IL CIELO NON Ѐ PER TUTTI Barbara Garlaschelli

Quanto dolore si può sopportare? Quanto? Non c’è un metro, non c’è una misura standard, ma Alida sa che più di così è impossibile.

cieloQuesta è una storia di adulti e giovani ragazzi, è anche un racconto che sa spiegare il dolore, quello prodotto dalla violenza, fisica e psichica, che reclama a gran voce un riscatto che solo l’amicizia, i sogni e l’amore permettono di ottenere. Ma principalmente è la storia di una fuga, quella di due tredicenni stanchi di subire il passato spaventoso e destabilizzante degli adulti che li circondano, fatto di traumi, incomprensioni e abissi interiori e desiderosi solo di vivere la propria infanzia, senza essere caricati da tutte quelle responsabilità che spettano agli adulti, non ai bambini.

Il cielo non è per tutti di Barbara Garlaschelli, edito da Frassinelli, si apre con la morte del nonno del tredicenne Giacomo, che diventa motivo di profondo malessere, poiché essendo un uomo rigido, burbero e brutale con tutti, il solo desiderio di averlo voluto più volte morto, apre la strada ad angosce profonde. La fuga per Giacomo rappresenta l’unica possibilità per scappare dalle sue paure, dal funerale del nonno e dall’improvvisa indifferenza a cui il fratello maggiore, Samuele, sembra averlo condannato.

Ѐ così affranto dalla distanza che si è creata tra loro che gli viene da piangere.

Alida, coetanea di Giacomo, non ha mai avuto una vita facile, con una madre apprensiva, tormentata da un passato fatto di dolore, abusi e violenza, che l’ha portata a coltivare dentro di sé una rabbia riversata su Alida ogni qualvolta la bambina compie un passo falso, nella direzione opposta a quella detta dalla madre. Infatti Regina, madre di Alida, è una donna albanese trasferitasi in Italia nel momento in cui ha sposato il ricco padre di Alida, nel quale vedeva una possibilità di fuga da una vita fatta di poco, ma resa tollerabile dall’amore familiare.  Eppure, lui si trasforma in un essere brutale, in un padre sempre ubriaco e violento, che Alida può incontrare solo in presenza di Delia, un’assistente sociale che ha saputo cogliere tutta la disperazione di Regina e quindi della figlia.

Per Alida sua madre è paragonabile a un vulcano, pronto a esplodere da un momento all’altro, poiché

era lì, in quella parte nascosta, che si preparavano le eruzioni e quando il vulcano esplode la cenere e i lapilli venivano proiettati a decine di chilometri al di sopra del cratere, proprio come accadeva alla mamma quando la sua furia bruciava tutto quello che aveva attorno, distruggendolo.

Ed è così che Alida, sentendosi responsabile dell’infelicità materna, trova in Giacomo il perfetto compagno per una fuga verso l’unico spiraglio di speranza: raggiungere lo zio Christian, il fratello di Regina, il solo capace di dare tranquillità alla bambina.

Anna, Regina, Alida, Giacomo, Samuele, Elia, nonno Simone, Riccardo ognuno è il custode di un segreto, sui cui viene strutturato il tessuto psicologico individuale.

La ricerca degli scomparsi dà spazio alla metafora narrativa e diviene deus ex machina nel momento cui gli adulti, riconoscendo errori e colpe, faranno i conti con i fantasmi interiori del proprio passato.

Il concetto di diversità è l’elemento fondamentale attraverso cui Barbara Garlaschelli costruisce l’azione, che accompagna tutta la narrazione: diverso è il rapporto che Riccardo ha con il padre, un uomo capace solo di denigrarlo e chiuso in un mondo che Giacomo immagina violento e zeppo di schegge di vetro; diverso è il legame che Anna costruisce con Giacomo, rispetto al figlio maggiore Samuele: Giacomo era la sua isola di felicità, l’ancora di salvezza; diverso è il rapporto di amicizia che lega Samuele a Elia, poiché davanti allo sguardo di Elia, quella resistenza era caduta in ginocchio, felice di essere stata abbattuta. Samuele, per la prima volta nella vita, si era sentito accolto, nel volgersi di un solo istante;  e diverso è anche il legame che unisce Alida e Regina: doveva difenderla, sua madre, a costo della vita, difenderla anche dalle proprie parole, perché come diceva Dolores, sua madre era una donna sola che cresceva al meglio delle sue possibilità una bambina di tredici anni, e viceversa perché Regina sa che nessuno potrà mai capirla, nessuno potrà mai comprendere il suo terrore. Nessuno può immaginare cosa provi ogni volta che pensa a quali pericoli vada incontro Alida, ogni giorno. Là fuori è un mondo di lupi pronti a sbranarla, ma pare non voler rendersene conto.

