GLI ITALIANI CHE HANNO FATTO LA FRANCIA. DA LEONARDO A PIERRE CARDIN Alberto Toscano

Ecco l’immagine del popolo migratore, che in Francia come altrove è stato capace d’integrarsi lavorando. Lavorando sempre, lavorando tanto.

I veri italiani che hanno <<fatto la Francia>> sono quei milioni di donne e di uomini che hanno sempre pensato al lavoro. Perché lavoro fa rima con futuro.

alberto toscanoI lettori di Into the Read ricorderanno “il più francese dei giornalisti italiani”, Alberto Toscano, autore di “Gino Bartali. Una bici contro il fascismo”, un interessantissimo saggio recensito sul blog il primo marzo 2019. Ecco che dal 21 maggio Alberto Toscano, attuale presidente del Club de la presse européenne di Parigi, è tornato in libreria con un altro saggio dalla copertina chiaramente significativa, “Gli italiani che hanno fatto la Francia. Da Leonardo a Pierre Cardin”, edito in Italia da Baldini+Castoldi e scritto con uno stile brillante ed elegante, che sin dalle prime pagine cattura l’interesse del lettore.

Alberto Toscano, in un lavoro complesso e ben articolato, traccia un itinerario lungo cinque secoli, per raccontare lo stretto rapporto che lega Italia e Francia, due “sorelle latine” unite dai tanti italiani che con la loro presenza in terra straniera hanno contribuito a fare grande la Francia, una Francia in buona parte fabriqué par les Italiens: da Marco Polo a Leonardo da Vinci, da Caterina de Medici a Zola fino a Yves Montand e Pierre Cardin, non omettendo di citare tutti quegli uomini e quelle donne che, pur essendo poco noti o addirittura dimenticati, hanno lasciato un’impronta indelebile nella costruzione di una cultura comune e europea.

Nel suo straordinario saggio, Alberto Toscano abilmente mostra il volto più creativo degli italiani all’estero, raccontando ai lettori cinque secoli di storia, condensati in 331 pagine, dove avvenimenti e ricordi fanno comprendere come l’edificazione socio-culturale di un Paese, in questo specifico caso la Francia, è sempre stato il risultato di un’integrazione a opera di nomi italiani, che non devono essere dimenticati. La perdita della propria identità nazionale è stato il debito che molti migranti italiani hanno dovuto pagare per integrarsi, uno scotto che molto spesso ha richiesto la francesizzazione di nomi e cognomi d’origine.

Il saggio, edito in Francia da Armand Colin con il titolo Ti amo Francia, nell’edizione italiana è stato ampliato, come ci suggerisce lo stesso autore nella prefazione:

Il libro che avete tra le mani è stato scritto in origine in lingua francese ed è stato pubblicato per la prima volta a Parigi nell’ottobre del 2019. L’edizione italiana è più di una traduzione. Nell’ampliare il testo originale, ho tenuto conto delle osservazioni e dei suggerimenti espressi dal pubblico francese.

L’excursus storico del saggio, che accompagna il lettore attraverso una suddivisione in capitoli, che non ha nulla a che vedere con la biografia, è scandito da una serie di aneddoti, in cui si alternano uomini e donne italiane, o di origine italiana, che hanno dato il loro significativo contributo alla storia francese, non solo in campo scientifico, ma anche politico e artistico, per arrivare ad abbracciare cinema, teatro, musica, moda e sport.

È incredibile il quantitativo di notizie riportate dall’autore, dove sapere e conoscenza siedono di fronte per ripercorrere un passato, in cui eventi e date vengono riportati in una perfetta ricostruzione storica, condotta con precisione e dovizia di informazioni, un lavoro suggestivo che si risolve in uno degli argomenti più spinosi e tristi del nostro tempo: l’immigrazione, affrontata in modo più ampio nell’ultima parte del libro.

Cominciando da Caterina de’ Medici, Alberto Toscano ci ricorda come il flusso migratorio degli italiani in Francia è ancora in atto, animato da secoli di scambi culturali, che hanno permesso di abbattere divisioni e pregiudizi, aprendo la strada all’integrazione, con un contributo giunto non solo dai Grandi del passato, ma anche da gente comune, il cui bisogno di rivalsa e affermazione ha permesso alla Francia di essere ciò che è oggi.

Nel vostro paese di disgraziati si muore di fame e voi siete ben contenti di venir qua a mangiare il pane dei francesi!”, perché le manifestazioni di xenofobia, alimentate da discriminazione e intolleranza, non sono mai mancate, ma è anche vero che “Osservando la storia nel suo insieme, è chiaro che il fenomeno dell’immigrazione italiana in Francia è stato enorme e si è tradotto in un’integrazione riuscita, addirittura esemplare.

L’immigrazione è un argomento che divide non solo il nostro Paese, ma il mondo intero, un tema controverso che dovrebbe ricordare soprattutto a noi italiani come la storia del nostro Paese è stata costruita sui grandi spostamenti, sulle grandi emigrazioni, un processo che non si è mai arrestato.

Questo perché tutta la storia umana è una storia di immigrazione.

Si sa quanti sono partiti: dal 1876 al 1925 circa sette milioni e mezzo per i Paesi europei, quasi nove milioni per le Americhe.

Gli italiani che hanno fatto la Francia vuol sottolineare proprio quest’aspetto della storia, perché “Malgrado, il tam-tam dei nazionalismi, oggi noi tutti respiriamo l’aria di una nuova Europa e noi tutti (in particolare i molti francesi in Italia e italiani in Francia) ci sentiamo a casa là dove abbiamo scelto di vivere.

Forse in pochi sanno che la Marsigliese, l’inno nazionale Francese, è opera del compositore piemontese Gianbattista Viotti e “Viotti sa che le Variazioni in do maggiore del 1781 assomigliano fin troppo alla Marsigliese. Ma nella Francia della Restaurazione non gli interessa insistere più di tanto.

Questo e tanto altro ancora nel suggestivo saggio Gli italiani che hanno fatto la Francia, di Alberto Toscano, la cui scrittura raffinata ed elegante, conduce il lettore verso tematiche che, se pur legate a un passato apparentemente remoto, si riveleranno estremamente attuali.

Con o senza documenti, molti italiani portano con sé la Preghiera dei migranti, benedetta nel 1931 da papa Pio XI. Dice: <<O Gesù, che fin dai primi giorni della vostra vita terrena doveste lasciare con Maria, vostra tenera madre, e con Giuseppe il luogo natìo, e sopportare in Egitto le pene e i disagi dei poveri emigranti, volgete pietoso lo sguardo su noi e sui fratelli nostri che costretti dal bisogno, abbiamo lasciato la diletta patria. Lontano da tutto quello che a noi è più caro, in cerca di onesto lavoro, viviamo tra i disagi e talvolta fra i pericoli per la nostra vita e per la salvezza dell’anima.>>

Magari non sarà per tutti la diletta patria, ma certamente questa preghiera vale per ogni essere umano che lontano da casa va alla ricerca di condizioni di vita migliori, spingendosi oltre i confini di un’esistenza fatta solo di miseria e in alcuni casi di orrori, per cui emigrare spesso rappresenta l’ultima, se non l’unica, possibilità di salvezza.

