BIRRA E CULTURA? UN MUST!

Con l’aumentare delle temperature, aumenta il bisogno di bibite ghiacciate e la tentazione di una buona birra scandisce il tempo di molte serate.

Prodotta secondo un metodo naturale rimasto invariato da millenni, la birra è la bevanda alcolica più antica in commercio, il cui malto fermentato si trova in varie versioni dato che, contrariamente a quanto si possa credere, le birre non sono tutte uguali. Provenienza, gradazione, fermentazione, colore, ingredienti usati e sapore, ne determinano le caratteristiche peculiari.

Oggi alle tradizionali birre bionda, rossa, nera e chiara, si accompagnano le nuove light, ipocalorica, al limone e la più criticata di sempre l’analcolica, la cui comparsa in commercio spinse il noto giornalista del settore birraio di New York, Tom Roston, a sostenere che “La birra analcolica non sarà mai un prodotto di punta!”. Ma si sbagliava e marche come Beck’s, Tourtel e Heineken si sono presto adeguarono al cambiamento.

E ancora birra spalmabile bionda e scura della cioccolateria Napoleone di Rieti, la marmellata di birra, la birra giapponese, le birre d’abbazia e potremmo continuare all’infinito in base al paese di produzione.

Le origini della birra si perdono nella notte dei tempi, coinvolgendo letteratura, pittura, fumetti, cinema e cartoon. duff

Addirittura della birra se ne fa cenno in alcuni passi della Bibbia, pur essendo il vino la bevanda che tradizionalmente ricopre un ruolo centrale.

I greci e i latini, grandi amanti del vino, si pensi ai baccanali in onore di Bacco e Dionisio, fanno anch’essi riferimento alla birra. Eschilo ne Le Supplici ne parla e Tacito nel volume Germania deplora i popoli barbari per via di “un liquido, ricavato dall’orzo o dal frumento, fermentato pressappoco come il vino.”

Caio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio, nel libro XXXVII della Naturalis Historia, descrive la birra in maniera quasi scientifica, menzionandone due tipi, la zythum egiziana e la cerevisia della Gallia. Inoltre, sottolinea che presso i Celti era la bevanda fermentata più diffusa e aggiunge: “La Gallia e la Spagna fanno macerare le specie di cereali di cui abbiamo parlato, utilizzando come lievito la schiuma che si forma in superficie.”

Nella Roma imperiale la birra era anche impiegata nella cosmesi femminile per la pulizia del viso, mentre nelle Province era una bevanda molto apprezzata e largamente diffusa.

Viaggio in parallelo, birra e letteratura costituiscono un binomio quasi inscindibile, divenendo in alcuni casi un passaggio obbligato.

Ritroviamo la birra negli scritti di William Shakespeare il quale, come la maggior parte dei suoi connazionali, era un grande appassionato di birra. Nell’atto V dell’Amleto suscita desiderio nel becchino: “Adesso, per favore, va’ da Yaughan e fatti dare una pinta di birra”; in Sogno di una notte di mezza estate il folletto Puck è talmente dispettoso da far schiumare la birra. La riprova dell’amore incondizionato di Shakespeare per la birra trova piena espressione, ancora una volt,a in un passo dell’Amleto, quando un paggio di Falstaff, che si trova in Francia durante una campagna bellica, preso da un momento di sconforto pronuncia queste parole: “Ah, come mi vorrei trovare a Londra, in una birreria! Sarei disposto a barattare tutta la mia gloria per un gotto di birra e la pellaccia!

fiore azzurr
Acquista IL FIORE AZZURRO su Amazon

In tempi recenti, anche la scrittrice Penelope Fitzgerald, dedica un passo alla birra nel suo Il fiore azzurro, romanzo Sellerio, in cui l’autrice racconta la vita di Friederich von Hrdenberg, noto come Novalis.

E ancora, il più grande top seller italiano, Andrea Camilleri, contribuisce a omaggiare la birra nel suo Il Birraio di Preston, edito da Sellerio.

