ECCETERA NE HA DI PAROLE Giovanni Benincasa

{[(Ti chiamo Elisabetta quando sono lucido e distante, ti chiamo Elisa quando sono normale, ti chiamo Betta quando ti penso dolce, ti chiamo Bettina quando ti penso più dolce, ti chiamo Ely quando ti voglio bene, ti chiamo Sabè quando mi incanti. Lisa, Lisetta e Betti purtroppo le trascuro un po’: ma venite tutte qui, che usciamo!)]}

paroleEccetera ne ha di parole, di Giovanni Benincasa, edito da Baldini+Castoldi non è un romanzo convenzionale, ha le caratteristiche di un messaggio chiuso in una bottiglia e affidato al mare, in questo caso ai lettori a cui viene dato un compito, trovare Elisabetta.

Giovanni Benincasa è un noto scrittore, giornalista e autore di programmi televisivi, straordinario nell’uso della parola e con Eccetera ne ha di parole sottolinea questa sua abilità, con una scrittura fluida e dinamica.

In un romanzo strutturato su più livelli narrativi, l’autore si rivolge direttamente al lettore:

Caro lettore (o cara lettrice, ancora meglio), per favore, ho bisogno della tua attenzione.

E presentando il libro come un oggetto prezioso da portare sempre con sé, ovunque si vada, per dare la possibilità a Elisabetta di riconoscere nel titolo quell’unico messaggio d’amore, che solo lei è in grado di decifrare.

Questo libro portalo sempre in giro: per strada, o in un parco, o in luoghi dove c’è qualche umano passaggio. Tienilo sempre con te: fallo vedere. Quando entri in un bar, poggialo sul banco e cerca di tenerlo bene in vista, anche se dovrai sederti in una sala d’attesa o deciderai di stenderti su un prato.

Questo perché un giorno, in un mercatino dell’usato, lo scrittore rinviene all’interno di una borsa di cuoio una serie di lettere, vecchie di quarant’anni, una fitta corrispondenza tra Giovanni, omonimo dello scrittore, e la venticinquenne Elisabetta; l’epistolario, risalente agli anni Settanta, racconta la storia d’amore che Giovanni Benincasa ricostruisce nel romanzo. Un solo dubbio, un’unica lettera mai spedita, che Elisabetta quindi non ebbe modo di leggere, ritrovata in una busta ancora chiusa, sempre all’interno della borsa di cuoio. Da qui il bisogno di capire, la necessità di ritrovare Elisabetta per poterle consegnare quella lettera mai spedita dal suo Giovanni. Il tempo ha cancellato completamente le tracce dei due protagonisti e si è divertito a trasformare una storia d’amore in una serie di cerchi concentrici che investiranno l’autore, mettendolo nella condizione di dare una svolta anche alla propria vita.

“Lei è la Signora Elisabetta, o Elisa, o Ely, spesso chiamata anche Sabè, Betta o Bettina, poche volte Betti, Lisa o Lisetta?”

Eccetera ne ha di parole è un canto d’amore, coinvolgente e trascinante, il cui dinamismo narrativo riconduce alle tecniche futuriste, caratterizzato da parole in libertà e “rumoriste”: il periodo, contornato da parentesi e punti di sospensione, si avvale dell’uso di parole onomatopeiche come sbang o il ricorrente bum con la sua ben precisa funzione.

Quando leggerai bum, significa che ho tagliato molte cose e ci sono buche e cadaveri narrativi tutti intorno: tu allunga la gamba e cammina saltando quei morti come dopo un’esplosione. Tutto quello che non trovi scritto, dovrai immaginartelo.

Al centro del racconto un parrocchetto di Lesson, collante capace di legare le tre storie d’amore, che si sfiorano durante la narrazione e presente anche nella significativa copertina del libro, il cui senso viene ulteriormente sottolineato nella sovraccoperta.

Come una Matrioska, moltiplicandosi in un crescendo narrativo, Eccetera ne ha di parole è un romanzo che si infila in un altro romanzo e in un altro ancora e che ci ricorda l’importanza del detto verba volant, scripta manent, in un tempo in cui la tecnologia ha reso la parola immediata, labile e riduttiva, ma che nella corrispondenza tra Elisabetta e Giovanni acquista valore, elevando il verbo a poesia. L’amore tra Giovanni ed Elisabetta si fa sofferto, tormentato, ma pur sempre profondo, in un percorso altalenante fatto di alti e bassi e per questo apparentemente privo di stabilità ed equilibri.

Eppure, ci sono amori destinati a non morire mai, sfidano il passare del tempo e si fanno storia, lasciandosi raccontare da chi si imbatte in esse e le fa proprie…  narrate, diventano eterne!

Non hai nemmeno trent’anni ma dentro di te conservi i bauli di un’adorabile vecchietta che ha cresciuto figli e nipoti, che ha visto la guerra e la pace, che ha molto sofferto e molto amato. Io ti fabbrico ricordi perché voglio esserti Storia, amore mio.