Lo stile di Barbara Garlaschelli è semplice, la narrazione scorre dentro, scivola piano e raggiunge il cuore, rendendo molto piacevole il ritmo del periodo. Le relazioni tra i vari personaggi danno il titolo ai capitoli, aiutando ad avere una visione completa dello svolgimento della vicenda, portata a coinvolgere più personaggi al contempo.

All’autrice la capacità di avere trascinato il lettore in una tempesta emotiva, che purtroppo ha più di un riscontro nella quotidianità di molti bambini, ai quali viene negata sempre più spesso la possibilità di vivere la propria infanzia, quel breve passaggio che ha il compito di strutturare l’adulto di domani e che in quanto tale non tornerà mai più.

La copertina, di Carlo Mascheroni, è molto accattivante, dai colori accesi, in un abbinamento di nero e fucsia, riproduce in ripetizione una gazza, che spesso palesa la propria presenza nel corso della narrazione, attirando l’attenzione di Alida, durante i pomeriggi fatti di studio e solitudine.

Il tempo è capace di azioni crudeli, come cancellare le forme e la sostanza di due persone che si amavano. O forse sono le persone incapaci di mantenere brillanti e nitide persino le loro ombre.

 

QUARTA DI COPERTINA

Le città della pianura padana, in estate, quando l’afa invade le strade deserte, hanno qualcosa di allucinato, immobili come sono sotto il loro cielo ingannevole. Silenziose, con quell’eco lontana di campagna che nessuno più riconosce. Desolate e vuote, salvo i pochi abitanti rimasti per forza: chi non è potuto partire, qualche anziano, le donne straniere che se ne prendono cura e certi ragazzini sperduti nella loro solitudine infantile. Come Giacomo, arrivato ai giardini a bordo della sua inseparabile bicicletta rossa. E come Alida, in compagnia dell’immancabile cellulare. Lui scappa da un funerale, quello del nonno terribile che nessuno amava e che ora tutti compiangono. Lei fugge dalle ossessioni di una madre che vorrebbe controllarle anche il respiro perché non subisca le sue stesse ferite del corpo e dell’anima. Lui è convinto di essere un assassino. Lei di essere la responsabile dell’infelicità materna. E con quella sintonia istintiva e naturale, che solo i bambini sono capaci di provare, decidono di andarsene insieme. La loro scomparsa, e la disperata ricerca che subito inizia, costringerà la famiglia di Giacomo e la madre di Alida a fare i conti con i fantasmi del loro passato, con le loro colpe e i loro errori. Li costringerà a essere adulti.

 

Chi è Barbara Garlaschelli

Barbara Garlaschelli (Milano, 1965) vive e lavora a Piacenza. Con Frassinelli ha pubblicato Nemiche (1998), Alice nell’ombra (2002), Sorelle (2004, Premio Scerbanenco) e Non ti voglio vicino (2010), finalista al premio Strega e vincitore dei premi Libero Bigiaretti (2010), Università di Camerino (2010), Alessandro Tassoni (2011) e Chianti (2012). Tra i numerosi libri che ha scritto, l’autobiografico Sirena. Mezzo pesante in movimento.

L’autrice è tradotta in Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Serbia, Messico.

 

DETTAGLI

Autore: Barbara Garlaschelli

Editore: Frassinelli

Data uscita: 26 febbraio 2019

Formato: Brossura

EAN: 9788893420501

Prezzo: 17,90

Pagine: 260

 

 

 

GINO BARTALI. UNA BICI CONTRO IL FASCISMO Alberto Toscano

Gli ebrei nel Manifesto di Verona erano definiti <<nemici dello Stato>>. Ad aiutarli si rischiava la galera, la deportazione, anche la pelle. Per 800 almeno di loro e altri antifascisti Bartali fu postino e salvatore.