 

QUARTA DI COPERTINA

Dalle scienze alla politica, dalla commedia alla pittura, dalla musica al cinema, dall’architettura alla moda e allo sport: tanti sono gli italiani che hanno contribuito a fare grande la Francia. Da Leonardo da Vinci a Pierre Cardin, da Caterina de’ Medici a Émile Zola fino a Yves Montand… Questo libro non raccoglie biografie, ma traccia un itinerario attraverso le eredità che questi due Paesi, l’Italia e la Francia, condividono. Il risultato è il racconto di una storia veramente europea: a suon di aneddoti e avvenimenti storici, Alberto Toscano illustra secoli di scambi culturali. La storia ci insegna, infatti, che malgrado le difficoltà, l’arte, la cultura e la bellezza sono frutto di emigrazioni, integrazione e conoscenza: “Gli italiani che hanno fatto la Francia” vuole essere un tassello nel grande mosaico di una memoria da ritrovare e (finalmente) da valorizzare.

Chi è ALBERTO TOSCANO

Alberto Toscano (Novara, 1948) è giornalista, saggista e politologo. È stato ricercatore dell’ISPI di Milano e redattore del settimanale << Relazioni Internazionali>>. A Parigi, dove vive dal 1986 e collabora con i principali gruppi radiotelevisivi, i media lo hanno definito “Il più francese dei giornalisti italiani”. Ex presidente dell’Associazione stampa estera in Francia e attuale presidente del Club de la presse européenne di Parigi, è membro dell’Unità di formazione e ricerca di italiano della Sorbona. È cavaliere dell’Ordine del merito sia della Repubblica francese sia della Repubblica italiana. Per Baldini+Castoldi, nel 2019 ha pubblicato Gino Bartali. Una bici contro il fascismo.

DETTAGLI

Autore: Alberto Toscano

Titolo: Gli italiani che hanno fatto la Francia. Da Leonardo a Pierre Cardin

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Le Boe

Data uscita: 21 maggio 2020

Formato: brossura

Pagine: 331

Prezzo: € 19,00

EAN: 9788893882873

 

 

 

ORA DI PRAGA di Nazim Hikmet

Millenovecento cinquantasette, diciassette gennaio,

suonano le nove.

Il freddo soleggiato, sincero,

il freddo è rosa pallido

il freddo è celeste cielo.

I miei baffi rossi stanno per gelarsi.

La città di Praga è incisa su una coppa di vetro

incisa con un diamante.

Risuonerebbe se la toccassi;

striata d’oro, limpida e bianca.

Sono le nove sonanti

a tutte le torri

e al mio orologio da polso.

In questo minuto, in questo istante

a Praga nessuno ha mentito

in questo minuto, in questo istante

le donne hanno partorito

senza doglie

e in tutte le strade

non è passata una sola bara.

In questo minuto, in questo istante

tutti i diagrammi sono saliti

– eccetto quelli dei malati –

in questo minuto, in questo istante

le donne eran tutte belle tutti gli uomini intelligenti

e i manichini di cera senza tristezza

in questo istante, in questo minuto

nelle scuole tutti i ragazzi han risposto

senza confondersi alle domande

in questo minuto, in questo istante

in tutte le stufe c’era carbone

tutti i termosifoni

eran caldi

e come sempre la Torre Nera dalla punta dìoro

in questo minuto, in questo istante

i ciechi han dimenticato la loro tenebra

e i gobbi la loro gobba

in questo minuto, in questo istante

non ho un solo nemico

nessuno può neanche immaginare

che i giorni passati potrebbero ritornare.

 

In questo minuto, in questo istante

Vastlav è sceso dal suo cavallo di bronzo

s’è mescolato alla folla

come uno sconosciuto

in questo minuto, in questo istante

mi amavi mio amore,

come non hai mai amato nessuno

in questo momento, in questo istante

il freddo soleggiato, sincero,

il freddo è rosa pallido

il freddo è celeste cielo.

La città di Praga è incisa su una coppa di vetro

incisa con un diamante.

Risuonerebbe se la toccassi

striata d’oro, limpida e bianca.

LE ASSAGGIATRICI Rosella Postorino

Alle undici del mattino eravamo già affamate. Non dipendeva dall’aria di campagna, dal viaggio in pulmino. Quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo fame e paura.

le assaggiatriciLe assaggiatrici, un romanzo di Rosella Postorino dai molti premi letterari, edito da Feltrinelli nel 2018, tradotto in trenta lingue e destinato a diventare un film diretto da Cristina Comencini. Una storia struggente, una lettura che trasmette un’urgenza, dettata dal bisogno di sapere.

La storia riporta una delle tante pagine dolorose della Seconda Guerra Mondiale, probabilmente poco nota, perché volutamente nascosta da chi ha vissuto la violenza di quei giorni, senza via d’uscita, senza alcuna possibilità di scampo o di scelta.

Quanto dolore può sopportare un essere umano? Fino a dove è disposto a spingersi pur di sopravvivere?

Autunno del ’43. La protagonista, la berlinese Rosa Sauer, ha ventisei anni, cinquanta ore di viaggio e settecento chilometri addosso quando, abbandonata Berlino, si trasferisce dai suoceri nella Prussia orientale per sfuggire alla guerra, costretta tuttavia a occupare un posto in una tavola dove non avrebbe mai voluto essere invitata, con altre nove donne, ognuna con un proprio vissuto doloroso.

Ma non avrei potuto raccontargli della mensa di Krausendorf senza parlargli di chi aveva mangiato tutti i giorni con me, una ragazza con la couperose, una donna con le spalle larghe e la lingua lunga, una che aveva abortito e un’altra che si credeva una maga, una ragazza fissata con le attrici del cinema e un’ebrea.

Il compito assegnato a Rosa Sauer implica l’obbligo di assaggiare tre volte al giorno, ogni giorno, il pasto di Hitler, per accertarsi che non sia avvelenato, questo perché le assaggiatrici sono cavie, con un dovere da cui non ci si poteva sottrarre, imposto dalle SS nel quartier generale di Rastenburg, noto come Walfsschanze, la Tana del Lupo, la tana di Hitler, un luogo ben nascosto agli occhi del nemico, in una foresta a pochi chilometri da Gross-Partsch. Le assaggiatrici non possono sfuggire al loro destino, perquisite e sottoposte a visite, devono obbedire a quell’unico comando: “Mangiate!”, poco più che un invito, meno di un ordine.

La chiamavano Wolfsschanze, Tana del Lupo. Lupo era il suo soprannome. Sprovveduta come Cappuccetto Rosso, sono finita nella sua pancia. Una legione di cacciatori lo cercava. Pur di averlo in pugno, avrebbero fatto fuori anche me.