 

QUARTA DI COPERTINA

Caro lettore (o cara lettrice, ancora meglio), per favore, ho bisogno della tua attenzione. Fidati, ti divertirai. Comincio con una domanda: che cosa accadrebbe se un giorno tu entrassi in una libreria e comprassi un libro scritto apposta per esaudire una richiesta? Te lo chiedo perché è esattamente quello che fa il protagonista della storia che hai fra le mani. La storia di Giovanni e di un libro scritto perché tu, lettore (o lettrice, sempre meglio), possa portarlo a passeggio e farti notare dalla persona a cui è indirizzato. Una donna. Mi spiego: Giovanni, ma non quel Benincasa scrittore, un altro Giovanni, durante gli anni Settanta intratteneva una fitta corrispondenza con una ragazza di nome Elisabetta (detta anche Betta, Bettina, Lisa…). Una ragazza che allora aveva 29 anni. E Giovanni, stavolta sì, l’autore del romanzo, lo scopre dopo avere comprato una vecchia borsa di cuoio sulla bancarella di un mercatino dell’usato. Dentro, moltissime lettere tra Giovanni ed Elisabetta. Lettere d’amore. Lettere così coinvolgenti da spingere Giovanni, lo scrittore, a una ricerca forsennata della misteriosa ragazza. Fino all’atto conclusivo: la stesura di questo libro, affinché chi lo compra possa riuscire finalmente a recapitarlo a Elisabetta, a Betta, a Bettina, a Lisa, a Sabè, a Elisa…

Un libro magico. Un viaggio nelle emozioni che è poi il viaggio di una vita dentro una vita, dentro una vita, dentro una vita ancora.

 

Chi è GIOVANNI BENINCASA

Giovanni Benincasa (Napoli 1960), giornalista e autore televisivo. Questo è il suo primo romanzo.

 

DETTAGLI

Autore: Giovanni Benincasa

Titolo: Eccetera ne ha di parole

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Romanzi e Racconti

Pagine: 118

Data uscita: 9 settembre 2019

Prezzo: € 17,00

Formato: Brossura

EAN: 9788893882040

 

 

 

 

 

 

 

I TRASGRESSIONISTI Giorgio De Maria

I trasgressionisti erano lì, accovacciati in semicerchio, di fronte a un uomo che pareva dominarli con la forza concentrata dello sguardo, un uomo col naso aquilino e i lineamenti ben marcati, che ben riconoscevo.

FrassinelliIl 2 aprile Frassinelli fa uscire i Trasgressionisti, il primo romanzo dell’autore italiano Giorgio De Maria, del quale aveva già editato la sua opera più importante, il quarto e ultimo libro, Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo; con il suo titolo dall’eco rinascimentale, ne diede i natali nel 1977 una piccola casa editrice milanese, Il Formichiere.

Giorgio De Maria è stato un artista eclettico, diviso tra musica, teatro e letteratura; nato e vissuto a Torino, è morto dimenticato nel 2009, in completa solitudine e povertà, quindi tumulato a Nole, in una tomba che neppure reca il suo nome. A distanza di cinquantun anni, Frassinelli ripropone i Tragressionisti, di cui si deve a Mondadori la prima pubblicazione, avvenuta nel 1968.

Per comprendere i Trasgressionisti, bisogna inquadrare l’opera alla luce del periodo in cui venne posta in essere: era il 1968, anno contrassegnato da movimenti socio culturali, formati da gruppi socialmente eterogenei di operai, studenti ed etnie minoritarie che, in aggregazione spontanea, contestavano le scelte socio-politiche del tempo. Trasgredire diviene quasi un obbligo.

Il protagonista è un uomo mai chiamato per nome durante la narrazione, quindi una persona qualunque, il quale è in procinto di sposare la fidanzata Liliana. Un giorno, un amico lo invita a osservare una scena insolita: un uomo alto e magro, dal naso aquilino, “camminava raso alle vetrine e la sua spalla destra era leggermente abbassata” entra in un negozio di articoli sportivi molto affollato, si mette in coda alla cassa e con il commesso si guardano senza aprire bocca, lasciando che “attorno a loro vibra l’impazienza dei clienti e l’affannata premura di chi li serve”. Attuando in tal modo una delle esercitazioni propedeutiche dei Trasgressionisti, espletata con un atto eversivo e fuori dalla norma.

Con questa visione, che continua a tormentarlo, il protagonista incuriosito viene spinto a conoscere quella che di fatto è la setta dei Trasgressionisti, i quali guidati da un Maestro, che ne affina le capacità attraverso una preparazione ben precisa, si riuniscono due volte a settimana, per essere preparati a compiere il Grande Salto, obiettivo e fine ultimo della setta.

La storia si svolge in una Torino magica e metafisica ed è in Via Botero che i trasgressionisti si radunano in una stanza nascosta all’interno di un locale, dove si suona musica jazz.

