L’ORIGINE DEGLI ALTRI Toni Morrison

Dalla Prefazione a L’origine degli altri di Ta-Nehisi Coates:

Per comprendere come mai ci troviamo di nuovo a questo punto, siamo fortunati ad avere Toni Morrison, una delle più raffinate scrittrici e pensatrici che questo Paese abbia mai prodotto. Le sue opere hanno radici nella storia e distillano bellezza da alcune delle sue manifestazioni più grottesche.

Esistono parole odiose, parole prive di senso, astratte, la cui etimologia va ricercata in quel nonsense che le ha poste in essere solo per ledere e offendere l’Altro, parole quali dysaesthesia aethiopica (designa la furfanteria nei neri liberi e schiavi) e drapetomania (usato per indicare un presunto disturbo mentale che spingeva gli schiavi afro-americani a tentare la fuga). morrison

Ma chi è l’Altro?

Il razzismo nasce da un lato come necessità di essere integrati per far parte della maggioranza bianca, dall’altro nell’individuare degli <<altri>> che diventano i nemici attraverso cui fondare la propria inclusione.

Quest’ultima citazione è di Roberto Saviano, estrapolata dalla sua introduzione all’edizione italiana de L’origine degli altri di Toni Morrison, ricordata quale una delle più importanti scrittrici americane contemporanee, che in questo suo saggio riunisce alcune considerazioni sulla razza, risultato di lezioni tenute, nella primavera del 2016, all’Università di Harvard sulla “letteratura dell’appartenenza” e con cui ci consegna un’opera di straordinaria attualità, edita da Frassinelli, nella traduzione di Silvia Fornasiero.

Con L’origine degli altri l’autrice sottolinea la necessità, l’urgenza, di occuparsi del razzismo, perché “Cambiano i tempi, cambiano i luoghi, cambiano anche le modalità ma non il fine, e quel fine dobbiamo smascherare”. Quindi un’opera che spinge il lettore a riflettere sul concetto di “razza” e sulla rilevanza che le viene data, un’importanza tale da indurre alla costruzione di un altro da sé, in un’alterità che pone l’accento sulla diversità.

Partendo dalla paura che, più o meno inconsciamente, si nutre verso l’Altro, Toni Morrison attraversa il XIX secolo per spingersi fino ai nostri giorni, mettendo in risalto quelle che sono le contraddizioni del nostro tempo: insofferenza alle grandi migrazioni in un mondo che si pretende globalizzato. Ponendosi domande e andando alla ricerca di risposte, l’autrice indaga nella letteratura, nella storia e nella politica parlando di sé, della sua opera e del modo in cui ha cercato di contrastare tutti gli stereotipi annessi al concetto di razza.

L’origine degli altri è una raccolta preziosa, ma molto diversa da ciò a cui la Morrison ci ha abituati con i suoi scritti: trattando argomentazioni estrapolate dalle sue lezioni sulla letteratura dell’appartenenza, l’analisi procede da testi letterari, più o meno noti, dove viene sottolineata l’importanza del colore della pelle nell’interpretazione dell’Altro, tra cui troviamo citata anche La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe.

Nella letteratura del XIX secolo il colore della pelle diviene l’unico indicatore per rivelare il carattere dei protagonisti e per far progredire la narrazione, eppure nulla sembra cambiare anche nel corso del XX secolo con autori quali Ernest Hemingway e William Faulkner: il primo puntando sul colorism, vale a dire la discriminazione basata sul colore della pelle e il secondo sulla one drope rule un principio per cui è sufficiente una sola goccia di sangue africano per definire una persona nera.

Interessante la scelta di Toni Morrison di non specificare nei suoi romanzi il colore della pelle dei personaggi, spingendo il lettore a compiere uno sforzo interpretativo, epurato da qualunque preconcetto.

Ero ansiosa di stroncare e insieme teatralizzare il costrutto della razza, nella speranza di dimostrare quanto fosse mobile e irrimediabilmente privo di significato.

L’origine degli altri può essere considerata un’opera universale che, in un momento storico come quello che stiamo attraversando, si dovrebbe avere la necessità di leggere anche e soprattutto in ambito scolastico; oggi, più di ieri, si guarda all’Altro come a un estraneo, uno da cui ci si deve proteggere; l’identità nazionale è divenuta una questione primaria, si costruiscono barriere fisiche e si creano confini ideologici, ma L’origine degli altri mostra come proprio queste ricorrenti sovrastrutture mentali trovano sempre la stessa origine: il continuo bisogno di difendersi dall’Altro per proteggere la propria appartenenza. Ed è la difesa di questa presunta appartenenza da cui scaturisce quella superiorità che, estremizzata, si fa razzismo e dove il processo storico segue sempre lo stesso cliché: annichilire l’Altro per rivendicare se stessi.

Che cos’è la razza (oltre che un’immaginazione genetica) e perché ha importanza? Una volta che i suoi parametri sono noti, definiti (ammesso che sia possibile), quale comportamento richiede/incoraggia? La razza è la classificazione di una specie, e noi siamo la razza umana, punto. Allora che cos’è quest’altra cosa – l’ostilità, il razzismo sociale, l’Alterizzazione?

Finché non si comprenderà che la diversità è un elemento di arricchimento nell’evoluzione sociale e quindi umana i confini mentali, le diseguaglianze, le discriminazioni, le prevaricazioni rappresenteranno sempre un limite dentro cui prenderà forma un’identità distorta, un’identità che pretende di essere di più di un semplice individuo e che, per realizzare se stessa ed elevarsi al di sopra dell’altro, seleziona ed esclude. Ma cambiando di poco il punto di vista l’escluso può essere chiunque, nel saggio della Morrison sono i neri ma l’escluso sono tutte le minoranze, sono il disabile, l’omosessuale, il meridionale, il bianco dall’altra parte dell’equatore, il povero…

La scrittrice britannica Jean Rhys (1890 – 1979), pseudonimo di Ella Williams, di origini caraibiche, negli anni Venti del Novecento affermò:

Volevo essere nera, ho sempre voluto essere nera. Essere neri è caldo e gaio, essere bianchi è freddo e triste.

 

QUARTA DI COPERTINA

Che cosa è la razza, e perché le diamo tanta importanza? Che cosa spinge gli esseri umani a costruire «un altro» da cui differenziarsi? Perché il colore della pelle ha avuto nella storia un peso così negativo? Perché la presenza dell’altro da noi ci fa così paura? Toni Morrison, in un testo che si impone come una vera e propria orazione civile, va in cerca delle risposte a queste domande parlando di sé, della sua opera, di letteratura, storia e politica, partendo dal xix secolo e arrivando fino ai giorni nostri, e alle grandi migrazioni che caratterizzano il mondo globalizzato. L’origine degli altri è un libro di straordinaria attualità, nel quale i temi che siamo abituati a vedere banalizzati e avviliti nel dibattito pubblico vengono affrontati con passione, acume e profondità dalla più importante scrittrice americana contemporanea.

PREFAZIONE DI TA-NEHISI COATES INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA DI ROBERTO SAVIANO

 

Chi è TONI MORRISON

Toni Morrison (1931-2019), premio Pulitzer nel 1988 e premio Nobel per la letteratura nel 1993, è nata a Lorain, Ohio. È stata docente di Letteratura inglese e Scrittura creativa presso diverse università e per molti anni editor della casa editrice Random House di New York. Autrice di romanzi che sono ormai pietre miliari della letteratura americana, tutti pubblicati in Italia da Frassinelli, nel 2012 ha ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama la Presidential Medal of Freedom.

 

Chi è ROBERTO SAVIANO

Roberto Saviano è uno scrittore, tra i suoi libri Gomorra, ZeroZeroZero, il ciclo La paranza dei bambini e Bacio feroce. Ѐ il creatore della serie tv Gomorra.

 

Chi è TA-NEHISI COATES

Ta-Nehisi Coates è uno scrittore, collabora con le più importanti testate americane. Tra i suoi libri Tra me e il mondo, Una lotta meravigliosa, Otto anni al potere.

 

DETTAGLI

Titolo: L’origine degli altri

Autore: Toni Morrison

Editore: Pickwick (Frassinelli)

Pagine: 120

Formato: tascabile

EAN-13: 9788868365523

In vendita dal: 17 settembre 2019

Prezzo: € 9,90

 

 

 

 

L’ALTRA GRACE Margaret Atwood

Comunque, assassina è una parola pesante da portarsi dietro. Ha un odore quella parola, un odore muschiato e opprimente, come di fiori morti in vaso. Qualche volta, di notte, me lo ripeto a bassa voce: Assassina, assassina. Fruscia, come una gonna di taffetà sul pavimento.

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Margaret Atwood è tornata in libreria il 5 settembre 2019 con il suo ultimo romanzo I testamenti, sequel de Il racconto dell’ancella, che come sostiene lei stessa: «Questo libro nasce da tutte quelle domande che mi avete fatto su Gilead e i suoi meccanismi interni. Be’, non solo da questo. L’altra fonte d’ispirazione è il mondo in cui viviamo oggi».

Autrice di libri straordinari, di indubbio successo, che spaziano dalla narrativa alla poesia, dalla letteratura per bambini, alla saggistica, Margaret Atwood sa come catturare e mantenere l’attenzione del lettore e lo fa attraverso l’esplorazione dell’universo umano nella sua complessità sociale. Da fervida femminista, ci ha mostrato come in una società patriarcale alla donna viene negata la sua soggettività, un’affermazione che trova ampio spazio ne L’altra Grace, romanzo pubblicato in prima edizione nel settembre del 1996, la cui notorietà si è accentuata con una miniserie trasmessa su Netflix, e sceneggiata dalla stessa autrice, andata in onda nel novembre del 2017.