Quando Rosa Sauer si trasferisce dai suoceri, lasciando Berlino, non può immaginare che il sindaco la segnala alle SS per assolvere un ingrato compito, lei “una giovane femmina ariana già domata dalla guerra, provare per credere, prodotto nazionale al cento per cento, si è concluso un ottimo affare”, costretta in un ruolo che non le appartiene, che non sente suo. Lei non è mai stata una di loro, una nazista. La causa di Hitler, del popolo tedesco, non è la sua causa, ha già sofferto abbastanza per il Führer, con un marito al fronte, che combatte per conquistare l’Est e debellare il pericolo comunista.

Durante la narrazione Hitler è solo un’ombra, tutti si immolano a lui, seguono i suoi ordini, eppure è una figura assente, le assaggiatrici lo sentiranno solo nominare, non lo incontreranno mai.

Rosella Postorino ricostruisce con grande abilità un pezzo del passato, immerso nelle sue atmosfere dolorose, i suoi equilibri precari e tutte quelle storture poste a sostegno di un potere in dissolvimento, che ha bisogno del martirio per non sgretolarsi.

Assaggio il tuo cibo come la mamma si versa sul polso il latte del biberon; come la mamma si ficca in bocca il cucchiaio della pappa, è troppo caldo, ci soffia sopra, lo sento sul palato prima di imboccarti. Ci sono io, lupacchiotto. È la mia dedizione a farti sentire immortale.

Eppure Rosa, con la paura che le serra lo stomaco malgrado la fame, mastica e deglutisce il cibo di Hitler, che Krümel, il suo cuoco, gli prepara con impegno; per le assaggiatrici avere paura è una consuetudine, ma con il passare del tempo si fa abitudine.

La paura entra tre volte al giorno, sempre senza bussare, si siede accanto a me, e se mi alzo mi segue, ormai mi fa quasi compagnia.

Prima di alzarsi da tavola, a conclusione del pranzo, le assaggiatrici non possono tornare a casa, devono attendere un’ora per essere certe che, qualora ci fosse, il veleno non faccia il suo effetto; così ogni giorno, in bilico su un crinale, tra il piacere di mangiare e la paura che ogni boccone possa essere l’ultimo.

Trascorsero le settimane, e il sospetto verso il cibo si affievolì, come un corteggiatore cui concedi sempre più confidenza.

La mensa di Krausendorf diviene un luogo sempre più familiare, in cui Rosa, Elfriede, Heike, Augustine, Leni, Theodora, Sabine, Ulla, Gertrude e Beate stringeranno legami contrastanti, alimentati da stati emozionali vissuti in condizioni eccezionali. Superate le paure, l’unione tra le assaggiatrici si fa amicizia, sostegno reciproco, tra fiducia e bisogno di confidarsi, il tutto consumato da quella finitezza delle cose, che ogni guerra inevitabilmente porta con sé.

E il dolore non tarda a palesare la sua presenza, mettendo fine a quel piccolo mondo che casualmente una mensa aveva nutrito alle spalle delle SS e di Hitler: l’amore salvifico, annientato dai sensi di colpa, sarà l’elemento determinante che chiuderà quel cerchio che Rosella Postorino ha saputo tracciare, tra sentimenti altalenanti da cui il lettore verrà inevitabilmente travolto.

Tornai a pensare che non avessimo il diritto, noi, di parlare d’amore. Abitavamo un’epoca amputata, che ribaltava ogni certezza, e disgregava famiglie, storpiava ogni istinto di sopravvivenza.

Sopravvivere è l’obbligo, rimanere in vita a tutti i costi è la priorità, anche quando si è travolti da eventi carichi di attesa, smarrimento, incertezza; sopravvivere malgrado quel Male, che diviene la scusa di trasformazione di un intero popolo, quello tedesco, conformato al folle volere di uno solo, al volere di Hitler, che trascinò un’intera nazione verso la sconfitta. La veridicità storica metterà in luce gli orrori del Nazismo, scoperchiando il suo vaso di Pandora.

A conclusione, un divario temporale di 40 anni catapulta il lettore in tempi moderni, riportando in superficie una parte di quel passato, che si credeva disperso per sempre.

Rosa Sauer è un personaggio complesso, una donna che ha fatto del vissuto personale un elemento da cui ricominciare, malgrado il dolore, che solo l’esperienza terribile di un’assaggiatrice porta con sé: collaboratrice e vittima, sopravvissuta al Nazismo per pura casualità, grazie a tutte quelle scelte da cui è stata investita.

La fine era giunta. Avevo perso un padre, una madre, un fratello, un marito, Maria, Elfriede, e pure il professor Wortmann, a voler contare tutti. Solo io ero ancora illesa, ma ormai la fine era dietro l’angolo.

Rosella Postorino, con uno stile icastico, traccia personaggi che posseggono la forza della verità e la rarefatta consistenza dei ricordi, attraverso una brillante ricostruzione letteraria di fatti realmente accaduti: oltre le assaggiatrici, i suoceri di Rosa, Herta e Joseph, ma anche la baronessa Maria von Mildernhagen, che abita in un castello delle vicinanze ed ama ricevere e far musica assieme ad altri ospiti tedeschi, tra i quali Claus von Stauffenberg, autore di un fallito attentato a Hitler, e Albert Ziegler, tenente delle SS che ricoprirà un ruolo fondamentale nella storia. Inoltre, la sua scrittura fluida, scorrevole e incisiva, di grande efficacia comunicativa, analizza l’individuo nelle situazioni più esasperate, quando Bene e Male, seduti alla stessa tavola, giocano di compromesso, con sé stessi e con gli altri.

Un romanzo tecnicamente solido, ben strutturato, che apre la strada a diversi interrogativi, in una storia liberamente ispirata all’ultima assaggiatrice di Hitler, Margot Wölk, che solo all’età di novantasei anni decise di rendere pubblica la propria esperienza, imposta dal regime, raccontandola in un’intervista rilasciata sul Der Spiegel e pubblicata nel 2013. Margot Wölk, nata nel 1917 in Germania, trasferitasi in Prussia dopo i bombardamenti di Berlino e scelta nel 1942 insieme ad altre quindici donne per diventare una delle assaggiatrici di Hitler, morì nell’aprile del 2014, all’età di 97 anni.

Noi e loro. Questo mi proponeva Augustine. Noi, le vittime, le giovani donne senza scelta. Loro, i nemici. I prevaricatori. Krümel non era uno di noi, questo intendeva Augustine. Krümel era un nazista. E noi non siamo mai stati nazisti.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame… Fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? A cosa affidarsi, a chi, se il boccone che ti nutre potrebbe ucciderti, se colui che ha deciso di sacrificarti ti sta nello stesso tempo salvando? La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura,” dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato. Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito. Rosella Postorino non teme di addentrarsi nell’ambiguità delle pulsioni e delle relazioni umane, per chiedersi che cosa significhi essere, e rimanere, umani. Ispirandosi alla storia vera di Margot Wölk (assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf), racconta la vicenda eccezionale di una donna in trappola, fragile di fronte alla violenza della Storia, forte dei desideri della giovinezza. Come lei, i lettori si trovano in bilico sul crinale della collusione con il Male, della colpa accidentale protratta per l’istinto – spesso antieroico – di sopravvivere. Di sentirsi, nonostante tutto, ancora vivi.

