OMBRE GIAPPONESI Lafcadio Hearn

Incuriosita dal titolo, ricevuto successivamente in regalo, suggerito su Into The Read e completata la lettura diluendola nel tempo, Ombre giapponesi è un volume molto interessante, per struttura e contenuto; il suo autore, Lafcadio Hearn, ha il merito di aver saputo cogliere l’anima fantastica e misteriosa del Sol Levante, durante i suoi 14 anni di permanenza in terra nipponica.

giapPatrick Lafcadio Hearn giunse in Giappone a conclusione del lungo periodo di isolamento a cui il Paese era stato condannato dalla dinastia Edo (1603–1868), riuscendo a raccontare il Giappone del periodo Meiji, nel momento di apertura verso l’Occidente; il risultato è Ombre giapponesi, edito da Adelphi, nella collana Piccola Biblioteca Adelphi e pubblicato in un volume, curato da Ottavio Fatica (sua la postfazione), con un saggio del drammaturgo Hugo von Hofmannsthal. Il volume, articolato in 304 pagine, può essere considerato una nuova mitologia del fantastico, ispirata a racconti della tradizione giapponese, legata a leggende e storie di fantasmi, là dove affondano le radici dell’horror nipponico.

Il forestiero, l’immigrato che tanto amava il Giappone. Forse l’unico europeo che abbia veramente conosciuto e amato quella terra. Non con l’amore dell’esteta o la passione dello studioso, ma con un sentimento più intenso, più raro e completo: con l’amore di chi prende parte alla vita interiore del paese. [Lafcadio Hearn ha raccontato] l’antico Giappone che continua a vivere nei giardini segreti, nelle impenetrabili dimore dei gran signori e nei più remoti villaggi con i loro piccoli templi; e il nuovo Giappone, percorso dalla ferrovia e pervaso dalle febbri d’Europa… (Hugo von Hofmannsthal)

Tuttavia il lettore non si troverà in presenza di una semplice catalogazione di creature fantastiche, Hearn ha operato un lavoro di riscrittura, filtrato attraverso il suo personalissimo gusto. Infatti, era la moglie Koizumi Setsu a narrare le storie della tradizione all’autore, il quale le riscriveva, aggiungendo il proprio tocco personale ed è proprio per questo motivo che i commenti di Hearn sui fatti narrati, non fanno altro che mettere in evidenza le differenti mentalità tra occidente e oriente.

“Per la mentalità occidentale” risposi “Shinzaburō è un essere spregevole. Tra me e me l’ho paragonato ai veri innamorati della nostra antica letteratura popolare. Costoro erano fin troppo felici di seguire l’amata morta nella tomba; e sì che, essendo cristiani, credevano di avere una sola vita da godere a questo mondo.”

Divinità maligne, spiriti, folletti, animali umanizzati e fantasmi incontrano donne intrepide, preti, nobili fanciulle, taglialegna permettendo alla magia di attraversare tutta la raccolta, dove teste mozzate, fiumi di sangue, cervelli polverizzato si combinano, dando vita a novelle bellissime, descritte con garbo e delicatezza, anche là dove il racconto si fa cupo e a tratti mostruoso.

“Ah! Avrei dovuto sospettare una cosa del genere!” Esclamò il dottore. “Nulla al mondo avrebbe potuto salvarlo. Non è il primo che quella ha distrutto”.

“Chi – o che cosa – è quella?” domandò l’ashigaru “una Donna-Volpe?”

“No; è dai tempi antichi che infesta questo fiume. Le piace il sangue dei giovani.”

Lafcadio Hearn ebbe una vita molto avventurosa: visse in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, ma nacque in Grecia nel 1850, nell’isola di Leucade, da padre irlandese, un medico e madre greca; affidato a una zia, studiò a Londra ma venne mandato a Cincinnati, in Ohio, con un biglietto di sola andata per essere buttato fuori di casa dai parenti americani. Divenne tipografo, correttore di bozze, un eccellente traduttore e un brillante cronista, occupandosi un po’ di tutto: cronaca nera, recensioni e persino di vignette.

Ammiratore di Edgard Allan Poe, il suo stile affascinava il lettore per via della sua propensione al fantastico.