Ma chi è l’altra Grace? Il lettore è chiamato a dare una risposta (o anche più di una) a questa domanda! Nella sua ricostruzione, L’altra Grace è una storia vera di furia omicida e follia, raccontata in un romanzo edito da Ponte alle Grazie e nella traduzione di Margherita Giacobino.

Ispirandosi alle vicende legate alla vita di Grace Marks, Margaret Atwood riferisce di una giovane domestica, immigrata dall’Irlanda al Canada, che nel 1843, all’età di appena sedici anni, venne arresta per il brutale omicidio del suo datore di lavoro, Thomas Kinnear e della sua governante, nonché amante, Nancy Montgomery, il cui cadavere di quest’ultima, fatto a pezzi, fu rinvenuto nella cantina della dimora Kinnear.

Insieme a Grace venne accusato lo stalliere, James McDermott, indicato come l’esecutore materiale dei delitti e per tale ragione, una volta processato, venne impiccato; Grace riuscì a sfuggire alla pena di morte, commutata nel carcere a vita, grazie a una serie di circostanze attenuanti attribuibili alla sua giovane età, che faceva di lei una complice e non un’omicida.

Lei venne condannata non per omicidio, ma per complicità in omicidio, perché la sola cosa che si poté provare contro di lei fu che conosceva le intenzioni di McDermott e non le rivelò a nessuno; e che trascurò di rendere pubblico il fatto compiuto.

Per aver cambiato più volte la sua versione e a causa della testimonianza del giovane Jamie Walsh, che l’accusò di indossare durante il processo i vestiti di Nancy Montgomery, Grace Marks, pur dichiarandosi innocente, fu condannata e rinchiusa per un breve periodo in manicomio, per passare subito dopo al penitenziario canadese di Kingston, dove entrò il 21 novembre 1843, per essere scarcerata nell’agosto del 1872.

Nel romanzo della Atwood però i buchi temporali, che ruotano attorno alla storia vera di Grace, vengono colmati con l’introduzione di personaggi estranei alla veridicità dei fatti accaduti, ma che servono a dare continuità narrativa nel guidare il lettore durante il racconto; uno di questi è il dottor Simon Jordan, un giovane psichiatra incaricato di recarsi a Kingston per ascoltare la versione di Grace e riuscire a riportare alla superficie della sua memoria quella parte dei fatti che la giovane ha rimosso durante gli accadimenti, amnesia attribuita al trauma subito. A conclusione, una relazione con la testimonianza del dottor Jordan per il reverendo Verringer, a sostegno di quella petizione utile per far scarcerare Grace, “la cui verità renderà liberi”.

Vidi tre corvi appollaiati uno accanto all’altro sulla traversa dell’albero maestro, e anche mia madre li vide, e disse che portavano sfortuna, perché tre corvi in fila significano che qualcuno doveva morire.

Colpito dalla personalità articolata e sfuggente di Grace e dalla sua dialettica perfetta, il dottor Simon Jordan accompagnerà il lettore nel racconto a cui si abbandonerà Grace, vittima, in quanto donna e per di più povera, di una società per la quale la figura femminile è uno strumento d’istigazione maschile. Il tutto esposto con l’eleganza stilistica e l’incedere narrativo tipico di Margaret Atwood.

Tutte le figure maschili che ruotano attorno a Grace e con le quali il personaggio instaura un rapporto di fiducia, non sembrano possedere quella spinta emozionale tale da riuscire a creare un coinvolgimento emotivo forte con la protagonista, in grado di rappresentare un’azione salvifica in suo favore. Le vicissitudini di ognuno di loro li spinge a perdersi nel corso della vicenda, per seguire obiettivi che nulla hanno a che vedere con la scarcerazione di Grace.

Tutti i personaggi sono ben delineati, ciascuno dotato di una personalità ammaliante, trascinante e coinvolgente.

Eppure approcciarsi al libro cercando di comprendere l’innocenza o la colpevolezza di Grace è un grave errore, il racconto ci mostra un passato in cui tutto è già avvenuto; l’unica chiave di lettura possibile sta nel titolo, che come sempre accade con la Atwood si presta a varie interpretazioni e che nello specifico offre il giusto spunto per andare alla ricerca di quella parte di Grace da cui sembrano scaturire tutte le contraddizioni.

Penso a tutto quello che è stato scritto su di me: che sono un demonio disumano, che sono la vittima innocente di un farabutto e ho agito contro la mia volontà e dietro minaccia di morte, che ero troppo ignorante per sapere dissimulare e che impiccarmi sarebbe un crimine giudiziario, che amo gli animali, che sono molto bella e ho una carnagione luminosa, che ho gli occhi azzurri, che ho gli occhi verdi, che i miei capelli sono rosso scuro e anche bruni, che sono alta e che non supero la statura media, che sono vestita bene e con decoro, che per raggiungere questo risultato ho derubato una donna morta, che so lavorare bene e in fretta, che ho un brutto carattere e un temperamento litigioso, che sembro una donna al di sopra della mia modesta posizione sociale, che sono una brava ragazza di indole docile e con una buona reputazione, che sono astuta e scaltra, che sono un po’ scema e poco meno che idiota. E mi chiedo: come faccio a essere tutte queste cose diverse, tutte insieme?

Grace Marks è un personaggio complesso, articolato, che affascina e irretisce il lettore attraverso una dialettica lucida e impeccabile, la cui ambiguità risiede nelle molteplici sfaccettature, dettate dalla personale esperienza: qualunque cosa accade nella vita Grace viene vissuta dal personaggio con un certo distacco, forse dovuto anche al suo eccessivo autocontrollo, come se fosse sempre fuori dalla sua vita, mai dentro. Il lettore così si troverà in presenza di una Grace spettatrice di ciò che le accade, e una Grace che subisce quella stessa vita di cui è vittima. Tuttavia, questo concetto non è posto a giustificazione del titolo!

L’amnesia dissociativa, per la quale è chiamato a rispondere il dottor Simon Jordan, con la dissociazione della personalità, nota allora come dédoublement, diventò una vera teoria soltanto negli ultimi tre decenni del XIX secolo; l’incapacità di ricordare, ma comunque l’estrema difficoltà di scoprire cosa è realmente accaduto, è uno dei temi ricorrenti in Margaret Atwood.

Come lei sa, signore, non ricordo con esattezza gli avvenimenti di quel giorno terribile, ho la sensazione di non essere stata presente, di essere rimasta in stato d’incoscienza per molte ore; ma sapevo bene che se l’avessi detto mi avrebbero riso in faccia; Jefferson, il macellaio, testimoniò di avermi vista e di aver parlato con me, io gli avrei detto che non avevamo bisogno di carne fresca.

Il XIX secolo, periodo in cui è ambientato il romanzo, è un terreno fertile per le osservazioni di un romanziere contemporaneo, in quanto fu un’epoca ossessionata dalla memoria, dall’oblio, dal sonnambulismo e dall’ipnosi, senza dimenticare Mesmerismo e Spiritismo che si mostravano in tutto il loro fascino alla scienza, ma fu un momento storico di grande importanza poiché per la prima volta si attribuì un valore scientifico alla mente e alla psiche umana.

Con L’altra Grace Margaret Atwood ancora una volta reinterpreta Storia e Società, coinvolgendo con ambientazioni visionarie e tormentate, la cui atmosfera, accentuata dal richiamo a superstizioni e miti popolari e con l’alternarsi di filastrocche e versetti poetici, trascina il lettore in suggestioni che solo una grandissima scrittrice, dotata di grande cultura, sensibilità e spiccata intuizione, riesce a raccontare con maestria ed eleganza stilistica.

In questi giorni penso spesso a Mary Whitney, e a quella volta che ci gettammo dietro le spalle le bucce di mela; in un certo senso, si è avverato tutto. Io ho sposato un uomo il cui nome comincia per J, proprio come diceva lei; diceva anche che prima dovevo attraversare l’acqua per tre volte, e così è stato: due volte sul vaporetto per Lewiston, all’andata e al ritorno, e poi un’altra volta per venire qui.

QUARTA DI COPERTINA

Nel 1843 il Canada è sconvolto da un atroce fatto di cronaca nera: l’omicidio del ricco possidente Thomas Kinnear e della sua amante, la governante Nancy Montgomery. Imputata insieme a un altro servo, la sedicenne Grace Marks viene spedita in carcere e, sospettata di insanità mentale, in manicomio. A lungo oggetto dei giudizi contrastanti dell’opinione pubblica – propensa a vedere in lei ora una santa, ora una carnefice – la protagonista del romanzo può finalmente raccontare la propria vita al giovane dottore Simon Jordan. Convinto di mettere le proprie conoscenze al servizio della verità sul caso, e al tempo stesso contribuire al progresso della scienza psicologica, Jordan non potrà fare a meno di restare ammaliato da questa personalità complessa e inafferrabile.
Nelle mani di Margaret Atwood, il dialogo che si instaura tra i due si trasforma nel ritratto psicologico di una persona due volte vittima del sistema sociale – in quanto povera e in quanto donna – e assurge a denuncia delle enormi contraddizioni di una società maschilista e tormentata da conflitti interni perché incapace di accettare l’«altro».

