I LOKUM da Le Cronache di Narnia di C. S. Lewis

Vi è capitato, durante le vostre letture, di imbattervi in romanzi in cui vengono descritte pietanze e varietà di cibi con dovizia di particolari, che vi hanno spinto a cercarne la provenienza, se non addirittura la ricetta? Per quanto mi riguarda, vi confesso, mi è capitato!

Vi sono romanzi che, pur non trattando argomenti prettamente gastronomici, fanno cenno a ricchi piatti e appetitose pietanze, un esempio a tal proposito è il libro di Louisa May Alcott, Piccole donne, dove le descrizioni di momenti familiari vissuti tra i fornelli di certo non mancano, con la buona Anna sempre pronta a preparare squisiti dolci fatti in casa. Le sfoglie, così come i panini al latte, la panna e i biscotti caldi, i budini o le limette in salamoia di Amy e ancora le limonate estive, le gelatine, il tacchino ripieno di Natale, sono solo alcuni dei piatti citati nel corso della narrazione. 7972396_2443523

Spesso queste citazioni, inerenti l’arte culinaria, hanno lo scopo di mettere in relazione il personaggio ai sui tratti caratteriali: le limette di Amy ci raccontano un personaggio sofisticato, i Lokum di Edmund ne Il leone, la strega e l’armadio, servono a mettere a nudo un personaggio arrogante e fin troppo indulgente con sé stesso. E il pane Lembas, detto anche pan di via de Il Signore degli Anelli? Quello che Frodo e Samvise Gamgee mangiano nel loro viaggio verso il Monte Fato, serve a far comprendere come gli Hobbit non hanno perso la speranza, che sono personaggi buoni, puri, semplici a differenza di Gollum, che soffoca nel momento in cui cerca di cibarsene.

Quindi in letteratura il cibo, a volte, si fa simbolo e come disse C. S. Lewis “mangiare e leggere sono due piaceri che si combinano mirabilmente“.

Periodicamente proporrò deliziose ricette, ispirate ai romanzi da cui sarà possibile risalirvi; tratterò anche ricette poco probabili, come la burrobirra di Harry Potter, che probabilmente già ben conoscete.

Provate a gustare le ricette proposte, mentre leggete il suo romanzo di riferimento e mi direte…

Voglio inaugurare questa nuova categoria di Into The Read, La letteratura in cucina, proponendovi un dolcetto abbastanza noto, del quale se ne fa cenno ne Le Cronache di Narnia di C. S. Lewis, precisamente nel secondo libro, Il leone, la strega e l’armadio, mi riferisco ai Lokum, un dolce tipicamente turco, noto come Turkish Delight; in Italia è conosciuto come i dolcetti alla rosa. Se avete letto il libro di C. S. Lewis, o semplicemente visto il film, ricorderete Edmund Pevensie che alla domanda della strega “Cosa ti piacerebbe mangiare?”, il figlio di Adamo risponde “Mangerei volentieri delle Turkish Delaight”, mentre nel film Edmund esordisce rispondendo “Lokum”.

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Ѐ anche vero, a tal proposito, che troverete diverse traduzioni italiane alla richiesta di Edmund, che vanno dai cannoli ai bignè, sino alle gelatine di frutta, ma si comprende a cosa alludesse il ragazzo per via di quella parte del racconto che subito dopo continua: “Edmund non ne aveva mai mangiati di così buoni. Quel che si dice una delizia, come ne sanno preparare solo in Turchia.” Le Cronache di Narnia sono piene di riferimenti alla Turchia, disseminati in tutti e 7 i libri.

Chiamatelo come volete, Lokum, Turkish Delight, i dolcetti alla rosa, fatto sta che sono delle deliziose gelatine ricoperte di zucchero e amido con all’interno frutta secca, aromatizzate con acqua di rose. Veramente squisite! D’altronde il termine Lokum deriva dal turco ottomano rāḥat al-ḥulqūm (رَاحَة الْحُلْقُوم), che letteralmente vuol dire “dare piacere alla gola”.

Per Edmund la richiesta dei Lokum è un tentativo di rivivere le atmosfere familiari e soprattutto Natalizie in una terra, Narnia, in cui tutto sta per finire, a causa dell’inverno costantemente mantenuto dalla crudeltà della perfida Jedis. Ma è anche un primo cedimento, che lo condurrà al successivo tradimento.

