unico in cui ha recitato con la figlia Jane.

LIBRI: Treasure Island di Robert Louis Balfour Stevenson

A tale of two cities di Charles Dickens.

 

STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI, regia di Brian Percival (anno 2013); un film tratto dal romanzo di Markus Zusak, La bambina che salvava i libri, edito da Frassinelli.

Con Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch.

CURIOSITÀ: il film negli USA è stato vietato ai minori di 13 anni, a causa di alcune scene violente, tuttavia ha incassato globalmente 76.586.316 dollari, partendo da un budget di 19. Il libro di Markus Zusak La bambina che salvava i libri, edito in Italia da Frassinelli, da cui è stato tratto il film, rimase per 8 anni nelle classifiche del New York Times, vendendo 8 milioni di copie. Zusak dichiarò di aver tratto ispirazione dalle vicende narrate dai suoi genitori, quando era ancora un bambino, inerenti agli anni del Nazismo.

LIBRI: Il manuale del becchino (LIBRO INESISTENTE)

Der Unsichtbare di H. G. Wells

Der traumträger (LIBRO INESISTENTE)

The silly jelly-fish di Basil Hall Chamberlain

Mein Kampf di Adolf Hitler

The happy servant di Liesel Meminger.

 

RAGIONE E SENTIMENTO, regia di Ang Lee (anno 1996); un film tratto dal romanzo di Jane Austen Sense and Sensibility. La prima edizione italiana risale al 1845.

Con Emma Thompson, Hugh Grant, Kate Winslet, Alan Rickman, Greg Wise, Imelda Staunton.

CURIOSITÀ: le riprese del film si sono svolte nel periodo 19 Aprile 1995 – 07 Luglio 1995 in Inghilterra. Ragione e sentimento è arrivato per la prima volta nelle sale italiane il 23 Febbraio 1996; la data di uscita della prima è stata il 13 Dicembre 1995 (USA).

LIBRI: I sonetti di William Shakespeare

Sonetti di Hartley Coleridge

The Faerie Queen di Edmund Spenser.

 

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA, regia di Sergio Leone (anno 1984).

Con Darlanne Fluegel, Frank Gio, Karen Shallo, Angelo Florio, Scott Schutzman Tiler, Adrian Curran, Mike Monetti, Noah Moazezi, Frankie Caserta, Joey Martella, Clem Caserta.

CURIOSITÀC’era una volta in America è arrivato per la prima volta nelle sale italiane il 28 Settembre 1984. Le riprese del film si sono svolte nel periodo 14 Giugno 1982 – 22 Aprile 1983 in Canada, Francia, Italia e USA. Nelle due sale americane in cui fu organizzata la prima, a Boston e a New York, ne fu proiettata una versione non approvata dal regista, dimezzata e soprattutto sconvolta nell’intreccio, appiattito nella sua linea narrativa e cronologica, per rivelarsi in seguito il capolavoro che tutti conosciamo. Ѐ stato l’ultimo film girato da Sergio Leone.

LIBRI: Martin Eden di Jack London

Dalla Bibbia un passo de Il Cantico dei Cantici.

 

CASSANDRA CROSSING, regia di George Pan Cosmatos (anno 1976); un film tratto dal romanzo di Robert Katz, The Cassandra Crossing.

Con Richard Harris, Sophia Loren, Ingrid Thulin, Burt Lancaster, Martin Sheen, Ava Gardner.

CURIOSITÀ: il ponte ferroviario protagonista nel finale non è il San Michele di Paderno d’Adda come si è a lungo creduto, bensì il viadotto di Garabit, situato nel Cantal (regione Alvernia) in Francia. Cassandra Crossing è arrivato per la prima volta nelle sale italiane il 18 Dicembre 1976; la data della prima è il 31 Marzo 1977 (UK).

Le riprese del film si sono svolte in Francia, Italia e Svizzera.

LIBRI: Brain Sell di Jennifer Rispoli

The Daily Telegraph Twelfth Crossword Puzzle Book di Alan Cash, Daily Telegraph

Anna Karenina di Lev Tolstoj

Where il love? di Barbara Cartland

Epidemics and Crowd Diseases

Bacterial warfare

 

LA MIA AFRICA, regia di Sydney Pollack (anno 1985); un film tratto dal romanzo autobiografico della scrittrice danese Karen Blixen La mia Africa, pubblicato nel 1937.

Con Meryl Streep, Robert Redford, Klaus Maria Brandauer, Michael Kitchen, Malick Bowens.

CURIOSITÀ: per dare vita al ruolo di Karen Blixen, Meryl Streep ha dovuto lavorare sulla sua pronuncia, ascoltando delle registrazioni della Blixen, mentre leggeva i suoi lavori.

LIBRO: A Shropshire Lad di Alfred Edward Housman.

 

CAMERA CON VISTA, regia di James Ivory (1985); film tratto dal romanzo dello scrittore inglese E. M. Forster, A Room with a View, pubblicato nel 1908.

Con Helena Bonham Carter, Julian Sands, Daniel Day-Lewis, Denholm Elliott, Maggie Smith.

CURIOSITÀ’: il film ha ottenuto 8 candidature e vinto 3 Premi Oscar e un premio ai David di Donatello, oltre a essere premiato al Festival di Venezia e vincere un premio ai Golden Globes.

LIBRI: Under a Loggia di Eleanor Lavish

A Shropshire Lad di Alfred Edward Housman.

 

FORREST GUMP, regia di Robert Lee Zemeckis (anno 1994); film tratto dall’omonimo romanzo di Winstom Groom, pubblicato nel 1986.

Con Tom Hanks, Robin Wright, Gary Sinise, Mykelti Williamson, Sally Field, Rebecca Williams.

CURIOSITÀ: Tom Hanks ha firmato il contratto subito dopo aver letto la sceneggiatura, ma ha accettato solo a condizione che il film fosse storicamente accurato. La famosa panchina del film si trovava nel centro storico di Savannah, in Georgia, a Chippewa Square, successivamente venne rimossa e collocata in un museo.

LIBRO: Curious George di Hans Augusto Rey.

 

LA CASA SUL LAGO DEL TEMPO, regia di Alejandro Agresti (anno 2006).

Con Keanu Reeves, Sandra Bullock, Dylan Walsh, Shohreh Aghdashloo, Christopher Plummer.

CURIOSITÀ: la casa sul lago del tempo segna la seconda collaborazione tra Keanu Reeves e Sandra Bullock, coppia già vista in Speed, uscito dodici anni prima, nel 1994. Quel film è stato uno dei titoli più importanti per le carriere di entrambi gli attori.