Via Botero è una via stretta stretta e veramente buia. I gatti vi si perdono se si arrischiano a percorrerla dalle nove in su. Vi potrebbe succedere di tutto: cori angelici, deflorazioni, duelli con la scimitarra, e anche qualche fucilazione all’alba contro un muro in uno spiazzo dove un tempo doveva esserci una casa.

Ribellandosi alle convenzioni, che inchiodano gli individui al comune senso del dovere, i Trasgressionisti acquisiscono quel tipo di mentalità eversiva, che permette loro di poter fare qualunque cosa, e al contempo di trovare il coraggio a compiere il Grande Salto, quindi la più grande delle trasgressioni. Solo così riescono a sfidare il comune senso del dovere e dell’onore, a sovvertire le consuetudini, l’ordine sociale, il potere costituito, per rinascere uomini completamente liberi da qualunque condizionamento sociale, politico e culturale.

L’intero racconto procede per gradi: dalla conoscenza della setta da parte del protagonista, fino al raggiungimento del suo scopo, che si snoda attraverso un percorso allucinato, in un’atmosfera misteriosa, quasi sospesa in una dimensione priva di spazio e tempo, che tiene il lettore inchiodato sino all’ultima pagina. Il finale lascia agghiacciati, in una Torino dove aleggia il fantasma di un piano ordito da un potere occulto, che manderà fuori di testa il lettore, trascinato da un senso di angoscia, dovuto al clima da esperimento psicosociale che si viene a creare, quasi ai limiti del cinismo.

Come mi accorgevo di non ritrovarmi più in una sperduta galassia, ma nei luoghi che mi avevano visto crescere e mutare, anno dopo anno fino a quando non avevo assunto forma d’uomo! In ogni fossato c’era almeno una piccola traccia di me stesso; fossi sceso a frugare nei rigagnoli non sarei tornato a mani vuote, sarei stato il fortunato archeologo del mio passato.

Nella costruzione di situazioni paradossali, capaci di generare angoscia, Giorgio De Maria si ispira a Kafka, anche per sua stessa ammissione, attingendo dal grottesco e dal surreale; infatti con i Tragressionisti propone una situazione, che si intreccia fino a stringere il protagonista in gangli da cui è impossibile fuggire.

Autore tra il Bizarro Fiction e il New Weird, con i Trasgressionisti Giorgio De Maria rivela al lettore la sua anima di scrittore esistenzialista, strutturando così un racconto interessante, geniale, dalla situazione indefinibile, bizzarra e dalle atmosfere rarefatte ai limiti dell’onirico, che apparentemente non lascia spazio alla speranza.

Ero capitato in una stanza disadorna e silenziosa, pallidamente illuminata da candele e pervasa da fumosi aromi. Erano quei silenzi profondi e abbandonati che paiono perdersi alle origini del mondo ed espellere con forza coloro che non se ne sentono partecipi.

 

QUARTA DI COPERTINA

Prossimo al matrimonio e spronato da un amico, l’anonimo protagonista del romanzo decide di aderire ai Trasgressionisti; come suggerisce il nome, questa setta si propone, attraverso trasgressioni man mano sempre più eversive, di sovvertire le consuetudini, l’ordine sociale, il potere costituito e l’egemonia del pensiero dominante. Riuscirà il nostro antieroe a sfuggire alle nozze abbandonando la sposa all’altare? Avrà il coraggio di varare una nuova esistenza all’insegna di piccole e grandi ribellioni? La risposta agli interrogativi sarà svelata in questo stesso libro, ma solo alla fine, quindi meglio non sbirciare o barare sfogliando veloci le pagine, anche se forse sarebbe abbastanza trasgressivo. Dopo il successo postumo di Le venti giornate di Torino, long-seller internazionale dall’incredibile fortuna, Giorgio De Maria torna con un’opera di nuovo ripescata da un ingiusto oblio, sempre ambientata a Torino e sempre con un protagonista senza nome, ancora una volta premonitrice, spiazzante, oscura, ironica ai limiti del cinismo. Se Le venti giornate è stato a buona ragione definito «l’unico, autentico romanzo maledetto italiano», I Trasgressionisti è un manuale sulla disobbedienza come regola di vita, perfidamente originale e allo stesso tempo alla stregua di classici moderni come Lo straniero, Fight Club e Trainspotting.
Giovanni Arduino

 

Chi è Giorgio De Maria

Giorgio De Maria è nato nel 1924 a Torino. È stato critico teatrale per l’Unità torinese dal 1958 al 1965. Nel 1958 ha fatto parte con Liberovici, Straniero, Calvino, Fortini e Amodei del gruppo «Cantacronache» per il rinnovamento della canzone italiana. Ha pubblicato, tra l’altro, Le canzoni della cattiva coscienza (1964, in collaborazione con Eco, Straniero, Liberovici e Jona) e i romanzi I trasgressionisti (1968), I dorsi dei bufali (1973), La morte segreta di Josif Giugasvili (1976). Le venti giornate di Torino uscì per le edizioni Il Formichiere nel 1977. In seguito Giorgio De Maria non ha più pubblicato nulla, ed è morto nel 2009.