 

Chi è ROSELLA POSTORINO

Rosella Postorino (1978) ha pubblicato La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Feltrinelli, 2018; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis), Il mare in salita (Laterza, 2011), Il corpo docile (Einaudi, 2013; Premio Penne). Con Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018) ha vinto il Premio Campiello 2018 e molti altri premi letterari, fra i quali il Rapallo, il Chianti, il Lucio Mastronardi, il Pozzale Luigi Russo, il Wondy e, in Francia, il Prix Jean-Monnet. In corso di traduzione in trenta lingue, il romanzo diventerà un film diretto da Cristina Comencini.

 

DETTAGLI

Autore: Rosella Postorino

Titolo: Le assaggiatrici

Editore: Feltrinelli

Collana: I Narratori

Data pubblicazione: 11 gennaio 2018

Pagine: 288

Prezzo: € 17,00

Formato: brossura

EAN: EAN:9788807032691

 

GLI ESTIVI Luca Ricci

Gli dissi tutto di te, della rincorsa insensata e bellissima che avevamo preso diverse estati fa, di quanto mi mancassi, della morbosità come ingrediente indispensabile a qualsiasi passione amorosa.

gli estiviGli estivi, disponibile in libreria dal mese di febbraio, è il secondo tassello della quadrilogia delle stagioni di Luca Ricci, edito da La nave di Teseo; i lettori di Into The Read ricorderanno dello stesso autore Gli autunnali, recensito in aprile. Scrittore di grande spessore, ancora una volta ha saputo coinvolgere con una storia scritta all’insegna della crudeltà, dove l’amore si fa nuovamente ossessione, perché “il matrimonio è un atto di fondazione, mentre l’amore è un terremoto.

Con Gli estivi Luca Ricci offre al lettore una storia visionaria, che si consuma sotto il sole cocente di quindici estati, vissute al Circeo, in quel tempo senza tempo che solo il periodo estivo sa offrire. L’anonimo protagonista, oltre a essere la voce narrante, è uno scrittore impegnato nel tentativo di ultimare un romanzo che sembra non voler trovare una fine, al contempo funzionario RAI, è sposato con Ester da trent’anni, prigioniero di un matrimonio che aveva truffato entrambi.

Finché una sera “d’improvviso, a tradimento” una ragazzina di nome Teresa, notata per caso in un ristorante vista mare, qualche tavolo più in là rispetto a quello occupato da lui e dalla moglie, diventa “un desiderio che non avevo espresso, esaudito da una stella che non avevo visto cadere.

Quell’incontro del tutto casuale si fa prima amore e poi ossessione, consumato da un’urgenza che estate dopo estate concede sempre meno, divenendo un appuntamento fisso in cui a prevalere è un esercizio di crudeltà fatto di inganni, tradimenti e ripicche.

L’immagine di te sfocò a poco a poco, inesorabilmente, come qualsiasi immagine ci colpisca ma non abbia il tempo materiale di attecchire.

E sullo sfondo Roma, “il proscenio del mondo”, la Pontina, con le sue code “che accadono” e “Le sere di giugno che sanguinavano e ti dicevano bugie; le sere di luglio, in cui la luce sopravviveva al tramonto ma come svuotata dei colori; le sere d’agosto, camicette d’organza nera con gli astri al posto dei bottoni.

Un romanzo, Gli estivi, in cui non mancano interessanti spunti di riflessione sul mondo dell’editoria, ricordando che la letteratura non dovrebbe mai perdere di vista il “fattore Rimbaud”, cioè ispirarsi a un grido senza passato e senza futuro, cristallizzato nel trauma della giovinezza che non sa raccapezzarsi nella vita.

Elemento di continuità con Gli autunnali è Alberto Gittani, un personaggio che i lettori hanno già incontrato e che durante la narrazione de Gli estivi viene introdotto in un periodo narrativo breve; inoltre troviamo il richiamo a una monografia di John William Waterhouse, autore di un dipinto intitolato Circe offering the cup to Ulysses, dove Teresa agli occhi del protagonista è la Maga Circe, per somiglianza e intenti incantatori.

Quel ritratto era una tua fedele riproduzione e avrei potuto amarlo ogni volta che mi sarebbe parso. Sì, avrei anche potuto amarlo al posto tuo.

Ma se ne Gli autunnali l’amore ossessivo è totalizzante, con Gli estivi l’ossessione non è più la conseguenza di un’amour fou ma viene mitigata da una leggerezza, elemento precipuo di questa particolare stagione, consumata alla luce accecante e spietata dell’attesa, in un gioco crudele di ripicche.

E così con un lessico articolato in un bouquet di parole ben assortite: capzioso, borborigmi, eburnea, tautologia, ribaldo, artatamente, contubernio, Luca Ricci, con grande maestria, racconta ai suoi lettori un’altra stagione, sospesa nel tempo e ritmata in una sequenza di quindici estati, che gli permettono ancora una volta di scandagliare la sfera emotiva con ferocia e lucidità disarmante, in un romanzo che non ha nulla di scontato.

Ecco quindi cos’è la letteratura, un artificio della mente, una sperimentazione linguistica, un’invenzione a sostegno di una tesi esistenzialista, filtrata attraverso una comprensione artistico-letteraria del reale.

Dovresti mollare il romanzo che non riesci a consegnarmi e scriverne uno sull’estate,” mi suggerì Lello. “Magari un ciclo, una quadrilogia delle stagioni.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

È la notte di San Lorenzo quando un uomo nota una ragazzina al tavolo di un ristorante vista mare. Lei gli appare a sorpresa, come “un desiderio che non avevo espresso, esaudito da una stella che non avevo visto cadere”. Eppure quell’incontro fortuito lascia il segno, e tra i due comincia una storia particolare, vissuta sotto l’insegna tarlata della crudeltà, consumata da un’estate all’altra, come un appuntamento fisso. Tutt’intorno, Roma, la Pontina, il Circeo sono luoghi avvolti dalla stessa luce spietata che abbaglia i personaggi, la luce insolente dell’estate che a volte non concede “il margine di un’ombra, una possibilità di fuga rispetto a ciò che si è realmente”. Dopo Gli autunnali, Luca Ricci ci consegna il secondo tassello della quadrilogia delle stagioni in un romanzo visionario ed esatto allo stesso tempo, capace d’indagare l’ossessione d’amore in tutte le sue forme.

Chi è LUCA RICCI

Luca Ricci è nato a Pisa nel 1974 e vive a Roma. Ha scritto L’amore e altre forme d’odio (2006, Premio Chiara, nuova edizione La nave di Teseo, 2020), La persecuzione del rigorista (2008), Come scrivere un best seller in 57 giorni (2009), Mabel dice sì (2012), Fantasmi dell’aldiquà (2014), I difetti fondamentali (2017). Per La nave di Teseo ha pubblicato Gli autunnali (2018, in corso di traduzione nei principali paesi europei), Trascurate Milano (2018) e Gli estivi (2020). Insegna scrittura per Scuola Holden, Belleville, Scuola del Libro e Scuola Fenysia.