Troviamo “tracce di birra” anche in Charles Dickens, ne Il Circolo Pickwick:

 

E su questo tono, con l’intermezzo casuale di qualche bicchiere di birra, a guisa di parentesi, quando si mutavano i cavalli della diligenza, continuò lo sconosciuto finché non fu raggiunto il ponte Rochester, e intanto i taccuini del signor Pickwick e del signor Snodgrass si erano andati ricoprendo di estratti delle avventure di costui.

Lo scrittore e drammaturgo gallese Dylan Thomas dichiara:

Non ho niente da sciogliere in un bicchiere di birra, tranne una libbra d’amore.

Frank Zappa scrisse che un Pese è veramente un Paese quando ha una compagnia aerea e una birra… e alla fine è di una bella birra che si ha bisogno; Charles Bukowski: “Avevo bisogno di una birra come base per ricominciare”, per ritrovare la birra anche in alcuni scritti di Goethe e George Orwell, che nel suo saggio, La luna in fondo al pozzo, descrive le caratteristiche del suo pub ideale, accennando alle qualità che la birra dovrebbe possedere.

Anche il cinema si fa passaggio obbligato: da John Ford, con il suo Un uomo tranquillo a Frank Capra, fino ai musical di Minnelli. Anzi, nel cinema americano, la birra gioca un ruolo antitetico al Wisky, rivelandosi una bevanda semplice e genuina, le cui caratteristiche si riflettono sul personaggio, per diventare la bibita tipica del protagonista impegnato in qualche indagine, tanto che nei polizieschi americani non manca mai. In tutti gli uomini del Presidente, Robert Redford e Dustin Hoffman ne bevono a fiumi e ancora beve birra in abbondanza Al Pacino nel suo Serpico. E come dimenticare il tenente Colombo, che a conclusione delle sue indagini, prende una birra, quasi fosse un premio.

Quello che conta è l’atto di fare. Per me girare un film equivale a fare castelli di sabbia. Si va in spiaggia con un gruppetto di amici e si costruisce un grande castello di sabbia. Quando è finito ci si mette seduti a bere una birra aspettando l’arrivo delle onde. Dopo venti minuti quello che riamane è solo sabbia. La struttura che si era costruita è rimasta solo nella testa della gente… afferma Robert Altman, in Altman racconta Altman, a cura di David Thompson.

Nel film del 1961, I due nemici, con Alberto Sordi e David Niven, il dialogo tra il maggiore Richardson (David Niven) e Burke (Michael Wilding) verte proprio sulla birra:

“Non so cosa darei per una tazza di tè.”

“E io non so che darei per una birra gelata servita da una cameriera con indosso soltanto un grembiulino.”

Insomma, la birra a 35 millimetri scorre a fiumi.

E così i grandi mastri birrai traggono ispirazione dalla letteratura attraverso titoli, personaggi e autori. In relazione ai luoghi di origine o agli ingredienti impiegati, nascono birre che, per gusto ed etichette, si legano ai grandi classici della letteratura di tutti i tempi.

Esempio ultimo, negli Stati Uniti, la fabbrica di birra Bell’s Brewery, del Michigan, la quale da fine maggio ha prodotto una birra in serie, con un IPA americano d’ispirazione tedesca, dedicata alla nota raccolta di poesie Leaves of Grass, nella sua traduzione italiana Foglie d’erba, di Walt Whitman. La raccolta Leaves of Grass, pubblicata per la prima volta nel 1855, è considerata un classico della letteratura americana.

bells leaves of grass main (Custom)

La produzione di birra Leaves of Grass della Bell’s si concluderà in maggio 2020: 7 nuovissime birre presentate ai consumatori ogni due mesi, dove ognuna prende il nome da una delle poesie di Whitman, mentre ogni ricetta è complementare alla stagionalità di quando ogni birra viene prodotta.

I tempi di produzione coincidono anche con il 200° compleanno di Walt Whitman.