Si finanziò il viaggio in Giappone, luogo perfetto per la sua anima inquieta, scrivendo reportage, libri, articoli e facendo traduzioni, dopo essersi trasferito a Philadelphia. Sbarcato a Yokohama, nell’aprile 1890, fu stregato dalla natura dell’arcipelago, si spinse fino la feudale Matsue e in altre località sperdute e fu il primo occidentale a entrare nel più antico santuario shintoista.

Sposò la figlia di un ex samurai giapponese, ne prese il cognome, Koizumi, a cui aggiunse Yakumo. In quattordici anni, scrisse dodici libri dedicati al folklore nipponico, alle sue credenze e leggende. Da qui la silloge, 39 racconti, di Ombre giapponesi che esplora l’ignoto, l’amore predestinato, la superstizione popolare, la conoscenza e la non conoscenza, la fede nel divino, il virtuosismo esistenziale. Tutti racconti particolari nel  loro genere e vivaci nell’alternare il macabro allo struggente, il malinconico al divertente.

Spettri, spiritelli, preti, pescatori, gatti che prendono vita da un foglio di carta, samurai e daymyō, apparizioni, tradimenti e metamorfosi, come nel racconto L’anima di una Peonia, il cui amore di una nobile signora per le peonie fa sì che l’anima di uno di questi fiori diventi una bellissima ragazza; e ancora fantasmi che si aggirano per i villaggi, per dimore principesche e umili case, sono messi in scena da Hearn per scatenare visioni e invadere i sogni, delineando paure ancestrali e rivelando desideri eterni. Ed è così che l’autore entra nel Kokoro, il cuore della gente, “pensa con i loro pensieri”, cogliendo a pieno tutta la bellezza del Giappone, più degli stessi giapponesi.

Hearn ha uno stile aggraziato, delicato, semplice, la sua scrittura si fa lieve, quasi a delineare un dipinto; Tiziano Terzani lo definì l’uomo che inventò il Giappone, quel mondo impenetrabile e misterioso di cui, con la scrittura, ne raccontò delle sue ombre a tutto l’Occidente.

Hagiwara Sama subiva le conseguenze di un karma sventurato; e il suo servitore era un uomo malvagio. Quanto è capitato a Hagiwara Sama era inevitabile – il suo destino era stato stabilito molto tempo prima della sua ultima nascita. Sarà meglio per voi non lasciarvi turbare l’animo dall’accaduto.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

«Darei non so che cosa per essere un Colombo letterario, per scoprire un’America Romantica in qualche regione delle Indie Occidentali, del Nordafrica o dell’Oriente dove i comuni cristiani non amano andare!» scriveva Lafcadio Hearn. Sin dall’inizio, del resto, la vita lo aveva passo dopo passo indirizzato a questo scopo. Alla fine dell’Ottocento il Giappone, pur aperto ai commerci con l’Occidente da mezzo secolo, rimaneva un mistero, e Lafcadio Hearn, «nomade civilizzato», si imbarca per scrivere un libro-reportage sul paese. Nato in Grecia, cresciuto in Irlanda, Francia e Inghilterra, vissuto in America un ventennio, celebre per i pezzi di cronaca nera e di squisita, insolita erudizione, è la persona più adatta. Ha sapienza proteiforme e «partecipazione animica», il segreto del grande interprete. Ed è il primo a cogliere il volatile incanto del Paese degli Dei, dove resterà sino alla morte. Naturalizzato giapponese, sposa la figlia di un samurai e prende il nome di Koizumi Yakumo. Fa di più: «pensa con i loro pensieri» e accede al kokoro, al cuore della gente. Miracolo d’innesto, assolve il delicato compito di catturare la bellezza dell’antico Nippon nel momento cruciale che precede la sua sparizione. Riporta alla luce antichi racconti orali e testi classici, facendo riscoprire anche ai nativi capolavori tuttora letti e amati. Come Andersen e i fratelli Grimm, Lafcadio Hearn è più una letteratura che un autore. Sono qui raccolti i testi narrativi sparsi nei suoi volumetti miscellanei: racconti per lo più a sfondo fantastico, pieni di atroci vendette di fantasmi – che si manifestano come insetti, ragni, rane, salici, peonie –, di mogli abbandonate, ma anche di pietose riconciliazioni fra due mondi separati dalla sottile membrana di un fusuma.