 

DETTAGLI

Autore: Giorgio De Maria

Editore: Frassinelli

Data uscita: 2 aprile 2019

Listino: € 15,00

Pagine: 120

EAN: 9788893420525

 

 

 

 

 

IL CIELO NON Ѐ PER TUTTI Barbara Garlaschelli

Quanto dolore si può sopportare? Quanto? Non c’è un metro, non c’è una misura standard, ma Alida sa che più di così è impossibile.

cieloQuesta è una storia di adulti e giovani ragazzi, è anche un racconto che sa spiegare il dolore, quello prodotto dalla violenza, fisica e psichica, che reclama a gran voce un riscatto che solo l’amicizia, i sogni e l’amore permettono di ottenere. Ma principalmente è la storia di una fuga, quella di due tredicenni stanchi di subire il passato spaventoso e destabilizzante degli adulti che li circondano, fatto di traumi, incomprensioni e abissi interiori e desiderosi solo di vivere la propria infanzia, senza essere caricati da tutte quelle responsabilità che spettano agli adulti, non ai bambini.

Il cielo non è per tutti di Barbara Garlaschelli, edito da Frassinelli, si apre con la morte del nonno del tredicenne Giacomo, che diventa motivo di profondo malessere, poiché essendo un uomo rigido, burbero e brutale con tutti, il solo desiderio di averlo voluto più volte morto, apre la strada ad angosce profonde. La fuga per Giacomo rappresenta l’unica possibilità per scappare dalle sue paure, dal funerale del nonno e dall’improvvisa indifferenza a cui il fratello maggiore, Samuele, sembra averlo condannato.

Ѐ così affranto dalla distanza che si è creata tra loro che gli viene da piangere.

Alida, coetanea di Giacomo, non ha mai avuto una vita facile, con una madre apprensiva, tormentata da un passato fatto di dolore, abusi e violenza, che l’ha portata a coltivare dentro di sé una rabbia riversata su Alida ogni qualvolta la bambina compie un passo falso, nella direzione opposta a quella detta dalla madre. Infatti Regina, madre di Alida, è una donna albanese trasferitasi in Italia nel momento in cui ha sposato il ricco padre di Alida, nel quale vedeva una possibilità di fuga da una vita fatta di poco, ma resa tollerabile dall’amore familiare.  Eppure, lui si trasforma in un essere brutale, in un padre sempre ubriaco e violento, che Alida può incontrare solo in presenza di Delia, un’assistente sociale che ha saputo cogliere tutta la disperazione di Regina e quindi della figlia.

Per Alida sua madre è paragonabile a un vulcano, pronto a esplodere da un momento all’altro, poiché

era lì, in quella parte nascosta, che si preparavano le eruzioni e quando il vulcano esplode la cenere e i lapilli venivano proiettati a decine di chilometri al di sopra del cratere, proprio come accadeva alla mamma quando la sua furia bruciava tutto quello che aveva attorno, distruggendolo.

Ed è così che Alida, sentendosi responsabile dell’infelicità materna, trova in Giacomo il perfetto compagno per una fuga verso l’unico spiraglio di speranza: raggiungere lo zio Christian, il fratello di Regina, il solo capace di dare tranquillità alla bambina.

Anna, Regina, Alida, Giacomo, Samuele, Elia, nonno Simone, Riccardo ognuno è il custode di un segreto, sui cui viene strutturato il tessuto psicologico individuale.

La ricerca degli scomparsi dà spazio alla metafora narrativa e diviene deus ex machina nel momento cui gli adulti, riconoscendo errori e colpe, faranno i conti con i fantasmi interiori del proprio passato.

Il concetto di diversità è l’elemento fondamentale attraverso cui Barbara Garlaschelli costruisce l’azione, che accompagna tutta la narrazione: diverso è il rapporto che Riccardo ha con il padre, un uomo capace solo di denigrarlo e chiuso in un mondo che Giacomo immagina violento e zeppo di schegge di vetro; diverso è il legame che Anna costruisce con Giacomo, rispetto al figlio maggiore Samuele: Giacomo era la sua isola di felicità, l’ancora di salvezza; diverso è il rapporto di amicizia che lega Samuele a Elia, poiché davanti allo sguardo di Elia, quella resistenza era caduta in ginocchio, felice di essere stata abbattuta. Samuele, per la prima volta nella vita, si era sentito accolto, nel volgersi di un solo istante;  e diverso è anche il legame che unisce Alida e Regina: doveva difenderla, sua madre, a costo della vita, difenderla anche dalle proprie parole, perché come diceva Dolores, sua madre era una donna sola che cresceva al meglio delle sue possibilità una bambina di tredici anni, e viceversa perché Regina sa che nessuno potrà mai capirla, nessuno potrà mai comprendere il suo terrore. Nessuno può immaginare cosa provi ogni volta che pensa a quali pericoli vada incontro Alida, ogni giorno. Là fuori è un mondo di lupi pronti a sbranarla, ma pare non voler rendersene conto.