LIBRI: Crime and Punishment di Fëdor Dostoevskij

Persuasion di Jane Austen

Life works di Simon Wyler.

 

I PONTI DI MEDISON COUNTY, regia di Clint Eastwood (1995); film tratto dal romanzo di Robert James Waller, The Bridges of Madison County.

Con Clint Eastwood, Meryl Streep, Annie Corley, Victor Slezak, Jim Haynie, Sarah Kathryn Schmitt.

CURIOSITÀ: la pellicola fu girata interamente in terra americana; i ponti protagonisti della vicenda si trovano nel piccolo paesino di Winterset, un minuscolo centro ubicato nello stato americano dello Iowa. Il film all’uscita divenne un vero e proprio cult per tutte quelle donne desiderose di vivere una vita diversa da quella che stavano realmente vivendo.

LIBRI: The collected poems di W. B. Yeats

Four days remembering di Robert Kincaid.

 

VITA DI PI, regia di Ang Lee (anno 2012); film tratto dal romanzo originale di Yann Martel, Life of Pi.

Con Suraj Sharma, Irrfan Khan, Tabu, Rafe Spall, Gérard Depardieu, Adil Hussain.

CURIOSITÀ: cominciamo col dire che l’attore protagonista Suraj Sharma non si è mai trovato in barca con una tigre, la maggior parte delle scene col bellissimo felino sono state girate in CGI (Computer Generates Imagery) e solo pochissime scene, tra cui quella che vede l’animale in acqua, hanno visto la presenza di un vero esemplare. Yann Martel, autore del romanzo Vita di Pi, ha dichiarato di aver tratto l’ispirazione per la storia da Max e os felino, un romanzo del 1981, scritto dal brasiliano Moacyr Scliar e uscito anche in Italia col titolo Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante, pubblicato da Meridiano Zero: il libro ha come protagonista un ragazzo ebreo, in fuga dal nazismo, che si ritroverà naufrago su una barca, in mezzo all’Oceano Atlantico, con un giaguaro.

Per la scena del maremoto, la produzione ha fatto costruire un generatore di onde con un serbatoio capace di contenere circa 1.8 milioni di liti d’acqua, alto 70 metri, il che ne fa il più gigantesco al mondo.

Il film ha vinto 3 Oscar (Miglior regia, Migliore fotografia, Migliori effetti speciali, Miglior colonna sonora), 1 Golden Globe (Migliore colonna sonora) e 2 BAFTA (Migliore fotografia, Migliore effetti speciali).

Il budget della pellicola è stato di 120 milioni di dollari, mentre l’incasso totale è stato di 609.016.565.

LIBRI: L’ile mysterieuse di Jules G. Verne

Notes from underground di Fëdor Dostoevskj

L’entranger di Albert Camus.

 

BLADE RUNNER, regia di Ridley Scott (anno 1982); film tratto dal romanzo Il cacciatore di androidi dello scrittore statunitense Philip K. Dick.

Con Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward James Olmos, M. Emmet Walsh, Daryl Hannah.

CURIOSITÀ: del film sono state rilasciate nel tempo sette versioni differenti; i replicanti in Blade Runner hanno un caratteristico bagliore rosso, che si riflette nei loro occhi, Ridley Scott e il direttore della fotografia Jordan Cronenweth ottennero questo risultato utilizzando il cosiddetto Effetto Schüfftan, un trucco cinematografico che consiste nel far rimbalzare la luce negli occhi dell’attore, attraverso un pezzo di vetro semitrasparente, posto a 45° rispetto alla telecamera.

L’attrice Joanna Cassidy, che nel film interpreta la replicante Zhora, affermò di essere stata completamente a suo agio nell’avere un serpente attorno al collo, poiché in realtà si trattava di Darling, il suo pitone domestico.

Nell’interpretare Roy Batty, l’attore Rutger Hauer, dimostrando di possedere grande talento creativo, ha arricchito la caratterizzazione del suo personaggio con molti colpi di testa. Qualche esempio: l’idea per la scena in cui afferra e accarezza una colomba, oppure l’iconica frase del monologo finale: “e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”.

Lo scrittore Philip K. Dick riuscì a vedere solo i primi 20 minuti del film, morì infatti il 2 marzo del 1982, prima che la pellicola fosse completa. Tuttavia ne rimase particolarmente colpito, sebbene Ridley Scott non avesse mai letto il suo romanzo.

LIBRO: America: A Prophecy di William Blake.

Non esistono inquadrature del libro, ma i versi declamati dal replicante Roy Batty (Rutger Hauer) nella scena in cui chiede informazioni al fabbricante dei loro occhi, sono parafrasati dal libro di Blake (“Avvampando gli angeli caddero; profondo il tuono riempì le loro rive, bruciando con i roghi dell’orco”).

 

SAVING MR. BANKS, regia di John Lee Hancook (anno 2013).

Con Tom Hanks, Emma Thompson, Colin Farrell, Paul Giamatti, Jason Schwartzman, B.J. Novak.

CURIOSITÀ: Walt Disney aveva nascosto la sua abitudine di fumare in pubblico, temendo che avrebbe danneggiato la sua immagine. Tom Hanks volle darne un ritratto preciso, così fece pressioni per mostrarlo mentre fumava; la Disney però insistette sul fatto che il fumo non era appropriato per un film per famiglie, ma Tom Hanks ottenne alla fine una concessione da parte della società: un’inquadratura in cui si vede Walt Disney spegnere una sigaretta.

Walt Disney morì di cancro ai polmoni nel 1966.

LIBRO: Teachings of Gurdjieff di Charles Stanley Nott.

 

IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI, regia di Vittorio De Sica (anno 1970); film tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.

Con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli, Edoardo Toniolo.

CURIOSITÀ: il film di De Sica è stato premiato con l’Orso d’Oro al Festival di Berlino, nel 1971 e con il Premio Oscar come miglior film straniero, nel 1972.

LIBRO: Storia d’Europa nel secolo decimo nono di Benedetto Croce.

 

A PROPOSITO DI SCHMIDT, regia di Alexander Payne (anno 2002).

Con Jack Nicholson, Kathy Bates, Hope Davis, Dermot Mulroney, June Squibb, Howard Hesseman.

CURIOSITA’: il film ha ottenuto 2 candidature ai Premi Oscar, 5 candidature e vinto 2 Golden Globes. Al Box Office Usa A proposito di Schmidt ha incassato 65 milioni di dollari.

LIBRI: Awaken The Giant Within di Anthony Robbins

Encyclopedia Brown Gets His Man di Donald J. Sobol.