 

DETTAGLI

Autore: Luca Ricci

Titolo: Gli estivi

Editore: La nave di Teseo

Collana: Oceani

Data uscita: 27 febbraio 2020

Pagine: 229

Formato: brossura

Prezzo: € 18,00

EAN: 9788834602058

 

 

TERRA DI FATE di Edgar Allan Poe

Valli di nebbia, fiumi tenebrosi
e boschi che somigliano alle nuvole:

poi che tutto è coperto dalle lacrime
nessuno può distinguerne le forme.

Enormi lune sorgono e tramontano
ancora, ancora, ancora…
in ogni istante
della notte inquiete, in un mutare
incessante di luogo.

E così
spengono la luce delle stelle
col sospiro del loro volto pallido.

Poi viene mezzanotte sul quadrante lunare
ed una più sottile delle altre
(di una specie che dopo lunghe prove
fu giudicata la migliore)
scende giù,
sempre giù, ancora giù,
fin quando
il suo centro si posa sulla cima
di una montagna, come una corona,
mentre l’immensa superficie,
simile a un arazzo,
s’adagia sui castelli
e sui borghi (dovunque essi si trovino)
e si distende su strane foreste,
sulle ali dei fantasmi, sopra il mare,
sulle cose che dormono e un immenso
labirinto di luce le ricopre.

Allora si fa profonda – profonda! –
la passione del sonno in ogni cosa.

Al mattino, nell’ora del risveglio,
il velo della luna si distende
lungo i cieli in tempesta e,
come tutte le cose,
rassomiglia ad un giallo albatro.

Ma quella luna non è più la stessa:
più non sembra una tenda stravagante.

A poco a poco i suoi esili atomi
si disciolgono in pioggia: le farfalle
che dalla terra salgono a cercare
ansiose il cielo e subito discendono
(creature insoddisfatte!) ce ne portano
solo una goccia sulle ali tremanti.

Il 24 GIUGNO tra sacro e profano

Ieri, il 24 giugno, si è celebrata la festa di San Giovanni e la conclusione del solstizio d’estate, nel corso di una notte nota come la notte di San Giovanni, in cui in epoca precristiana si festeggiava questa data come l’inizio del periodo più luminoso e prospero dell’anno, dando luogo a rituali propiziatori e a cerimonie di ringraziamento.

Tradizionalmente il solstizio d’estate è il momento dell’anno maggiormente carico di magia, in cui leggenda, sortilegio e credo si mescolano per ridar vita a quella sacralità che, nelle tradizioni precristiane, infondeva forza e vigore a rituali tipici delle zone rurali, all’interno delle quali si mantengono vivi, a tutt’oggi, gli usi e i costumi propri della società pastorale e contadina.

litha

E in Italia i riti per il solstizio, che quest’anno essendo bisestile è caduto il 20 giugno, si celebrano per la notte di San Giovanni Battista, attraverso una sorta di parallelismo che si viene a creare tra il calendario cristiano e quello pagano. La festa di San Giovanni si consuma la notte tra il 23 e il 24 di giugno, quando il sole, superato il punto del solstizio, comincia a decrescere impercettibilmente sull’orizzonte, dando origine alla notte più breve dell’anno, LA NOTTE DI SAN GIOVANNI, in cui l’attesa del sorgere del sole è propiziata dai falò accesi sulle colline, poiché con il fuoco, ricavato dall’ardere della legna di quercia, si mettono in fuga le tenebre e con essa gli spiriti maligni, in un continuo susseguirsi di prodigi.

In questo momento dell’anno la terra si risveglia, la natura è al massimo del suo rigoglio: allo spuntar dei primi raggi del sole i fiori brillano bagnati di rugiada, come piccole fiaccole e un tempo, proprio al sorgere del sole, si sceglievano e si raccoglievano i mazzetti di fiori per essere benedetti in chiesa dal sacerdote. notte di

E allora si festeggia Litha, una festa pagana, in cui l’esplosione della vita si rinnova anche attraverso la danza, in quanto la danza è uno dei più antichi modi di celebrare e di fare rituali nel mondo. Ѐ la festa dell’abbondanza, della crescita interiore, è il momento di raccogliere ciò che abbiamo seminato nella nostra vita, non tanto a livello materiale, quanto sul piano spirituale.

Secondo la tradizione, è proprio durante la mezzanotte della vigilia di San Giovanni che si raccolgono le erbe ancora bagnate di rugiada, poiché posseggono virtù particolari che non avranno durante il resto dell’anno, come l’artemisia, l’iperico, il mirto, il sambuco, l’arnica, per poi legarle a mazzetti e farle seccare, quindi bruciarle negli incensieri, in modo che l’ambiente sia impregnato del loro profumo e delle loro vibrazioni positive. Si possono ardere incensi di lavanda, caprifoglio, limone e glicine. E ancora la verbena, la quale si crede protegga, chi la porta con sé, da qualunque male e da qui tutta una serie di leggende che si fondono alle tradizioni sacre e profane di un mondo magico, indissolubilmente legato alle culture dei luoghi, all’interno del quale si mantengono vive tutte quelle cerimonie, tramandate da una generazione all’altra, per celebrare la terra e quindi con essa il perpetuarsi della vita.

acquaLe usanze di questa notte vengono ricordate anche in letteratura da Verga, Petrarca, Cesare Pavese, nel suo La luna e i falò; e ancora Grazia Deledda e D’annunzio, ci offrono diversi resoconti, in particolare il Vate, ne La figlia di Iorio, vede Ornella rivolgersi ad Aligi e dire:

E domani è Santo Giovanni, fratel caro: è San Giovanni. Su la Plaia me ne vo’ gire per vedere il capo mozzo dentro il Sole all’apparire, per vedere nel piatto d’oro tutto il sangue ribollire.

Questo in riferimento all’antica abitudine delle ragazze abruzzesi di svegliarsi all’alba per guardare il sorgere del sole, ritenendo che si sarebbe sposata entro l’anno solo la prima che avesse visto nel sole il volto di San Giovanni, decapitato dopo la danza dei sette veli di Salomè.

 

 

 

 

CERCANDO VIRGINIA Elisabetta Bricca

“Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente.”

Elisabetta Bricca, autrice de Il rifugio delle ginestre (2017), torna in libreria con il suo nuovo romanzo Cercando Virginia, edito da Garzanti, coinvolgendo il lettore in una storia struggente, che vuol essere un omaggio a una delle più grandi scrittrici femministe della storia, la saggista britannica Virginia Woolf e alla bellezza della letteratura, intesa come elemento salvifico. Cer vir

La storia si svolge in Toscana, a Cortona, nei primi anni ‘70, periodo in cui le donne cominciano a lottare per riuscire a essere ciò che desiderano e dove la lettura è una di quelle pratiche viste come una forma di inutile divagazione, che induce a pensare, a essere mentalmente libere, mettendo a rischio i doveri di mogli e madri.

La protagonista, Emma, è una giovane donne le cui esperienze di vita tracciano un destino molto diverso da quello che il padre sembra aver voluto per lei, rinchiusa in un ruolo, che indossa come un vestito logoro, troppo stretto.