 

DETTAGLI

Autore: Lafcadio Hearn

Titolo:Ombre giapponesi

Editore: Adelphi

Collana: Piccola Biblioteca Adelphi

Data uscita: 15 maggio 2018

Formato: Brossura

Pagine: 302

Prezzo: € 15,00

ISBN: 9788845932694

 

BOZZE Antonio Dikele Distefano

Buon pomeriggio lettori,

eccomi con una nuova thumbnail review, un’altra piccola recensione, questa volta dedicata a BOZZE di Antonio Dikele Distefano, scrittore cult italiano, tra i più amati dalle nuove generazioni. Edito da Mondadori, Bozze è un libro che incanta, affascina, stupisce.

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Vorrei due cuori, ma non si può, e quindi provo ad avere due cervelli, ma va ancora peggio.

Dal viaggio interiore del suo autore prende corpo Bozze, dove sentimenti e stati d’animo universali vengono raccontati con una scrittura vera, sincera.

Il libro si legge velocemente, dando così giustificazione al titolo, attraverso frasi brevi e immediate, che spingono il lettore a credere di scorrere dei semplici appunti… quindi delle bozze.

Vorrei un amore di cui non devo preoccuparmi.

Prima di cominciare la lettura, però, spegnete il cervello e attivate il cuore: solo così potrete cogliere tutte quelle ragioni che la mente dell’autore crea, anche attraverso percorsi poetici, per non offendere le ragioni del cuore.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Non ho scritto un romanzo. Ho scritto una cosa che vorrei che leggessi. Ho scritto che mi sento piccolo rispetto al mondo quando provo a capire come mi sento. Ho scritto che vorrei un amore di cui non devo preoccuparmi. Ho scritto che sono stanco. Se le mie parole ti piaceranno e sentirai che condividendole con altri possano essere d’aiuto fallo. Condividi quello che ho scritto con più persone possibili. Io ho iniziato a scrivere per questo. Perché volevo che le persone capissero quello che non riuscivo a descrivere a parole. Io che non ho mai saputo raccontare un’emozione mentre la sentivo. Quindi è tutto nelle tue mani.

 

Chi è ANTONIO DIKELE DISTEFANO

Antonio Dikele Distefano ha ventisei anni e ha origini angolane. Ha pubblicato con Mondadori i romanzi bestseller Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti? (2015), Prima o poi ci abbracceremo (2016), Chi sta male non lo dice (2017) e Non ho mai avuto la mia età (2018).

 

DETTAGLI

Autore: Antonio Dikele Distefano

Editore: Mondadori

Collana: Novel

Pagine: 216

Data uscita: 6 Novembre 2018

Prezzo: 14,00

Formato: rilegato

EAN: 9788804708810

 

 

CHIEDI ALLA NOTTE Antonella Boralevi

Guardava e riguardava il ritratto, lo ingrandiva, cercava di penetrare il blu delicato degli occhi, la pelle del colore delle rose e si ritrovò a stringere il cellulare come se cercasse di toccare quella creatura irraggiungibile.

Lo splendore che emanava proveniva da dentro, non solo dalla vita sana.

chiediDopo aver completato la lettura dell’ultimo libro di Antonella Boralevi, Chiedi alla notte, non posso fare a meno di sorridere mentre mi torna in mente una puntata speciale di Che tempo che fa, dedicata ad Andrea Camilleri, dell’aprile 2011, in cui lo scrittore affermava:

Non sopporto le scrittrici di romanzi gialli di sesso femminile. Le donne sanno commettere i delitti ma non li sanno raccontare. Sono di una noia mortale.

