BAEK HEENA è la vincitrice dell’Astrid Lindgren Memorial Award 2020

illustratriceMalgrado le cancellazioni di tutti gli eventi, a causa della pandemia, lo scorso 31 marzo la giuria del prestigioso premio Astrid Lindgren Memorial Award (ALMA), istituito dal Governo svedese e destinato ad autori impegnati nel campo della letteratura per l’infanzia, ha proclamato vincitrice l’illustratrice sudcoreana Baek Heena, con la seguente motivazione:

Con una spiccata sensibilità per i materiali, la mimica e la gestualità, i libri illustrati di Baek Heena, dal chiaro approccio cinematografico, mettono in scena racconti sulla solitudine dei bambini, sull’amicizia e sul senso di appartenenza. Nei suoi universi in miniatura, zeppi di suggestioni, si mescolano piccoli panini alla nuvola e sorbetto di luna, animali, fate e persone di ogni tipo. La porta è sempre spalancata sull’incredibile, che diventa concreto, incisivo e vertiginoso.

La cerimonia, condotta dalla pronipote di Astrid Lindgren, Boel Westin, per la prima volta ha premiato un’autrice coreana, che ha ricevuto 5 milioni di corone svedesi (circa 455.000 €).

Quest’anno 240 autori, provenienti da 67 Paesi, erano in competizione per l’ambito premio, amministrato dallo Swedish Arts Council; la cerimonia di premiazione tradizionalmente viene trasmessa durante la Bologna Children’s Book Fair, ma a causa della pandemia l’evento è stato cancellato, quindi la cerimonia si è svolta nella casa di Astrid Lindgren, a Stoccolma, il 31 marzo; l’annuncio è stato dato in diretta streaming.

Durante la consegna del premio, il ministro svedese per la cultura e la democrazia, Amanda Lind, ha voluto sottolineare la rilevanza del premio in questo particolare momento storico, in cui i bambini di tutto il mondo e le loro famiglie sono costretti a rimanere a casa: “La lettura è un modo per ridurre le distanze e attraversare i confini“, ha precisato. Inoltre, Amanda Lind ha ricordato che l’idea del libro più famoso di Astrid Lindgren, Pippi Calzelunghe, è nato quando la figlia Karen, avendo la polmonite, le chiese di raccontarle la storia di Pippi Calzelunghe, un nome inventato al momento.

Ma chi è Baek Heena?

Nata a Seul nel 1971, Baek Heena è una delle più importanti illustratrici della letteratura per l’infanzia della Corea; ha studiato al California Institute of the Arts negli Stati Uniti e animazione alla Ewha Womans University di Seoul, laura che ha completato negli Stati Uniti. Dopo la nascita della figlia ha deciso di dedicarsi alla realizzazione di libri illustrati. Complessivamente, ha pubblicato 13 libri, alcuni dei quali sono stati tradotti e hanno ricevuto riconoscimenti importanti, non solo nel suo paese ma anche a livello internazionale. Il suo libro d’esordio è Cloud Bread, pubblicato in inglese nel 2011.

Le illustrazioni di Baek Heena sono caratterizzate da personaggi in miniatura che lei stessa realizza, fotografa e poi inserisce in piccole ambientazioni poetiche, dove la luce ha un ruolo fondamentale. Straordinaria la sua capacità nell’illustrare i gesti e le espressioni facciali dei bambini.

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I VINCITORI DEL PREMIO ALMA fino a oggi

2019 Bart Moeyaert, Belgio

2018 Jacqueline Woodson, USA

2017 Wolf Erlbruch, Germania

2016 Meg Rosoff, UK/USA

2015 PRAESA Sudafrica (Progetto per lo studio di un’educazione alternativa in Sudafrica)

2014 Barbro Lindgren, Svezia

2013 Isol, Argentina

2012 Guus Kuijer, Olanda

2011 Shaun Tan, Australia

2010 Kitty Crowther, Belgio

2009 Tamer Institute for Community Education, Palestina

2008 Sonya Hartnett, Australia

2007 Banco del Libro, Venezuela

2006 Katherine Paterson, USA

2005 Philip Pullman, UK e Ryôji Arai, Giappone

2004 Lygia Bojunga, Brasile

2003 Maurice Sendak, USA e Christine Nöstlinger, Austria

JOHN CONNOLLY con un invito ai suoi lettori

Miei cari lettori,

questa mattina, ho ricevuto un’email della Fanucci Editore, che ho trovato molto interessante, dato che si riallaccia a un concetto che ho ribadito più volte in questo periodo, quello di reinventarsi, nel senso di proporsi in modo nuovo; quindi ho pensato di condividerla.

L’email contiene una lettera del noto autore irlandese John Connolly che, in considerazione di questo momento tanto difficile, ha deciso di avvicinarsi ai suoi lettori in un modo per lui del tutto inusuale, ma che trova adatto al periodo che stiamo attraversando.

Riporto integralmente quanto ricevuto, non solo per chi già conosce John Connolly, ma anche per chi desidera scoprire questo maestro indiscusso del thriller, che con suspence e mistero, ha saputo creare un legame tra i suoi personaggi e i tanti lettori che lo seguono in tutto il mondo.

Ecco quanto ricevuto:

Cari amici,

          Okay, lo so, sono passate solo un paio di settimane dall’ultima newsletter, e Dio non voglia che diventi anch’io uno di quelli che chiamano solo per sapere come state, o che vi credono sulla parola quando dite che dovrebbero farsi vedere più spesso.

          “Oh no, ancora lui!”

          “Digli che non siamo a casa.”

          “Se gli dico che non siamo a casa, saprà che siamo a casa. Cosa sei, un idiota?”

          “Se faccio stare zitti i bambini, magari se ne andrà.”

          “Non se ne va mai. È ostinato. Come i pidocchi.”

          Insomma, non voglio essere uno di quelli. Di nuovo.

          Ma ero dispiaciuto per il rinvio della pubblicazione di The Dirty South a causa delle attuali sgradevolezze, nonché per le difficoltà di alcune edizioni all’estero. E volevo offrire ai lettori una piccola distrazione per le prossime settimane e i prossimi mesi, perché se sei uno scrittore, l’unica cosa che puoi fare per coloro che apprezzano il tuo lavoro è scrivere.

          E così, da giovedì 2 aprile, e a seguire ogni giorno fino alla conclusione della vicenda, pubblicherò sul mio sito, a puntate di 500/600 parole ciascuna, una breve novella con Parker intitolata “Le sorelle Strange“. Per rendere la cosa più interessante, la storia non è stata ancora completata, e non ne conosco né il centro né la fine. Per ora ho scritto soltanto un paio di migliaia di parole, e l’ho fatto perché possano essere tradotte, visto che ogni giorno sul sito verranno pubblicate anche le versioni in francese, spagnolo e italiano. (La novella sarà disponibile anche per i miei editori in altri paesi, ma coordinare i brani in quattro lingue è probabilmente il massimo che possa fare direttamente.)

          È un metodo di lavoro che va contro quello che adotto di solito, il quale consiste nello scrivere con grande lentezza una prima stesura, senza mai rileggere quello che ho creato il giorno prima, e riprendere dall’inizio solo dopo essere giunto al termine. Nessuno vede il libro finché non è stato rivisto e corretto a più riprese e dall’inizio alla fine, processo che mi permette altresì di riorganizzare il materiale, ripensare agli snodi narrativi e riposizionare i personaggi. Io stesso scopro il libro, la storia e i personaggi a mano a mano che scrivo. È l’unico modo in cui so davvero lavorare, ed è così che i miei libri sono stati creati fin dall’inizio della mia carriera.