A seguire “la ricetta letteraria” dei Lokum, per cui tengo a precisare che l’acqua di rose potete trovarla facilmente, oltre che nei negozi ben forniti, anche in molti rivenditori online. La caratteristica di questo dolce è proprio l’acqua di rose, l’unica a conferire l’inconfondibile nota esotica. Eventualmente, potete sostituire l’acqua di rose con menta, limone, cannella o con qualunque essenza dal sapore floreale (ma vi garantisco non otterrete lo stesso risultato).

 

INGREDIENTI

  • 700 gr di zucchero semolato
  • 150 ml di miele
  • 200 gr di pistacchi sgusciati e tostati
  • 1 lt di acqua
  • 180 gr di amido di mais
  • 1 cucchiaino e mezzo di cremor tartaro
  • 4 cucchiai di acqua di rose o 1 cucchiaio di essenza di rose
  • 1 pizzico di colorante alimentare

PER RICOPRIRE I LOKUM

  • 300 gr di zucchero a velo
  • 80 gr di amido di mais

 

PREPARAZIONE

Foderate una tortiera rettangolare, dal diametro di 30×20 cm, con carta da forno e mettetela da parte.

In una pentola antiaderente unite lo zucchero con il miele a 400 gr di acqua e portate a ebollizione, avendo cura di abbassare la fiamma, mantenendola medio-alta. Raggiunti i 121°C, togliete il composto dal fuoco.

In un’altra pentola antiaderente, unite l’amido di mais, la restante acqua e il cremor tartaro, portate a ebollizione, finché non si rapprende; mescolate il composto con un cucchiaio di legno, poiché essendo piuttosto compatto, vi aiuterete.

Adesso incorporate i due composti, amalgamandoli bene e se necessario utilizzate un frullino elettrico in modo da ottenere un impasto liscio e omogeneo.

Rimettete tutto il composto ottenuto nuovamente sul fuoco, lasciandolo sobbollire per 45 minuti circa, finché il colore sarà ambrato-dorato e brillante.

In un bicchiere sciogliete il colorante nell’acqua di rose e aggiungetelo al composto, lasciandolo assorbire per circa 5 minuti. A questo punto aggiungete i pistacchi sgusciati e tostati in precedenza.

Togliete dal fuoco e, ancora caldo, versate il composto nella tortiera, precedentemente foderata.

Ricoprite con una pellicola trasparente la tortiera e lasciate raffreddare il composto per tutta la notte.

Il giorno seguente, togliete la pellicola e sformate il composto, tagliandolo a cubetti di circa 2,5 cm. Durante il taglio aiutatevi ungendo leggermente la lama, in tal modo scorrerà meglio. Passate i cubetti ottenuti nel mix di zucchero a velo e amido di mais, avendo cura di ricoprirli per bene.

Conservate i Lokum in un contenitore ermetico dove, se ben chiusi, si manterranno per 30 giorni circa.

 

 

 

 

 

 

5 AUTORI PER 7 DOMANDE

Abbiamo coinvolto, in una breve intervista articolata in 7 domande, 5 autori brillanti e di talento! Requisito richiesto da Into the Read: s i n t e t i c i t à.

Quindi abbiamo dialogato con

 

Cinzia Giorgio (Amori Reali Newton Compton Editori)

Elisabetta Bricca (Il rifugio delle ginestre Garzanti)

Costanza Di Quattro (La mia casa di Montalbano Baldini+Castoldi)

Mattia Signorini (Stelle minori Feltrinelli)

Piero Sorrentino (Un cuore tuo malgrado Mondadori)

 

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Senza riepilogare in alcun modo, di cosa parla il tuo ultimo libro?

 

CINZIA GIORGIO: È un saggio che si intitola Amori Reali e racconta degli amori tra teste coronate. Parte da Giulio Cesare per arrivare a Meghan Markle.

ELISABETTA BRICCA: Della riscoperta del proprio valore in quanto donna, della lotta per la libertà di pensiero, di coraggio, di libri, di femminismo, di viaggi interiori. Di un’icona della letteratura del XIX secolo.

COSTANZA DI QUATTRO: Il mio libro è un tuffo nel passato, nella quotidiana esistenza di una famiglia borghese durante il periodo della villeggiatura che ha rappresentato, tra l’infanzia e l’adolescenza, uno dei periodi più belli della mia vita.