 

BILLY ELLIOT, regia di Stephen Daldry (anno 2000).

Con Jamie Bell, Gary Lewis, Jamie Draven, Julie Walters, Jean Heywood, Stuart Wells.

CURIOSITÀ: Jamie Bell, il protagonista principale, ha preso veramente lezioni di danza quando era alle scuole superiori, il che gli causò anche atti di bullismo da parte di alcuni suoi coetanei. Tutto questo gli è stato molto utile quando ha dovuto interpretare Billy Elliot, per il quale ha spinto molto per ottenere il ruolo, superando ben 2000 ragazzi.

La pellicola ha vinto 3 BAFTA ed è stata candidata a 2 Golden Globe e a 3 Oscar.

A fronte di un budget di 5 milioni di dollari, il film ha incassato oltre 109.280.263 milioni di dollari.

LIBRI: Civvies di Lynda La Plante

Harem di Colin Falconer

Cabal di Clive Barker.

 

LA CRUNA DELL’AGO, regia di Richard Marquand (anno 1981); film tratto dal romanzo di Ken Follett Eye of the Needle.

Con Donald Sutherland, Stephen MacKenna, Philip Martin Brown, Kate Nelligan, Christopher Cazenove.

CURIOSITÀ: nel 1978 uscì il romanzo thriller di KEN FOLLETT, La cruna dell’ago, che divenne rapidamente un best-seller, vendendo tre milioni di copie. A titolo di curiosità, avrebbe dovuto intitolarsi Storm Island, dove è ambientata la seconda parte del racconto e in cui avvengono gli snodi principali del racconto.

Il titolo del film si rifà allo stiletto che il protagonista, un killer e spia, utilizza per uccidere: l’ago è utilizzato in senso metaforico, per definire l’arma del personaggio.

LIBRO: Il principe felice e altri racconti di Oscar Wilde.

 

LA SPIA CHE VENNE DAL FREDDO, regia di Martin Ritt (anno 1965); film tratto dal romanzo di spionaggio, The Spy Who Came in From the Cold, dell’autore John Le Carré.

Con Claire Bloom, Peter Van Eyck, Richard Burton, Oskar Werner, Robert Hardy.

CURIOSITÀ: il film ottenne 2 candidature ai Premi Oscar, vincendo un premio ai David di Donatello; è arrivato per la prima volta nelle sale italiane il 21 Aprile 1966.

Le riprese del film si sono svolte nel periodo 01 Gennaio 1965 – 01 Aprile 1965 in Inghilterra, Irlanda e Olanda.

LIBRO: The Werewolf di Montague Summer.

 

DUPLEX – UN APPARTAMENTO PER TRE, regia di Danny DeVito (anno 2003).

Con Ben Stiller, Drew Barrymore, Eileen Essell, Harvey Fierstein, Justin Theroux.

CURIOSITÀ: a coinvolgere Danny DeVito nella realizzazione del film sono stati Ben Stiller e Drew Barrymore, che fanno parte anche della produzione del film, inviandogli la sceneggiatura con tanto di proposta per dirigerlo. La storia è tratta da un fatto realmente accaduto in Francia nel 1965: un avvocato ha acquistato un appartamento, per soli 500 dollari, da dividere con un’anziana signora di novant’anni, fino alla morte di quest’ultima. Il destino ha voluto che la signora morisse alla tarda età di 122 anni, un anno dopo rispetto all’uomo, deceduto all’età di 67 anni, che non potè mai riscattare la proprietà.

LIBRI: Murder on riverside drive di Cooper Sinclair

Bonfire of the Vanities di Tom Wolfe

Architecture of fear di Nan Ellin

Two Years Before the Mast di Richard Henry Dana Jr.

Blue Bell di Andrew Vachss

Black Betty di Walter Mosley

Exiles and fugitives: the letters of Jacques and Raïssa Maritain, Allen Tate, and Caroline Gordon di Jacques Maritain

Murder at 11:17 di Cooper Sinclair

Duplex di Alex Rose.

 

 

 

 

 

 

BIRRA E CULTURA? UN MUST

Con l’aumentare delle temperature, aumenta il bisogno di bibite ghiacciate e la tentazione di una buona birra scandisce il tempo di molte serate.

Prodotta secondo un metodo naturale rimasto invariato da millenni, la birra è la bevanda alcolica più antica in commercio, il cui malto fermentato si trova in varie versioni dato che, contrariamente a quanto si possa credere, le birre non sono tutte uguali. Provenienza, gradazione, fermentazione, colore, ingredienti usati e sapore, ne determinano le caratteristiche peculiari.

Oggi alle tradizionali birre bionda, rossa, nera e chiara, si accompagnano le nuove light, ipocalorica, al limone e la più criticata di sempre l’analcolica, la cui comparsa in commercio spinse il noto giornalista del settore birraio di New York, Tom Roston, a sostenere che “La birra analcolica non sarà mai un prodotto di punta!”. Ma si sbagliava e marche come Beck’s, Tourtel e Heineken si sono presto adeguarono al cambiamento.

E ancora birra spalmabile bionda e scura della cioccolateria Napoleone di Rieti, la marmellata di birra, la birra giapponese, le birre d’abbazia e potremmo continuare all’infinito in base al paese di produzione.

Le origini della birra si perdono nella notte dei tempi, coinvolgendo letteratura, pittura, fumetti, cinema e cartoon. duff

Addirittura della birra se ne fa cenno in alcuni passi della Bibbia, pur essendo il vino la bevanda che tradizionalmente ricopre un ruolo centrale.

I greci e i latini, grandi amanti del vino, si pensi ai baccanali in onore di Bacco e Dionisio, fanno anch’essi riferimento alla birra. Eschilo ne Le Supplici ne parla e Tacito nel volume Germania deplora i popoli barbari per via di “un liquido, ricavato dall’orzo o dal frumento, fermentato pressappoco come il vino.”

Caio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio, nel libro XXXVII della Naturalis Historia, descrive la birra in maniera quasi scientifica, menzionandone due tipi, la zythum egiziana e la cerevisia della Gallia. Inoltre, sottolinea che presso i Celti era la bevanda fermentata più diffusa e aggiunge: “La Gallia e la Spagna fanno macerare le specie di cereali di cui abbiamo parlato, utilizzando come lievito la schiuma che si forma in superficie.”

Nella Roma imperiale la birra era anche impiegata nella cosmesi femminile per la pulizia del viso, mentre nelle Province era una bevanda molto apprezzata e largamente diffusa.

Viaggio in parallelo, birra e letteratura costituiscono un binomio quasi inscindibile, divenendo in alcuni casi un passaggio obbligato.