          “Le sorelle Strange”, al contrario, permetterà ai lettori di assistere a una sorta di “work in progress” nella fase stessa della sua creazione, e una volta che avrò deciso di pubblicare un brano non potrò più modificarlo. Inoltre, voi e io scopriremo la natura della storia e dei suoi personaggi più o meno in contemporanea. (Tra l’altro, la novella segna il temporaneo ritorno alla narrazione in prima persona.) Potrete leggerne un nuovo brano ogni giorno, oppure accumularli per goderveli alla fine della settimana. I nuovi brani saranno resi disponibili qui all’indirizzo http://www.johnconnollybooks.com/the-sisters-strange ogni mattina per almeno un mese, forse anche un po’ più a lungo.

          Comunque scegliate di leggere “Le sorelle Strange”, se lo farete, spero che vi piaccia. È un piccolo segno della mia gratitudine per la vostra gentilezza e il sostegno che mi avete dato negli anni, e un gesto di affetto. Nel corso della mia carriera di scrittore ho avuto la fortuna di conoscere di persona molti di voi, e in questo difficile momento voglio che stiate bene. Con un pizzico di fortuna, nonché di gentilezza, ci rivedremo quando sarà tutto finito. Ricordate, se potete, di sostenere le librerie di zona con i vostri acquisti. I libri ci aiuteranno molto a superare questa situazione, e così facendo anche voi aiuterete un’impresa locale a sopravvivere.

State bene,

John

connolly

CONSIGLI DI LETTURA? NAPOLI RISPONDE

Buongiorno miei lettori,

avrete avuto modo di notare come in questo periodo non mancano i gesti di solidarietà, la vita al tempo del coronavirus è attraversata da atti significativi, piccoli o grandi che siano ed è giusto sottolinearli, permettendo a tutti di venirne a conoscenza.

Così, oggi vorrei raccontarvi di un’iniziativa interessante del Grand Hotel Europa a Napoli il quale, come tutte le strutture turistiche, si trova ad affrontare una situazione difficile; i clienti hanno abbandonato da tempo le camere ma, come detta lo spirito del napoletano DOC, ci si reinventa e lo staff del Grand Hotel ha dato nuovo significato al concetto di solidarietà, in una forma del tutto digitale, con il suo progetto The Unstoppable Reception; tenere aperta la reception telefonica diventa una priorità, per far compagnia a coloro che possono sentirsi soli o semplicemente cercano un contatto con il mondo esterno.

E allora basta comporre il numero per discutere, chiedere, sapere: per farvi consigliare un libro, un film o semplicemente ricevere suggerimenti su una ricetta.

Oltre 900 milioni di persone in tutto il mondo sono confinate nelle loro abitazioni, al punto che con l’isolamento a Venezia sono tornati i cigni, i delfini sono riapparsi nel porto di Cagliari e la natura indisturbata si riappropria degli spazi, permettendo addirittura alle stelle di mostrarsi in tutti il loro splendore sul cielo notturno delle grandi capitali del mondo, fatto che non avveniva da tempo. Quindi affermare che il Covid-19 ha stravolto il Pianeta è dire poco, sappiamo che lo ha fatto in negativo, ma con un’incidenza sull’impatto ambientale insolitamente positiva e del tutto inaspettata.

E mentre le attività sono in stallo al Grand Hotel Europa, dopo aver rimborsato le prenotazioni, per non precipitare è bastato cambiare il modo di guardare alle cose, decidendo di arginare la solitudine e quel senso di abbandono in coloro che, soli, desiderano un contatto con l’esterno.

 

 

Così il Grand Hotel Europa non smette di accogliere e rassicurare, svolgendo le consuete mansioni, ma sotto un’altra ottica infatti, durante il lockdown, il telefono della reception diventa un numero di supporto per chi si sente solo.

Perché lo facciamo? Perché capiamo che le “prime necessità” non sono solo cibo e medicine. Perché sappiamo che la solitudine può essere molto dolorosa da combattere, ma che a volte basta poco per non sentirsi soli.

Quindi, se avete bisogno di compagnia, desiderate sfogarvi o solo per fare due chiacchiere, potete chiamare il Grand Hotel Europa, dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 14.00 al numero 351 7027052 e dalle 15.00 alle 18.00 al 339 3585580; loro assicurano:

Noi siamo sempre pronti alle cornette, per consigliarvi un libro da sfogliare, un film da vedere, una ricetta da preparare, o un itinerario da iniziare a sognare.

 

GLI EBOOK GRATUITI DI PAULO COELHO… e non solo

Miei carissimi lettori,

mentre l’isolamento sociale rende sempre più difficile l’accesso ai libri attraverso le librerie, di contro gli editori e gli autori stanno raddoppiando i loro sforzi in modo che i libri possano giungervi sempre più facilmente; uno dei tanti impegni presi in tal senso arriva anche dal più amato romanziere brasiliano, Paulo Coelho, che ha deciso di rendere gratuiti alcuni dei suoi titoli in formato digitale.

Sui social network, gli autori si fanno in quattro per riuscire a mantenere vivo l’interesse dei followers, e se organizzare presentazioni di nuove pubblicazioni è impensabile, capita spesso di notare scorrere, sulle varie homepage social, video in cui gli autori si cimentano in letture di brani tratti da prossimi libri in uscita, così come non è rara la pubblicazione di post contenenti brevi racconti inediti, per intrattenere i seguaci confinati.

E così, la scorsa settimana, scorrendo la mia homepage di Instagram mi sono imbattuta nel seguente post di Paulo Coelho

Sul suo sito web, l’autore rende disponibili molti dei suoi libri in formato EPUB, tra cui è  possibile trovare anche alcuni titoli in italiano, come sottolinea lo stesso autore nei commenti…

Per scaricare un titolo è semplicissimo: cliccate sulla copertina del libro che desiderate leggere; il formato EPUB consente l’accesso su vari supporti: PC, smartphone e tablet.

Inoltre volevo farvi presente che, dopo l’iniziativa #iorestoaleggere, dal 14 marzo l’intero catalogo ebook de La Nave di Teseo, Baldini+Castoldi e La Tartaruga offre uno sconto del 30%; come sottolinea l’ufficio stampa delle editrici su citate, questo vuole essere “Un gesto concreto considerata la chiusura temporanea delle librerie, per venire incontro al desiderio di lettura di tutti nel periodo complesso che stiamo attraversando.

#IoRestoALeggere, sempre a casa. Perché con un libro non si è mai soli.

 

 

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L’EREDITÀ DI ARIANE Françoise Bourdin

<<[…] E poi, una casa nascosta nella foresta, che appare all’improvviso al centro di una radura, è qualcosa di magico. Quando vengo a trovarti e supero gli ultimi alberi lungo la strada, rimango sempre colpita dalla sobrietà della sua architettura, dal suo aspetto tranquillo e imponente. Ti viene voglia di entrare per metterti al riparo.>>

bourdinFrançoise Bourdin è una tra i più talentuosi romanzieri contemporanei, nel 2013 Le Figaro littéraire la colloca al quarto posto tra gli autori più letti, con cinque milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Uscito in Italia il 27 febbraio, edito da Baldini+Castoldi, L’eredità di Ariane supera le 300.000 copie vendute, rivelandosi un altro bestseller della Bourdin, narrato con uno stile elegante, vivace e fluido, in grado di sedurre il lettore con il suo linguaggio armonioso e ben articolato, che permette all’autrice di rappresentare la fragilità dei sentimenti umani, là dove la vita si diverte a porre tutto in discussione, anche le certezze ben radicate.