Dal fratello Settimio, Emma ha imparato ad amare la lettura, da lui ha saputo prendere esempio, ma entrambi sanno di doversi nascondere alla vista del padre, che li vuole sempre a lavoro.

Così, ogniqualvolta era sicuro che suo padre non fosse nei paraggi, chiudeva il libro dei conti e spariva nel fienile per dedicarsi ai suoi amatissimi scrittori russi.

Ed è la lettura che permette loro di guardare al mondo e alla vita con occhi diversi, al punto da essere considerato un atto rivoluzionario, che spianerà la strada a quella ribellione su cui Emma costruirà i propri sogni: leggere, studiare, conoscere.

Emma era acqua, bosco, era il vento d’inverno che faceva vibrare le chiome degli alberi e spazzava i campi. Era la tempesta improvvisa, in un giorno d’estate.

Sarà Settimio a offrire alla sorella una via di fuga, una possibilità di vita migliore, lontano da casa, in una esistenza del tutto nuova, nel momento in cui Franco, l’uomo con “gli occhi da lupo”, la trascinerà nella disperazione. Solo allora Emma deciderà di accettare un posto come cameriera, presso la ricca signora Dalloway.

Una donna poteva e doveva avere tutto ciò cui aspirava, sosteneva la Woolf, e a Emma appariva una rivelazione.

Dal loro primo incontro, la signora Dalloway intravede nella giovane donna molte delle caratteristiche proprie, riconosciute nella negazione di quella libertà tanto anelata e nel sentirsi frenata nell’assecondare sogni e aspirazioni. Per tale ragione, Emma troverà nella signora Dalloway una guida e un’amica fidata, venendo così introdotta in uno spaccato di vita in cui Virginia Woolf è la protagonista delle ore di lettura condivisa, a cui si dedicheranno una volta a settimana.

Attraverso i saggi della Woolf, Una stanza tutta per sé, Le tre ghinee e Diario di una scrittrice, Emma riuscirà a cambiare se stessa, attingendo da quella forza tutta femminile, che la spingerà a non arrendersi, difendendo i propri diritti e scegliendo la strada da seguire.

“Lei è donna come me e la sua, la nostra forza ci appartiene da quanto è antico il mondo. Leggete se potete. Imparate. Confrontatevi. Combattete l’ignoranza.”

Con Cercando Virginia, Elisabetta Bricca sottolinea l’ammirazione per una scrittrice complessa, fortemente femminista e progressista qual è Virginia Woolf, permettendole al contempo di condurre un’indagine su quella che fu, e ancora è, la condizione femminile, un’indagine che ripercorre i tre saggi fondamentali per la comprensione della sua autrice.

La scrittura di Elisabetta Bricca è seducente, sempre coinvolgente; la struttura tecnica esprime una maturità narrativa, sostenuta da una consapevolezza che fa vibrare la parola, attraverso le corde della sua poeticità. Le parole utilizzate dall’autrice costruiscono un mondo che, se pur apparentemente distante dall’attuale condizione della donna, riescono a rievocare una società fortemente patriarcale, in cui il ruolo femminile viene relegato in quell’ambito angusto, che ha sempre cercato di deprivare la donna di dignità e diritti.

Avvertì la tensione abbandonare il suo corpo, era sempre questo l’effetto che le parole le facevano. Erano la sua ancora di salvezza, il suo rifugio. Le davano la forza di sperare, di reagire anche quando tutto intorno a lei parlava di rassegnazione.

I personaggi intorno a cui ruota la vicenda, così come i personaggi chiave, che s’incontrano nel corso della narrazione, sono tutti ben articolati nel raccontare una storia di crescita, rivalsa e riscatto, con il superamento di tutti quei nodi, più o meno dolorosi, che il racconto mostra al lettore con immagini vivide e descrizioni minuziose.

Le citazioni ad apertura di ogni capitolo, estrapolate dai saggi di Virginia Woolf, offrono spunti di riflessione, riagganciandosi a quelli che sono stati i temi cari all’autrice che, oltre alla questione femminile, affrontò le problematiche legate ai diritti delle donne, l’importanza della loro indipendenza economica, l’opportunità di un’istruzione adeguata e la libertà di poter sempre seguire le proprie aspirazioni.

Elisabetta Bricca consegna ai lettori un romanzo di formazione, un libro di grande respiro, che ripercorrendo i passi della grande Virginia Woolf, spinge tutte le donne a una presa di coscienza e a una nuova consapevolezza, al di là di un’esistenza convenzionale, per vedere riconosciuti i propri diritti, ridefinito il proprio ruolo e per essere libere di esprimersi per ciò che si è e non perciò che le sovrastrutture sociali, di ordine patriarcale, cercano ancora oggi d’imporre.

Ma Cercando Virginia è anche una storia di coraggio, che sottolinea il valore dell’amicizia, ponendo l’accento sulla complicità femminile, in una continuità storica, che si riallaccia a quel lungo cammino intrapreso sino ad oggi, per una comprensione più profonda dell’universo femminile.

Non esisteva più la morte ora, ma solo la memoria indelebile di quello che era stato e che mai sarebbe stato dimenticato. Esisteva il ricordo di ciò che Elizabeth aveva lasciato, la sua forza, il suo amore, la sua libertà. L’eredità di cui ognuno avrebbe fatto tesoro.

 

QUARTA DI COPERTINA

Cortona, 1976. La luce è flebile, ma a Emma, rannicchiata nel fienile, basta per immergersi nelle pagine dei libri che è costretta a leggere di nascosto. Lontano dagli occhi del padre che la vorrebbe impegnata nelle faccende domestiche. Finora è riuscita a proteggere il suo segreto. Ma quando si rende conto di non poter più continuare, preferisce andarsene e accettare un posto da cameriera offertole da una ricca aristocratica di origini inglesi che si fa chiamare “signora Dalloway”. Per Emma quel lavoro rappresenta l’occasione unica di conquistare l’indipendenza. Ciò che non si aspetta è di trovare nella signora Dalloway un mentore, oltre che un’amica fidata. Fin dai primi giorni di servizio, la donna si accorge della curiosità che accende l’animo di Emma. È per questo che pensa di proporle delle ore di lettura condivisa alla scoperta di una delle prime scrittrici femministe della storia: Virginia Woolf. Così, sfogliando Una stanza tutta per sé, Le tre ghinee, Diario di una scrittrice, Emma si nutre delle parole illuminate di Virginia e inizia a coltivare il sogno di una vita, in cui è lei a scegliere il proprio destino. Ma per realizzarlo deve prima combattere contro chi tenta in ogni modo di ostacolarla e tenerla lontano dai libri. Solo così potrà davvero trovare la sua personale Virginia e, in lei, la voce per esprimere ciò che sente dentro.