Questo il programma seguito dalla Bell’s:

Maggio 2019: Song of Myself – American-Inspired American IPA (6.5% ABV)

Luglio 2019: The Prairie-Grass Dividing – Gose-Style Ale prodotta con prugna, sale e coriandolo (4.5% ABV)

Settembre 2019: Oh Capitano! Mio capitano! – TBA

Novembre 2019: per una locomotiva in inverno – TBA

Gennaio 2020: Song of the Open Road – TBA

Marzo 2020: Salut Au Monde! – TBA

Maggio 2020: Spontaneous Me – TBA

Se siete collezionisti e apprezzate tanto la birra, quanto il genio poetico di Walt Withman, non potete perdere questa nuova serie speciale e limitata in confezione da 6 bottiglie, ognuna da 12 once. Per ulteriori info, il link di riferimento della Bell’s Brewery, Inc. è  http://www.bellsbeer.com/

La Bell’s Brewery non è nuova a questo genere di lancio, negli anni hanno tratto ispirazione da diversi ambiti culturali, tutti riflessi delle molteplici passioni del suo presidente e fondatore, Larry Bell. Nel 2014 lanciarono le birre Bell’s Planets, ispirate a I pianeti di Gustav Holst, noto compositore e direttore d’orchestra inglese.

Come ha dichiarato lo stesso Larry Bell: “Questa serie è solo l’ultimo esempio di come le arti ci hanno ispirato a creare ricette nuove e innovative.”

Quindi da Ernest Hemingway che beveva per rendere le altre persone più interessanti, a Benjamin Franklin per il quale nella birra c’è libertà, nell’acqua ci sono batteri, fino a coinvolgere gli ambiti più disparati, basti pensare ai Simpson con la Duff Beer, la birra è diventata nel tempo un must, dimostrandosi un apporto complementare al processo creativo, nota di sofisticata freschezza!

Tuttavia, al di là dell’aspetto culturale e dell’interesse sociale, bere responsabilmente e con moderazione deve essere comunque e sempre prioritario… per salvarsi la vita e salvaguardare quella degli altri.

 

 

LA VITA SENZA FARD Maryse Condé

Lo avvertivo, senza che nessuno me lo avesse insegnato: i fatti che costruivano un racconto dovevano essere esposti attraverso il filtro della soggettività. E tale filtro è costituito dalla sensibilità dello scrittore.

Maryse Condé è una di quelle rare scrittrici che ti scava l’anima, per raggiungere le corde IMG_20200530_165238.pngdella coscienza, non per nulla è vincitrice del New Academy Prize in Literature 2018 con i suoi tre romanzi Io Tituba, strega nera di Salem, la saga familiare di Segù e Windward Heights, inoltre è stata insignita del Premio Nobel Alternativo per la letteratura. Un’autrice le cui opere sono una trasposizione delle battaglie e delle cause, che ha abbracciato nel corso della vita. Con i suoi romanzi indaga l’animo umano, dove il tema ricorrente è incentrato sulle devastazioni del colonialismo e del post-colonialismo. Il tutto espresso con un profondo senso di umanità e solidarietà.

Nata nel 1937 nell’isola di Guadalupa, a Pointe -à- Pitre, in una famiglia appartenente alla piccola borghesia, è diventata una delle voci più significative della letteratura caraibica. Per comprende l’excursus formativo di Maryse Boucolon, sposata Condé, bisogna leggere il suo libro autobiografico La vita senza fard, edito da La Tartaruga e uscito in tutte le librerie il 27 giugno scorso.

La prima edizione del libro risale al 2012, avvenuta a opera di JC Lattès, casa editrice francese, facente parte del gruppo Hachette Livre.

La vita senza fard, suddiviso in tre parti, ripercorre le tappe fondamentali dell’autrice, una vita sofferta ma al contempo vissuta intensamente, scandita dal cambiamento attraverso cui la donna Maryse ha costruito la scrittrice. Un libro che nelle sue intenzioni cerca di comprendere il rilevante peso che l’Africa ebbe non solo nella sua esistenza, ma anche nel suo immaginario di scrittrice.