Ariane Nogaro, vedova senza figli, appartiene a un’importante famiglia di produttori di resine, delle Landes de Gascogne, un’attività tuttavia destinata a fallire a causa del padre di Ariane, costretto a vendere la tenuta dei Nogaro. Per anni la vita di Ariane trascorre nel tentativo di riacquistare la proprietà di famiglia, così la sua determinazione le permette di compiere tutti quei passi, che la condurranno al conseguimento dei suoi propositi. Ma a quale prezzo?

<<Ero egoista come lo si può essere a vent’anni, e con tanta fretta di ritrovare la vita di prima. Con il pensiero, chiuso in un angolino della mente, ma sempre presente, rivolto a questa casa che mi era stata confiscata e di cui ero determinata a riappropriarmi un giorno.>>

Ormai vecchia e malata, Ariane decide di mettere ordine nei suoi affari, incaricando il suo commercialista, Pierre Laborde, di redigere il testamento. Considerata una “vecchia pazza” dal fratello minore, un professore in pensione, così come dal resto della sua famiglia, Ariane coltiva un legame affettivo e una forte complicità con la figlia più piccola del fratello, Anne, da sempre considerata la nipote prediletta, la quale regolarmente, una volta a settimana, si reca in visita dalla zia per discutere del passato e di quella che fu un tempo la famiglia Nogaro.

Amava molto la zia, apprezzava il suo comportamento da vecchia stramba e il suo umorismo pungente, ammirava il percorso atipico della sua vita. Un tocco di follia benvenuto in una famiglia troppo saggia.

Sposata con un veterinario e madre del dodicenne Léo, Anne esercita la sua professione di contabile a casa, conducendo una vita apparentemente tranquilla, cadenzata da tutte quelle abitudini, che le hanno permesso di costruirsi una quotidianità strutturata su solide certezze. Fino a quando improvvisamente, morendo Ariane, Anne diviene l’unica erede di tutto il patrimonio della zia, inclusa villa Nogaro, la proprietà immersa in una radura tra la pineta e l’oceano, dove Anne si reca una volta a settimana, a guardia della quale si trova Goliath, il fedele mastino di Ariane. Un evento questo che avrà ripercussioni sui legami familiari, riportando in vita vecchi rancori, invidie e tutte quelle inquietudini che sapranno risvegliare i ricordi di un passato lontano, ormai sepolto e di cui Anne verrà a conoscenza attraverso il diario della zia Ariane.

Improvvisamente, Anne si troverà a dover compiere delle scelte, che metteranno in discussione il suo matrimonio e che alimenteranno i malumori con la sua famiglia di origine, esclusa dal testamento di Ariane.

I romanzi di Françoise Bourdin sono costruiti intorno a elementi ricorrenti: donne forti, uomini indecisi, insidie e magnifici paesaggi, una serie di combinazioni che per il lettore si rivelano trascinanti; non fa eccezione L’eredità di Ariane.

Ogni personaggio, protagonista della propria storia personale, possiede tratti caratteriali tracciati con maestria e su cui l’autrice struttura universi esistenziali contrapposti e spesso inquieti: Anne, “spontanea, sincera, indisciplinata”, è un personaggio in continuo divenire, nel corso della narrazione subisce una serie di cambiamenti caratteriali dovuti alla lotta condotta per l’affermazione delle sue scelte e della sua indipendenza, che piano piano le permettono di venir fuori in tutta la sua spontaneità; Valère, il fratello maggiore di Anne, desidera da tempo un figlio, che la sua compagna Suki non riesce a dargli; Lily, la sorella maggiore di Anne, invidiosa e collerica, conduce un’esistenza che l’annoia profondamente, condotta tra la crescita delle figlie e un marito che sembra non bastarle. Infine, il fratello minore di Anne, Jérôme, un uomo di trentaquattro anni, che si trascina in una vita lontana dagli affetti familiari, riuscendo solo a mettersi nei guai, senza aver mai costruito nulla di concreto.

Anche Paul, il marito di Anne, apparentemente equilibrato e sempre sicuro di sé, consuma le proprie certezze all’ombra di quell’orgoglio, che non gli permette mai di compiere un passo in direzione della moglie dal momento in cui eredita, facendo sì che “non erano più fianco a fianco, ma uno di fronte all’altro”.

Aveva vissuto la conquista di Anne come qualcosa di molto importante e il loro matrimonio come un impegno coscienzioso. Non c’era stata nessuna leggerezza in tutto questo. Solo obiettivi, raggiunti grazie al buon senso.

Ariane di contro è un personaggio che si racconta attraverso le pagine di un diario, scoperto casualmente da Anne e che offre un’interessante alternarsi di situazioni, rendendo dinamica la narrazione. Anche il mastino di Ariane, Goliath, è un piccolo protagonista, anche se pur secondario, utilizzato per punteggiare l’azione, permettendo di passare a un piano narrativo più distensivo.

La conclusione un finale aperto, che offre diverse possibilità…

L’eredità di Ariane si rivela quindi un universo intriso di segreti e rivelazioni, che vi terrà compagnia in questi giorni tanto lunghi, quanto difficili, sottolineati da una distanza che spesso si fa opprimente, dove ci viene chiesto di restare in casa, al sicuro, lontano da un mondo che sembra crollare, schiacciato dal peso dell’incertezza… #iorestoacasa e anche voi mi raccomando, restate a casa.

Si alzò e andò ad aprire una delle finestre, quella che si affacciava sul lato posteriore della villa, là dove gli alberi erano più vicini. Un gufo emetteva il suo grido a intervalli regolari, con una sorta di sinistra testardaggine. La notte sembrava molto buia, senza nessuna stella visibile, e le alte silhouette dei pini si distinguevano appena.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Proveniente da un’ex famiglia di proprietari terrieri delle Landes, Ariane Nogaro, vedova e senza figli, decide di mettere ordine nei suoi affari e di redigere il suo testamento. Il bene più importante che possiede è una grande casa nascosta tra la pineta e l’oceano, la culla della sua famiglia. Ma Ariane non ha più contatti né col fratello maggiore, insegnante in pensione, né con la cognata poiché non apprezzano il suo carattere originale, tantomeno il suo stile di vita. Solo con Anne, una delle sue nipoti, ha un legame affettuoso e complice. Sposata con un veterinario e madre di un ragazzino di dodici anni, Anne conduce una vita tranquilla, dividendosi tra il suo lavoro di commercialista e le visite settimanali alla zia. Ma quando Ariane muore improvvisamente tutto cambia: è Anne a ereditare i suoi beni, tra cui la grande casa dei Nogaro. L’apertura del testamento fa riemergere vecchie gelosie e nascere rancori sconvolgendo l’unità famigliare finora preservata, mettendo Anne di fronte a una scelta: che fare di quella villa che racchiude tanti ricordi? Venderla? Oppure andare a viverci, come lei vorrebbe fare nonostante il marito si opponga categoricamente? È giusto che Anne metta il suo matrimonio in pericolo e litighi con la sua famiglia per colpa di un’eredità?

 

Chi è Françoise Bourdin

Nata a Parigi nel 1952 da genitori cantanti lirici di professione, ha pubblicato il suo primo libro ancora minorenne. Nei suoi romanzi dipinge con passione e bravura i paesaggi incantevoli della Bretagna, e rende accattivante e piacevole l’aspetto sentimentale, usando un linguaggio musicale come l’ambiente in cui è cresciuta. Il suo universo affonda le proprie radici nelle storie di famiglia, nei segreti e nelle passioni che la attraversano. L Fra le scrittrici più amate in Francia, ha venduto oltre 9 milioni di copie e i suoi libri sono sempre ai vertici delle classifiche.