Coloro che dimenticano il passato sono condannati a ripeterlo, sosteneva il filosofogino George Santayana e proprio per non dimenticare questo passato 26.973 persone vengono ricordate nel Giardino dei Giusti, al Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme, dove troviamo anche il nome di una leggendaria figura del ciclismo italiano, Gino Bartali, citato tra gli altri 500 italiani che rischiarono la vita per aiutare i perseguitati durante la Shoah.

Lui che metteva in pratica i comandamenti e amava il prossimo suo, ha fatto quello che riteneva giusto e da questa primavera un albero lo ricorda nel Giardino dei Giusti, con la g maiuscola.

E infatti, nel 2013, i responsabili di Yad Vashem gli riconobbero l’impegno speso in favore degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, nominandolo ufficialmente Giusto tra le Nazioni.

Alberto Toscano, autore del libro Gino Bartali. Una bici contro il fascismo, edito da Baldini+Castoldi, ricorda lo sportivo, vincitore di tre Giri d’Italia e di due Tour de France e l’uomo che, con la sua forte personalità, sostenuta da una fede incrollabile, ha ricoperto una parte fondamentale nel contrastare la dittatura fascista, mostrando apertamente il proprio dissenso.

Il libro, nella sua ricostruzione storica, si snoda esattamente come un romanzo: partendo dalla prefazione di Gianni Mura, prosegue nel ricordo di Gino il Pio, Gino il Giusto e Gino il Vecchio, ponendo una rilettura dell’Italia contadina, che vedeva nella bicicletta un simbolo di libertà, trasformandola in quell’unica possibilità di riscatto sociale, che permetteva di costruire qualcosa di concreto. E Bartali ha saputo riporre nella bicicletta non solo le proprie speranze, ma anche quelle di tutti gli ebrei perseguitati tra la Toscana e l’Umbria.

Infatti Ginettaccio, macinando chilometri, attraversava la Toscana e l’Umbria in sella alla bici, nella quale trasportava nascosti i documenti falsi, che gli permisero di mettere in salvo moltissimi ebrei rifugiati nei conventi o presso famiglie disposte a dar asilo. E nel periodo che va dal 1943 al 1944, Bartali tenne nascosta in casa la famiglia di Giorgio Goldenberg, una famiglia ebrea.

Non abbiamo prove che il capo della Wehrmacht ad Assisi abbia direttamente salvato degli ebrei, ma abbiamo tanta voglia di crederlo. Ѐ bello credere al bene.

Eppure, Gino Bartali non considerava questo suo impegno un gesto fuori dal comune, da fervido credente sapeva che la sua era la semplice reazione che ogni persona dovrebbe avere nei confronti degli altri in un momento di pericolo. Nel corso degli anni, anche dopo la guerra, Bartali non raccontò mai nulla di ciò che fece per tanti ebrei in fuga, ma grazie alle testimonianze di coloro che ebbero rapporti diretti, venne messo in luce il suo impegno verso i perseguitati dal regime nazista e fascista.

Un campione Bartali che in tutti i modi cercò di contrastare la dittatura di Mussolini, anche rifiutandosi di compiere il saluto romano a conclusione di ogni gara, mettendo così in luce la sua totale estraneità al potere nazifascista.

Da uomo onesto, Gino non sopportava i prepotenti, quindi era umanamente incompatibile col fascismo.

Il tutto sostenuto da una grande fede, principale punto di forza nella sua avversione verso le discriminazioni alimentate dalle leggi razziali, introdotte in Italia da Mussolini nel 1938.

Io voglio essere ricordato per le mie imprese sportive e non come un eroe di guerra. Gli eroi sono altri. Quelli che hanno patito nelle membra, nelle menti, negli affetti. Io mi sono limitato a fare ciò che sapevo meglio fare. Andare in bicicletta. Il bene va fatto, ma non bisogna dirlo. Se viene detto non ha più valore perché è segno che uno vuol trarre della pubblicità dalle sofferenze altrui. Queste sono medaglie che si appuntano sull’anima e varranno nel Regno dei Cieli, non su questa terra.