Come racconta Maryse Condé ne La vita senza fard, quello per la scrittura è stato un amore tardivo, avendo pubblicato il suo primo libro all’età di 42 anni, “al tempo in cui gli altri cominciano a riporre carta e gomme da cancellare”, poiché “talmente occupata a vivere dolorosamente da non avere tempo per niente altro.”

Dovendo crescere da sola quattro bambini, in un’esistenza familiare ai margini della povertà, cambiando continuamente luogo dove vivere, per dovere e a volte per necessità, sempre alla ricerca di un lavoro soddisfacente, non solo dal punto di vista remunerativo, la sua vita si intreccia a quella di personalità insigne del mondo politico e intellettuale, per sfociare spesso in relazioni sentimentali, che si conclude sempre in maniera deludente e dolorosa.

Vivevo una storia passionale. E la passione non procede per analisi, non fa la morale. Brucia, incendia e consuma.

Le amicizie che riesce a stringere, venendole in aiuto, le infondono coraggio e le permettono di andare avanti, facendo di lei quella donna coraggiosa la cui sensibilità alle sofferenze altrui la porteranno a diventare la prima presidente del Comité pour la Mémoire de l’Esclavage, creato per vegliare sull’attuazione della legge Taubira, che nel 2001 ha dichiarato la schiavitù un crimine contro l’umanità.

Una volta di più, facevo esperienza della bontà degli estranei. Per questo non permetterò a nessuno di sostenere che il mondo sia soltanto un coacervo di egoisti e indifferenti!

E quindi l’Africa, dove ebbe modo di trasferirsi attratta dai poeti della negritudine, passando dalla Costa d’Avorio, alla Guinea, al Ghana, fino al Senegal, tutti luoghi la cui incidenza è stata fondamentale per la sua formazione culturale e letteraria, quella stessa Africa che sembrò non accettarla mai, capace di esprimersi in una pluralità di società e culture diverse, anche troppo diverse dalla stessa Maryse Condé.

Per quanto mi riguarda, non odiavo l’Africa. Sapevo ormai che non mi avrebbe mai accettata per quel che ero. Eppure non la consideravo affatto responsabile delle mie difficoltà, risultato delle mie personali decisioni. Ciò che mi angustiava, è il fatto di non riuscire ad afferrarla con esattezza. Troppe immagini tra loro contraddittorie finivano per sovrapporsi dentro di me. Non si capiva quale prediligere: quella complessa e priva di asperità degli etnologi. Quella spiritualizzata al parossismo della negritudine. Quella dei miei amici rivoluzionari, sofferente e oppressa. Quella di Sékou Touré e della sua cricca, preda succulenta da smembrare. Sicché anch’io come Diogene, che cercava un onest’uomo alle porte di Atene, avrei voluto armarmi di una lanterna e andare in giro gridando: <<Africa, dove sei?>>

Una storia avvincente, un libro complesso e a tratti imprevedibile, che offre al lettore importanti spunti di riflessione; il linguaggio è sempre chiaro, preciso, epurato da qualunque intercalare. La vita senza fard mette in luce il talento letterario di Maryse Condé, mostrando al lettore quanto ci sia di biografico in tutti gli scritti dell’autrice, che nel corso della narrazione si rivela attraverso una trasposizione tra realtà e finzione, dove di volta in volta viene citato il libro di riferimento, incentrato su quel cruciale momento della sua vita: vivere è raccontarsi e lei lo fa con uno stile accattivante, da grande narratrice.

Inoltre, come preannuncia il titolo, il lettore vedrà il dispiegarsi di una vita senza abbellimenti, finzioni, quindi senza fard, espressa e raccontata in tutta la sua cruda verità: le rivoluzioni, i colpi di stato, il socialismo africano, il colonialismo, il complotto degli insegnanti, avvenimenti storici, filtrati attraverso le emozioni dell’autrice, tutti vissuti in Africa sulla sua pelle.