 

DETTAGLI

Autore: Françoise Bourdin

Editore: Baldini+Castoldi

Titolo: L’eredità di Ariane

Traduttrice: Raffaella Patriarca

Collana: Romanzi e Racconti

Data uscita: 27 febbraio 2020

Pagine: 336

Formato: brossura

Prezzo: € 19,00

EAN: 9788893882859

 

 

 

La lettera di ESHKOL NEVO agli italiani

Ho deciso di postare, per i lettori di Into The Read, la lettera dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, pubblicata il 13 marzo dal Corriere della Sera, in cui l’autore esprime la propria vicinanza all’Italia, che considera la sua seconda casa.

Nella traduzione di Raffaella Scardi

 

Se potessi vi inviterei tutti a casa mia

Solo restando umani vinceremo la sfida contro il virus

 

Sono preoccupato per i miei amici italiani. Molto preoccupato. Fino a oggi, la divisione è stata chiara: sono io quello che abita nel Paese in cui le catastrofi possono capitare in qualunque momento, perciò sono loro a telefonare a me, o a mandarmi WhatsApp. Da una settimana a questa parte, la situazione si è ribaltata. Sento l’esitazione che anche loro devono provare prima di chiedere come sto quando in Israele c’è una guerra. Esitazione che deriva dal fatto che posso sforzarmi disperatamente di immaginare cosa prova chi vive in Italia adesso. Ma non posso capirlo fino in fondo.

Se potessi, inviterei tutti i miei amici italiani a rifugiarsi in casa mia. Perché no? Apriremmo il divano letto. Rimedieremmo qualche materasso. Ci arrangeremmo. Ma da ieri è diventato impossibile: anche le porte del mio Paese si sono chiuse per gli ospiti. Anche qui le strade sono vuote, e tristi.

In questi ultimi anni, l’Italia è diventata la mia seconda casa. Mi sono innamorato della lingua, della musica, della bellezza, e soprattutto delle persone, della loro passione per la vita. Quando mi trovo in Italia, sono più emotivo. Più aperto. Più felice. Adesso guardo le foto di Milano, vedo piazza Duomo deserta, e mi si stringe il cuore. Mi scrivo con gli amici laggiù, preoccupati più per i loro genitori che per sé stessi, e mi salgono le lacrime agli occhi.

 

Per continuare la lettura della lettera nella sua versione integrale, a seguire il link del Corriere della Sera

https://www.corriere.it/opinioni/20_marzo_13/se-potessi-vi-invitereitutti-casa-mia-2032d3d2-654c-11ea-86da-7c7313c791fe.shtml?refresh_ce

L’IMPORTANZA DELLE PAROLE

Parlando di lingue, è più che nota l’importanza dell’inglese, oggi più di ieri, un’importanza su cui incidono diversi fattori: in primo luogo è una lingua parlata in tutti i continenti, inoltre è la più utilizzata in ambito internazionale, nel commercio e negli affari, è la lingua ufficiale dei Paesi più influenti del pianeta, è la più studiata ed è la lingua più parlata su internet.

Quest’ultimo fattore ha fatto sì che alcuni inglesismi si riversassero e diventassero di uso comune in italiano: fotogallery, influencer, hater, youtuber, masterchef, black Friday, stepchild adoption, spending review sono solo alcuni; molti altri se ne potrebbero aggiungere che fungono da supporto linguistico, soprattutto in ambito tecnologico e informatico.

Così si viene a creare una sorta di miscellanea linguistica, con l’introduzione di nuove terminologie, a sostegno di idiomi sempre più globalizzati e in continua evoluzione.

E se nella lingua italiana la parola più lunga è precipitevolissimevolmente, forse non tutti sanno che la parola più lunga al mondo è un termine scientifico utilizzato per identificare una proteina, la connectina, indicata come Methionylthreonylthreonylglutaminylarginyl… impronunciabile nel suo complesso, a causa della difficoltà determinata dalle sue 189.819 lettere.

Incredibile, vero?

La lingua è un sistematico arricchirsi non solo di vocaboli stranieri ma di parole in grado di adeguarsi ai tempi e luoghi in cui nascono, ricordiamo qualche anno fa l’introduzione nel dizionario della parola petaloso e l’uso anche giornalistico di carrambata e ancora asinocrazia, balotellata, webete, spesometro, azzardopatia, fantuttone.

Poi ci sono parole straniere come mooreeffoc o nacirema, dalla storia etimologica molto interessante e particolare, che assolvono la loro funzione esplicativa attraverso un rovesciamento della lettura, per cui per riuscire a comprenderne origine e significato bisogna leggerle al contrario.

Mooreeffoc è un termine legato alla biografia di Charles Dickens, in cui lo scrittore, raccontando gli anni della sua gioventù vissuta in povertà, scrisse:

Sulla porta c’era una targa ovale di vetro con le semplici parole Coffee Room, scritte sopra in modo che potessero essere lette dalla strada. La conseguenza era che a me, che stavo dentro il caffè, queste parole apparivano come mooR eeffoC e ancora adesso il veder talvolta delle iscrizioni a rovescio mi produce una singolare scossa al sangue.

Quindi una parola irreale, inventata dal famoso autore britannico, nota anche come effetto Mooreeffoc, utilizzata per sottolineare la stranezza delle cose comuni quando vengono viste da una nuova prospettiva; una parola rara, per evidenziare l’importanza di un cambio del punto di vista. Fantasia e creazione immaginifica sono le armi di una mente creativa, capace di andare oltre le razionali ovvietà.

L’aneddoto è stato riportato da Gilbert Keith Chesterton nel suo Ortodossia e anche J. R. R. Tolkien riprende l’argomento sull’importanza del cambio di punto di vista, nel suo saggio Sulle Fiabe:

La fantasia creativa, dal momento che tenta soprattutto di fare qualcos’altro (qualcosa di nuovo), è capace di aprire il vostro forziere e far volare via tutte le cose in esso racchiusevi, come uccelli da una gabbia. Le gemme si trasformano tutte in fiori e fiamme, e vi accorgerete allora che tutto ciò che avevate (o sapevate) era pericoloso e dotato di poteri, nient’affatto saldamente impastoiato, sì anzi libero e selvaggio; e tanto poco vostro quanto quelle cose non erano voi stessi.

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Tolkien coglie l’essenza della questione; lette, scritte, cantate o recitate le parole sono storie pure e semplici, nate tutte dalla capacità di andare al di là dell’ovvio e percorrere strade ancora inesplorate. E infatti qualche cosa di simile all’effetto Mooreeffoc accadde anche a Tolkien mentre correggeva il compito di un suo alunno, colto da noia, girò il foglio e scrisse: In un buco nella terra viveva uno hobbit, senza sapere nemmeno cosa fosse un hobbit. Il prosieguo di quella frase dovreste conoscerlo.

Anche Nacirema non è altro che il termine americano scritto al contrario, su Wikipedia viene riportato che si tratta di “un termine usato in antropologia e la sociologia in relazione agli aspetti del comportamento e della società dei cittadini degli Stati Uniti d’America. Il neologismo tenta di creare un senso di auto-deliberata presa di distanza, in modo che gli antropologi americani potrebbero guardare la propria cultura in modo più obiettivo.”

Tutto ciò mostra come la parola ricopra in ogni lingua un ruolo fondamentale, non solo per la comprensione e quindi la comunicazione, ma anche per lo studio del suo etimo, che ne permette il giusto utilizzo in ambito linguistico.

Senza le parole non potremmo scrivere, leggere, pensare, essere… è la parola a definirci! Le parole danno voce all’esperienza umana.