Chi è MARGARET ATWOOD

Margaret Atwood è una delle voci più note della narrativa e della poesia canadese. Laureata a Harvard, ha esordito a diciannove anni. Ha pubblicato oltre venticinque libri tra romanzi, racconti, raccolte di poesia, libri per bambini e saggi. Più volte candidata al Premio Nobel per la letteratura, ha vinto il Booker Prize nel 2000 per L’assassino cieco e nel 2008 il premio Principe delle Asturie. Fra i suoi titoli più importanti ricordiamo: L’altra Grace (2008), L’altro inizio (2014), Per ultimo il cuore (2016), Il canto di Penelope (2018), tutti usciti per Ponte alle Grazie. Margaret Atwood vive a Toronto con il marito, lo scrittore Graeme Gibson, e la figlia Jess.

DETTAGLI

Titolo: L’altra Grace

Autore: Margaret Atwood

Editore: Ponte alle Grazie

Collana: Scrittori

Data pubblicazione: 19 ottobre 2017

Formato: Brossura

Pagine: 576

Prezzo: € 20,00

EAN: 9788868337377

Traduttrice: Margherita Giacobino

I BISCOTTI DI PERCY JACKSON da Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo – Il ladro di fulmini di Rick Riordan –

Percy

Erano biscotti al cioccolato: quelli azzurri che cucinava mia madre, burrosi e bollenti, con le gocce di cioccolato ancora sciolte. Una sensazione di benessere e calore mi pervase il corpo. Ero pieno di energia. Il dolore non era passato, ma fu come se mia madre mi avesse appena fatto una carezza sulla guancia, dicendomi che sarebbe andato tutto bene.

Tratto da Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo. Il ladro di fulmini di Rick Riordan

 

 

 

 

INGREDIENTI

  • 150 gr di burro
  • 50 gr di zucchero semolato
  • 200 gr di farina 00
  • 100 gr di zucchero di canna
  • 2 uova
  • Colorante alimentare blu
  • Gocce di cioccolato
  • Mezza bustina di lievito per dolci
  • Estratto di vaniglia
  • Un pizzico di sale

 

PREPARAZIONE

Tutti gli ingredienti di questa ricetta devono essere a temperatura ambiente.

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Preriscaldate il forno a 150 °C

Mescolate il burro con i due tipi di zucchero, poi aggiungere l’estratto di vaniglia e le due uova (se volete potete sostituire le uova con 300 ml di latte), cercando di ottenere un impasto omogeneo.

 

Aggiungete la farina setacciata, il lievito e un pizzico di sale.

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Incorporate all’impasto il colorante alimentare e le gocce di cioccolato, di cui ne terrete un po’ da parte per metterle sui biscotti prima d’infornarli. Le gocce di cioccolato, aggiunte agli ingredienti umidi, daranno ai vostri biscotti una bella tonalità.

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Prendete due cucchiaini per dare forma ai biscotti, prima di adagiarli sulla carta forno, schiacciando leggermente l’impasto in modo da ottenere dischi dal diametro di 3 – 4 cm.

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Infornate i biscotti per 15 minuti a 150 °C, ben distanziati, avendo cura ogni tanto di controllare, in modo da evitare che sui biscotti si formi una patina brunita, dovuta alla prolungata cottura. Quest’ultimo passaggio dipende molto dalla vostra attenzione e dalla temperatura che il vostro forno esercita a 150 °C.

A cottura ultimata, lasciate raffreddare i biscotti prima di rimuoverli dalla teglia.

 

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DITA DI DAMA Chiara Ingrao

Operaia. Era bastata quella parola, a farle crollare il mondo addosso. Operaia: lacrime calde che mi colavano nel collo, il naso gonfio strofinato sulla camicetta, a sbrodolarmi di moccio. Frasi smozzicate, fra un singhiozzo e l’altro, come una bambina piccola: perché quello ha detto…? Ma come fanno a pensare…? E la stenodattilo? L’operaia, Francé. L’operaia!!

image001.jpgIn occasione del cinquantesimo anniversario delle lotte operaie e sindacali del 1969, per la collana “i Delfini” de La nave di Teseo, è stato ristampato il romanzo di Chiara Ingrao Dita di dama, con postfazione di Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, che pone l’accento sull’importanza storica degli avvenimenti di allora.

Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 2009 da La Tartaruga, è vincitore del Premio Alessandro Tassoni 2010.

Le vicende narrate da Chiara Ingrao sono ispirate alla vita delle ex operaie della Voxson, un’azienda romana operante nel settore dell’elettronica di consumo, in particolare di apparecchi televisivi e radiofonici, che l’autrice ebbe modo di frequentare negli anni Settanta, da giovane sindacalista.

E in questo contesto, nello spaccato dell’Italia operaia, durante gli anni che vanno dal 1969, ai tumulti di Reggio Calabria del 1972, che Chiara Ingrao ambienta la storia di Francesca e Maria, due amiche inseparabili, cresciute insieme nello stesso cortile della periferia romana, a Casal Bertone, fino a quando compiuti i diciotto anni le loro strade subiscono una deviazione forzata: Francesca si iscrive all’Università e, malgrado volesse diventare una veterinaria, assecondando il volere del padre frequenta la facoltà di Giurisprudenza; Maria, invece, per quanto fosse stata una promettente studentesse, viene costretta dalla famiglia a lavorare come operaia in una fabbrica di televisori.

Il rosso è volgare, diceva sempre. E controllava l’effetto sotto la lampada, del luccichio rosato sulle dita sottili. Dita di dama, scherzavo io; ma a lei non piaceva perché “dita di dama” era il nome di certi biscotti, dolciastri e un po’ insipidi – troppo stucchevoli, diceva Maria.

Le dita sottili di Maria, “dita di dama affusolate e veloci”, dita da pianista e perfette per una stenografa, la catapultano in una realtà dove il duro lavoro alla linea di montaggio si mescola a parole prive di significato per chi non sa cosa sia la bolla, i marcatempo, la paletta, la stira. La vita dura della fabbrica cambierà velocemente la protagonista, che da crumira a scioperante, diviene rappresentante della parte più agguerrita delle lavoratrici, per essere eletta delegata FIOM. La presa di coscienza di Maria non è dovuta solo al lavoro in fabbrica, è anche conseguenziale al vissuto personale delle colleghe, tutti personaggi dai tratti caratteriali molto forti: Mammassunta, che si impegna a insegnare il lavoro a Maria, Nina, detta Ninanana, per la quale è “meglio in baracca che donnetta”, ‘Aroscetta perché “rossa di testa e di cuore” e Paolona, che perde due dita della mano in un incidente sul lavoro.

La voce narrante è quella di Francesca, l’amica di sempre, che nei suoi ricordi ripercorre non solo la vita lavorativa di Maria, ma anche quella sentimentale, messa spesso in discussione dal ruolo ricoperto dalla cara amica all’interno della fabbrica, che sembra ostacolare la sua storia d’amore con Peppe, un giovane marcatempo conosciuto sul posto di lavoro.

Sono una delegata, non posso sottrarmi alle mie responsabilità, dichiarava solenne; e continuava a rinviare, come se in queste cose fosse possibile.

Ma Francé è anche la giovane intellettuale, sfiorata dalla contestazione studentesca, che vede Maria sempre più impegnata politicamente, in una direzione democratica e femminista. E sullo sfondo l’Italia che cambia, da Piazza Fontana, alla legge sul divorzio, allo Statuto dei lavoratori.

Avrei fatto qualunque cosa, pur di farle dimenticare le sue angosce. Notte dopo notte, ho tirato giù le stelle a una a una, per tentare inutilmente di strapparle un sorriso: a ogni stella assegnavo un nome, una morfologia, una flora e una fauna. Facevo il verso a Saint-Exupéry, con il suo Piccolo Principe a vagare tra gli asteroidi: inventavo per lei pianeti improbabili, deserti iridati di polvere cosmica e foreste fitte di ginestre giganti, con gialle chiome fiammeggianti a riscaldare i pianeti vicini, mentre nel buio sottostante, nel groviglio dei tronchi, vive un popolo geniale e minuscolo, di esserini fosforescenti che comunicano fra loro con un ammiccare di luminosità, come le lucciole…

All’interno del romanzo, la figura di Maria è il perno attorno al quale ruotano i fatti storici salienti, riportati in vita dai ricordi di Francesca, la cui amicizia si intreccerà anche alla vita lavorativa della protagonista, nel momento in cui verrà coinvolta, prestando assistenza all’ufficio vertenze del sindacato.

Nel corso della narrazione è possibile cogliere una pluralità di registri linguistici, che vanno dal parlato romanesco delle lavoratrici, al linguaggio tecnico della fabbrica e ancora l’eloquenza delle assemblee studentesche e la colloquialità informale dei dialoghi tra Francesca e Maria, nonché il sindacalese. E alla base il ricorso alla memorialistica che con Francesca riporta in essere le vicende legate a Maria, nello specifico e alla Storia, in generale. Inoltre, a dare il titolo ai vari capitoli sono i versi di Dante, estrapolati dall’Inferno, a sostegno probabilmente della dura realtà vissuta dalle donne nella fabbrica, prima di quel tanto anelato “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, titolo del penultimo capitolo, che segna il raggiungimento di tutti gli obiettivi, sia collettivi che personali, all’interno del romanzo.