Perché l’essere umano è così smanioso di raffigurarsi un’esistenza tanto diversa da quella che ha vissuto?

Così in Maryse Condé la scrittura diventa motivo di liberazione, di indipendenza, un luogo dove poter riversare i tormenti della vita, quasi in funzione apotropaica e trasformati dall’inventiva in romanzi, perché “La letteratura è lo spazio entro cui esprimo le mie paure e le mie ansie, in cui tento di liberarmi da molti angosciosi interrogativi.”

Come la stessa Africa, tanto amata e desiderata, ma con lei ostica e impenetrabile, che subisce una trasformazione, ridotta al solo oggetto di quella stessa scrittura, da cui scaturisce tutto il talento letterario e quindi di storyteller di Maryse Condè.

L’Africa, finalmente sottomessa, si sarebbe trasformata, finendo per scorrere ormai docile nei recessi del mio immaginario. Sarebbe stata unicamente la materia di numerose finzioni narrative.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Le autobiografie finiscono troppo spesso col trasformarsi in opere di fantasia. L’essere umano sembra nutrire un tale desiderio di raffigurarsi una esistenza diversa da quella realmente vissuta, che finisce per abbellirla, spesso suo malgrado. La vita senza fard va dunque considerato un tentativo di dire le cose come stanno, rifiutando i miti e le facili e lusinghiere idealizzazioni. Di tutti i miei libri, credo sia forse il più universale. Non è solo la storia di una ragazza della Guadalupa alla ricerca della propria identità in Africa, o quella del lungo e doloroso avvento di una vocazione per la scrittura in un essere in apparenza poco incline ad abbracciarla. È dapprima e soprattutto la storia di una donna alle prese con le difficoltà della vita, che si trova di fronte a una scelta fondamentale, attuale ancora oggi: essere madre o esistere per se stessa. Penso che ‘La vita senza fard’ sia soprattutto la riflessione di un essere umano che tenta di realizzarsi pienamente. E che la felicità finisce sempre per arrivare. Maryse Condé

 

Chi è Maryse Condé

Nata a Pointe -à- Pitre, Maryse Condé è una delle voci di maggior spicco nella letteratura contemporanea. Tra i suoi libri, ricordiamo in particolare Segù, La vita perfida, La traversata della Mangrovia, Io Tituba, strega nera di Salem. Dopo aver insegnato a lungo alla Columbia University, vive oggi tra Parigi e New York.

 

DETTAGLI

Autore: Maryse Condé

Editore: La Tartaruga

Collana: Narrativa

Data uscita: 27 giugno 2019

Pagine: 269

EAN: 9788894814170

Prezzo: € 19,00

Formato: Brossura

Traduzione: Anna D’Elia

 

 

YANOMAMI: L’ALTRO E NOI

Buongiorno e bentrovati miei lettori,

oggi vorrei segnalarvi un libro interessantissimo, nato dalla collaborazione tra lo sciamano del popolo Yanomami (Yanomamö), Davi Kopenawa, presidente dell’Associazione yanomami Hutukara e l’antropologo Bruce Albert, il quale nel corso di 10 anni ha raccolto, trascritto, nella lingua originale yanomami, e in seguito tradotto il resoconto della vita e del pensiero cosmo-ecologico di Davi Kopenawa. la caduta

Da questa collaborazione scaturiscono le 1069 pagine de La caduta del cielo, edito da Nottetempo, in cui lo sciamano si fa portavoce di quella parte di Amazzonia la cui popolazione è minacciata dall’estinzione, delineando al contempo un quadro della cultura yanomami.

Ho incontrato per la prima volta Davi Kopenawa nel 1978, in circostanze singolari e insieme piacevoli. Avevamo entrambi una ventina d’anni. Era appena iniziato il mio secondo periodo di “lavoro etnografico sul campo” presso gli Yanomami (avevo già passato un anno sull’alto rio Catrimani, tra il 1975 e il 1976). Davi Kopenawa lavorava come interprete per gli avamposti aperti dalla FUNAI sulla strada Perimetral Norte, la cui costruzione era stata appena interrotta.