Lo stile di Barbara Garlaschelli è semplice, la narrazione scorre dentro, scivola piano e raggiunge il cuore, rendendo molto piacevole il ritmo del periodo. Le relazioni tra i vari personaggi danno il titolo ai capitoli, aiutando ad avere una visione completa dello svolgimento della vicenda, portata a coinvolgere più personaggi al contempo.

All’autrice la capacità di avere trascinato il lettore in una tempesta emotiva, che purtroppo ha più di un riscontro nella quotidianità di molti bambini, ai quali viene negata sempre più spesso la possibilità di vivere la propria infanzia, quel breve passaggio che ha il compito di strutturare l’adulto di domani e che in quanto tale non tornerà mai più.

La copertina, di Carlo Mascheroni, è molto accattivante, dai colori accesi, in un abbinamento di nero e fucsia, riproduce in ripetizione una gazza, che spesso palesa la propria presenza nel corso della narrazione, attirando l’attenzione di Alida, durante i pomeriggi fatti di studio e solitudine.

Il tempo è capace di azioni crudeli, come cancellare le forme e la sostanza di due persone che si amavano. O forse sono le persone incapaci di mantenere brillanti e nitide persino le loro ombre.

 

QUARTA DI COPERTINA

Le città della pianura padana, in estate, quando l’afa invade le strade deserte, hanno qualcosa di allucinato, immobili come sono sotto il loro cielo ingannevole. Silenziose, con quell’eco lontana di campagna che nessuno più riconosce. Desolate e vuote, salvo i pochi abitanti rimasti per forza: chi non è potuto partire, qualche anziano, le donne straniere che se ne prendono cura e certi ragazzini sperduti nella loro solitudine infantile. Come Giacomo, arrivato ai giardini a bordo della sua inseparabile bicicletta rossa. E come Alida, in compagnia dell’immancabile cellulare. Lui scappa da un funerale, quello del nonno terribile che nessuno amava e che ora tutti compiangono. Lei fugge dalle ossessioni di una madre che vorrebbe controllarle anche il respiro perché non subisca le sue stesse ferite del corpo e dell’anima. Lui è convinto di essere un assassino. Lei di essere la responsabile dell’infelicità materna. E con quella sintonia istintiva e naturale, che solo i bambini sono capaci di provare, decidono di andarsene insieme. La loro scomparsa, e la disperata ricerca che subito inizia, costringerà la famiglia di Giacomo e la madre di Alida a fare i conti con i fantasmi del loro passato, con le loro colpe e i loro errori. Li costringerà a essere adulti.

 

Chi è Barbara Garlaschelli

Barbara Garlaschelli (Milano, 1965) vive e lavora a Piacenza. Con Frassinelli ha pubblicato Nemiche (1998), Alice nell’ombra (2002), Sorelle (2004, Premio Scerbanenco) e Non ti voglio vicino (2010), finalista al premio Strega e vincitore dei premi Libero Bigiaretti (2010), Università di Camerino (2010), Alessandro Tassoni (2011) e Chianti (2012). Tra i numerosi libri che ha scritto, l’autobiografico Sirena. Mezzo pesante in movimento.

L’autrice è tradotta in Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Serbia, Messico.

 

DETTAGLI

Autore: Barbara Garlaschelli

Editore: Frassinelli

Data uscita: 26 febbraio 2019

Formato: Brossura

EAN: 9788893420501

Prezzo: 17,90

Pagine: 260

 

 

 

LA COMPAGNIA DELLE ILLUSIONI Enrico Ianniello

La bellezza della vita si può coniugare solo al presente, con una bella è con l’accento, colorata e squillante; se no la vita si chiama rimpianto o recriminazione, quattro inutili spicci di cui sono gonfi i borsellini degli infelici. illusioni

Ci sono romanzi capaci di suscitare grande coinvolgimento, al punto da attraversarti la mente, anche dopo averne completato la lettura, così La Compagnia delle Illusioni, di Enrico Ianniello, che punta dritto al cuore.

Enrico Ianniello è uno scrittore brillante, dalla penna virtuosa, che nel 2015 si affaccia sulla scena letteraria pubblicando il suo primo romanzo pluripremiato, La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, edito da Feltrinelli Editore, con il secondo romanzo, La Compagnia delle Illusioni, sempre con Feltrinelli Editore, non fa altro che confermare le sue doti di grande narratore, con uno stile poetico e coinvolgente.

Il protagonista, Antonio Morra, è un quarantottenne appagato da una vita quasi perfetta, che divide con la compagna Lea, in dolce attesa di una bambina e con la quale si dedica alla comune passione per la recitazione, che gli ha permesso di ricoprire un ruolo, in una serie televisiva, procurandogli una certa notorietà. Eppure quando il lettore comincia il racconto, tutto questo si è concluso da tempo, dato che Lea muore in un incidente, distruggendo ogni aspettativa di vita.