Il patrimonio letterario inerente i gialli firmati da grandi autrici è vasto, anche se spesso giallo e thriller tendono a confondersi, in una chiave di lettura assolutamente moderna, si pensi alle americane Patricia Cornwell, Mary Higgins Clarkecco e Paula Hawkins autrice de La ragazza del treno, in Francia Fred Vargas (pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau), alla scandinava Camilla Läckberg, in Italia Eleonora Carta, Rosa Mogliasso e Barbara Baraldi, che con il suo Aurora nel buio è considerata una delle voci del thriller italiano più interessanti e incisive. E sono solo alcune, quelle che ho voluto ricordare, che preferisco. Ma basterebbe solamente Chiedi alla notte di Antonella Boralevi per smontare completamente l’affermazione di Andrea Camilleri, scrittore e uomo di profonda cultura, che apprezzo senza riserva alcuna.

A distanza di un anno, il 19 aprile, Antonella Boralevi è tornata in libreria con l’attesissimo sequel de La bambina nel buio, intitolato Chiedi alla notte e ancora una volta edito da Baldini+Castoldi. Un lieve filo conduttore unisce questa storia alla precedente, permettendo anche a chi non ha letto La bambina nel buio di potersi riallacciare, orientandosi facilmente all’interno del racconto.

Chiedi alla notte è un romanzo a metà strada tra thriller al femminile e giallo, una storia di sentimenti e di misteri, ambientato ancora una volta a Venezia che, così come è avvenuto con il libro precedente, offre una cornice perfetta per una storia che sembra un film, più che un libro.

Antonella Boralevi racconta di una Serenissima che risplende sotto i riflettori accesi sull’evento più mondano dell’anno, la 75° Mostra del Cinema, evento impreziosito dalla presenza della giovane attrice Vivi Wilson, protagonista del film di apertura, A glorious day.

Era una Titania appena uscita dal Bosco delle fate. Persino gli omaccioni che la circondavano per proteggerla parevano istupiditi dalla sua grazia.

Non sorrideva.

Esisteva.

Eppure, il giorno dopo Vivi Wilson, da attrice amata e ammirata, si trasforma in vittima, poiché il suo cadavere viene rinvenuto sulla spiaggia degli Alberoni, aprendo così la strada alle indagini del bel commissario siciliano Alfio Mancuso, aiutato dall’avvocato di Netflix, Emma Thorpe, che i lettori ricorderanno essere i protagonisti del precedente romanzo La bambina nel buio. Infatti, tra Emma e Alfio rimane in sospeso una situazione sentimentale interrotta bruscamente, un legame spezzato, che ha ferito entrambi.

Nel momento in cui Emma deve rientrare a Londra, è invitata dalla Contessa Maria Morosini, proprietaria della Villa “La Furibonda”, a trattenersi ancora per qualche giorno come sua ospite, coinvolgendola nella loro vita mondana fatta di feste e pranzi e gite, in compagnia di altri personaggi del jet set: attori, registi famosi, giornalisti di gossip.

Accettato l’invito, Emma intuisce che tanto “La Furibonda”, quanto i personaggi che la popolano custodiscono segreti inquietanti, che porranno in essere una serie di elementi a sostegno di un thriller trascinante, coinvolgente, dove mistero e sentimenti si alternano, immergendo il lettore in un’atmosfera sfarzosa, ma al contempo carica di intrighi irrisolti.

Il tuo corpo esile vola sott’acqua come un aquilone dentro il cielo sbagliato.

La luna volta gli occhi.

E sparisce.

Come sempre accade, l’amore rappresenterà l’elemento salvifico, per liberarsi da tutte quelle ombre che gravano non solo su “La Furibonda”, ma nell’anima di coloro che tramano e ordiscono.

Infatti Antonella Boralevi, ancora una volta, sonda l’animo umano, mettendo a nudo quel buio interiore, quel nero abisso, dove abitano certe esistenze che la vita si diverte a trasformare in altro.

Lo stile dell’autrice incanta, rapisce, trascina con le sue descrizioni minuziose, arricchite da un tono aulico, ispirato dalla bellezza di Venezia, che rivela tutto il suo fascino attraverso i riflessi di luce sull’acqua, le calli, il respiro del suo antico tempo; così, durante la lettura, si ha sempre l’impressione di seguire un film, più che di leggere un libro. I periodi spesso sono brevi, trasmettendo al lettore una certa urgenza, che spinge a divorare il romanzo, passando velocemente da un capitolo all’altro.