Dita di dama, nella sua ricostruzione storica, è il risultato di tutte le testimonianze raccolte da Chiara Ingrao, anche se, come specificato dall’autrice nei Ringraziamenti, nessun personaggio riproduce fedelmente la vita di coloro che hanno vissuto la realtà di quegli anni.

Gli anni raccontati dall’autrice sono stati fondamentali per il nostro Paese, così come evidenzia Maurizio Landini nella sua postfazione; nelle fabbriche i lavoratori acquisiscono consapevolezza, si sentono parte di una classe, la classe operaia e l’autrice, intrecciando i sentimenti dei personaggi, alle vicende storiche di quegli anni, ricostruisce la realtà della fabbrica vissuta da tutti coloro che vi lavoravano e da lei stessa, in quanto sindacalista CGIL negli anni Settanta.

Dal 2017, Laura Pozone porta in scena una sua versione teatrale di Dita di dama, offrendo interessanti spunti di riflessione, per una storia che ci invita a guardare indietro, per non dimenticare quei “giorni così, tempi così: allegri e feroci, e più veloci della luce”.

Anche per questa ragione, abbiamo bisogno di non dimenticare la nostra storia, per trovare forza e nutrimento, ricordando i modi in cui cinquant’anni fa siamo stati capaci di <<cambiare il modo di pensare, di lavorare, di vivere>>.

–  Maurizio Landini

QUARTA DI COPERTINA

Maria ha 18 anni, nell’autunno del 1969: un seno troppo sfacciato, e dita di dama. È la prima della classe, ma finisce operaia: come ‘Aroscetta, Ninanana, Paolona, Mammassunta… Le loro storie, fra rabbia e risate, nel turbinio dell’Italia che cambia. Il contratto dei metalmeccanici, Piazza Fontana, la legge sul divorzio. Fare la crumira, poi scioperare e diventare delegata: scontrarsi con i genitori, crescere, essere travolta da un amore che sembra impossibile. E l’amicizia: a raccontare la storia è Francesca, l’amica di sempre. Quella che è cresciuta nello stesso palazzone della periferia romana, ma ha potuto studiare. Quella che oggi si guarda indietro, e pensa che ci ha lasciato una parte di sé, in quei “giorni così, tempi così: allegri e feroci, e più veloci della luce”. “Abbiamo bisogno di non dimenticare la nostra storia,” scrive Maurizio Landini nella postfazione in cui riflette sui nessi fra l’autunno caldo e le sfide del presente, “per trovare forza e nutrimento, ricordando i modi in cui cinquant’anni fa siamo stati capaci di ‘cambiare il modo di pensare, di lavorare, di vivere’.”

 

Chi è CHIARA INGRAO

Chiara Ingrao ha lavorato come sindacalista, interprete, parlamentare, programmista radio, consulente su diritti delle donne e diritti umani. Per Baldini+Castoldi ha pubblicato Soltanto una vitaIl resto è silenzio e Migrante per sempre. Ha scritto anche libri per ragazzi, filastrocche e saggi. È sposata con Paolo Franco e ha due figlie, due figliocci e tre nipoti.

 

DETTAGLI

Autore: Chiara Ingrao

Editore: La nave di Teseo

Titolo: Dita di dama

Collana: i Delfini

Pagine: 311

Formato: brossura

Prezzo: € 12,00

EAN: 9788834602102

Postfazione di Maurizio Landini

INTERVISTA A DIEGO GALDINO

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Tempo fa una mia carissima amica mi parlò di un autore romano, di quanto le piacesse la sua scrittura e di come fosse rimasta incantata dai suoi romanzi. Contagiata da tanto entusiasmo, decisi di acquistare il suo romanzo d’esordio Il primo caffè del mattino, edito da Sperling & Kupfer. Avrete sicuramente capito che sto parlando di Diego Galdino, un autore che fa sognare ed emozionare i suoi lettori e che alterna la sua carriera di scrittore a quella imprenditoriale, dato che possiede un bar, al centro di Roma, dove intrattiene i suoi tanti fans preparando caffè; lui stesso sostiene che il caffè è la sua fonte d’ispirazione.

Il Messaggero di lui ha scritto: “Diego Galdino, barista e scrittore, è una delle favole che ogni tanto affiorano nel mare immenso della metropoli romana, la cui risacca più spesso restituisce il fragore di storie sinistre.”

Dal suo romanzo di esordio sono trascorsi sei anni e oggi Diego Galdino è un autore pubblicato non solo in vari paesi europei, tra cui Germania, Austria, Svizzera, Polonia, Bulgaria, Serbia, Spagna, ma è noto anche in Sudamerica. FB_IMG_1531820796209

Nato a Roma nel 1971, questo interessantissimo scrittore romano ama perdutamente il mondo dei libri, tanto da essere addirittura un collezionista di prime edizioni. Appassionato di cinema e letteratura straniera, soprattutto anglosassone, si è distinto per riscontro di critica e pubblico come una delle voci più interessanti della narrativa italiana contemporanea.

La sua carriera comincia nel 2013, quando Sperling & Kupfer pubblica il bestseller Il primo caffè del mattino, divenuto in breve tempo un caso letterario. Il successo è tale che ne vengono venduti i diritti cinematografici. Nel mentre scaturisce da questo stesso romanzo, Il viaggio delle fontanelle, un itinerario alla scoperta di Roma e delle sue fontanelle. Sempre con Sperling & Kupfer, nel 2014, pubblica Mi arrivi come da un sogno, nel 2017 Ti vedo per la prima volta e nel 2018 esce il sequel de Il primo caffè del mattino, dal titolo L’ultimo caffè della sera. Tutti grandi successi editoriali, tali da definire Diego Galdino il Nicholas Sparks italiano, un autore da più di un libro all’anno.

La sua ultima pubblicazione, Bosco Bianco, edito da Independently Published, è disponibile in tutte le librerie dal mese di aprile.

Poi la sua agente, Vicki Satlow, gli chiede di scrivere una storia straordinaria, lui la prende in parola e…

Ecco cosa ha raccontato ai lettori di Into The Read in questa intervista:

Da barista a scrittore il passo è stato breve. Come nasce lo scrittore Diego Galdino?

Si può dire che sono diventato lo scrittore di oggi per merito – o colpa – di una ragazza adorabile che a sua volta adorava Rosamunde Pilcher, una scrittrice inglese che di storie d’amore se ne intendeva parecchio. Un giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza, di cui ero perdutamente innamorato, era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene.

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Il tuo ultimo libro è Bosco Bianco, edito da Independently Published. Ce ne vuoi parlare?

Bosco Bianco nasce tanti anni fa in un periodo molto difficile della mia vita. Avevo appena divorziato e per uno scrittore di romanzi d’amore era una grande sconfitta. La paura di non poter più vivere quotidianamente le mie figlie, il senso di colpa per aver tolto loro una famiglia normale, o la possibilità di addormentarsi con la consapevolezza che in caso di un brutto sogno ci sarebbero stati entrambi i genitori a rassicurarle, ha fatto sì che io proiettassi queste cose sul protagonista della mia storia. Un uomo bisognoso di tornare a credere nell’amore e che lotta per recuperare la serenità e per dimostrare alle proprie figlie di essere un buon padre.

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La grandezza di uno scrittore si costruisce nel tempo, attraverso una costante crescita stilistica e quindi letteraria. Da Il primo caffè del mattino a Bosco Bianco cosa è cambiato nella tua scrittura?

In realtà nella mia scrittura non è cambiato molto, anzi forse nulla, ancora oggi non sono stilisticamente perfetto e il mio modo di scrivere continua ad essere poco ricercato, sono un istintivo, scrivo senza pensare, di cuore, di pancia, magari così facendo lascio qualcosa per strada, però almeno sono sicuro di poter arrivare a tutti nel minor tempo possibile… Dalla pelle al cuore e dal cuore alla pelle…Per fortuna poi ci sono i correttori di bozze…

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La tua intensa attività letteraria comincia nel 2013. A quale dei tuoi libri sei più legato e perché?

Il libro a cui sono più affezionato è sicuramente il prossimo che uscirà a San Valentino. Diciamo che l’ho scritto come se fosse l’ultimo romanzo d’amore che avrei scritto nella mia vita. Una storia straordinaria è una specie di testamento sentimentale, letterario, l’eredità del mio cuore che ho deciso di lasciare alle mie figlie.

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Il sentimento, l’amore, l’emozioni sono gli elementi strutturali intorno ai quali ruotano i tuoi costrutti narrativi, quanto riflettono del tuo mondo e della tua interiorità?

I miei scritti sono un riflesso della mia anima di eterno innamorato dell’amore, io vivo le storie che scrivo insieme ai miei personaggi. Ogni libro è un viaggio interiore, che faccio insieme a loro.

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In un autore lettura e scrittura rappresentano una dicotomia imprescindibile. Da lettore, qual è il libro che ti è rimasto nel cuore?

Il mio libro della vita è sicuramente Persuasione di Jane Austen.

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François-René de Chateaubriand affermò che lo scrittore originale non è quello che non imita nessuno, ma quello che nessuno può imitare. Spesso sei stato definito il Nicholas Sparks italiano, che valore ha per te questo accostamento?