Lo sciamano ripercorre la storia della repressione culturale e della devastazione ambientale, operata con sistematicità dalla società industriale occidentale, che ha posto una pesante ipoteca sul suo popolo e sul futuro del mondo.

La caduta del cielo, uscito un anno fa, nel maggio del 2018,  rientra nei miei interessi per le problematiche ambientali, che ho avuto modo di approfondire nel corso dei miei studi universitari, dato che la mia tesi di laurea in giornalismo, occupandosi delle varie alterazioni ambientali, ineriva anche alla tribù degli Yanomami, minacciati dall’estinzione.

Hai disegnato e fissato queste parole su pelli di carta, come ti ho chiesto. Sono andate lontano da me. Adesso vorrei che si dividessero propagandosi in ogni dove per essere veramente ascoltate.

Ma non credo segnalare il libro sia sufficiente, bisogna conoscere la storia di questo popolo.

Gli Yanomami sono una delle tribù indie più primitive dell’Amazzonia, un’etnia talmente vicina, come cultura e abitudini, al mito del buon selvaggio, caro a Rousseau, da risultare lontana dall’uomo moderno migliaia di anni.

In piena selva amazzonica, abitano nelle foreste pluviali e sui monti al confine tra il Brasile settentrionale e il Venezuela meridionale, in una zona in prossimità dei campi di ricerca dell’oro, detti garimpos, vivendo in relativo isolamento. Si tratta di circa 35 mila anime dedite per lo più alla caccia e alla pesca, un’etnia divisa in piccoli gruppi nomadi di quaranta-cinquanta persone, che coabitano nello shabono, una sorta di casa comune in grado di ospitare fino a 500 persone, in cui si svolgono le normali attività quotidiane: si preparano i cibi, si svolgono le cerimonie religiose, ci si riunisce per discutere i fatti salienti, si danza.

Eppure dal 1987, gli Yanomami hanno cominciato a subire un vero e proprio genocidio, operato inizialmente dai garimpeiros, i cercatori d’oro, che in poco tempo si allargarono a macchia d’olio in tutto il territorio amazzonico e oggi sono accusati di brutali atti di violenza nei confronti di questo popolo.

Il problema pur essendo molto serie non è mai stato affrontato con impegno dallo stesso governo brasiliano e per quanto nel 1982 questa parte di territorio venne dichiarata “terra intoccabile degli indios Yanomami, da cui l’uomo bianco, se non autorizzato, deve restare fuori”, è anche vero che all’epoca non si parlava ancora di oro.

Ai garimpeiros si aggiunsero gli allevatori di bestiame, che in breve tempo invasero e deforestarono la striscia orientale del loro territorio, in Brasile.

Altra minaccia, le malattie portate dalle così dette “società civili”, per le quali gli Indios non sono immuni, venendo a urtare  ormai con il dramma quotidiano di questa gente annientata dall’influenza e dalla malaria, che un tempo non esistevano e dove si sconoscono a tutt’oggi le malattie cardiovascolari e i tumori.

Con l’arrivo dell’uomo bianco, inoltre, molte abitudini tipiche degli Yanomami sono state accantonate, come per esempio quella di colorarsi il corpo con l’urucum, che conferisce alla pelle il caratteristico colore rosso. Hanno disimparato a cacciare e a pescare, perdendo così autonomia e indipendenza. Per il gran rumore di aerei ed elicotteri, la selvaggina è fuggita; i pesci, e non solo quelli, muoiono a causa dell’alta concentrazione di mercurio presente nell’acqua, dato che il mercurio è indispensabile per l’estrazione empirica dell’oro. La colonizzazione forzata, a cui sono stati sottoposti, ha inciso pesantemente su moltissimi aspetti della loro esistenza.

Per tali ragioni nel 2011, gli Yanomami del Venezuela hanno costituito una propria organizzazione, per meglio difendere i propri diritti.

Una vicenda come tante questa degli Yanomami e probabilmente neanche l’ultima.