A seguire una serie di vocaboli inglesi che trovo particolarmente interessanti, PER PROSEGUIRE con alcuni vocaboli italiani, che magari per qualcuno saranno solo parole orrende, eppure costituiscono una piccolissima parte dell’ossatura linguistica su cui si fonda il prezioso bagaglio culturale, espressivo e comunicativo di quel dedalo infernale che è la lingua italiana:

VELLICHIOR: la strana malinconia delle librerie di libri usati

SOPHROSYNE: uno stato d’animo, caratterizzato da autocontrollo, moderazione e una profonda consapevolezza del proprio vero sé e risultante in vera felicità

FERNWEH: un dolore per i luoghi distanti; il desiderio di viaggiare

PSITHURISM: il suono del vento tra gli alberi e il fruscio di foglie

PLUVIOPHILE: un amante della pioggia; qualcuno che trova gioia e tranquillità durante i giorni di pioggia.

PETRICHOR: il meraviglioso odore nell’aria dopo che ha piovuto

CODDIWOMPLE: viaggiare in modo intenzionale verso una vaga destinazione

Ed ecco alcuni vocaboli italiani poco usuali:

(dalla TRECCANI dizionario enciclopedico)

Granciporro: nome di varie specie di granchi, in partic. di Cancer pagurus, commestibile, che può raggiungere notevoli dimensioni. 2. In senso fig., non com. (per lo stesso traslato, o per scherz. alterazione, di granchio), errore madornale, strafalcione.

Cervògia: antico nome di una specie di birra, fatta con orzo o avena fermentata; usato spesso, in poesia e nella lingua letter., come sinon. di birra.

Cernécchio: ciocca di capelli arruffata, ricciolo sfatto.

Solipsista: chi aderisce alla teoria o alle posizioni proprie del solipsismo. Per estens., in usi letter. o elevati, chi ha un atteggiamento di soggettivismo estremo, o chi non vede che il proprio mondo, ignorando o trascurando quello degli altri.

Onusto: carico, meno com. aggravato.

Almanaccare: fantasticare; stillarsi il cervello per trovare un espediente o per indovinare qualche cosa

Sicofante: parola di formazione chiara ma di sign. incerto; secondo un’antica interpretazione, sarebbe in origine colui che denunciava l’esportazione clandestina di fichi dall’Attica. Lett. chi denuncia qualcuno…

Gnomico: sentenzioso; che contiene o è ricco di sentenze, o è costituito da sentenze. In partic., presso i Greci, poesia gn., genere tradizionale di poesia sentenziosa e moraleggiante che si conclude con la gnome o sentenza, racchiusa in un verso esametro o trimetro giambico o in un distico elegiaco.

Còmputo: il computare, conto, calcolo. 1. Nella contabilità relativa ai lavori di costruzioni edilizie, c. metrici, i calcoli numerici tendenti ad accertare la quantità delle singole specie di lavoro; c. estimativi, quelli tendenti ad accertare il costo economico delle opere. 2. Computo ecclesiastico, complesso dei calcoli che servono per regolare il tempo per gli usi ecclesiastici (determinazione della Pasqua e delle feste mobili) sulla base dei seguenti elementi: lettera domenicale, ciclo solare, indizione romana, numero d’oro e epatta.

Carampana: donna volgare, sguaiata, oppure brutta e vecchia.

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NAPOLETANO? E FAMME ‘NA PIZZA! Guida ironica per sfuggire ai luoghi comuni partenopei Vincenzo Salemme

Persino la religione ci ricorda che polvere eravamo e polvere ritorneremo. E allora viva la fantasia che ci permette una via di uscita. Viva la cultura quando resta immaginazione.

salemmeFiglio della città partenopea, di cui ne esprime a pieno spirito e sensibilità, Vincenzo Salemme non è solo un attore, un po’ come Napoli, racchiude in sé mille sfaccettature: commediografo, doppiatore, comico, sceneggiatore, regista teatrale e cinematografico, si rivela anche scrittore, esordendo nel 2018 con il noir La bomba di Maradona, un romanzo edito da Baldini+Castoldi e ambientato a Napoli.

Il 27 febbraio è tornato in libreria con un libro divertente dal titolo Napoletano? E famme ‘na pizza! Guida ironica per sfuggire ai luoghi comuni partenopei, sempre edito da Baldini+Castoldi, dove, con sagace ironia, ci mostra una napoletanità, associabile a uno stile di vita, fortemente identitaria, tipica di chi nasce e vive a Napoli, una sorta di marchio di fabbrica, che solo il napoletano verace possiede, “una patente che ti viene data alla nascita ma che, a differenza di tutte le altre origini identitarie, è mille volte più dispotica, ardua e insidiosa”.

Questo perché essere napoletani significa manifestare un’appartenenza tale da riuscire a inficiare ogni ambito della vita, ma che richiede “devozione e disciplina assolute, nonché il rispetto di un gran numero di regole”.

Eppure l’assunto di questa guida ironica parte da una domanda che Salemme si pone e al contempo pone al lettore: essendo nato a Bacoli, un comune di Napoli, può o non può definirsi a tutti gli effetti un “Napoletano Verace”, come tutti coloro che nascono a Napoli città? E i Probi Viri, come chiama Salemme i napoletani veraci, che criticano i napoletani che non si dimostrano tali, avranno da ridire? Al lettore l’ardua sentenza.

E qui entra in gioco la lista, redatta dall’autore con dovizia, in cui riporta una serie di stereotipi, che accompagnano il napoletano e che danno corpo a questa guida, per sfuggire ai luoghi comuni partenopei; a conclusione di ogni capitolo, Vincenzo Salemme si abbandona a una confessione, di ordine opposto e contrario al luogo comune esposto, attraverso la quale vuol dimostrare che, malgrado tutto, lui è e si sente un napoletano DOC.

Facciamo così: io vi dico quello che penso di ognuna delle voci che ho sopra elencato, ma alla fine di ogni paragrafo vi rivelo anche un mio peccato, un mio piccolo tradimento a ognuno dei nostri riti consacrati dalla Storia e dal Popolo.

Lo humour di Vincenzo Salemme, con la sua capacità di cogliere gli aspetti comici e paradossali della vita, accompagna il lettore lungo il percorso narrativo, velato da un pizzico di appocundria da cui emerge il profondo amore dell’autore per Napoli, il tutto esposto in un tono discorsivo, che a tratti si fa colloquiale.

Essendo una guida, il lettore viene introdotto alla conoscenza di tutti quei luoghi comuni, invariati per secoli, intorno a cui viene strutturata la napoletanità, spaziando dalla pizza, al caffè, per giungere alla religione attraverso San Gennaro, con un cenno a San Patrizia, sino a raccontare dei grandi della napoletanità, quali Totò, Troisi, Eduardo De Filippo, per coinvolgere il pensiero filosofico di Benedetto Croce, approdando alle prelibatezze tipiche partenopee, note ormai in tutto il mondo, quali la mozzarella, la pastiera, i dolci di Natale. Non può mancare un cenno alla camorra, argomento introdotto affiancando la commedia Il sindaco del rione sanità e includendo Gomorra che “ce lo teniamo così com’è e gli auguriamo lunga vita, e speriamo che serva da monito per ricordarci sempre che, mentre il giorno e la luce sono patrimonio della Napoli di Un posto al sole, il buio e le tenebre sono il patrimonio dell’universale natura umana, quella che parla la lingua del male ma purtroppo non abbiamo i sottotitoli per capirla e combatterla“.

Quindi tutti “segni identitari, ma di una cultura dispotica e dogmatica”.

Un insegnamento importante, quello che è possibile cogliere dalle pagine di Vincenzo Salemme, per cui dobbiamo avere il coraggio di liberarci da tutte quelle sovrastrutture che ci vogliono ingabbiati in stereotipi, radicalizzati attraverso futili preconcetti… liberi di esprimerci per potere essere!