Ed è dove la luce si fa ombra che le apparenze, in un crescendo, divengono l’elemento centrale, il cardine, intorno a cui ruota tutto il thriller, poiché come confida Jack Oliver a Emma:

Non so se ti può servire, ma nel mondo dove sei capitata nessuno dice la verità, capisci? E nulla è come sembra. Farai bene a ricordartelo.

Quindi aspettatevi un finale mozzafiato, neanche il più attento dei lettori potrà dare per scontata la sua conclusione.

Ci baceremo.

Poi faremo l’amore.

Come si fa l’amore, dopo i funerali, per sentirsi vivi.

Non so cosa sarà di noi.

Ma ora siamo qui, abbracciati nell’oro della sera.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Ciascuno di noi può diventare un altro.

Un altro che fa paura.

29 agosto 2018.

Venezia splende. È la Serata di Gala della Mostra del Cinema.

Red Carpet, Star, limousine, champagne, fotografi. E Vivi Wilson. La protagonista incantevole del Film di Apertura.

Ma nell’aria vibra una nota di inquietudine. Un’ansia che cresce a ogni pagina.

Verità inaccessibili aspettano nell’ombra.

Vivi brilla per una sera soltanto. Il giorno dopo è un mucchietto di stracci, sulla spiaggia elegante del Lido.

La sua morte è un mistero.

Alfio, il bel commissario siciliano sciupafemmine, viene chiamato a indagare. E il suo cuore perde un colpo. Emma è tornata. L’inglesina che gli è entrata, suo malgrado, dentro la pelle, è l’avvocato di Netflix, che coproduce il film. È ospite di una Contessa affascinante e misteriosa, in una magnifica Villa.

Emma e Alfio sono due anime che si cercano. Due vite sospese.

Il Destino gioca con loro e con la sporcizia nascosta nelle vite dei ricchi.

Insieme, entrano nel buio.

Tre indiziati, tre confessioni da spavento.

Ma alla verità manca una riga.

Quella sepolta dentro un Passato che urla.

Antonella Boralevi «conosce le anime per averle frequentate e gli abissi neri che possono conservare al loro interno», ha scritto Maurizio de Giovanni.

Chiedi alla notte lo conferma.

Un romanzo che parla all’anima, la fruga e la consola. Una grande storia di sentimenti e di misteri. Una bomba a orologeria.

«Boralevi è molto brava a addentrarsi in un tessuto sociale cupissimo nella sua allegria mondana.» Corriere della Sera

«Un thriller vasto e conturbante.» Il Messaggero

«600 pagine che tengono incollati fino alla fine.» Il Giornale

«Ora vado a cercare gli altri titoli di questa autrice, perché ho decisamente intenzione di leggere altro di suo.» Due lettrici quasi perfette

«Antonella Boralevi ha trovato, in questa sua anima nera, un nuovo filone narrativo da cui attingere a piene mani.» La lettrice geniale

«Alla fine, Antonella Boralevi suggerisce anche una colonna sonora che accompagni la lettura, ma potrebbero bastare anche sospiri, fiato sospeso e attacchi di tachicardia.»

Mangialibri

«Una lettura corposa e vorace che non lascia scampo a pause o interruzioni.»

Leggereinsilenzio

«Ti tiene incollata alle pagine e porta sulla carta le nostre paure e i vizi di una classe sociale.» La Biblioteca di Eliza

«È letteralmente impossibile metterlo giù.» Il salotto dei libri

«Sento di aver goduto fino all’ultimo segno di punteggiatura.» Critica letteraria

 

Chi è Antonella Boralevi

È autrice di romanzi, racconti, sceneggiature, saggi. Ha portato in televisione il talk show di approfondimento emotivo.

Tiene rubriche su quotidiani e settimanali. Il suo “Lato Boralevi” esce ogni giorno sul sito de la Stampa. Per Rizzoli ha pubblicato i best sellers Prima che il vento (2004), Il lato luminoso (2007), I baci di una notte (2013). È tradotta in Germania, Francia, Giappone, Russia. Per ora.

Questo è il suo ventesimo libro.