Un grande uomo, un esempio, bisognoso di fare del bene perché dotato di quel senso dell’umano che spinge ad amare il prossimo al di là di qualunque pregiudizio. Un’umanità che oggi sembra quasi del tutto svanita e che non trova spazio in un mondo dove prevaricazioni, odio e diseguaglianze sociali, spingono a dar vigore a quelle ombre del passato che, facendo leva e strisciando tra le crepe dell’insoddisfazione, hanno rappresentato una pagina vergognosa della storia, non solo italiana, ma anche europea.

Il romanzo è il risultato delle ricerche condotte da Alberto Toscano, giornalista italiano, che vive e lavora a Parigi da 33 anni, raccolte in una precedente edizione del libro scritto in francese e pubblicato dall’editore Armand Colin, con il titolo Un vélo contre la barbarie nazie, uscito nell’aprile del 2018 a Parigi.

L’ultima parte del testo è dedicata al secondo dopoguerra e al rapporto che Gino Bartali istaurò con il nemico-amico di sempre Fausto Coppi, in compagnia del quale intrattenne e divertì gli italiani, nel momento in cui si accesero le telecamere sul programma serale Il Musichiere, in un periodo dove era “tutto sbagliato, tutto da rifare!” e in un’Italia che cercava di riprendersi dai disastri della guerra.

A concludere Gino Bartali. Una bici contro il fascismo la postfazione di Marek Halter.

Da bravo giornalista, Alberto Toscano ha seguito passo dopo passo le tracce del suo eroe. In questo libro racconta come la bicicletta, per decenni oggetto del desiderio di milioni di adolescenti italiani, abbia potuto diventare per un grande atleta, ammirato da un’intera nazione, il mezzo per compiere gesta umanamente straordinarie.

 

QUARTA DI COPERTINA

Alberto Toscano analizza la figura del leggendario ciclista Gino Bartali, vincitore di tre Giri d’Italia e due Tour de France, a partire da tutti gli aspetti del suo essere: l’uomo, lo sportivo, il credente, il marito fedele «di due mogli» (la sua bicicletta da corsa e quella in carne e ossa, Adriana), l’antifascista, l’anima controversa e schiva lacerata dalla morte prematura del fratello Giulio. Un uomo giusto, che preferiva inimicarsi il potere piuttosto che concludere una gara col saluto romano. La sua religiosità ha giocato un ruolo importante nell’avversione verso le leggi razziali, nel rifiuto dei simboli della dittatura, oltre che nello straordinario dinamismo della rete clandestina nata nel 1943 per nascondere e salvare moltissimi ebrei. Per questo motivo oggi leggiamo il suo nome sul Muro dei Giusti al Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme. «Ginettaccio» non amava parlare dei suoi meriti extra sportivi e tantomeno dei suoi «chilometri per la vita», percorsi fra la Toscana e l’Umbria per salvare gli ebrei perseguitati, procurando loro i documenti falsi, che nascondeva nell’intelaiatura metallica e nella sella della sua bicicletta. Non lo considerava un gesto fuori dal comune, ma la reazione che ogni persona dovrebbe avere di fronte alla vita minacciata degli altri. Un esempio di umanità per ricordarci la nostra. Un esempio importante soprattutto nei momenti difficili della nostra storia passata, presente e futura. Prefazione di Gianni Mura. Postfazione di Marek Halter.

 

Chi è Alberto Toscano?

Alberto Toscano (Novara, 1948) è giornalista, saggista e politologo. È stato ricercatore dell’ISPI di Milano e redattore del settimanale «Relazioni Internazionali». A Parigi, dove vive dal 1986 e collabora con i principali gruppi radiotelevisivi, i media lo hanno definito «il più francese dei giornalisti italiani». Ex presidente dell’Associazione stampa estera in Francia e attuale presidente del Club de la presse européenne di Parigi, è membro dell’Unità di formazione e ricerca di italiano della Sorbona. È cavaliere dell’Ordine del merito sia della Repubblica francese sia della Repubblica italiana.

 

DETTAGLI

Autore: Alberto Toscano

Titolo: Gino Bartali. Una bici contro il fascismo

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Le Boe

Formato: Brossura

Pagine: 198

Prezzo: € 17,00

EAN: 9788893881654

Data di uscita: 24/01/2019