Lasciamo che chi ci guarda non veda in noi un napoletano, ma un essere umano e che non venga più spontaneo pensare: “Napoletano? E famme ‘na pizza!”

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Dici Vincenzo Salemme, dici Napoli. Infatti non c’è sua opera, sia essa teatrale o cinematografica, e recentemente anche narrativa, che non ci cali nell’atmosfera del Golfo e, soprattutto, che non ce ne trasmetta i colori vividi, la filosofia, il modo di intendere la vita. A volte però essere napoletani è difficile: bisogna farsi piacere il caffè bollente, mangiare il ragù la domenica e il capitone a Natale, saper raccontare barzellette, suonare il mandolino e cantare perfettamente intonati i grandi classici della canzone partenopea, amare la pizza sopra ogni cosa, saper nuotare e fare il bagno in ogni stagione dell’anno… Ma come mai, si è chiesto Vincenzo, tutte queste pretese le subisce soltanto chi è napoletano mentre chi nasce da un’altra parte è in fin dei conti più libero di essere e fare quel che gli pare? È da una domanda come questa che nasce il suo nuovo libro, una confessione sincera ed esilarante che ci mostra un altro volto di Napoli e dei suoi abitanti. Attraverso un viaggio negli stereotipi e nei luoghi comuni più duri a morire, Salemme ci racconta quanta “fatica” comporta essere sempre all’altezza delle aspettative e quanto è liberatorio, invece, rompere ogni tanto gli schemi, per essere soltanto se stessi.

Chi è VINCENZO SALEMME

Vincenzo Salemme (Bacoli, 1957) è attore, commediografo, regista teatrale e cinematografico, sceneggiatore, ed è uno dei più popolari artisti della sua generazione. Dagli anni Settanta, in cui a teatro era uno degli interpreti preferiti da Eduardo De Filippo, a oggi, campione di incassi con i suoi film, Salemme rappresenta l’anima migliore di Napoli, quella popolare e insieme nobile, e lo fa sempre con la sensibilità e lo spirito dei figli prediletti della città. Fra le messe in scena da lui firmate, ricordiamo solo l’ultima (per ora…) Con tutto il cuore. Al cinema, sono molti i film che lo hanno visto nel doppio ruolo di regista e attore, da L’amico del cuore a E fuori nevica! In televisione, è stato recentemente protagonista di un esperimento di straordinario successo su Raidue: portare per la prima volta le sue commedie in diretta tv come fossero uno show televisivo vero e proprio. Nelle vesti di scrittore, nel 2018 Baldini+Castoldi ha pubblicato il suo esordio nella narrativa, il romanzo noir La bomba di Maradona.

DETTAGLI

Autore: Vincenzo Salemme

Editore: Baldini+Castoldi

Titolo: Napoletano? E famme ‘na pizza! Guida ironica per sfuggire ai luoghi comuni partenopei.

Collana: Le Boe

Data uscita: 27 febbraio 2020

Formato: brossura

Pagine: 160

Prezzo: € 15,00

EAN: 9788893882774

L’ORIGINE DEGLI ALTRI Toni Morrison

Dalla Prefazione di Ta-Nehisi Coates a L’origine degli altri:

Per comprendere come mai ci troviamo di nuovo a questo punto, siamo fortunati ad avere Toni Morrison, una delle più raffinate scrittrici e pensatrici che questo Paese abbia mai prodotto. Le sue opere hanno radici nella storia e distillano bellezza da alcune delle sue manifestazioni più grottesche.

Esistono parole odiose, parole prive di senso, astratte, la cui etimologia va ricercata in quel nonsense che le ha poste in essere solo per ledere e offendere l’Altro, parole quali dysaesthesia aethiopica (designa la furfanteria nei neri liberi e schiavi) e drapetomania (usato per indicare un presunto disturbo mentale che spingeva gli schiavi afroamericani a tentare la fuga). morrison

Ma chi è l’Altro?

Il razzismo nasce da un lato come necessità di essere integrati per far parte della maggioranza bianca, dall’altro nell’individuare degli <<altri>> che diventano i nemici attraverso cui fondare la propria inclusione.

Quest’ultima citazione è di Roberto Saviano, estrapolata dalla sua introduzione all’edizione italiana de L’origine degli altri di Toni Morrison, ricordata quale una delle più importanti scrittrici americane contemporanee, che in questo suo saggio riunisce alcune considerazioni sulla razza, risultato di lezioni tenute, nella primavera del 2016, all’Università di Harvard sulla “letteratura dell’appartenenza” e con cui ci consegna un’opera di straordinaria attualità, edita da Frassinelli, nella traduzione di Silvia Fornasiero.

Con L’origine degli altri l’autrice sottolinea la necessità, l’urgenza, di occuparsi del razzismo, perché “Cambiano i tempi, cambiano i luoghi, cambiano anche le modalità ma non il fine, e quel fine dobbiamo smascherare”. Quindi un’opera che spinge il lettore a riflettere sul concetto di “razza” e sulla rilevanza che le viene data, un’importanza tale da indurre alla costruzione di un altro da sé, in un’alterità che pone l’accento sulla diversità.

Partendo dalla paura che, più o meno inconsciamente, si nutre verso l’Altro, Toni Morrison attraversa il XIX secolo per spingersi fino ai nostri giorni, mettendo in risalto quelle che sono le contraddizioni del nostro tempo: insofferenza alle grandi migrazioni in un mondo che si pretende globalizzato. Ponendosi domande e andando alla ricerca di risposte, l’autrice indaga nella letteratura, nella storia e nella politica parlando di sé, della sua opera e del modo in cui ha cercato di contrastare tutti gli stereotipi annessi al concetto di razza.

L’origine degli altri è una raccolta preziosa, ma molto diversa da ciò a cui la Morrison ci ha abituati con i suoi scritti: trattando argomentazioni estrapolate dalle sue lezioni sulla letteratura dell’appartenenza, l’analisi procede da testi letterari, più o meno noti, dove viene sottolineata l’importanza del colore della pelle nell’interpretazione dell’Altro, tra cui troviamo citata anche La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe.

Nella letteratura del XIX secolo il colore della pelle diviene l’unico indicatore per rivelare il carattere dei protagonisti e per far progredire la narrazione, eppure nulla sembra cambiare anche nel corso del XX secolo con autori quali Ernest Hemingway e William Faulkner: il primo puntando sul colorism, vale a dire la discriminazione basata sul colore della pelle e il secondo sulla one drope rule un principio per cui è sufficiente una sola goccia di sangue africano per definire una persona nera.

Interessante la scelta di Toni Morrison di non specificare nei suoi romanzi il colore della pelle dei personaggi, spingendo il lettore a compiere uno sforzo interpretativo, epurato da qualunque preconcetto.

Ero ansiosa di stroncare e insieme teatralizzare il costrutto della razza, nella speranza di dimostrare quanto fosse mobile e irrimediabilmente privo di significato.

L’origine degli altri può essere considerata un’opera universale che, in un momento storico come quello che stiamo attraversando, si dovrebbe avere la necessità di leggere anche e soprattutto in ambito scolastico; oggi, più di ieri, si guarda all’Altro come a un estraneo, uno da cui ci si deve proteggere; l’identità nazionale è divenuta una questione primaria, si costruiscono barriere fisiche e si creano confini ideologici, ma L’origine degli altri mostra come proprio queste ricorrenti sovrastrutture mentali trovano sempre la stessa origine: il continuo bisogno di difendersi dall’Altro per proteggere la propria appartenenza. Ed è la difesa di questa presunta appartenenza, da cui scaturisce quella superiorità che, estremizzata, si fa razzismo e dove il processo storico segue sempre lo stesso cliché: annichilire l’Altro per rivendicare se stessi.