Chi è ELISABETTA BRICCA

Elisabetta Bricca, nata e cresciuta ner core di Roma, è laureata in Sociologia, comunicazione e mass media, e lavora come copywriter, autrice e traduttrice. Vive con il marito e le due figlie al <<Rifugio del daino>>, un antico casolare umbro circondato da ulivi e boschi, che domina il lago Trasimeno. Ѐ appassionata di arte, cucina, vino e natura. Con Garzanti ha pubblicato anche Il rifugio delle ginestre (2017).

DETTAGLI

Autore: Elisabetta Bricca

Titolo: Cercando Virginia

Editore: Garzanti

Collana: Narratori moderni

Pagine: 350

Prezzo: € 17,00

Formato: Rilegato

EAN: 9788811675532

BUNGALOW Åke Edwardson

Salì a passi lenti la scala vecchia di un secolo e mezzo che portava al piano superiore dell’House Memories. Sembrava che gli odori del passato non fossero mai svaniti, i ricordi sopravvivevano nel fetore di umido e caldo e morte.

BungalowÅke Edwardson, uno dei più noti e apprezzati scrittori svedesi del nostro tempo, con il suo venticinquesimo libro Bungalow, edito da Baldini+Castoldi nella traduzione di Stefania Forlani e Giulia Pillon, ci offre una lettura intima, toccante, profonda, trascinando il lettore in una spirale di intrighi da capogiro. Un thriller che tiene inchiodati alle sue 634 pagine con crudo e a volte brutale realismo.

Il protagonista, Kalle Edwards, intraprende un viaggio “nel cuore dell’oscurità”, alla ricerca della figlia Jenny, nel momento in cui le sue tracce si perdono definitivamente a Bangkok, trasformando l’intero percorso in una indagine dolorosa su se stesso, per perdonare e perdonarsi, in un viaggio intervallato da scene inerenti l’infanzia di Kalle, nello Småland degli anni Sessanta, in una continua alternanza di presente e passato.

Abbassò il finestrino della vecchia Toyota e sul viso sentì il vento verde e gli odori di umidità, benzina, cemento, muffa, olio di cocco, sole dimenticato. Il profumo di Bangkok.

Kalle, da giovane, fuggì dalla famiglia disfunzionale a cui apparteneva e dalla Svezia, con i suoi rigidi inverni, che sembravano ingabbiare l’anima, fino alle sue più oscure profondità, per scoprire un Sudest asiatico, dal caldo torrido, disseminato di bungalow, che lo spinse ad attraversare la Thailandia e la Malesia, con la sua Kuala Lumpur, “un mondo senza treni che viaggiano nel cielo. Senza tanti palazzi che lo grattavano”. E poi l’Indonesia, fino alla Birmania e il Laos.

Fuggire per riapparire, una costante nell’infanzia di Kalle imposta dal padre, sempre ubriaco, che li ha spesso abbandonati anche nei luoghi più impensati, come su di un ponte nel bel mezzo del traffico, per far ritorno dopo qualche tempo, rendendo quegli inverni ancora più duri e ancora più rigidi. Un difetto che il protagonista farà suo in età adulta.

Malgrado tutto, Kalle è riuscito a diventare uno scrittore affermato, pur avendo ereditato il gene malato del padre, che lo ha reso proprio come lui, un alcolista e che lo porta a ricalcarne il comportamento in ambito familiare, mettendo a nudo una natura irrequieta e malinconica, che lo spinge sempre lontano da casa, seguendo un destino che finirà per inghiottirlo.

Un aeroplano era passato nel buio, volando dritto nel futuro. Viviamo tutti nel futuro. Aveva visto le luci del futuro lasciate dall’aereo lassù. Ogni passo che facciamo è un passo nel futuro. L’aereo viaggia a mille chilometri all’ora nel futuro, girando intorno alla terra. Il futuro è eterno in una maniera diversa rispetto al passato. Il presente non esiste, non è mai esistito. Quando siamo vissuti nel presente? Era prima o dopo?

Anche nella relazione con la moglie, Maria, sembra ripercorrere le orme dei suoi genitori, tra continui litigi dovuti alla sua condizione di alcolizzato, che lo inducono spesso ad allontanarsi dalla Svezia, trascinando con sé i tormenti dell’anima nella convinzione che “bisogna meritarsi il proprio presente.”

Con Maria hanno una figlia, Jenny, che Kalle adora, ma che spesso abbandona a se stessa, facendole rivivere i lunghi inverni che lui stesso aveva vissuto con il padre. Ma Jenny è cosciente del fatto che tra lei e Kalle c’è sempre una bottiglia di troppo, una menzogna, un abbandono e la distruzione di quell’unità familiare, tanto desiderata, dovuta a tutti gli errori che Kalle non è riuscito a evitare.

In questa continua fuga, a conclusione della quale vi è sempre un ritorno, Jenny decide di intraprendere lo stesso viaggio che condusse il padre in Asia, più di quarant’anni prima, per visitare gli stessi luoghi…

Fino a quando Jenny scompare, dopo aver inviato un ultimo messaggio da Bangkok.

Estrasse il cellulare dal taschino e cercò la foto di Jenny. Sorrideva, ma non troppo. Era già dall’altra parte del mondo in quella foto. Lui avrebbe ritrovato il resto di quel sorriso e l’avrebbe ricomposto.

Così, Kalle ripartirà ancora volta per la Thailandia, alla ricerca della figlia, riattraversando paesi, città e luoghi già visitati in passato, in un alternarsi di flashback, che lo costringeranno a fare i conti con le inquietudini esistenziali di tutta una vita.

Bungalow è un thriller complesso, avvincente, un lavoro ben articolato, che ha impegnato Åke Edwarson per sei anni, un romanzo fortemente emotivo sulle scelte di vita, la riconciliazione e le lunghe ombre del passato. Una storia quindi che spinge ad avere coraggio, dando voce a quella speranza, di cui spesso la vita si avvale, che induce a non arrendersi e a ricominciare.

Lui le chiese se aveva paura ma lei rispose che non aveva mai paura. Non aveva mai avuto paura. Ѐ pericoloso non avere paura, diceva lui. Ѐ la cosa più pericolosa al mondo. Dobbiamo sempre avere paura perché è l’unica cosa che ci può salvare.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Da giovane, Kalle Edwards ha viaggiato nel Sudest asiatico e quei viaggi hanno plasmato la sua vita futura. Più di quarant’anni dopo, sua figlia Jenny parte sulle orme del padre.

Ma Jenny scompare. L’ultimo suo segno di vita è un messaggio da Bangkok. Nessuno sa dove sia, o se sia sparita di sua volontà. Kalle decide di andare in Thailandia a cercarla.

Nella sua ricerca, torna nei posti che ha visitato molto tempo prima. Il giovane e l’uomo di mezza età si ritrovano nella stessa vita. E il viaggio va ancora più indietro, fino ai ricordi della sua infanzia negli anni Sessanta, nello Småland, alla sua vita di bambino in una famiglia complicata, alla partenza dal piccolo paese e ai tentativi di diventare adulto. Di diventare padre. Un romanzo che si legge come un thriller, ma anche un racconto sulle scelte di vita, le lunghe ombre del passato e la riconciliazione.