Così nel suo doversi dolorosamente reinventare, il protagonista comincia, con scarso entusiasmo, a dirigere una compagnia amatoriale, la Compagnia dei Sorrisi, messa su da cinque dentisti appassionati di teatro, che offrono ai propri pazienti biglietti gratis per le rappresentazioni e “ai pazienti più dotati, cioè quelli che spendono di più, o alle amanti di turno, offrono pure un ruolo”. Ed essendo in debito, il dentista di Antonio Morra decide di compensare offrendogli la parte da regista tuttofare, regolarmente stipendiato.

La sua vita però cambia nel momento in cui incontra Zia Maggie, che gli offre un misterioso lavoro, fare parte di una compagnia segreta, la Compagnia delle Illusioni, dove gli attori una volta ingaggiati non si limitano a ricoprire un ruolo, ma con il loro intervento diventano parte attiva nel cambiare la realtà, in base alle esigenze del committente. Unico dovere, oltre alla segretezza, trovarsi un soprannome da utilizzare durante l’ingaggio, quello di Antonio è ‘O Mollusco.

Allora pensai che ‘O Mollusco era veramente il nome da battaglia giusto per me. Perché avevo una personalità scivolosa, senza capo né coda, una personalità umida e vischiosa: la personalità pelosa di una cozza.

Con questa opportunità, ‘O Mollusco può indossare diverse maschere, con cui si identifica, per dare un senso alla propria esistenza, sarà l’interprete di mille ruoli diversi: un poliziotto in borghese, il proprietario di un ristorante, un fidanzato addolorato a un funerale e altri ancora. Ma la conversazione epistolare che continua a intrattenere con Lea, non fa altro che spingerlo sempre in dietro, in un passato sepolto.

Eppure, anche se può fingere di essere chi vuole, in fondo funzionano così le illusioni, i problemi sorgono nel momento in cui la vita lo obbliga a essere se stesso e Antonio ricomincia a vivere, prendendo coscienza di sé, solo quando incontrerà Beatrice, una barista di venticinque anni, che gli permetterà di mettere a fuoco la propria esistenza, proiettandolo in un futuro fatto di nuove possibilità e di maggiore autonomia.

La Compagnia delle Illusioni si traveste di una realtà che, se pur inficiata dalle illusioni, come tale sa essere cruda e vera, il lieto fine solo alle fiabe.

Il fiore dell’illusione produce il frutto della realtà.

Quindi un romanzo intenso, ricco di colpi di scena, dove la finzione viene portata alle estreme conseguenze, perché “la conseguenza estrema della finzione è la verità”. E sono i personaggi, tutti straordinari, a cui Ianniello dà vita, a trascinare il lettore in un mondo surreale, con situazioni che di volta in volta, in un’ambientazione spesso grottesca, si fanno comiche, poetiche e a tratti commoventi. Indimenticabile mamma Rossella, con il suo atteggiamento discreto, ma sempre protettivo, che si riassume in una semplice frase: “C’è qualcosa che non so?”, Beatrice, parte in causa di una messa in scena e la stessa Zia Maggie, donna dai mille volti e tessitrice di illusioni.

Così durante la lettura, si rimane coinvolti in un vortice di emozioni, in grado di modificarsi a ogni cambio di scena.

Il lessico del romanzo arricchisce ulteriormente la trama, ben miscelato tra virtuosismi lessicali, dialetto napoletano, espressioni popolari, modi di dire, il tutto accompagnato da una vena poetica, che rimarrà nel cuore del lettore, anche dopo averne concluso la lettura. Infatti lo stile poetico dell’autore, accompagnato comunque da un pizzico d’ironia, coinvolgendo, avvince.

Inoltre, Enrico Ianniello fa convergere nella narrazione la propria esperienza di attore e costruisce la trama attraverso una struttura romanzata di quel mondo a cui appartiene, infatti l’autore è anche attore e regista, noto al pubblico come il Commissario Nappi, nella fortunata serie Un passo dal cielo.

Quindi una storia che racchiude in sé tante storie e un personaggio che si trasforma in mille altri, per ritrovare se stesso.

Inoltre, crisi dell’identità, umorismo, il bisogno di essere altro da sé, la rappresentazione delle illusioni come chiave di lettura di una realtà altrimenti incomprensibile, gli stessi personaggi, grotteschi, caricaturali, bisognosi di riscatto da una vita dolorosa e sempre capaci di essere uno, nessuno e comunque centomila, sono tutti elementi comuni e riconducibili a Pirandello.

E come accade con Pirandello, anche in Enrico Ianniello il grottesco incanta, funziona e stupisce.

Credo che tu abbia molte anime. Ti auguro di conservarle sempre in armonia tra loro. Altrimenti faranno la rivoluzione contro di te e vinceranno.