Essere considerato il Nicholas Sparks italiano è una bella responsabilità, stiamo parlando del più importante scrittore di romanzi d’amore al mondo e al momento i numeri e i film tratti dai suoi libri attestano che lui è di un altro pianeta, un maestro per chi come me si cimenta nel genere romantico. Di sicuro entrambi scriviamo storie che cercano di emozionare i lettori, facendo leva sul sentimento più bello ed importante.

La prima volta che ci siamo incontrati durante un suo firmacopie a Milano io avevo appena firmato il contratto con la Sperling & Kupfer, la stessa casa editrice che pubblicava i suoi romanzi in Italia e lui quel giorno mi pronosticò un luminoso futuro letterario. Sono contento di non averlo smentito.

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L’aroma del caffè accompagna le tue giornate da imprenditore, ma da quali influenze si lascia attraversare la tua scrittura?

La mia scrittura viene influenzata dall’amore, la mia vita ruota continuamente intorno a questo sentimento. Che sia l’amore per il caffè, per Roma, per le persone quando scrivo ho l’amore sulle mani, sulle braccia, sui vestiti, quando scrivo ho l’amore dappertutto.

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In Ti vedo per la prima volta tratti il delicato tema della narcolessia. Perché un libro proprio su questa patologia?

Ho avuto la possibilità di parlare con persone affette da questa gravissima malattia incazzate nere, perché nei film e nei libri la narcolessia veniva descritta o associata solo a situazioni ironiche o a persone con altre diverse problematiche. Ho voluto far capire nel mio piccolo alla gente che la Narcolessia d’ironico non ha nulla e può esserne affetto chiunque.

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Il 14 febbraio prossimo uscirà Una storia straordinaria (Leggereditore), il tuo ultimissimo libro, che tu stesso hai affermato di amare pazzamente. Qualche anticipazione per i lettori di Into The Read?

Riguardo il mio nuovo romanzo non posso anticipare molto per volere della mia casa editrice, però posso dire che questo libro sarebbe dovuto uscire in primavera ma la Leggereditore non appena ha finito di leggerlo ha pensato che il giorno perfetto per far uscire Una storia straordinaria fosse San Valentino… E ho detto tutto…

 

 

 

 

 

I LOKUM da Le Cronache di Narnia di C. S. Lewis

Vi è capitato, durante le vostre letture, di imbattervi in romanzi in cui vengono descritte pietanze e varietà di cibi con dovizia di particolari, che vi hanno spinto a cercarne la provenienza, se non addirittura la ricetta? Per quanto mi riguarda, vi confesso, mi è capitato!

Vi sono romanzi che, pur non trattando argomenti prettamente gastronomici, fanno cenno a ricchi piatti e appetitose pietanze, un esempio a tal proposito è il libro di Louisa May Alcott, Piccole donne, dove le descrizioni di momenti familiari vissuti tra i fornelli di certo non mancano, con la buona Anna sempre pronta a preparare squisiti dolci fatti in casa. Le sfoglie, così come i panini al latte, la panna e i biscotti caldi, i budini o le limette in salamoia di Amy e ancora le limonate estive, le gelatine, il tacchino ripieno di Natale, sono solo alcuni dei piatti citati nel corso della narrazione. 7972396_2443523

Spesso queste citazioni, inerenti l’arte culinaria, hanno lo scopo di mettere in relazione il personaggio ai sui tratti caratteriali: le limette di Amy ci raccontano un personaggio sofisticato, i Lokum di Edmund ne Il leone, la strega e l’armadio, servono a mettere a nudo un personaggio arrogante e fin troppo indulgente con sé stesso. E il pane Lembas, detto anche pan di via de Il Signore degli Anelli? Quello che Frodo e Samvise Gamgee mangiano nel loro viaggio verso il Monte Fato, serve a far comprendere come gli Hobbit non hanno perso la speranza, che sono personaggi buoni, puri, semplici a differenza di Gollum, che soffoca nel momento in cui cerca di cibarsene.

Quindi in letteratura il cibo, a volte, si fa simbolo e come disse C. S. Lewis “mangiare e leggere sono due piaceri che si combinano mirabilmente“.

Periodicamente proporrò deliziose ricette, ispirate ai romanzi da cui sarà possibile risalirvi; tratterò anche ricette poco probabili, come la burrobirra di Harry Potter, che probabilmente già ben conoscete.

Provate a gustare le ricette proposte, mentre leggete il suo romanzo di riferimento e mi direte…

Voglio inaugurare questa nuova categoria di Into The Read, La letteratura in cucina, proponendovi un dolcetto abbastanza noto, del quale se ne fa cenno ne Le Cronache di Narnia di C. S. Lewis, precisamente nel secondo libro, Il leone, la strega e l’armadio, mi riferisco ai Lokum, un dolce tipicamente turco, noto come Turkish Delight; in Italia è conosciuto come i dolcetti alla rosa. Se avete letto il libro di C. S. Lewis, o semplicemente visto il film, ricorderete Edmund Pevensie che alla domanda della strega “Cosa ti piacerebbe mangiare?”, il figlio di Adamo risponde “Mangerei volentieri delle Turkish Delaight”, mentre nel film Edmund esordisce rispondendo “Lokum”.

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Ѐ anche vero, a tal proposito, che troverete diverse traduzioni italiane alla richiesta di Edmund, che vanno dai cannoli ai bignè, sino alle gelatine di frutta, ma si comprende a cosa alludesse il ragazzo per via di quella parte del racconto che subito dopo continua: “Edmund non ne aveva mai mangiati di così buoni. Quel che si dice una delizia, come ne sanno preparare solo in Turchia.” Le Cronache di Narnia sono piene di riferimenti alla Turchia, disseminati in tutti e 7 i libri.

Chiamatelo come volete, Lokum, Turkish Delight, i dolcetti alla rosa, fatto sta che sono delle deliziose gelatine ricoperte di zucchero e amido con all’interno frutta secca, aromatizzate con acqua di rose. Veramente squisite! D’altronde il termine Lokum deriva dal turco ottomano rāḥat al-ḥulqūm (رَاحَة الْحُلْقُوم), che letteralmente vuol dire “dare piacere alla gola”.

Per Edmund la richiesta dei Lokum è un tentativo di rivivere le atmosfere familiari e soprattutto Natalizie in una terra, Narnia, in cui tutto sta per finire, a causa dell’inverno costantemente mantenuto dalla crudeltà della perfida Jedis. Ma è anche un primo cedimento, che lo condurrà al successivo tradimento.

A seguire “la ricetta letteraria” dei Lokum, per cui tengo a precisare che l’acqua di rose potete trovarla facilmente, oltre che nei negozi ben forniti, anche in molti rivenditori online. La caratteristica di questo dolce è proprio l’acqua di rose, l’unica a conferire l’inconfondibile nota esotica. Eventualmente, potete sostituire l’acqua di rose con menta, limone, cannella o con qualunque essenza dal sapore floreale (ma vi garantisco non otterrete lo stesso risultato).

 

INGREDIENTI

  • 700 gr di zucchero semolato
  • 150 ml di miele
  • 200 gr di pistacchi sgusciati e tostati
  • 1 lt di acqua
  • 180 gr di amido di mais
  • 1 cucchiaino e mezzo di cremor tartaro
  • 4 cucchiai di acqua di rose o 1 cucchiaio di essenza di rose
  • 1 pizzico di colorante alimentare

PER RICOPRIRE I LOKUM

  • 300 gr di zucchero a velo
  • 80 gr di amido di mais

 

PREPARAZIONE

Foderate una tortiera rettangolare, dal diametro di 30×20 cm, con carta da forno e mettetela da parte.

In una pentola antiaderente unite lo zucchero con il miele a 400 gr di acqua e portate a ebollizione, avendo cura di abbassare la fiamma, mantenendola medio-alta. Raggiunti i 121°C, togliete il composto dal fuoco.

In un’altra pentola antiaderente, unite l’amido di mais, la restante acqua e il cremor tartaro, portate a ebollizione, finché non si rapprende; mescolate il composto con un cucchiaio di legno, poiché essendo piuttosto compatto, vi aiuterete.

Adesso incorporate i due composti, amalgamandoli bene e se necessario utilizzate un frullino elettrico in modo da ottenere un impasto liscio e omogeneo.

Rimettete tutto il composto ottenuto nuovamente sul fuoco, lasciandolo sobbollire per 45 minuti circa, finché il colore sarà ambrato-dorato e brillante.

In un bicchiere sciogliete il colorante nell’acqua di rose e aggiungetelo al composto, lasciandolo assorbire per circa 5 minuti. A questo punto aggiungete i pistacchi sgusciati e tostati in precedenza.

Togliete dal fuoco e, ancora caldo, versate il composto nella tortiera, precedentemente foderata.

Ricoprite con una pellicola trasparente la tortiera e lasciate raffreddare il composto per tutta la notte.

Il giorno seguente, togliete la pellicola e sformate il composto, tagliandolo a cubetti di circa 2,5 cm. Durante il taglio aiutatevi ungendo leggermente la lama, in tal modo scorrerà meglio. Passate i cubetti ottenuti nel mix di zucchero a velo e amido di mais, avendo cura di ricoprirli per bene.

Conservate i Lokum in un contenitore ermetico dove, se ben chiusi, si manterranno per 30 giorni circa.

 

 

 

 

 

 

5 AUTORI PER 7 DOMANDE

Abbiamo coinvolto, in una breve intervista articolata in 7 domande, 5 autori brillanti e di talento! Requisito richiesto da Into the Read: s i n t e t i c i t à.