Ritroviamo la birra negli scritti di William Shakespeare il quale, come la maggior parte dei suoi connazionali, era un grande appassionato di birra. Nell’atto V dell’Amleto suscita desiderio nel becchino: “Adesso, per favore, va’ da Yaughan e fatti dare una pinta di birra”; in Sogno di una notte di mezza estate il folletto Puck è talmente dispettoso da far schiumare la birra. La riprova dell’amore incondizionato di Shakespeare per la birra trova piena espressione, ancora una volt,a in un passo dell’Amleto, quando un paggio di Falstaff, che si trova in Francia durante una campagna bellica, preso da un momento di sconforto pronuncia queste parole: “Ah, come mi vorrei trovare a Londra, in una birreria! Sarei disposto a barattare tutta la mia gloria per un gotto di birra e la pellaccia!

fiore azzurr
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In tempi recenti, anche la scrittrice Penelope Fitzgerald, dedica un passo alla birra nel suo Il fiore azzurro, romanzo Sellerio, in cui l’autrice racconta la vita di Friederich von Hrdenberg, noto come Novalis.

E ancora, il più grande top seller italiano, Andrea Camilleri, contribuisce a omaggiare la birra nel suo Il Birraio di Preston, edito da Sellerio.

Troviamo “tracce di birra” anche in Charles Dickens, ne Il Circolo Pickwick:

 

E su questo tono, con l’intermezzo casuale di qualche bicchiere di birra, a guisa di parentesi, quando si mutavano i cavalli della diligenza, continuò lo sconosciuto finché non fu raggiunto il ponte Rochester, e intanto i taccuini del signor Pickwick e del signor Snodgrass si erano andati ricoprendo di estratti delle avventure di costui.

Lo scrittore e drammaturgo gallese Dylan Thomas dichiara:

Non ho niente da sciogliere in un bicchiere di birra, tranne una libbra d’amore.

Frank Zappa scrisse che un Pese è veramente un Paese quando ha una compagnia aerea e una birra… e alla fine è di una bella birra che si ha bisogno; Charles Bukowski: “Avevo bisogno di una birra come base per ricominciare”, per ritrovare la birra anche in alcuni scritti di Goethe e George Orwell, che nel suo saggio, La luna in fondo al pozzo, descrive le caratteristiche del suo pub ideale, accennando alle qualità che la birra dovrebbe possedere.

Anche il cinema si fa passaggio obbligato: da John Ford, con il suo Un uomo tranquillo a Frank Capra, fino ai musical di Minnelli. Anzi, nel cinema americano, la birra gioca un ruolo antitetico al Wisky, rivelandosi una bevanda semplice e genuina, le cui caratteristiche si riflettono sul personaggio, per diventare la bibita tipica del protagonista impegnato in qualche indagine, tanto che nei polizieschi americani non manca mai. In tutti gli uomini del Presidente, Robert Redford e Dustin Hoffman ne bevono a fiumi e ancora beve birra in abbondanza Al Pacino nel suo Serpico. E come dimenticare il tenente Colombo, che a conclusione delle sue indagini, prende una birra, quasi fosse un premio.

Quello che conta è l’atto di fare. Per me girare un film equivale a fare castelli di sabbia. Si va in spiaggia con un gruppetto di amici e si costruisce un grande castello di sabbia. Quando è finito ci si mette seduti a bere una birra aspettando l’arrivo delle onde. Dopo venti minuti quello che riamane è solo sabbia. La struttura che si era costruita è rimasta solo nella testa della gente… afferma Robert Altman, in Altman racconta Altman, a cura di David Thompson.

Nel film del 1961, I due nemici, con Alberto Sordi e David Niven, il dialogo tra il maggiore Richardson (David Niven) e Burke (Michael Wilding) verte proprio sulla birra:

“Non so cosa darei per una tazza di tè.”

“E io non so che darei per una birra gelata servita da una cameriera con indosso soltanto un grembiulino.”

Insomma, la birra a 35 millimetri scorre a fiumi.

E così i grandi mastri birrai traggono ispirazione dalla letteratura attraverso titoli, personaggi e autori. In relazione ai luoghi di origine o agli ingredienti impiegati, nascono birre che, per gusto ed etichette, si legano ai grandi classici della letteratura di tutti i tempi.

Esempio ultimo, negli Stati Uniti, la fabbrica di birra Bell’s Brewery, del Michigan, la quale da fine maggio ha prodotto una birra in serie, con un IPA americano d’ispirazione tedesca, dedicata alla nota raccolta di poesie Leaves of Grass, nella sua traduzione italiana Foglie d’erba, di Walt Whitman. La raccolta Leaves of Grass, pubblicata per la prima volta nel 1855, è considerata un classico della letteratura americana.

bells leaves of grass main (Custom)

La produzione di birra Leaves of Grass della Bell’s si concluderà in maggio 2020: 7 nuovissime birre presentate ai consumatori ogni due mesi, dove ognuna prende il nome da una delle poesie di Whitman, mentre ogni ricetta è complementare alla stagionalità di quando ogni birra viene prodotta.

I tempi di produzione coincidono anche con il 200° compleanno di Walt Whitman.

Questo il programma seguito dalla Bell’s:

Maggio 2019: Song of Myself – American-Inspired American IPA (6.5% ABV)

Luglio 2019: The Prairie-Grass Dividing – Gose-Style Ale prodotta con prugna, sale e coriandolo (4.5% ABV)

Settembre 2019: Oh Capitano! Mio capitano! – TBA

Novembre 2019: per una locomotiva in inverno – TBA

Gennaio 2020: Song of the Open Road – TBA

Marzo 2020: Salut Au Monde! – TBA

Maggio 2020: Spontaneous Me – TBA

Se siete collezionisti e apprezzate tanto la birra, quanto il genio poetico di Walt Withman, non potete perdere questa nuova serie speciale e limitata in confezione da 6 bottiglie, ognuna da 12 once. Per ulteriori info, il link di riferimento della Bell’s Brewery, Inc. è  http://www.bellsbeer.com/

La Bell’s Brewery non è nuova a questo genere di lancio, negli anni hanno tratto ispirazione da diversi ambiti culturali, tutti riflessi delle molteplici passioni del suo presidente e fondatore, Larry Bell. Nel 2014 lanciarono le birre Bell’s Planets, ispirate a I pianeti di Gustav Holst, noto compositore e direttore d’orchestra inglese.

Come ha dichiarato lo stesso Larry Bell: “Questa serie è solo l’ultimo esempio di come le arti ci hanno ispirato a creare ricette nuove e innovative.”