Il suo sito è http://www.antonellaboralevi.it

La sua pagina facebook è Antonella Boralevi Official

Su Instagram è antoboralevi

Per scriverle: salotto.boralevi@tin.it

 

DETTAGLI

Autore: Antonella Boralevi

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Romanzi e racconti

Formato: Brossura

Pagine: 558

Prezzo: € 21,00

EAN: 9788893881937

Data uscita: 19 aprile 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I TRASGRESSIONISTI Giorgio De Maria

I trasgressionisti erano lì, accovacciati in semicerchio, di fronte a un uomo che pareva dominarli con la forza concentrata dello sguardo, un uomo col naso aquilino e i lineamenti ben marcati, che ben riconoscevo.

IMG_20200530_165342.pngIl 2 aprile Frassinelli fa uscire i Trasgressionisti, il primo romanzo dell’autore italiano Giorgio De Maria, del quale aveva già editato la sua opera più importante, il quarto e ultimo libro, Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo; con il suo titolo dall’eco rinascimentale, ne diede i natali nel 1977 una piccola casa editrice milanese, Il Formichiere.

Giorgio De Maria è stato un artista eclettico, diviso tra musica, teatro e letteratura; nato e vissuto a Torino, è morto dimenticato nel 2009, in completa solitudine e povertà, quindi tumulato a Nole, in una tomba che neppure reca il suo nome. A distanza di cinquantun anni, Frassinelli ripropone i Tragressionisti, di cui si deve a Mondadori la prima pubblicazione, avvenuta nel 1968.

Per comprendere i Trasgressionisti, bisogna inquadrare l’opera alla luce del periodo in cui venne posta in essere: era il 1968, anno contrassegnato da movimenti socio culturali, formati da gruppi socialmente eterogenei di operai, studenti ed etnie minoritarie che, in aggregazione spontanea, contestavano le scelte socio-politiche del tempo. Trasgredire diviene quasi un obbligo.

Il protagonista è un uomo mai chiamato per nome durante la narrazione, quindi una persona qualunque, il quale è in procinto di sposare la fidanzata Liliana. Un giorno, un amico lo invita a osservare una scena insolita: un uomo alto e magro, dal naso aquilino, “camminava raso alle vetrine e la sua spalla destra era leggermente abbassata” entra in un negozio di articoli sportivi molto affollato, si mette in coda alla cassa e con il commesso si guardano senza aprire bocca, lasciando che “attorno a loro vibra l’impazienza dei clienti e l’affannata premura di chi li serve”. Attuando in tal modo una delle esercitazioni propedeutiche dei Trasgressionisti, espletata con un atto eversivo e fuori dalla norma.

Con questa visione, che continua a tormentarlo, il protagonista incuriosito viene spinto a conoscere quella che di fatto è la setta dei Trasgressionisti, i quali guidati da un Maestro, che ne affina le capacità attraverso una preparazione ben precisa, si riuniscono due volte a settimana, per essere preparati a compiere il Grande Salto, obiettivo e fine ultimo della setta.

La storia si svolge in una Torino magica e metafisica ed è in Via Botero che i trasgressionisti si radunano in una stanza nascosta all’interno di un locale, dove si suona musica jazz.

Via Botero è una via stretta stretta e veramente buia. I gatti vi si perdono se si arrischiano a percorrerla dalle nove in su. Vi potrebbe succedere di tutto: cori angelici, deflorazioni, duelli con la scimitarra, e anche qualche fucilazione all’alba contro un muro in uno spiazzo dove un tempo doveva esserci una casa.

Ribellandosi alle convenzioni, che inchiodano gli individui al comune senso del dovere, i Trasgressionisti acquisiscono quel tipo di mentalità eversiva, che permette loro di poter fare qualunque cosa, e al contempo di trovare il coraggio a compiere il Grande Salto, quindi la più grande delle trasgressioni. Solo così riescono a sfidare il comune senso del dovere e dell’onore, a sovvertire le consuetudini, l’ordine sociale, il potere costituito, per rinascere uomini completamente liberi da qualunque condizionamento sociale, politico e culturale.