Quindi abbiamo dialogato con

 

Cinzia Giorgio (Amori Reali Newton Compton Editori)

Elisabetta Bricca (Il rifugio delle ginestre Garzanti)

Costanza Di Quattro (La mia casa di Montalbano Baldini+Castoldi)

Mattia Signorini (Stelle minori Feltrinelli)

Piero Sorrentino (Un cuore tuo malgrado Mondadori)

 

*

 

Senza riepilogare in alcun modo, di cosa parla il tuo ultimo libro?

 

CINZIA GIORGIO: È un saggio che si intitola Amori Reali e racconta degli amori tra teste coronate. Parte da Giulio Cesare per arrivare a Meghan Markle.

ELISABETTA BRICCA: Della riscoperta del proprio valore in quanto donna, della lotta per la libertà di pensiero, di coraggio, di libri, di femminismo, di viaggi interiori. Di un’icona della letteratura del XIX secolo.

COSTANZA DI QUATTRO: Il mio libro è un tuffo nel passato, nella quotidiana esistenza di una famiglia borghese durante il periodo della villeggiatura che ha rappresentato, tra l’infanzia e l’adolescenza, uno dei periodi più belli della mia vita.

MATTIA SIGNORINI: Di un segreto del passato che ritorna insieme al primo accecante amore. Di padri che non abbiamo deciso. E di maestri che invece scegliamo.

PIERO SORRENTINO: Dei modi in cui affrontiamo il dolore; di bugie e verità; di (piccole) speranze che ci aiutano a vivere.

 

*

 

Senza citare autori o libri, quali influenze attraversano la tua scrittura?

 

CINZIA GIORGIO: La storia delle donne, materia che per altro insegno.

ELISABETTA BRICCA: Amo la letteratura inglese e quella americana. Credo che in piccola parte questo abbia influenzato il mio modo di scrivere.

COSTANZA DI QUATTRO: La grande letteratura siciliana del 900 ha senza dubbio influenzato in maniera significativa non soltanto la mia scrittura ma soprattutto il mio pensiero.

MATTIA SIGNORINI: Cerco di pormi con curiosità quando osservo e ascolto gli altri, senza giudicarli. Di vedere come ognuno di noi sia attraversato da imperfezioni e contraddizioni. È lo stesso modo con cui racconto i personaggi nei miei libri.

PIERO SORRENTINO: Gli scrittori veneti del ‘900 italiano, la letteratura americana, la musica post rock.

 

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Cosa è successo nella tua vita mentre scrivevi il tuo ultimo libro?

 

CINZIA GIORGIO: Andavo in giro a tenere conferenze sul Sacro Femminino.

ELISABETTA BRICCA: Ho imparato a guardarmi intorno da un’altra prospettiva, ho cucinato tanto, ho apprezzato la solitudine.

COSTANZA DI QUATTRO: Scrivere “la mia casa di Montalbano” ha avuto una funzione catartica. Riuscendo a mettere nero su bianco le emozioni che temevo perdute di quella casa, me ne sono riappropriata assaporando, a distanza di anni, la felicità del ritorno.

MATTIA SIGNORINI: Stavo finendo una storia d’amore che credevo sarebbe durata a lungo, e attraverso gli occhiali di quel momento mi chiedevo, spesso, quali erano le parti di me che ancora non conoscevo.

PIERO SORRENTINO: Sono diventato dottore di ricerca in studi letterari, mi sono sposato, ho viaggiato molto.

 

*

 

Quali sono alcune delle parole, usate dai lettori e/o recensori, che ti hanno colpito particolarmente?

 

CINZIA GIORGIO: Quando mi dicono di aver provato emozioni e di aver avuto la curiosità di approfondire certi argomenti, io mi sento felice!

ELISABETTA BRICCA: Le confidenze sulla loro vita privata, il fatto che mi abbiano detto che il libro sia stata una letteratura terapeutica, che fa riflettere sulle scelte della propria vita e sul coraggio.

COSTANZA DI QUATTRO: “Il merito del tuo libro è stato quello di marcare il confine tra il successo della vita e il successo della finzione.” Questa, tra i tanti commenti ricevuti, è stata forse la frase che mi ha emozionata di più.

MATTIA SIGNORINI: Apprezzo quando mi scrivono che un mio romanzo è piaciuto, e accetto le critiche, ma infilo entrambe le cose in una scatola che non ha niente a vedere con quello che decido di scrivere in seguito. La scrittura è una cosa solitaria, cerco di tenerla separata dal mondo di fuori.

PIERO SORRENTINO: Paolo Isotta, nella sua bellissima recensione, ha parlato di “dominio classico della lingua”. Diego De Silva, candidandomi al Premio Strega 2019, ha detto di ’opera prima dalla scrittura sapientemente misurata nel trattare un tema delicato e indigesto come il senso di colpa”. Sono molto grato a entrambi.

 

*

 

Prescindendo dai requisiti e dalla formazione, se potessi scegliere una carriera oltre la scrittura quale sarebbe?

 

CINZIA GIORGIO: Insegno all’università, quindi la carriera accademica e l’organizzazione di eventi culturali.

ELISABETTA BRICCA: Il medico.

COSTANZA DI QUATTRO: Sceglierei sempre il teatro. Non quello da calcare sulle doghe di legno, bensì quello che si fa dietro le quinte. Quello dove mi sono formata e dove ho sviluppato ogni parte di me.

MATTIA SIGNORINI: È qualcosa che faccio già. Ho una scuola di scrittura, la Palomar, e un’agenzia di comunicazione che si chiama Giraffe. Cerco di trasferire ai miei studenti ciò che so sulla scrittura e di aiutare le aziende a far conoscere meglio i loro prodotti. Ed è sempre qualcosa che ha a che fare con le parole.

PIERO SORRENTINO: Quella di temuto critico gastronomico di fama internazionale.

 

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Quali elementi ritieni siano il punto forte della tua scrittura?

 

CINZIA GIORGIO: La chiarezza e la fluidità.

ELISABETTA BRICCA: Ma, non so, sono sempre stati gli altri a dirlo. Partendo da ciò che mi sono sentire dire in questi anni: eleganza, lirismo, una scrittura molto visiva che coinvolge tutti i sensi.

COSTANZA DI QUATTRO: La linearità della forma e dello stile credo sia la mia peculiarità. Una scrittura semplice talvolta risulta più incisiva.

MATTIA SIGNORINI: Forse il lavoro che faccio per semplificare, per fare arrivare la storia nel modo più immediato possibile.

PIERO SORRENTINO: La lingua.

 

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Il tuo prossimo obiettivo a cosa punta, qualche anticipazione?

 

CINZIA GIORGIO: In questi giorni sto editando il prossimo romanzo. È la storia di mia nonna.

ELISABETTA BRICCA: Crescere come autrice. Crescere. Crescere sempre.

COSTANZA DI QUATTRO: Mi piacerebbe proseguire sulla strada tracciata dal sogno della scrittura. Ci sto provando. Chissà…

MATTIA SIGNORINI: A vivere bene la vita, preoccupandomi di meno e lasciando che le cose vadano come devono andare. È un approccio che se gestito bene può illuminare tutto il resto.

PIERO SORRENTINO: Sto lavorando a un romanzo, temo assai ambizioso, sulla irrealtà.

 

 

 

 

 

 

 

 

VOCE DI CARNE E DI ANIMA Alda Merini

Domandano tutti come si fa a scrivere un libro. Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi.

Così nascono i libri, così nascono i poeti.

Da settembre è disponibile in tutte le librerie il volume Voce di carne e di anima, una raccolta poetica della grande poetessa del Novecento italiano, Alda Merini, un’opera editoriale Frassinelli, editato a distanza di dieci anni dalla sua morte. merini

Voce di carne e di anima è una raccolta che riassume poesie e brevi pensieri dell’autrice affidati, negli ultimi dieci anni della sua vita, all’amico Arnoldo Mosca Mondadori, per il quale rappresentano: “Una misteriosa sinfonia poetica, che mi coglieva nei momenti più impensati, quando di giorno o di notte arrivava la sua telefonata con la sua voce, come un oracolo di grazia”.

Si tratta di un florilegio, in cui credo e vocazione religiosa si fanno amore mistico, trasformando il verso in preghiera, attraverso la voce e il dolore in carnalità. L’intera raccolta, fortemente simbolica, è una commistione di voci che, di volta in volta, in Alda Merini suonano evocative, sensuali, carnali, terrene; un disperato grido d’amore, alimentato da un’ispirazione lucida e disincantata, un canto di preghiera, che trasforma la visione in realtà e dove il concetto stesso di amore è sublimato da quella sofferenza, che ha attraversato l’esistenza di Alda Merini.

Io non fui originata ma balzai prepotentemente dalle trame del buio per allacciarmi ad ogni confusione.

Sette i titoli raccolti in questo compendio: Corpo d’amore (2001) che pone al centro Gesù e il suo pensiero rivoluzionario, Magnificat (2002) un’esaltazione della figura di Maria, che accoglie e accetta il mistero della divinità del figlio, La carne degli angeli (2003) in cui l’autrice racconta, attraverso un’intensa interpretazione, il mistero delle presenze angeliche, il Poema della croce (2004) in cui la poetessa da voce al calvario della crocifissione e dove le sofferenze di Gesù si riflettono nel dolore della stessa autrice e il Cantico dei Vangeli (2006) che vede Gesù dialogare con alcuni dei suoi discepoli e con Maria Maddalena, pietosa verso le sofferenze del Signore. A conclusione, Francesco (2007) con passi dedicati a Francesco D’Assisi, talmente intensi da confondere la voce poetica di Alda Merini con le odi del Santo ed Eternamente vivo dove l’autrice ricorda personaggi facenti parte del proprio vissuto, alcuni citati solo per nome, altri ricordati anche per cognome: Luca, Alberto, Richard, il poeta Attilio Bertolucci, Pierluigi Puliti, e lo scrittore Giuseppe Pontiggia.