Quindi da Ernest Hemingway che beveva per rendere le altre persone più interessanti, a Benjamin Franklin per il quale nella birra c’è libertà, nell’acqua ci sono batteri, fino a coinvolgere gli ambiti più disparati, basti pensare ai Simpson con la Duff Beer, la birra è diventata nel tempo un must, dimostrandosi un apporto complementare al processo creativo, nota di sofisticata freschezza!

Tuttavia, al di là dell’aspetto culturale e dell’interesse sociale, bere responsabilmente e con moderazione deve essere comunque e sempre prioritario… per salvarsi la vita e salvaguardare quella degli altri.

 

LA VITA SENZA FARD Maryse Condé

Lo avvertivo, senza che nessuno me lo avesse insegnato: i fatti che costruivano un racconto dovevano essere esposti attraverso il filtro della soggettività. E tale filtro è costituito dalla sensibilità dello scrittore.

CondéMaryse Condé è una di quelle rare scrittrici che ti scava l’anima, per raggiungere le corde della coscienza, non per nulla è vincitrice del New Academy Prize in Literature 2018 con i suoi tre romanzi Io Tituba, strega nera di Salem, la saga familiare di Segù e Windward Heights, inoltre è stata insignita del Premio Nobel Alternativo per la letteratura. Un’autrice le cui opere sono una trasposizione delle battaglie e delle cause, che ha abbracciato nel corso della vita. Con i suoi romanzi indaga l’animo umano, dove il tema ricorrente è incentrato sulle devastazioni del colonialismo e del post-colonialismo. Il tutto espresso con un profondo senso di umanità e solidarietà.

Nata nel 1937 nell’isola di Guadalupa, a Pointe -à- Pitre, in una famiglia appartenente alla piccola borghesia, è diventata una delle voci più significative della letteratura caraibica. Per comprende l’excursus formativo di Maryse Boucolon, sposata Condé, bisogna leggere il suo libro autobiografico La vita senza fard, edito da La Tartaruga e uscito in tutte le librerie il 27 giugno scorso.

La prima edizione del libro risale al 2012, avvenuta a opera di JC Lattès, casa editrice francese, facente parte del gruppo Hachette Livre.

La vita senza fard, suddiviso in tre parti, ripercorre le tappe fondamentali dell’autrice, una vita sofferta ma al contempo vissuta intensamente, scandita dal cambiamento attraverso cui la donna Maryse ha costruito la scrittrice. Un libro che nelle sue intenzioni cerca di comprendere il rilevante peso che l’Africa ebbe non solo nella sua esistenza, ma anche nel suo immaginario di scrittrice.

Come racconta Maryse Condé ne La vita senza fard, quello per la scrittura è stato un amore tardivo, avendo pubblicato il suo primo libro all’età di 42 anni, “al tempo in cui gli altri cominciano a riporre carta e gomme da cancellare”, poiché “talmente occupata a vivere dolorosamente da non avere tempo per niente altro.”

Dovendo crescere da sola quattro bambini, in un’esistenza familiare ai margini della povertà, cambiando continuamente luogo dove vivere, per dovere e a volte per necessità, sempre alla ricerca di un lavoro soddisfacente, non solo dal punto di vista remunerativo, la sua vita si intreccia a quella di personalità insigne del mondo politico e intellettuale, per sfociare spesso in relazioni sentimentali, che si conclude sempre in maniera deludente e dolorosa.

Vivevo una storia passionale. E la passione non procede per analisi, non fa la morale. Brucia, incendia e consuma.

Le amicizie che riesce a stringere, venendole in aiuto, le infondono coraggio e le permettono di andare avanti, facendo di lei quella donna coraggiosa la cui sensibilità alle sofferenze altrui la porteranno a diventare la prima presidente del Comité pour la Mémoire de l’Esclavage, creato per vegliare sull’attuazione della legge Taubira, che nel 2001 ha dichiarato la schiavitù un crimine contro l’umanità.

Una volta di più, facevo esperienza della bontà degli estranei. Per questo non permetterò a nessuno di sostenere che il mondo sia soltanto un coacervo di egoisti e indifferenti!

E quindi l’Africa, dove ebbe modo di trasferirsi attratta dai poeti della negritudine, passando dalla Costa d’Avorio, alla Guinea, al Ghana, fino al Senegal, tutti luoghi la cui incidenza è stata fondamentale per la sua formazione culturale e letteraria, quella stessa Africa che sembrò non accettarla mai, capace di esprimersi in una pluralità di società e culture diverse, anche troppo diverse dalla stessa Maryse Condé.

Per quanto mi riguarda, non odiavo l’Africa. Sapevo ormai che non mi avrebbe mai accettata per quel che ero. Eppure non la consideravo affatto responsabile delle mie difficoltà, risultato delle mie personali decisioni. Ciò che mi angustiava, è il fatto di non riuscire ad afferrarla con esattezza. Troppe immagini tra loro contraddittorie finivano per sovrapporsi dentro di me. Non si capiva quale prediligere: quella complessa e priva di asperità degli etnologi. Quella spiritualizzata al parossismo della negritudine. Quella dei miei amici rivoluzionari, sofferente e oppressa. Quella di Sékou Touré e della sua cricca, preda succulenta da smembrare. Sicché anch’io come Diogene, che cercava un onest’uomo alle porte di Atene, avrei voluto armarmi di una lanterna e andare in giro gridando: <<Africa, dove sei?>>

Una storia avvincente, un libro complesso e a tratti imprevedibile, che offre al lettore importanti spunti di riflessione; il linguaggio è sempre chiaro, preciso, epurato da qualunque intercalare. La vita senza fard mette in luce il talento letterario di Maryse Condé, mostrando al lettore quanto ci sia di biografico in tutti gli scritti dell’autrice, che nel corso della narrazione si rivela attraverso una trasposizione tra realtà e finzione, dove di volta in volta viene citato il libro di riferimento, incentrato su quel cruciale momento della sua vita: vivere è raccontarsi e lei lo fa con uno stile accattivante, da grande narratrice.

Inoltre, come preannuncia il titolo, il lettore vedrà il dispiegarsi di una vita senza abbellimenti, finzioni, quindi senza fard, espressa e raccontata in tutta la sua cruda verità: le rivoluzioni, i colpi di stato, il socialismo africano, il colonialismo, il complotto degli insegnanti, avvenimenti storici, filtrati attraverso le emozioni dell’autrice, tutti vissuti in Africa sulla sua pelle.

Perché l’essere umano è così smanioso di raffigurarsi un’esistenza tanto diversa da quella che ha vissuto?