 

QUARTA DI COPERTINA

Per lavorare nella Compagnia delle Illusioni un nome in codice è indispensabile, e quello di Antonio Morra è il più bello di tutti: ’O Mollusco.

Dopo una carriera d’attore con un solo ruolo importante – il portiere impiccione della serie tv Tutti a casa Baselice –, a quasi cinquant’anni Antonio Morra vive con la madre e la sorella Maria a Napoli, dove si arrangia dirigendo uno sfizioso gruppetto teatrale amatoriale. Il ragazzo di un tempo, pieno di sogni e forza di volontà, si è trasformato a causa di un terribile evento in un uomo senza capo né coda: perfetto dunque per la misteriosa Zia Maggie, che lo ha attirato nella potente rete segreta della Compagnia delle Illusioni. Così Antonio è diventato ’O Mollusco: l’interprete di mille ruoli diversi che gli permettono di influire sulle vite altrui fino a mutare la realtà, perché “le persone non vedono ciò che è vero, ma rendono vero quello che desiderano vedere”. E solo quando l’illusione avrà sovvertito anche la sua vita, Antonio potrà ritrovarsi. In fondo, come recita una delle regole della Compagnia, “la conseguenza estrema della finzione è la verità”.

Dopo lo straordinario esordio con La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (Premio Campiello Opera Prima 2015), Enrico Ianniello – una delle voci più sorprendenti del panorama letterario italiano – ci rende spettatori attivi di una commedia agrodolce, ricca di svolte inaspettate.

 

Chi è Enrico Ianniello?

Enrico Ianniello (Caserta, 1970) è un attore, regista e traduttore. Ha lavorato a lungo nella compagnia di Toni Servillo. Dal catalano ha tradotto le opere di Pau Miró, Jordi Galceran, Sergi Belbel. Al cinema ha lavorato con Nanni Moretti, in televisione è il commissario Nappi della serie “Un passo dal cielo”. La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (Feltrinelli, 2015), il suo primo romanzo, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2015 e diversi altri premi, tra cui Il premio John Fante Opera prima 2015, il Premio Cuneo 2015 e il premio Selezione Bancarella 2015. Per Feltrinelli ha pubblicato anche, nella collana digitale Zoom Flash, Appocundría (2016) e il romanzo La Compagnia delle Illusioni (2019).

 

DETTAGLI

Autore: Enrico Ianniello

Editore: Feltrinelli Editore

Data d’uscita: gennaio, 2019

Collana: I Narratori

Pagine: 272

Prezzo: 17,00 €

ISBN: 9788807033261

Genere: Narrativa

 

 

 

STELLA Takis Würger

stella2In occasione della prossima GIORNATA DELLA MEMORIA, il 27 gennaio, vorrei parlarvi del nuovo libro di Takis Würger, Stella, edito da Feltrinelli Editore, nella traduzione italiana di Nicoletta Giacon, che si è attirato numerose critiche in Germania ed è stato oggetto di dibattito: Il Süddeutsche Zeitung definisce il libro “ein Ärgernis, eine Beleidigung, ein Vergehen”, quindi una seccatura, un insulto, un’offesa, mentre per il Frankfurter Allgemeine, ha dichiarato che il romanzo è “Schund”, spazzatura.

Stella, con le sue ambientazioni, ci riporta in dietro nel tempo, in piena seconda guerra mondiale, nella Germania nazionalsocialista, nel periodo in cui i nazisti hanno il paese sotto controllo e la popolazione non “ariana” soffre a causa del razionamento, dei bombardamenti ed è sistematicamente sottoposta all’arbitraria violenza della polizia.

Ed è in questa Berlino che sapeva di carbone, di sapone di resina, di gasogeni trasportabili, di cera per pavimenti e barbabietole cotte, che il giornalista del Der Spiegel, Takis Würger, ambienta il suo secondo libro, un romanzo coinvolgente, ma al contempo controverso e a tratti crudele, seguito al bestseller Der Club, che venne tradotto in sette paesi e vinse il premio Lit.Cologne.

Friedrich, il protagonista, è un giovane svizzero ricco e apparentemente senza un preciso obiettivo, se non quello di occuparsi d’arte, arriva nella capitale tedesca per capire che aria tira e se veramente, così come gli era stato raccontato, la notte i nazisti sfollavano gli ebrei, caricandoli sui furgoni. Giunge al Grand Hotel Am Brandenburger Tor, all’inizio del gennaio 1942, per lasciare la città esattamente un anno dopo. Il suo passaporto svizzero è un perfetto lasciapassare per le strade della capitale, soggette a continui controlli.

Così, prende lezioni di disegno e incontra una donna che si presenta come Kristin:

Questa donna recitava così tanti ruoli, la modella nuda, la cantante con la voce sottile, la bellezza quando era distesa nella vasca da bagno, la penitente, la bugiarda, la vittima e la colpevole.