Alda Merini, a distanza di dieci anni dalla sua morte, continua a essere molto amata: sempre presente in libreria, capita spesso di leggerne i versi sui social; scrittrice geniale, donna tormentata ha vissuto un’esistenza molto travagliata, a causa del paventato disturbo bipolare, sfociato in una forte depressione.

Io nascondo le mie dita, ma pochi vedono che ogni alba di Dio nasce dalle mie mani e che io, uomo infelice, sono lo spartiacque del crocifisso.

I tormenti dell’anima di Alda Merini mi ha riportato alla mente la poetessa americana, di origine tedesca, Sylvia Plath, una delle voci poetiche più incisive del Novecento americano, il cui destino, anche se dai risvolti conclusivi diversi, sembra essere accomunato a quello della poetessa italiana: l’insoddisfazione di non essere comprese fino in fondo, entrambe depresse vengono rinchiuse in manicomio e sottoposte alla terapia elettroconvulsivante, comunemente nota come elettroshock. Tuttavia, mentre Alda Merini riuscì a rimanere lucida e ben ancorata alla realtà, coltivando un profondo amore, unico sentimento capace di trascendere anche la morte; Sylvia Plath, la lady Lazarus americana, finì per idealizzare la morte, presenza sinistra e unico sollievo ai suoi tormenti interiori.

Mio figlio occupava tutti i deserti del mondo, senza di lui non ci sarà più niente. Mio figlio era l’intera popolazione, mio figlio erano tutti gli ebrei.

 

QUARTA DI COPERTINA

Tensione mistica e vocazione terrena, religione e follia, vitalità e scrittura. Per la prima volta viene raccolto in questo volume un ricco, intenso compendio di alcuni dei libri più importanti che la grande poetessa milanese ha affidato – negli ultimi dieci anni della sua vita – all’amico Arnoldo Mosca Mondadori, componendo un’originale sinfonia di «voci» di carne e di anima: da Corpo d’amore, con l’enigma di Gesù e del suo messaggio rivoluzionario, al Poema della croce, in cui si dipana il teatro della crocifissione; da La carne degli angeli, in cui si esprime il mistero delle presenze angeliche, al Magnificat, con al centro una Vergine Maria fragile e umanissima di fronte al mistero della divinità del figlio; dal Cantico dei Vangeli, in cui Pietro, Giovanni, Giuda, Pilato, Maria Maddalena intessono con Gesù un dialogo intenso, a Francesco, un monologo che è a un tempo confessione e preghiera; fino al bellissimo Eternamente vivo. Tutti testi che si sono sempre nutriti di un’enigmatica commistione di carnalità e trascendenza, scandendo con autenticità quasi crudele un’esistenza segnata dalla sofferenza. Nessun poeta assomiglia con altrettanta precisione alle sue opere come Alda Merini. Questa tensione «religiosa», e insieme terrena, spesso erotica, si è incarnata poeticamente in figure sacre via via diverse, voci bellissime e perfette, ora rarefatte ora sensuali, in cui la parola si sostanzia in versi, come scrisse Manganelli, «di una complessità tra minatoria e assurda, di straordinaria invenzione verbale e sintattica». Perché, come è scritto nella Nota introduttiva, Alda Merini «diventava» la voce di coloro che amava profondamente.

 

Chi è ALDA MERINI

Alda Merini (Milano, 1931-2009) è considerata una delle voci più significative della poesia italiana. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra i quali il prestigioso Premio Librex Montale nel 1993, il Viareggio nel 1996, il Procida-Elsa Morante nel 1997 e quello della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1999. Nel 2004 le è stata conferita la medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica ai benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte.

 

DETTAGLI

Autore: Alda Merini

Editore: Frassinelli

Pagine: 503

Prezzo: € 20,00

Formato: rilegato

Data uscita: 17 settembre 2019

EAN: 9788893420617

 

 

ECCETERA NE HA DI PAROLE Giovanni Benincasa

{[(Ti chiamo Elisabetta quando sono lucido e distante, ti chiamo Elisa quando sono normale, ti chiamo Betta quando ti penso dolce, ti chiamo Bettina quando ti penso più dolce, ti chiamo Ely quando ti voglio bene, ti chiamo Sabè quando mi incanti. Lisa, Lisetta e Betti purtroppo le trascuro un po’: ma venite tutte qui, che usciamo!)]}

paroleEccetera ne ha di parole, di Giovanni Benincasa, edito da Baldini+Castoldi non è un romanzo convenzionale, ha le caratteristiche di un messaggio chiuso in una bottiglia e affidato al mare, in questo caso ai lettori a cui viene dato un compito, trovare Elisabetta.

Giovanni Benincasa è un noto scrittore, giornalista e autore di programmi televisivi, straordinario nell’uso della parola e con Eccetera ne ha di parole sottolinea questa sua abilità, con una scrittura fluida e dinamica.

In un romanzo strutturato su più livelli narrativi, l’autore si rivolge direttamente al lettore:

Caro lettore (o cara lettrice, ancora meglio), per favore, ho bisogno della tua attenzione.

E presentando il libro come un oggetto prezioso da portare sempre con sé, ovunque si vada, per dare la possibilità a Elisabetta di riconoscere nel titolo quell’unico messaggio d’amore, che solo lei è in grado di decifrare.

Questo libro portalo sempre in giro: per strada, o in un parco, o in luoghi dove c’è qualche umano passaggio. Tienilo sempre con te: fallo vedere. Quando entri in un bar, poggialo sul banco e cerca di tenerlo bene in vista, anche se dovrai sederti in una sala d’attesa o deciderai di stenderti su un prato.

Questo perché un giorno, in un mercatino dell’usato, lo scrittore rinviene all’interno di una borsa di cuoio una serie di lettere, vecchie di quarant’anni, una fitta corrispondenza tra Giovanni, omonimo dello scrittore, e la venticinquenne Elisabetta; l’epistolario, risalente agli anni Settanta, racconta la storia d’amore che Giovanni Benincasa ricostruisce nel romanzo. Un solo dubbio, un’unica lettera mai spedita, che Elisabetta quindi non ebbe modo di leggere, ritrovata in una busta ancora chiusa, sempre all’interno della borsa di cuoio. Da qui il bisogno di capire, la necessità di ritrovare Elisabetta per poterle consegnare quella lettera mai spedita dal suo Giovanni. Il tempo ha cancellato completamente le tracce dei due protagonisti e si è divertito a trasformare una storia d’amore in una serie di cerchi concentrici che investiranno l’autore, mettendolo nella condizione di dare una svolta anche alla propria vita.

“Lei è la Signora Elisabetta, o Elisa, o Ely, spesso chiamata anche Sabè, Betta o Bettina, poche volte Betti, Lisa o Lisetta?”

Eccetera ne ha di parole è un canto d’amore, coinvolgente e trascinante, il cui dinamismo narrativo riconduce alle tecniche futuriste, caratterizzato da parole in libertà e “rumoriste”: il periodo, contornato da parentesi e punti di sospensione, si avvale dell’uso di parole onomatopeiche come sbang o il ricorrente bum con la sua ben precisa funzione.

Quando leggerai bum, significa che ho tagliato molte cose e ci sono buche e cadaveri narrativi tutti intorno: tu allunga la gamba e cammina saltando quei morti come dopo un’esplosione. Tutto quello che non trovi scritto, dovrai immaginartelo.

Al centro del racconto un parrocchetto di Lesson, collante capace di legare le tre storie d’amore, che si sfiorano durante la narrazione e presente anche nella significativa copertina del libro, il cui senso viene ulteriormente sottolineato nella sovraccoperta.

Come una Matrioska, moltiplicandosi in un crescendo narrativo, Eccetera ne ha di parole è un romanzo che si infila in un altro romanzo e in un altro ancora e che ci ricorda l’importanza del detto verba volant, scripta manent, in un tempo in cui la tecnologia ha reso la parola immediata, labile e riduttiva, ma che nella corrispondenza tra Elisabetta e Giovanni acquista valore, elevando il verbo a poesia. L’amore tra Giovanni ed Elisabetta si fa sofferto, tormentato, ma pur sempre profondo, in un percorso altalenante fatto di alti e bassi e per questo apparentemente privo di stabilità ed equilibri.

Eppure, ci sono amori destinati a non morire mai, sfidano il passare del tempo e si fanno storia, lasciandosi raccontare da chi si imbatte in esse e le fa proprie…  narrate, diventano eterne!

Non hai nemmeno trent’anni ma dentro di te conservi i bauli di un’adorabile vecchietta che ha cresciuto figli e nipoti, che ha visto la guerra e la pace, che ha molto sofferto e molto amato. Io ti fabbrico ricordi perché voglio esserti Storia, amore mio.