L’intero racconto procede per gradi: dalla conoscenza della setta da parte del protagonista, fino al raggiungimento del suo scopo, che si snoda attraverso un percorso allucinato, in un’atmosfera misteriosa, quasi sospesa in una dimensione priva di spazio e tempo, che tiene il lettore inchiodato sino all’ultima pagina. Il finale lascia agghiacciati, in una Torino dove aleggia il fantasma di un piano ordito da un potere occulto, che manderà fuori di testa il lettore, trascinato da un senso di angoscia, dovuto al clima da esperimento psicosociale che si viene a creare, quasi ai limiti del cinismo.

Come mi accorgevo di non ritrovarmi più in una sperduta galassia, ma nei luoghi che mi avevano visto crescere e mutare, anno dopo anno fino a quando non avevo assunto forma d’uomo! In ogni fossato c’era almeno una piccola traccia di me stesso; fossi sceso a frugare nei rigagnoli non sarei tornato a mani vuote, sarei stato il fortunato archeologo del mio passato.

Nella costruzione di situazioni paradossali, capaci di generare angoscia, Giorgio De Maria si ispira a Kafka, anche per sua stessa ammissione, attingendo dal grottesco e dal surreale; infatti con i Tragressionisti propone una situazione, che si intreccia fino a stringere il protagonista in gangli da cui è impossibile fuggire.

Autore tra il Bizarro Fiction e il New Weird, con i Trasgressionisti Giorgio De Maria rivela al lettore la sua anima di scrittore esistenzialista, strutturando così un racconto interessante, geniale, dalla situazione indefinibile, bizzarra e dalle atmosfere rarefatte ai limiti dell’onirico, che apparentemente non lascia spazio alla speranza.

Ero capitato in una stanza disadorna e silenziosa, pallidamente illuminata da candele e pervasa da fumosi aromi. Erano quei silenzi profondi e abbandonati che paiono perdersi alle origini del mondo ed espellere con forza coloro che non se ne sentono partecipi.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Prossimo al matrimonio e spronato da un amico, l’anonimo protagonista del romanzo decide di aderire ai Trasgressionisti; come suggerisce il nome, questa setta si propone, attraverso trasgressioni man mano sempre più eversive, di sovvertire le consuetudini, l’ordine sociale, il potere costituito e l’egemonia del pensiero dominante. Riuscirà il nostro antieroe a sfuggire alle nozze abbandonando la sposa all’altare? Avrà il coraggio di varare una nuova esistenza all’insegna di piccole e grandi ribellioni? La risposta agli interrogativi sarà svelata in questo stesso libro, ma solo alla fine, quindi meglio non sbirciare o barare sfogliando veloci le pagine, anche se forse sarebbe abbastanza trasgressivo. Dopo il successo postumo di Le venti giornate di Torino, long-seller internazionale dall’incredibile fortuna, Giorgio De Maria torna con un’opera di nuovo ripescata da un ingiusto oblio, sempre ambientata a Torino e sempre con un protagonista senza nome, ancora una volta premonitrice, spiazzante, oscura, ironica ai limiti del cinismo. Se Le venti giornate è stato a buona ragione definito «l’unico, autentico romanzo maledetto italiano», I Trasgressionisti è un manuale sulla disobbedienza come regola di vita, perfidamente originale e allo stesso tempo alla stregua di classici moderni come Lo straniero, Fight Club e Trainspotting.
Giovanni Arduino

 

Chi è Giorgio De Maria

Giorgio De Maria è nato nel 1924 a Torino. È stato critico teatrale per l’Unità torinese dal 1958 al 1965. Nel 1958 ha fatto parte con Liberovici, Straniero, Calvino, Fortini e Amodei del gruppo «Cantacronache» per il rinnovamento della canzone italiana. Ha pubblicato, tra l’altro, Le canzoni della cattiva coscienza (1964, in collaborazione con Eco, Straniero, Liberovici e Jona) e i romanzi I trasgressionisti (1968), I dorsi dei bufali (1973), La morte segreta di Josif Giugasvili (1976). Le venti giornate di Torino uscì per le edizioni Il Formichiere nel 1977. In seguito Giorgio De Maria non ha più pubblicato nulla, ed è morto nel 2009.

 

DETTAGLI

Autore: Giorgio De Maria

Editore: Frassinelli

Data uscita: 2 aprile 2019

Listino: € 15,00

Pagine: 120

EAN: 9788893420525