MATTIA SIGNORINI: Di un segreto del passato che ritorna insieme al primo accecante amore. Di padri che non abbiamo deciso. E di maestri che invece scegliamo.

PIERO SORRENTINO: Dei modi in cui affrontiamo il dolore; di bugie e verità; di (piccole) speranze che ci aiutano a vivere.

 

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Senza citare autori o libri, quali influenze attraversano la tua scrittura?

 

CINZIA GIORGIO: La storia delle donne, materia che per altro insegno.

ELISABETTA BRICCA: Amo la letteratura inglese e quella americana. Credo che in piccola parte questo abbia influenzato il mio modo di scrivere.

COSTANZA DI QUATTRO: La grande letteratura siciliana del 900 ha senza dubbio influenzato in maniera significativa non soltanto la mia scrittura ma soprattutto il mio pensiero.

MATTIA SIGNORINI: Cerco di pormi con curiosità quando osservo e ascolto gli altri, senza giudicarli. Di vedere come ognuno di noi sia attraversato da imperfezioni e contraddizioni. È lo stesso modo con cui racconto i personaggi nei miei libri.

PIERO SORRENTINO: Gli scrittori veneti del ‘900 italiano, la letteratura americana, la musica post rock.

 

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Cosa è successo nella tua vita mentre scrivevi il tuo ultimo libro?

 

CINZIA GIORGIO: Andavo in giro a tenere conferenze sul Sacro Femminino.

ELISABETTA BRICCA: Ho imparato a guardarmi intorno da un’altra prospettiva, ho cucinato tanto, ho apprezzato la solitudine.

COSTANZA DI QUATTRO: Scrivere “la mia casa di Montalbano” ha avuto una funzione catartica. Riuscendo a mettere nero su bianco le emozioni che temevo perdute di quella casa, me ne sono riappropriata assaporando, a distanza di anni, la felicità del ritorno.

MATTIA SIGNORINI: Stavo finendo una storia d’amore che credevo sarebbe durata a lungo, e attraverso gli occhiali di quel momento mi chiedevo, spesso, quali erano le parti di me che ancora non conoscevo.

PIERO SORRENTINO: Sono diventato dottore di ricerca in studi letterari, mi sono sposato, ho viaggiato molto.

 

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Quali sono alcune delle parole, usate dai lettori e/o recensori, che ti hanno colpito particolarmente?

 

CINZIA GIORGIO: Quando mi dicono di aver provato emozioni e di aver avuto la curiosità di approfondire certi argomenti, io mi sento felice!

ELISABETTA BRICCA: Le confidenze sulla loro vita privata, il fatto che mi abbiano detto che il libro sia stata una letteratura terapeutica, che fa riflettere sulle scelte della propria vita e sul coraggio.

COSTANZA DI QUATTRO: “Il merito del tuo libro è stato quello di marcare il confine tra il successo della vita e il successo della finzione.” Questa, tra i tanti commenti ricevuti, è stata forse la frase che mi ha emozionata di più.

MATTIA SIGNORINI: Apprezzo quando mi scrivono che un mio romanzo è piaciuto, e accetto le critiche, ma infilo entrambe le cose in una scatola che non ha niente a vedere con quello che decido di scrivere in seguito. La scrittura è una cosa solitaria, cerco di tenerla separata dal mondo di fuori.

PIERO SORRENTINO: Paolo Isotta, nella sua bellissima recensione, ha parlato di “dominio classico della lingua”. Diego De Silva, candidandomi al Premio Strega 2019, ha detto di ’opera prima dalla scrittura sapientemente misurata nel trattare un tema delicato e indigesto come il senso di colpa”. Sono molto grato a entrambi.

 

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Prescindendo dai requisiti e dalla formazione, se potessi scegliere una carriera oltre la scrittura quale sarebbe?

 

CINZIA GIORGIO: Insegno all’università, quindi la carriera accademica e l’organizzazione di eventi culturali.

ELISABETTA BRICCA: Il medico.

COSTANZA DI QUATTRO: Sceglierei sempre il teatro. Non quello da calcare sulle doghe di legno, bensì quello che si fa dietro le quinte. Quello dove mi sono formata e dove ho sviluppato ogni parte di me.