Così in Maryse Condé la scrittura diventa motivo di liberazione, di indipendenza, un luogo dove poter riversare i tormenti della vita, quasi in funzione apotropaica e trasformati dall’inventiva in romanzi, perché “La letteratura è lo spazio entro cui esprimo le mie paure e le mie ansie, in cui tento di liberarmi da molti angosciosi interrogativi.”

Come la stessa Africa, tanto amata e desiderata, ma con lei ostica e impenetrabile, che subisce una trasformazione, ridotta al solo oggetto di quella stessa scrittura, da cui scaturisce tutto il talento letterario e quindi di storyteller di Maryse Condè.

L’Africa, finalmente sottomessa, si sarebbe trasformata, finendo per scorrere ormai docile nei recessi del mio immaginario. Sarebbe stata unicamente la materia di numerose finzioni narrative.

 

QUARTA DI COPERTINA

Le autobiografie finiscono troppo spesso col trasformarsi in opere di fantasia. L’essere umano sembra nutrire un tale desiderio di raffigurarsi una esistenza diversa da quella realmente vissuta, che finisce per abbellirla, spesso suo malgrado. La vita senza fard va dunque considerato un tentativo di dire le cose come stanno, rifiutando i miti e le facili e lusinghiere idealizzazioni. Di tutti i miei libri, credo sia forse il più universale. Non è solo la storia di una ragazza della Guadalupa alla ricerca della propria identità in Africa, o quella del lungo e doloroso avvento di una vocazione per la scrittura in un essere in apparenza poco incline ad abbracciarla. È dapprima e soprattutto la storia di una donna alle prese con le difficoltà della vita, che si trova di fronte a una scelta fondamentale, attuale ancora oggi: essere madre o esistere per se stessa. Penso che ‘La vita senza fard’ sia soprattutto la riflessione di un essere umano che tenta di realizzarsi pienamente. E che la felicità finisce sempre per arrivare. Maryse Condé

 

Chi è Maryse Condé

Nata a Pointe -à- Pitre, Maryse Condé è una delle voci di maggior spicco nella letteratura contemporanea. Tra i suoi libri, ricordiamo in particolare Segù, La vita perfida, La traversata della Mangrovia, Io Tituba, strega nera di Salem. Dopo aver insegnato a lungo alla Columbia University, vive oggi tra Parigi e New York.

 

DETTAGLI

Autore: Maryse Condé

Editore: La Tartaruga

Collana: Narrativa

Data uscita: 27 giugno 2019

Pagine: 269

EAN: 9788894814170

Prezzo: € 19,00

Formato: Brossura

Traduzione: Anna D’Elia

 

YANOMAMI: L’ALTRO E NOI

Buongiorno e bentrovati miei lettori,

oggi vorrei segnalarvi un libro interessantissimo, nato dalla collaborazione tra lo sciamano del popolo Yanomami (Yanomamö), Davi Kopenawa, presidente dell’Associazione yanomami Hutukara e l’antropologo Bruce Albert, il quale nel corso di 10 anni ha raccolto, trascritto, nella lingua originale yanomami, e in seguito tradotto il resoconto della vita e del pensiero cosmo-ecologico di Davi Kopenawa. la caduta

Da questa collaborazione scaturiscono le 1069 pagine de La caduta del cielo, edito da Nottetempo, in cui lo sciamano si fa portavoce di quella parte di Amazzonia la cui popolazione è minacciata dall’estinzione, delineando al contempo un quadro della cultura yanomami.

Ho incontrato per la prima volta Davi Kopenawa nel 1978, in circostanze singolari e insieme piacevoli. Avevamo entrambi una ventina d’anni. Era appena iniziato il mio secondo periodo di “lavoro etnografico sul campo” presso gli Yanomami (avevo già passato un anno sull’alto rio Catrimani, tra il 1975 e il 1976). Davi Kopenawa lavorava come interprete per gli avamposti aperti dalla FUNAI sulla strada Perimetral Norte, la cui costruzione era stata appena interrotta.

Lo sciamano ripercorre la storia della repressione culturale e della devastazione ambientale, operata con sistematicità dalla società industriale occidentale, che ha posto una pesante ipoteca sul suo popolo e sul futuro del mondo.

La caduta del cielo, uscito un anno fa, nel maggio del 2018,  rientra nei miei interessi per le problematiche ambientali, che ho avuto modo di approfondire nel corso dei miei studi universitari, dato che la mia tesi di laurea in giornalismo, occupandosi delle varie alterazioni ambientali, ineriva anche alla tribù degli Yanomami, minacciati dall’estinzione.

Hai disegnato e fissato queste parole su pelli di carta, come ti ho chiesto. Sono andate lontano da me. Adesso vorrei che si dividessero propagandosi in ogni dove per essere veramente ascoltate.

Ma non credo segnalare il libro sia sufficiente, bisogna conoscere la storia di questo popolo.

Gli Yanomami sono una delle tribù indie più primitive dell’Amazzonia, un’etnia talmente vicina, come cultura e abitudini, al mito del buon selvaggio, caro a Rousseau, da risultare lontana dall’uomo moderno migliaia di anni.

In piena selva amazzonica, abitano nelle foreste pluviali e sui monti al confine tra il Brasile settentrionale e il Venezuela meridionale, in una zona in prossimità dei campi di ricerca dell’oro, detti garimpos, vivendo in relativo isolamento. Si tratta di circa 35 mila anime dedite per lo più alla caccia e alla pesca, un’etnia divisa in piccoli gruppi nomadi di quaranta-cinquanta persone, che coabitano nello shabono, una sorta di casa comune in grado di ospitare fino a 500 persone, in cui si svolgono le normali attività quotidiane: si preparano i cibi, si svolgono le cerimonie religiose, ci si riunisce per discutere i fatti salienti, si danza.

Eppure dal 1987, gli Yanomami hanno cominciato a subire un vero e proprio genocidio, operato inizialmente dai garimpeiros, i cercatori d’oro, che in poco tempo si allargarono a macchia d’olio in tutto il territorio amazzonico e oggi sono accusati di brutali atti di violenza nei confronti di questo popolo.

Il problema pur essendo molto serie non è mai stato affrontato con impegno dallo stesso governo brasiliano e per quanto nel 1982 questa parte di territorio venne dichiarata “terra intoccabile degli indios Yanomami, da cui l’uomo bianco, se non autorizzato, deve restare fuori”, è anche vero che all’epoca non si parlava ancora di oro.

Ai garimpeiros si aggiunsero gli allevatori di bestiame, che in breve tempo invasero e deforestarono la striscia orientale del loro territorio, in Brasile.