Che cos’è la razza (oltre che un’immaginazione genetica) e perché ha importanza? Una volta che i suoi parametri sono noti, definiti (ammesso che sia possibile), quale comportamento richiede/incoraggia? La razza è la classificazione di una specie, e noi siamo la razza umana, punto. Allora che cos’è quest’altra cosa – l’ostilità, il razzismo sociale, l’Alterizzazione?

Finché non si comprenderà che la diversità è un elemento di arricchimento nell’evoluzione sociale, e quindi umana, i confini mentali, le diseguaglianze, le discriminazioni, le prevaricazioni rappresenteranno sempre un limite dentro cui prenderà forma un’identità distorta, un’identità che pretende di essere di più di un semplice individuo e che, per realizzare se stessa ed elevarsi al di sopra dell’altro, seleziona ed esclude. Cambiando di poco il punto di vista l’escluso può essere chiunque, nel saggio della Morrison sono i neri ma l’escluso sono tutte le minoranze, sono il disabile, l’omosessuale, il meridionale, il bianco dall’altra parte dell’equatore, il povero…

La scrittrice britannica Jean Rhys (1890 – 1979), pseudonimo di Ella Williams, di origini caraibiche, negli anni Venti del Novecento affermò:

Volevo essere nera, ho sempre voluto essere nera. Essere neri è caldo e gaio, essere bianchi è freddo e triste.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Che cosa è la razza, e perché le diamo tanta importanza? Che cosa spinge gli esseri umani a costruire «un altro» da cui differenziarsi? Perché il colore della pelle ha avuto nella storia un peso così negativo? Perché la presenza dell’altro da noi ci fa così paura? Toni Morrison, in un testo che si impone come una vera e propria orazione civile, va in cerca delle risposte a queste domande parlando di sé, della sua opera, di letteratura, storia e politica, partendo dal xix secolo e arrivando fino ai giorni nostri, e alle grandi migrazioni che caratterizzano il mondo globalizzato. L’origine degli altri è un libro di straordinaria attualità, nel quale i temi che siamo abituati a vedere banalizzati e avviliti nel dibattito pubblico vengono affrontati con passione, acume e profondità dalla più importante scrittrice americana contemporanea.

PREFAZIONE DI TA-NEHISI COATES INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA DI ROBERTO SAVIANO

 

Chi è TONI MORRISON

Toni Morrison (1931-2019), premio Pulitzer nel 1988 e premio Nobel per la letteratura nel 1993, è nata a Lorain, Ohio. È stata docente di Letteratura inglese e Scrittura creativa presso diverse università e per molti anni editor della casa editrice Random House di New York. Autrice di romanzi che sono ormai pietre miliari della letteratura americana, tutti pubblicati in Italia da Frassinelli, nel 2012 ha ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama la Presidential Medal of Freedom.

 

Chi è ROBERTO SAVIANO

Roberto Saviano è uno scrittore, tra i suoi libri Gomorra, ZeroZeroZero, il ciclo La paranza dei bambini e Bacio feroce. Ѐ il creatore della serie tv Gomorra.

 

Chi è TA-NEHISI COATES

Ta-Nehisi Coates è uno scrittore, collabora con le più importanti testate americane. Tra i suoi libri Tra me e il mondo, Una lotta meravigliosa, Otto anni al potere.

 

DETTAGLI

Titolo: L’origine degli altri

Autore: Toni Morrison

Editore: Pickwick (Frassinelli)

Pagine: 120

Formato: tascabile

EAN-13: 9788868365523

In vendita dal: 17 settembre 2019

Prezzo: € 9,90

 

 

 

 

L’ALTRA GRACE Margaret Atwood

Comunque, assassina è una parola pesante da portarsi dietro. Ha un odore quella parola, un odore muschiato e opprimente, come di fiori morti in vaso. Qualche volta, di notte, me lo ripeto a bassa voce: Assassina, assassina. Fruscia, come una gonna di taffetà sul pavimento.

grace

Margaret Atwood è tornata in libreria il 5 settembre 2019 con il suo ultimo romanzo I testamenti, sequel de Il racconto dell’ancella, che come sostiene lei stessa: «Questo libro nasce da tutte quelle domande che mi avete fatto su Gilead e i suoi meccanismi interni. Be’, non solo da questo. L’altra fonte d’ispirazione è il mondo in cui viviamo oggi».

Autrice di libri straordinari, di indubbio successo, che spaziano dalla narrativa alla poesia, dalla letteratura per bambini, alla saggistica, Margaret Atwood sa come catturare e mantenere l’attenzione del lettore e lo fa attraverso l’esplorazione dell’universo umano nella sua complessità sociale. Da fervida femminista, ci ha mostrato come in una società patriarcale alla donna viene negata la sua soggettività, un’affermazione che trova ampio spazio ne L’altra Grace, romanzo pubblicato in prima edizione nel settembre del 1996, la cui notorietà si è accentuata con una miniserie trasmessa su Netflix, e sceneggiata dalla stessa autrice, andata in onda nel novembre del 2017.

Ma chi è l’altra Grace? Il lettore è chiamato a dare una risposta (o anche più di una) a questa domanda! Nella sua ricostruzione, L’altra Grace è una storia vera di furia omicida e follia, raccontata in un romanzo edito da Ponte alle Grazie e nella traduzione di Margherita Giacobino.

Ispirandosi alle vicende legate alla vita di Grace Marks, Margaret Atwood riferisce di una giovane domestica, immigrata dall’Irlanda al Canada, che nel 1843, all’età di appena sedici anni, venne arresta per il brutale omicidio del suo datore di lavoro, Thomas Kinnear e della sua governante, nonché amante, Nancy Montgomery, il cui cadavere di quest’ultima, fatto a pezzi, fu rinvenuto nella cantina della dimora Kinnear.

Insieme a Grace venne accusato lo stalliere, James McDermott, indicato come l’esecutore materiale dei delitti e per tale ragione, una volta processato, venne impiccato; Grace riuscì a sfuggire alla pena di morte, commutata nel carcere a vita, grazie a una serie di circostanze attenuanti attribuibili alla sua giovane età, che faceva di lei una complice e non un’omicida.

Lei venne condannata non per omicidio, ma per complicità in omicidio, perché la sola cosa che si poté provare contro di lei fu che conosceva le intenzioni di McDermott e non le rivelò a nessuno; e che trascurò di rendere pubblico il fatto compiuto.

Per aver cambiato più volte la sua versione e a causa della testimonianza del giovane Jamie Walsh, che l’accusò di indossare durante il processo i vestiti di Nancy Montgomery, Grace Marks, pur dichiarandosi innocente, fu condannata e rinchiusa per un breve periodo in manicomio, per passare subito dopo al penitenziario canadese di Kingston, dove entrò il 21 novembre 1843, per essere scarcerata nell’agosto del 1872.

Nel romanzo della Atwood però i buchi temporali, che ruotano attorno alla storia vera di Grace, vengono colmati con l’introduzione di personaggi estranei alla veridicità dei fatti accaduti, ma che servono a dare continuità narrativa nel guidare il lettore durante il racconto; uno di questi è il dottor Simon Jordan, un giovane psichiatra incaricato di recarsi a Kingston per ascoltare la versione di Grace e riuscire a riportare alla superficie della sua memoria quella parte dei fatti che la giovane ha rimosso durante gli accadimenti, amnesia attribuita al trauma subito. A conclusione, una relazione con la testimonianza del dottor Jordan per il reverendo Verringer, a sostegno di quella petizione utile per far scarcerare Grace, “la cui verità renderà liberi”.