 

QUARTA DI COPERTINA

Caro lettore (o cara lettrice, ancora meglio), per favore, ho bisogno della tua attenzione. Fidati, ti divertirai. Comincio con una domanda: che cosa accadrebbe se un giorno tu entrassi in una libreria e comprassi un libro scritto apposta per esaudire una richiesta? Te lo chiedo perché è esattamente quello che fa il protagonista della storia che hai fra le mani. La storia di Giovanni e di un libro scritto perché tu, lettore (o lettrice, sempre meglio), possa portarlo a passeggio e farti notare dalla persona a cui è indirizzato. Una donna. Mi spiego: Giovanni, ma non quel Benincasa scrittore, un altro Giovanni, durante gli anni Settanta intratteneva una fitta corrispondenza con una ragazza di nome Elisabetta (detta anche Betta, Bettina, Lisa…). Una ragazza che allora aveva 29 anni. E Giovanni, stavolta sì, l’autore del romanzo, lo scopre dopo avere comprato una vecchia borsa di cuoio sulla bancarella di un mercatino dell’usato. Dentro, moltissime lettere tra Giovanni ed Elisabetta. Lettere d’amore. Lettere così coinvolgenti da spingere Giovanni, lo scrittore, a una ricerca forsennata della misteriosa ragazza. Fino all’atto conclusivo: la stesura di questo libro, affinché chi lo compra possa riuscire finalmente a recapitarlo a Elisabetta, a Betta, a Bettina, a Lisa, a Sabè, a Elisa…

Un libro magico. Un viaggio nelle emozioni che è poi il viaggio di una vita dentro una vita, dentro una vita, dentro una vita ancora.

 

Chi è GIOVANNI BENINCASA

Giovanni Benincasa (Napoli 1960), giornalista e autore televisivo. Questo è il suo primo romanzo.

 

DETTAGLI

Autore: Giovanni Benincasa

Titolo: Eccetera ne ha di parole

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Romanzi e Racconti

Pagine: 118

Data uscita: 9 settembre 2019

Prezzo: € 17,00

Formato: Brossura

EAN: 9788893882040

 

 

 

 

 

 

 

IL MAGO DI OZ Sébastien Perez Benjamin Lacombe

I cinque compagni ebbero una lunga discussione e giunsero alla conclusione che la vita di una persona, per quanto meschina, valeva più di un cuore, di un cervello del ritorno a casa, o del coraggio.

9788817141529_0_0_626_75.jpgNell’ambito della letteratura per ragazzi, un genere tra i più diffusi e di maggiore successo è il romanzo fantastico, animato da storie ambientate in luoghi immaginari e popolato da personaggi dotati di poteri superiori, magici, le cui influenze provengono direttamente dalla tradizione fiabesca popolare.

Basti pensare al best seller americano Il meraviglioso mago di Oz (1900) di L. Frank Baum, che sembra fondere insieme elementi fantastici e valori universali, in modo indistricabile, dove la fantasia diviene uno strumento asservito allo stesso concetto di valore.

Pochi giorni fa, su internet mi sono imbattuta in una serie di tavole del giovane illustratore francese Benjamin Lacombe, che con lo scrittore Sébastien Perez hanno realizzato una versione de Il mago di Oz, edito da Rizzoli, attinente al classico, ma per certi aspetti del tutto nuova. Il libro è in una nuovissima veste grafica, rivoluzionaria direi, e adesso vi spiego in cosa consiste questa rivoluzione.

Premetto che non sono mai stata una fan de Il meraviglioso mago di Oz, neanche nella sua trasposizione cinematografica, eppure nel momento in cui ho avuto modo di visionare il libro di Sébastien Perez e Benjamin Lacombe, nella sua nuova stesura, non ho resistito, ho voluto acquistarlo.

La novità si presenta evidente sin dalle prime pagine, dove il protagonista principale sembra essere lo spaventapasseri, il perno che dà impulso all’intero romanzo, tutto il racconto ruota attorno a lui; inoltre viene maggiormente accentuato il legame dei personaggi, la cui unione, come sempre, fa la forza. Il racconto comincia nel momento in cui lo spaventapasseri prende vita, dopo essere stato assemblato, poco per volta, in un campo di grano, notata una ragazzina, Dorothy, coglie l’occasione per chiedere aiuto, facendosi liberare dal palo dove è stato posto dai Munchkin.

I protagonisti sono quelli di sempre, ognuno alla ricerca di qualcosa: Dorothy, con il suo cagnolino Toto, desidera ritornare nel Kansas, dagli zii, lo spaventapasseri desidera un cervello, l’uomo di latta un cuore e il leone il coraggio. Così, in un viaggio rocambolesco, dovranno percorrere il sentiero di mattoni gialli, che li condurrà alla Città di Smeraldo, dove regna il mago di Oz, l’unico in grado di dare loro ciò che più desiderano. Non mancano le quattro streghe, due buone quella del Nord e del Sud e le cattive, Est e Ovest.

Sulle prime lo spaventapasseri si sentì un idiota, e quel pensiero lo ferì. Ma poi si ripromise di osservare meglio per imparare le cose un po’ alla volta. Dopotutto, aveva soltanto tre giorni di vita.

Alla base del racconto, il concetto di diversità, mostrato in tutta la sua bellezza, che si fa accettazione dell’altro, al di là del luogo di provenienza, del colore della pelle, della lingua, del credo. L’uomo di latta sembra rappresentare un personaggio riconducibile alla disabilità, il quale ha bisogno di costanti interventi di oliatura, da parte dei suoi compagni di viaggio, per poter proseguire il cammino, senza la quale rimarrebbe paralizzato. E tutti si prodigano, avvicendandosi, in questo compito…

“Ma voi chi siete? Siete diversi dai bipedi che ho visto finora.”

Dalla reinterpretazione del libro di Baum si ricava sempre qualcosa di diverso, a seconda dell’artista che la reinterpreta e a prescindere dalla chiave di lettura, sia essa letterale, moderna, tradizionale e del mezzo di comunicazione attraverso cui si decide di veicolarla: libro, fumetto, teatro, televisione e cinema. Ogni sua versione mette in evidenza aspetti differenti, in un’alternanza di luci e ombre, perché sono molteplici gli insegnamenti contenuti in esso, così come sono infinite le varianti interpretative che del racconto se ne sono volute dare nel tempo. E la poetica elaborazione operata da Sébastien Perez aggiunge profondità ai personaggi, rendendoli tutti più umani.

Probabilmente, Il meraviglioso Mago di Oz riassume in sé le molteplici sfaccettature della personalità di Baum, di cui vi parlerò in un articolo successivo.

Tuttavia una cosa è certa, ciò che rende prezioso il volume della Rizzoli sono le tavole di Benjamin Lacombe, le sue illustrazioni sembrano possedere la soffice consistenza delle visioni oniriche e al contempo la forza interpretativa della realtà: le linee morbide assecondano la brillantezza dei colori caldi, rendendo il tutto molto realistico. Il colore predominante è il verde, per il quale sembra sia stato incaricato Pantone di brevettarne una versione più brillante e iridescente.

Entrambi gli autori, pur operando su piani differenti, hanno trasformato un racconto di notevole pregio, in un capolavoro, conferendo nuovo slancio e offrendolo al lettore in una variante moderna, pur mantenendo l’intento originario.

“Ho sentito parlare di quel potente mago. Credi che potrebbe darmi un cuore?” chiese l’uomo di latta.

A Sébastien Perez il merito di una maggiore profondità, in una nuova chiave di lettura e con il raggiungimento di un obiettivo finale, che permette al giovane lettore di acquisire un bagaglio di valori oggi più che mai valido, fatto di accettazione dell’altro e riscoperta di sé.

In Benjamin Lacombe è evidente l’utilizzo di elementi tipici dell’Art Nouveau, che permettono di accentuare, nella bellezza delle immagini, le atmosfere rarefatte e retrò, dando così al racconto intensità e slancio.

Il mago di Oz, edito da Rizzoli, fa parte di una collana presentata e diretta da Benjamin Lacombe, dove i grandi classici di ieri, vengono rivisitati in una veste moderna, creando un legame tra le immagini del giovane illustratore francese e i testi dei grandi maestri del passato, riuscendo a coinvolgere lettori appartenenti a fasce di età differenti. Per comprendere quanto detto finora basterà acquistare questo prezioso libro, lasciandosi trasportare dal rapimento di un racconto fantastico senza tempo.

“Ѐ il grande problema della mia vita” rispose il leone a testa bassa e con la criniera arruffata. “Sono nato privo di coraggio.”

 

Chi sono SÉBASTIEN PEREZ e BENJAMIN LACOMBE

Sébastien Perez nasce illustratore, ma presto si dedica alla scrittura, che scopre essere la sua vera passione, nonché efficace terapia per le proprie paure infantili. Nei suoi testi mescola abilmente storia e finzione, umorismo e cinismo, realismo e fantastico.

Benjamin Lacombe è uno dei principali esponenti della nuova illustrazione francese. Il suo universo creativi è di straordinaria ricchezza e spazia dalla realizzazione di disegni a carboncino, volumi illustrati, libri digitali, alla creazione di manifesti, scenografie e motivi per oggetti e tessuti.

 

DETTAGLI

Autori: Sébastien Perez e Benjamin Lacombe

Titolo: Il mago di Oz

Editore: Rizzoli

Data uscita: 1 Ottobre 2019

Formato: rilegato, illustrato

Traduttore: Giulio Lupieri

Listino: € 25,00

Pagine: 120

EAN: 9788817141529