Altra minaccia, le malattie portate dalle così dette “società civili”, per le quali gli Indios non sono immuni, venendo a urtare  ormai con il dramma quotidiano di questa gente annientata dall’influenza e dalla malaria, che un tempo non esistevano e dove si sconoscono a tutt’oggi le malattie cardiovascolari e i tumori.

Con l’arrivo dell’uomo bianco, inoltre, molte abitudini tipiche degli Yanomami sono state accantonate, come per esempio quella di colorarsi il corpo con l’urucum, che conferisce alla pelle il caratteristico colore rosso. Hanno disimparato a cacciare e a pescare, perdendo così autonomia e indipendenza. Per il gran rumore di aerei ed elicotteri, la selvaggina è fuggita; i pesci, e non solo quelli, muoiono a causa dell’alta concentrazione di mercurio presente nell’acqua, dato che il mercurio è indispensabile per l’estrazione empirica dell’oro. La colonizzazione forzata, a cui sono stati sottoposti, ha inciso pesantemente su moltissimi aspetti della loro esistenza.

Per tali ragioni nel 2011, gli Yanomami del Venezuela hanno costituito una propria organizzazione, per meglio difendere i propri diritti.

Una vicenda come tante questa degli Yanomami e probabilmente neanche l’ultima.

Amazzonia, mondo perduto, una volta si pensava fosse sede dell’Eden e verde forziere di quell’agognato e mai raggiunto Eldorado; eppure, questo enorme territorio, conosciuto da molti come il polmone del mondo, oggi non è altro che terra di conquista, l’ultima forse, aperta a tutti, dalle multinazionali della speculazione ai più disperati e disgraziati avventurieri del genere umano e sottoposta a una costante deforestazione, uno dei più terribili danni ambientali, che va a sommarsi a tutti quelli a cui si è condannato l’intero genere umano.

I temi affrontati ne La caduta del cielo sono sempre attuali e di grande interesse, ci sarebbe ancora molto da raccontare sui Yanomami e per questo rimando al libro, che permette di sondare un angolo di mondo, del nostro mondo, con occhi diversi, così come afferma il suo editore, Andrea Gessner:

Appena l’ho letto, questo libro mi ha colpito per la potenza che emana: un racconto insieme cosmologico, sacro, politico; una serie di piani che si intrecciano di continuo. Il flusso della lingua insinua nel lettore una macchina mitologica totalmente altra dalla nostra: vediamo il mondo con lenti diverse. È un libro scritto per noi occidentali: non per eternare una cultura in via di estinzione o per celebrare il mito del “buon selvaggio”, bensì per aprire uno spazio di confronto. Queste pagine infatti sono anche uno studio di antropologia comparata, che insegnano a vedersi da un altro punto di vista: quello di una cultura fiera e viva, capace di combattere per difendere il proprio mondo, includendo anche chi fa di tutto per distruggerlo. Un testo che ci riporta al fulcro dell’essere editore: farsi ponte tra culture.

QUARTA DI COPERTINA

La caduta del cielo è uno straordinario resoconto della vita e del pensiero cosmo-ecologico di Davi Kopenawa, sciamano e portavoce dell’Amazzonia brasiliana. Rappresentante di un popolo la cui esistenza è minacciata dall’estinzione, Kopenawa traccia un indimenticabile quadro della cultura yanomami nel cuore della foresta pluviale – un mondo in cui l’antica conoscenza indigena combatte con la geopolitica globale e i suoi interessi mercantili. Dalla sua iniziazione sciamanica all’incontro con i Bianchi, ai viaggi in tutto il mondo come ambasciatore del suo popolo, Kopenawa ripercorre un’intera storia di repressione culturale e devastazione ambientale e manifesta una critica risoluta alla società industriale occidentale e all’ipoteca che ha posto sul futuro del mondo umano e non umano. L’antropologo Bruce Albert ha raccolto e trascritto le parole di Kopenawa affinché trovino un cammino anche lontano dalla foresta.

Sono enormemente impressionato da quest’opera di potente interesse metodologico e prodigiosa ricchezza documentaria. Un’opera che, pur essendo complessa, cattura completamente il lettore, sollevando molte questioni”. Claude Lévi-Strauss, lettera a Bruce Albert, 10 luglio 2006.

Davi Kopenawa, il “Dalai Lama della foresta“, ha vinto il Right Livelihood Award 2019, un premio Nobel alternativo, che celebra l’impegno di tutti coloro i quali, con atti significativi, si prodigano per la salvaguardia del nostro pianeta.

 

Chi è BRUCE ALBERT

Bruce Albert, nato in Marocco nel 1952, è antropologo e lavora a contatto con gli Yanomami del Brasile dal 1975.

Chi è  DAVI KOPENAWA

Davi Kopenawa, nato nel Nord dell’Amazzonia brasiliana intorno al 1956, è sciamano e portavoce del popolo yanomami. È considerato uno dei grandi leader amerindi nella lotta per la protezione della foresta amazzonica.

 

DETTAGLI

Editore: Nottetempo

Autore: Bruce Albert e Davi Kopenawa

Collana: Figure

Genere: antropologia

Data pubblicazione: 3 maggio 2018

Pagine: 1069

Prezzo: € 35,00

EAN 9788874527045

 

LA MIA CASA DI MONTALBANO Costanza DiQuattro

Io e il nonno di fronte a questo mare in lunghissimi silenzi o in sincere confessioni intervallate da retate improvvise di parenti vari, ci siamo detti e raccontati più di quanto io stessa riesca a ricordare.

montalbanoUn pomeriggio d’estate del 2010, dato che alloggiavamo a Scicli, decisi di portare i miei figli, allora piccoli, a sicca, come viene chiamata dai locali Puntasecca, quel piccolo borgo marinaro siciliano, frazione di Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, divenuto famoso per quella che milioni di persone ormai conoscono come la casa di Montalbano.

Faceva caldo. Ad accoglierci un mare che gareggiava con il cielo, rubandogli tutte le possibili tonalità del blu. Ammirata, di fronte quella casa rimasi un intero pomeriggio, domandandomi a chi potesse appartenere, quale storia potesse custodire le sue mura, in una realtà oltre la finzione.

Qualche giorno fa, esattamente il 23 giugno, presso la Piazzetta della Torre antistante la casa di Montalbano, a Puntasecca, è stato presentato il libro di Costanza DiQuattro, La mia casa di Montalbano, edito da Baldini+Castoldi, collana Le Boe. Si tratta di una biografia, dal tono evocativo, attraverso la quale l’autrice ripercorre gli anni vissuti durante la villeggiatura a casa dei nonni, in quella stessa casa che funge da residenza privata del Commissario Salvo Montalbano che, nell’invenzione scenica del grande Andrea Camilleri, è diventata la casa di Vigata.