MATTIA SIGNORINI: È qualcosa che faccio già. Ho una scuola di scrittura, la Palomar, e un’agenzia di comunicazione che si chiama Giraffe. Cerco di trasferire ai miei studenti ciò che so sulla scrittura e di aiutare le aziende a far conoscere meglio i loro prodotti. Ed è sempre qualcosa che ha a che fare con le parole.

PIERO SORRENTINO: Quella di temuto critico gastronomico di fama internazionale.

 

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Quali elementi ritieni siano il punto forte della tua scrittura?

 

CINZIA GIORGIO: La chiarezza e la fluidità.

ELISABETTA BRICCA: Ma, non so, sono sempre stati gli altri a dirlo. Partendo da ciò che mi sono sentire dire in questi anni: eleganza, lirismo, una scrittura molto visiva che coinvolge tutti i sensi.

COSTANZA DI QUATTRO: La linearità della forma e dello stile credo sia la mia peculiarità. Una scrittura semplice talvolta risulta più incisiva.

MATTIA SIGNORINI: Forse il lavoro che faccio per semplificare, per fare arrivare la storia nel modo più immediato possibile.

PIERO SORRENTINO: La lingua.

 

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Il tuo prossimo obiettivo a cosa punta, qualche anticipazione?

 

CINZIA GIORGIO: In questi giorni sto editando il prossimo romanzo. È la storia di mia nonna.

ELISABETTA BRICCA: Crescere come autrice. Crescere. Crescere sempre.

COSTANZA DI QUATTRO: Mi piacerebbe proseguire sulla strada tracciata dal sogno della scrittura. Ci sto provando. Chissà…

MATTIA SIGNORINI: A vivere bene la vita, preoccupandomi di meno e lasciando che le cose vadano come devono andare. È un approccio che se gestito bene può illuminare tutto il resto.

PIERO SORRENTINO: Sto lavorando a un romanzo, temo assai ambizioso, sulla irrealtà.

 

 

 

 

 

 

 

 

VOCE DI CARNE E DI ANIMA Alda Merini

Domandano tutti come si fa a scrivere un libro. Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi.

Così nascono i libri, così nascono i poeti.

Da settembre è disponibile in tutte le librerie il volume Voce di carne e di anima, una raccolta poetica della grande poetessa del Novecento italiano, Alda Merini, un’opera editoriale Frassinelli, editato a distanza di dieci anni dalla sua morte. merini

Voce di carne e di anima è una raccolta che riassume poesie e brevi pensieri dell’autrice affidati, negli ultimi dieci anni della sua vita, all’amico Arnoldo Mosca Mondadori, per il quale rappresentano: “Una misteriosa sinfonia poetica, che mi coglieva nei momenti più impensati, quando di giorno o di notte arrivava la sua telefonata con la sua voce, come un oracolo di grazia”.

Si tratta di un florilegio, in cui credo e vocazione religiosa si fanno amore mistico, trasformando il verso in preghiera, attraverso la voce e il dolore in carnalità. L’intera raccolta, fortemente simbolica, è una commistione di voci che, di volta in volta, in Alda Merini suonano evocative, sensuali, carnali, terrene; un disperato grido d’amore, alimentato da un’ispirazione lucida e disincantata, un canto di preghiera, che trasforma la visione in realtà e dove il concetto stesso di amore è sublimato da quella sofferenza, che ha attraversato l’esistenza di Alda Merini.

Io non fui originata ma balzai prepotentemente dalle trame del buio per allacciarmi ad ogni confusione.

Sette i titoli raccolti in questo compendio: Corpo d’amore (2001) che pone al centro Gesù e il suo pensiero rivoluzionario, Magnificat (2002) un’esaltazione della figura di Maria, che accoglie e accetta il mistero della divinità del figlio, La carne degli angeli (2003) in cui l’autrice racconta, attraverso un’intensa interpretazione, il mistero delle presenze angeliche, il Poema della croce (2004) in cui la poetessa da voce al calvario della crocifissione e dove le sofferenze di Gesù si riflettono nel dolore della stessa autrice e il Cantico dei Vangeli (2006) che vede Gesù dialogare con alcuni dei suoi discepoli e con Maria Maddalena, pietosa verso le sofferenze del Signore. A conclusione, Francesco (2007) con passi dedicati a Francesco D’Assisi, talmente intensi da confondere la voce poetica di Alda Merini con le odi del Santo ed Eternamente vivo dove l’autrice ricorda personaggi facenti parte del proprio vissuto, alcuni citati solo per nome, altri ricordati anche per cognome: Luca, Alberto, Richard, il poeta Attilio Bertolucci, Pierluigi Puliti, e lo scrittore Giuseppe Pontiggia.

