SULLA FIABA

Credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi. 

– Gianni Rodari –

Possiamo affermare, così come sosteneva Novalis, che “Tutto è fiaba”? Probabilmente no, ma possiamo sostenere l’assunto che fiaba è tutto o quasi: fiaba è estrapolazione fantastica in divenire, è creazione, è la perfetta rappresentazione dell’irrealtà nella finzione scenica del sogno. Ed è soprattutto la capacità di rendere vero ciò che non lo sarà mai.

Tuttavia una cosa è certa, di non-verità si tratta, anche se non possiamo parlare d’inganno, o bugia, poiché le fiabe non negano la verità, ma più semplicemente la trasmutano, la trasformano, quasi la trasfigurano, piegano la realtà al volere delle illusioni, facendone sogno, fascinazione e infine incanto.

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Scopo della fiabe, così come accade con il mito, è liberare l’uomo dalle paure primordiali, ponendo in essere la sua funzione apotropaica, attraverso la quale i pericoli vengono scongiurati, il male punito e la diversità, solitamente rappresentata come un limite apparente, valorizzata.

E ciò può avvenire solo in quell’ambito atemporale, dove il tempo è fuori dal tempo e all’interno del quale il mondo fanciullesco si trasforma in un’infanzia collettiva e contagiosa. Dove non solo ai bambini, ma anche agli adulti, è concesso di seppellire incubi, inquietudini e insicurezze, riuscendo a placare qualunque fobia.

Quindi, per quanto affermato finora, possiamo dire che ascoltare o leggere una fiaba permette di metabolizzare le angosce, rendendole pensabili e quindi superabili.

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Di contro, narrare fiabe significa abbandonarsi a un apparente nonsense, per concedere agli uomini di essere  re, orchi, nani e negando qualunque logica si imponga nella razionale esistenza.

Solo così all’io fanciullesco è concesso tutto e al contempo di essere tutto.

Come ha mostrato Italo Calvino, con la sua raccolta Fiabe Italiane (Oscar Mondadori), i costrutti fiabeschi per lo più si sviluppano in ambito regionale, o addirittura provinciale. Essi sono la memoria popolare, la Storia che si lascia narrare, talvolta rivisitata e all’occorrenza studiata.

Le fiabe sono quella strada che conduce alle origini della memoria psichica umana.

Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna.

– Dall’introduzione di Italo Calvino a Fiabe Italiane, edite da Einaudi nel novembre del 1956 –

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