Amazzonia, mondo perduto, una volta si pensava fosse sede dell’Eden e verde forziere di quell’agognato e mai raggiunto Eldorado; eppure, questo enorme territorio, conosciuto da molti come il polmone del mondo, oggi non è altro che terra di conquista, l’ultima forse, aperta a tutti, dalle multinazionali della speculazione ai più disperati e disgraziati avventurieri del genere umano e sottoposta a una costante deforestazione, uno dei più terribili danni ambientali, che va a sommarsi a tutti quelli a cui si è condannato l’intero genere umano.

I temi affrontati ne La caduta del cielo sono sempre attuali e di grande interesse, ci sarebbe ancora molto da raccontare sui Yanomami e per questo rimando al libro, che permette di sondare un angolo di mondo, del nostro mondo, con occhi diversi, così come afferma il suo editore, Andrea Gessner:

Appena l’ho letto, questo libro mi ha colpito per la potenza che emana: un racconto insieme cosmologico, sacro, politico; una serie di piani che si intrecciano di continuo. Il flusso della lingua insinua nel lettore una macchina mitologica totalmente altra dalla nostra: vediamo il mondo con lenti diverse. È un libro scritto per noi occidentali: non per eternare una cultura in via di estinzione o per celebrare il mito del “buon selvaggio”, bensì per aprire uno spazio di confronto. Queste pagine infatti sono anche uno studio di antropologia comparata, che insegnano a vedersi da un altro punto di vista: quello di una cultura fiera e viva, capace di combattere per difendere il proprio mondo, includendo anche chi fa di tutto per distruggerlo. Un testo che ci riporta al fulcro dell’essere editore: farsi ponte tra culture.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

La caduta del cielo è uno straordinario resoconto della vita e del pensiero cosmo-ecologico di Davi Kopenawa, sciamano e portavoce dell’Amazzonia brasiliana. Rappresentante di un popolo la cui esistenza è minacciata dall’estinzione, Kopenawa traccia un indimenticabile quadro della cultura yanomami nel cuore della foresta pluviale – un mondo in cui l’antica conoscenza indigena combatte con la geopolitica globale e i suoi interessi mercantili. Dalla sua iniziazione sciamanica all’incontro con i Bianchi, ai viaggi in tutto il mondo come ambasciatore del suo popolo, Kopenawa ripercorre un’intera storia di repressione culturale e devastazione ambientale e manifesta una critica risoluta alla società industriale occidentale e all’ipoteca che ha posto sul futuro del mondo umano e non umano. L’antropologo Bruce Albert ha raccolto e trascritto le parole di Kopenawa affinché trovino un cammino anche lontano dalla foresta.

Sono enormemente impressionato da quest’opera di potente interesse metodologico e prodigiosa ricchezza documentaria. Un’opera che, pur essendo complessa, cattura completamente il lettore, sollevando molte questioni”. Claude Lévi-Strauss, lettera a Bruce Albert, 10 luglio 2006.

Davi Kopenawa, il “Dalai Lama della foresta“, ha vinto il Right Livelihood Award 2019, un premio Nobel alternativo, che celebra l’impegno di tutti coloro i quali, con atti significativi, si prodigano per la salvaguardia del nostro pianeta.

 

Chi è BRUCE ALBERT

Bruce Albert, nato in Marocco nel 1952, è antropologo e lavora a contatto con gli Yanomami del Brasile dal 1975.

 

Chi è  DAVI KOPENAWA

Davi Kopenawa, nato nel Nord dell’Amazzonia brasiliana intorno al 1956, è sciamano e portavoce del popolo yanomami. È considerato uno dei grandi leader amerindi nella lotta per la protezione della foresta amazzonica.

 

DETTAGLI

Editore: Nottetempo

Autore: Bruce Albert e Davi Kopenawa

Collana: Figure

Genere: antropologia

Data pubblicazione: 3 maggio 2018

Pagine: 1069

Prezzo: € 35,00

EAN 9788874527045