In un passato non tanto remoto, quella stessa casa era per Costanza DiQuattro il luogo felice dove trascorrere le vacanze dai nonni, con i genitori e la sorella Vicky, mentre la routine quotidiana veniva filtrata dalla piena felicità data da una vita semplice fatta di pesca dei ricci, i bagni, i tramonti arti dal sole, le visite che si susseguivano in una giostra alternata di parenti, amici e personaggi illustri, quali Gesualdo Bufalino ed Elvira Sellerio.

Come afferma il regista Alberto Sironi, che dalla fine degli anni novanta dirige le puntate della famosa fiction RAI Il commissario Montalbano, “questo libro parla di quanta gioia abbia portato questa casa nell’animo di Costanza”. Una gioia tuttavia difficile da spiegare, perché per essere pienamente compresa andrebbe vissuta, eppure il lettore più attento si sentirà partecipe di tutta quella felicità che Costanza DiQuattro riesce a rievocare, con parole che spesso risuonano forti e incise:

Per il resto la giornata, salvo imprevisti, andava avanti così, tra bagni, polpette, sonnellini imposti e tramonti africani. I giorni si accavallavano ai giorni in un susseguirsi, a volte confuso altre volte nitido, di pacifica routine. Gesti ripetuti, orari rispettati, perfino le risate risuonavano sempre sulle stesse battute, sugli stessi argomenti, sulle storie del passato raccontate con meticolosa puntualità.

Durante la narrazione, i ricordi si fanno a tratti dolorosi e infine mesti là dove impregnati di quella nostalgica malinconia che travolge tutte le vicende legate a un’infanzia intrisa di una festosa spensieratezza, ormai capace di tornare a rivive solo nei ricordi di bambina dell’autrice. Ma si fa ancora più doloroso quando entra in gioco la perdita dei luoghi, avvenuta nel momento in cui venne deciso prima dal padre e, attraverso una scelta difficile, dal nonno, di cedere la casa al set televisivo del commissario Montalbano.

Di fatto questo fantomatico Montalbano era venuto e mi aveva rubato la casa, che non è un involucro di muri sul mare ma uno scrigno di ricordi che non ho avuto il tempo d’impacchettare e portare via.

Nella descrizione della casa e delle varie vicende familiari, l’autrice trascina il lettore nell’anima pulsante di una Sicilia ritualizzata da tutti quegli elementi che solo un siciliano riconosce nel senso e nel suo valore più profondo, perché tramandati di famiglia in famiglia, da generazione in generazione, quindi il bisogno del mare, che in un siciliano diviene assoluta necessità, l’amore indiscusso per la famiglia, i tramonti arsi dal sole cocente di Sicilia, i riposini pomeridiani, obbligo durante le lunghe giornate estive, le visite dei parenti e amici con il tradizionale pezzo duro (detto anche scumuni) da servire durante l’occasione. Ecco, in parte tutto ciò è Sicilia.

Quindi quella di Costanza DiQuattro una biografia evocativa e coinvolgente dal retrogusto dolce-amaro, che restituisce vita a una casa che “prima era mia e poi di tutti”.

Fu un attimo.

La porta si chiuse alle spalle e io ebbi la sensazione che nessuno l’avrebbe aperta mai più.

Per molti anni il ricordo di quella casa rimase sopito e a tratti lacerante.

Oggi la casa di Puntasecca, oltre a essere il set televisivo del commissario Montalbano, è anche un B&B, ma se vi recherete a visitarla, così come fu per me, vi basterà un’occhiata per comprende quanta serenità si percepisce tra quelle mura, impregnate di tutta quella gioia che solo l’amore di chi ci ha abitato e  le risate spensierate di due bambine che scendono leste le scale per raggiungere il mare, sanno dare a un luogo che sarà per sempre una casa dove aleggia la presenza rumorosa del nonno e quella elegante e pacifica della nonna. Una casa che si affaccia sul mare con uno sguardo imperturbabile e sornione, sorridente ed eternamente malinconico.

QUARTA DI COPERTINA

Sicilia, primi anni Novanta, una casa sul mare. La terrazza brulica di avventori accaldati, brocche di caffè freddo e aranciata presidiano la tavola, e i bambini seminano la sabbia sul pavimento. Tra loro, anche l’autrice, Costanza, che a tinte lievi e imbevute d’infanzia ripercorre la vita dentro e fuori le stanze della casa di villeggiatura di famiglia, prima che quelle facessero spazio al set televisivo ispirato ai romanzi più amati di Andrea Camilleri. In un valzer di ricordi, tra ospiti illustri, le corse ai ricci di mare e il confine impaziente tra l’inverno e l’estate, “La mia casa di Montalbano” regala personaggi insieme unici e veri: a cominciare dal nonno, chino sul pianoforte o in un baciamano, e dalla nonna, con la sua grazia decisa e i prendisole fiorati. Eppure, tutto non può che cambiare quando Punta Secca rinasce nella fittizia Vigata, il vecchio soggiorno in una camera da letto, e l’uomo di casa in un commissario di polizia: Salvo Montalbano. Una biografia corale e agrodolce che restituisce rughe, vita e passato a una casa che «prima era mia e poi di tutti» e ormai entrata, per rimanervi, nell’immaginario collettivo nazionale.

 

Chi è COSTANZA DIQUATTRO

Costanza DiQuattro (Ragusa, 1986), laureata in Lettere Moderne all’Università di Catania, dal 2008 si occupa attivamente del Teatro Donnafugata, teatro di famiglia restituito alla fruizione del pubblico dopo sei anni di restauri, e nel 2010 ne assume la Direzione artistica con la sorella Vicky, dando inizio a importanti collaborazioni artistiche con prestigiosi teatri nazionali e compagnie teatrali di fama. Parallelamente alle stagioni di prosa, di musica classica e di teatro per bambini, coadiuvata da uno staff tutto al femminile, si apre alla organizzazione di festival e mostre.

Ha collaborato con <<Il Foglio>> e poi con alcune testate online siciliane. Il suo campo di scrittura spazia dalla critica sociale al costume, dal mondo della cultura a quello più strettamente legato al teatro.

 

DETTAGLI

Autore: Costanza DiQuattro

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Le Boe

Data uscita: 20 giugno 2019

Formato: Brossura, illustrat

EAN: 9788893881944

Listino: € 15,00

Pagine: 122