 

Chi è ÅKE EDWARDSON

Åke Edwardson è considerato uno tra i principali scrittori di gialli e thriller della Svezia. Oltre alla fortunata serie che ha venduto più di 5 milioni di copie  con protagonista il commissario Erik Winter, ha scritto romanzi vincitori di premi, raccolte di racconti e libri per ragazzi.

Bungalow è il suo venticinquesimo libro, e il suo sforzo maggiore, su cui ha lavorato per sei anni. Un romanzo fortemente emotivo, che riunisce dei temi della sua prosa: la città e la campagna.

Quando non scrive, Åke Edwardson va in moto e cucina, non contemporaneamente, però!

 

DETTAGLI

Autore: Åke Edwardson

Titolo: Bungalow

Editore: Baldini+Castoldi

Traduttori: Stefania Forlani e Giulia Pillon

Collana: Romanzi e racconti

Genere: Thriller

Data uscita: 20 febbraio 2020

Formato: brossura

Pagine: 634

Prezzo: € 22,00

EAN: 9788893882637

 

TIMES UNCERTAIN, un nuovo carattere per i tempi incerti

I caratteri tipografici esercitano una profonda influenza sul modo in cui accettiamo le informazioni acquisite e se qualche anno fa lo studio Commercial Type aveva realizzato un nuovo font per Repubblica, noto come Eugenio Serif Poster, per sottolineare un cambiamento che guarda alle origini, una novità giunge da Third Street, un’agenzia di Chicago operante nel settore del brand building, che ha ideato un font a riflesso di questo periodo incerto, contraddistinto da distanziamento sociale e angoscia.

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E mentre vari slogan pongono l’accento sul distanziamento, Third Street ha scelto un carattere tipografico adatto al clima attuale, soprannominandolo Times Uncertain.

Si tratta di una versione rielaborata in chiave angosciosa del noto font Times New Roman, ideato da Victor Lardent, che vedete utilizzato anche per Into The Read, ma nell’adattamento del Times Uncertain i caratteri sono stati resi irregolari, applicando una maggiore crenatura tra le lettere per simulare il distanziamento sociale, imposto a tutti in questo periodo di pandemia. times-uncertain 3

Inoltre, la punteggiatura disponibile è limitata al punto esclamativo e interrogativo, a espressione di emozioni estreme e sensibilità accresciuta, dovuti all’irrazionalità del momento e alla conseguenziale perdita di punti di riferimento.

Anche la dimensione del carattere varia, in un’alternanza di coerenza e incoerenza, in base al modo in cui rimoduliamo il nostro umore dopo aver letto le notizie.

Se vi ho incuriosito, potete visionare il carattere Times Uncertain al seguente link https://www.takethirdstreet.com/times-uncertain dove potrete anche scaricarlo gratuitamente, in tutta tranquillità, dato che David Jones, cofondatore di Third Street e ideatore del nuovo carattere, assicura che “il download del font Times Uncertain non ha virus, o almeno ancora non ne mostra i sintomi.”

 


 

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CLASSIFICA AMAZON.IT dei libri più letti e ascoltati durante il confinamento

Il lockdown ha riacceso l’interesse per la lettura, grazie anche all’utilizzo di strumenti digitali, mostrando chiaramente un’evoluzione nella scelta dei generi.

Lente d’ingrandimento a tal riguardo è stato Amazon, il colosso di Jeff Bezos, che ha fornito dati interessanti, acquisiti dall’utilizzo del suo assistente vocale, Alexa, che ha permesso di stilare una classifica degli autori più nominati, almeno in riferimento a coloro che posseggono il dispositivo in casa.

Vediamo quindi come si sono orientati i lettori, durante la quarantena, quali sono state le scelte operate, i libri “letti” ascoltando un audiolibro e i titoli in eBook più richiesti. Le classifiche riportate si riferiscono ai consumi digitali dei clienti Amazon.it nel periodo marzo/aprile 2020, mettendo in luce le variazioni rispetto alle scelte avvenute nel corso del 2019.

Se durante il 2019 il primo posto sul podio è appartenuto a Dante Alighieri, in base alle richieste rivolte ad Amazon Alexa, adesso alla stessa posizione troviamo Charles Perrault, con la fiaba di Cappuccetto Rosso, scelta ovvia se consideriamo la necessità di intrattenere i bambini durante il confinamento.

Al secondo posto Alessandro Manzoni rappresenta un percorso obbligato per tutti gli studenti che si apprestano a preparare l’esame di maturità, seguito da Giovanni Boccaccio, che si conquista una terza posizione, favorito probabilmente dalla tematica del Decameron, in un periodo in cui pandemia e quarantena sono di ordine globale. Dante si conquista il suo quarto posto della Top 10.

Inoltre, nella Top 10 degli ultimi due mesi troviamo Antoine de Saint-Exupéry, i Fratelli Grimm, Gabriel García Márquez, Edmondo De Amicis, Giovanni Verga e Italo Svevo.

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Invece, per quanto riguarda gli audiolibri, Alexa offre un’ampia varietà di scelta, facendo di Audible un’applicazione in costante crescita; tra i titoli più richiesti durante gli ultimi due mesi nel nostro paese troviamo La misura del tempo, di Gianrico Carofiglio, seguito da I leoni di Sicilia di Stefania Auci, che continua a occupare un secondo posto già conquistato nel 2019, mentre Donato Carrisi si conquista la terza posizione con La casa delle voci.

Ѐ anche interessante sapere che tra gli audiolibri più ascoltati di sempre, troviamo al primo posto la saga completa di J.K. Rowling, Harry Potter, seguito da I pilastri della terra di Ken Follet, con un terzo posto occupato da L’amica geniale di Elena Ferrante.

Per quanto riguarda invece la lettura in formato digitale La ragazza della neve di Pam Jenoff è stato l’eBook più letto dai clienti Amazon.it durante il lockdown, un romanzo del 2017 che racconta la storia della giovane Noa, cacciata dai genitori quando scoprono che è rimasta incinta dopo una notte passata con un soldato nazista.

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Il secondo posto è occupato da Stai calmo e usa le parole giuste nel giusto ordine di Paolo Borzacchiello, il medico delle parole, esperto di intelligenza linguistica applicata al business; una lettura che probabilmente sottolinea il bisogno degli italiani di migliorare se stessi, soprattutto nelle relazioni con gli altri, in questo particolare periodo. Al terzo posto troviamo quello che ormai possiamo considerare un classico per ragazzi, Harry Potter e il calice di fuoco.

E anche se in questo periodo di confinamento i device si sono dimostrati utili strumenti, in Italia il 78% dei genitori legge libri ai propri figli, a differenza del 26% dei genitori inglesi che preferisce affidare ai dispositivi tecnologici, come Amazon Alexa, la lettura delle fiabe della buonanotte.

La percentuale più significativa resta sempre quella dei libri cartacei, al 60%, ma per quanto riguarda l’uso delle nuove tecnologie, dedicate alla lettura in digitale, il rapporto AIE del 2019 ha dimostrato che l’uso di e-book è al 24%, di Audiolibri al 7%, mentre lo smartphone è il device più utilizzato per accedere ai contenuti editoriali.