Alda Merini, a distanza di dieci anni dalla sua morte, continua a essere molto amata: sempre presente in libreria, capita spesso di leggerne i versi sui social; scrittrice geniale, donna tormentata ha vissuto un’esistenza molto travagliata, a causa del paventato disturbo bipolare, sfociato in una forte depressione.

Io nascondo le mie dita, ma pochi vedono che ogni alba di Dio nasce dalle mie mani e che io, uomo infelice, sono lo spartiacque del crocifisso.

I tormenti dell’anima di Alda Merini mi ha riportato alla mente la poetessa americana, di origine tedesca, Sylvia Plath, una delle voci poetiche più incisive del Novecento americano, il cui destino, anche se dai risvolti conclusivi diversi, sembra essere accomunato a quello della poetessa italiana: l’insoddisfazione di non essere comprese fino in fondo, entrambe depresse vengono rinchiuse in manicomio e sottoposte alla terapia elettroconvulsivante, comunemente nota come elettroshock. Tuttavia, mentre Alda Merini riuscì a rimanere lucida e ben ancorata alla realtà, coltivando un profondo amore, unico sentimento capace di trascendere anche la morte; Sylvia Plath, la lady Lazarus americana, finì per idealizzare la morte, presenza sinistra e unico sollievo ai suoi tormenti interiori.

Mio figlio occupava tutti i deserti del mondo, senza di lui non ci sarà più niente. Mio figlio era l’intera popolazione, mio figlio erano tutti gli ebrei.

 

QUARTA DI COPERTINA

Tensione mistica e vocazione terrena, religione e follia, vitalità e scrittura. Per la prima volta viene raccolto in questo volume un ricco, intenso compendio di alcuni dei libri più importanti che la grande poetessa milanese ha affidato – negli ultimi dieci anni della sua vita – all’amico Arnoldo Mosca Mondadori, componendo un’originale sinfonia di «voci» di carne e di anima: da Corpo d’amore, con l’enigma di Gesù e del suo messaggio rivoluzionario, al Poema della croce, in cui si dipana il teatro della crocifissione; da La carne degli angeli, in cui si esprime il mistero delle presenze angeliche, al Magnificat, con al centro una Vergine Maria fragile e umanissima di fronte al mistero della divinità del figlio; dal Cantico dei Vangeli, in cui Pietro, Giovanni, Giuda, Pilato, Maria Maddalena intessono con Gesù un dialogo intenso, a Francesco, un monologo che è a un tempo confessione e preghiera; fino al bellissimo Eternamente vivo. Tutti testi che si sono sempre nutriti di un’enigmatica commistione di carnalità e trascendenza, scandendo con autenticità quasi crudele un’esistenza segnata dalla sofferenza. Nessun poeta assomiglia con altrettanta precisione alle sue opere come Alda Merini. Questa tensione «religiosa», e insieme terrena, spesso erotica, si è incarnata poeticamente in figure sacre via via diverse, voci bellissime e perfette, ora rarefatte ora sensuali, in cui la parola si sostanzia in versi, come scrisse Manganelli, «di una complessità tra minatoria e assurda, di straordinaria invenzione verbale e sintattica». Perché, come è scritto nella Nota introduttiva, Alda Merini «diventava» la voce di coloro che amava profondamente.

 

Chi è ALDA MERINI

Alda Merini (Milano, 1931-2009) è considerata una delle voci più significative della poesia italiana. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra i quali il prestigioso Premio Librex Montale nel 1993, il Viareggio nel 1996, il Procida-Elsa Morante nel 1997 e quello della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1999. Nel 2004 le è stata conferita la medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica ai benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte.

 

DETTAGLI

Autore: Alda Merini

Editore: Frassinelli

Pagine: 503

Prezzo: € 20,00

Formato: rilegato

Data uscita: 17 settembre 2019

EAN: 9788893420617