Vidi tre corvi appollaiati uno accanto all’altro sulla traversa dell’albero maestro, e anche mia madre li vide, e disse che portavano sfortuna, perché tre corvi in fila significano che qualcuno doveva morire.

Colpito dalla personalità articolata e sfuggente di Grace e dalla sua dialettica perfetta, il dottor Simon Jordan accompagnerà il lettore nel racconto a cui si abbandonerà Grace, vittima, in quanto donna e per di più povera, di una società per la quale la figura femminile è uno strumento d’istigazione maschile. Il tutto esposto con l’eleganza stilistica e l’incedere narrativo tipico di Margaret Atwood.

Tutte le figure maschili che ruotano attorno a Grace e con le quali il personaggio instaura un rapporto di fiducia, non sembrano possedere quella spinta emozionale tale da riuscire a creare un coinvolgimento emotivo forte con la protagonista, in grado di rappresentare un’azione salvifica in suo favore. Le vicissitudini di ognuno di loro li spinge a perdersi nel corso della vicenda, per seguire obiettivi che nulla hanno a che vedere con la scarcerazione di Grace.

Tutti i personaggi sono ben delineati, ciascuno dotato di una personalità ammaliante, trascinante e coinvolgente.

Eppure approcciarsi al libro cercando di comprendere l’innocenza o la colpevolezza di Grace è un grave errore, il racconto ci mostra un passato in cui tutto è già avvenuto; l’unica chiave di lettura possibile sta nel titolo, che come sempre accade con la Atwood si presta a varie interpretazioni e che nello specifico offre il giusto spunto per andare alla ricerca di quella parte di Grace da cui sembrano scaturire tutte le contraddizioni.

Penso a tutto quello che è stato scritto su di me: che sono un demonio disumano, che sono la vittima innocente di un farabutto e ho agito contro la mia volontà e dietro minaccia di morte, che ero troppo ignorante per sapere dissimulare e che impiccarmi sarebbe un crimine giudiziario, che amo gli animali, che sono molto bella e ho una carnagione luminosa, che ho gli occhi azzurri, che ho gli occhi verdi, che i miei capelli sono rosso scuro e anche bruni, che sono alta e che non supero la statura media, che sono vestita bene e con decoro, che per raggiungere questo risultato ho derubato una donna morta, che so lavorare bene e in fretta, che ho un brutto carattere e un temperamento litigioso, che sembro una donna al di sopra della mia modesta posizione sociale, che sono una brava ragazza di indole docile e con una buona reputazione, che sono astuta e scaltra, che sono un po’ scema e poco meno che idiota. E mi chiedo: come faccio a essere tutte queste cose diverse, tutte insieme?

Grace Marks è un personaggio complesso, articolato, che affascina e irretisce il lettore attraverso una dialettica lucida e impeccabile, la cui ambiguità risiede nelle molteplici sfaccettature, dettate dalla personale esperienza: qualunque cosa accade nella vita Grace viene vissuta dal personaggio con un certo distacco, forse dovuto anche al suo eccessivo autocontrollo, come se fosse sempre fuori dalla sua vita, mai dentro. Il lettore così si troverà in presenza di una Grace spettatrice di ciò che le accade, e una Grace che subisce quella stessa vita di cui è vittima. Tuttavia, questo concetto non è posto a giustificazione del titolo!

L’amnesia dissociativa, per la quale è chiamato a rispondere il dottor Simon Jordan, con la dissociazione della personalità, nota allora come dédoublement, diventò una vera teoria soltanto negli ultimi tre decenni del XIX secolo; l’incapacità di ricordare, ma comunque l’estrema difficoltà di scoprire cosa è realmente accaduto, è uno dei temi ricorrenti in Margaret Atwood.

Come lei sa, signore, non ricordo con esattezza gli avvenimenti di quel giorno terribile, ho la sensazione di non essere stata presente, di essere rimasta in stato d’incoscienza per molte ore; ma sapevo bene che se l’avessi detto mi avrebbero riso in faccia; Jefferson, il macellaio, testimoniò di avermi vista e di aver parlato con me, io gli avrei detto che non avevamo bisogno di carne fresca.

Il XIX secolo, periodo in cui è ambientato il romanzo, è un terreno fertile per le osservazioni di un romanziere contemporaneo, in quanto fu un’epoca ossessionata dalla memoria, dall’oblio, dal sonnambulismo e dall’ipnosi, senza dimenticare Mesmerismo e Spiritismo che si mostravano in tutto il loro fascino alla scienza, ma fu un momento storico di grande importanza poiché per la prima volta si attribuì un valore scientifico alla mente e alla psiche umana.

Con L’altra Grace Margaret Atwood ancora una volta reinterpreta Storia e Società, coinvolgendo con ambientazioni visionarie e tormentate, la cui atmosfera, accentuata dal richiamo a superstizioni e miti popolari e con l’alternarsi di filastrocche e versetti poetici, trascina il lettore in suggestioni che solo una grandissima scrittrice, dotata di grande cultura, sensibilità e spiccata intuizione, riesce a raccontare con maestria ed eleganza stilistica.

In questi giorni penso spesso a Mary Whitney, e a quella volta che ci gettammo dietro le spalle le bucce di mela; in un certo senso, si è avverato tutto. Io ho sposato un uomo il cui nome comincia per J, proprio come diceva lei; diceva anche che prima dovevo attraversare l’acqua per tre volte, e così è stato: due volte sul vaporetto per Lewiston, all’andata e al ritorno, e poi un’altra volta per venire qui.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Nel 1843 il Canada è sconvolto da un atroce fatto di cronaca nera: l’omicidio del ricco possidente Thomas Kinnear e della sua amante, la governante Nancy Montgomery. Imputata insieme a un altro servo, la sedicenne Grace Marks viene spedita in carcere e, sospettata di insanità mentale, in manicomio. A lungo oggetto dei giudizi contrastanti dell’opinione pubblica – propensa a vedere in lei ora una santa, ora una carnefice – la protagonista del romanzo può finalmente raccontare la propria vita al giovane dottore Simon Jordan. Convinto di mettere le proprie conoscenze al servizio della verità sul caso, e al tempo stesso contribuire al progresso della scienza psicologica, Jordan non potrà fare a meno di restare ammaliato da questa personalità complessa e inafferrabile.
Nelle mani di Margaret Atwood, il dialogo che si instaura tra i due si trasforma nel ritratto psicologico di una persona due volte vittima del sistema sociale – in quanto povera e in quanto donna – e assurge a denuncia delle enormi contraddizioni di una società maschilista e tormentata da conflitti interni perché incapace di accettare l’«altro».

Chi è MARGARET ATWOOD

Margaret Atwood è una delle voci più note della narrativa e della poesia canadese. Laureata a Harvard, ha esordito a diciannove anni. Ha pubblicato oltre venticinque libri tra romanzi, racconti, raccolte di poesia, libri per bambini e saggi. Più volte candidata al Premio Nobel per la letteratura, ha vinto il Booker Prize nel 2000 per L’assassino cieco e nel 2008 il premio Principe delle Asturie. Fra i suoi titoli più importanti ricordiamo: L’altra Grace (2008), L’altro inizio (2014), Per ultimo il cuore (2016), Il canto di Penelope (2018), tutti usciti per Ponte alle Grazie. Margaret Atwood vive a Toronto con il marito, lo scrittore Graeme Gibson, e la figlia Jess.

DETTAGLI

Titolo: L’altra Grace

Autore: Margaret Atwood

Editore: Ponte alle Grazie

Collana: Scrittori

Data pubblicazione: 19 ottobre 2017

Formato: Brossura

Pagine: 576

Prezzo: € 20,00

EAN: 9788868337377

Traduttrice: Margherita Giacobino