Infatti nel gioco dei ruoli, Kristin, molto sicura di sé, poco alla volta sembra quasi sbiadire, per mostrare una personalità sempre più ambigua e insondabile, che la costringerà a rivelare chi  è realmente: Stella Goldschlag, una giovane ebrea, che vuole essere considerata a tutti i costi “ariana”, annullando completamente la sua identità, tanto da essere ricordata storicamente come il veleno biondo, la donna che collaborò con la Gestapo, scovando tutti quegli ebrei che, negli anni ’40, si nascondevano a Berlino, arrivando a denunciarne centinaia.

L’autore con maestria si destreggia tra finzione e realtà: la vera storia di Stella Goldschlag, che Takis Würger intreccia alla figura di Friedrich, personaggio di fantasia, così come la loro storia d’amore.

Friedrich è la voce narrante, la voce di un uomo innamorato, che tuttavia sembra vivere i fatti dall’esterno, come se fosse un semplice spettatore, incapace di lasciarsi coinvolgere emotivamente dal ruolo mostruoso giocato da Stella nei confronti degli ebrei, al punto da perdersi in pensieri che continuano a mettere in evidenza il suo atteggiamento del tutto passivo e neutrale:

Non so se è giusto tradire una persona per salvarne un’altra.

E mentre la Germania sta per distruggere milioni di persone, il protagonista filtra la vicenda attraverso uno specchio, che deforma le verità a sostegno di un amore, quello per Stella, che inizialmente la mostra vittima, ma che subisce una trasformazione, incessante e progressiva, per rivelarsi una carnefice, brutale e spietata.

La chiave di lettura, per comprendere quanto detto, si concentra in quel termine imputata che nel romanzo ricorre nei documenti, infatti Würger conclude ogni capitolo con piccoli brani in corsivo, tratti dalle dichiarazioni rilasciate in un tribunale militare sovietico e oggi conservate nel Landesarchiv di Berlino, dove vengono citati i fatti, i testimoni e quindi le vittime ebree, denunciate da Stella senza aver mai mostrato pietà o titubanza.

Il Signore ha creato tutto l’universo, lo sai? Merli, elefanti… Dio dimora in ogni essere umano, è scritto negli Atti degli Apostoli. Capisci? Per questo dobbiamo prendercene cura… di tutte le creature intendo.

E tutto nel romanzo scorre con studiato distacco, nonostante la crudezza degli argomenti trattati, che stridono con le ambientazioni e le finzioni attorno a cui ruota la storia d’amore dei protagonisti.

Per quanto il romanzo sia ben strutturato e si lasci leggere tutto d’un fiato, la vicenda solleva molte domande, a cui l’autore non intende dare risposta. Würger non ci prova nemmeno: se inizialmente la protagonista viene costretta dalla Gestapo a tradire, perché risparmi i genitori dalla deportazione, Stella continuerà nel suo intento, anche quando madre e padre sparirono dietro i cancelli di Auschwitz. Fatti che appunto non richiedono risposte, dato che la stessa protagonista non volle mai motivare le proprie azioni.

Come ho potuto essere così ingenuo? Ma non è forse una domanda che ci si pone sempre, quando si guarda al passato?

Il compagno di classe di Stella Goldschlag, Peter Wyden, pubblicò nel 1992 una biografia e inoltre due musical portano a Berlino la storia sul palco. Tuttavia, la vita di Stella è rimasta in gran parte sconosciuta fino a oggi, per essere infine raccontata dalla penna di Würger, che riesce a trascinare il lettore in un’ambientazione atroce, priva di pietismo. I protagonisti sono caratterialmente molto forti e ben delineati, i rapporti tra i personaggi sono articolati e posti in relazione con date ed eventi storici realmente accaduti; il capovolgersi dei ruoli, vittima-carnefice, conferisce al romanzo un ritmo incalzante e spinge il lettore a scavare per cercare con il protagonista la verità, quell’unica verità che permetterà alla storia di condannare Stella Goldschlag.

Nell’inutile ricerca della perfezione e nella negazione della propria identità, si consumano i tradimenti perpetrati da Stella, attraverso l’inganno, un inganno che si fa collettivo, così come fu per tantissimi altri che al di là delle intenzioni reali, ossia quelle di sopravvivere agli orrori del nazismo, portarono allo sterminio di 6 milioni di esseri umani, 6 milioni di ebrei tra uomini, donne e bambini, senza fare distinzione alcuna.

Mio padre mi aveva detto che la verità è un segno d’amore. Che la verità è un dono. E a quell’epoca ero certo che fosse vero.

 

Ad Auschwitz, nei luoghi della memoria, oggi è possibile leggere queste parole:

Solo quando nel mondo a tutti gli uomini sarà riconosciuta la dignità umana, solo allora potrete dimenticarci.

 

QUARTA DI COPERTINA

Friedrich è un giovanotto svizzero che si trasferisce a Berlino per inseguire le sue ambizioni artistiche. In una scuola d’arte incontra Kristin, una ragazza molto bella e sicura di sé. È lei a prendersi cura di Fritz che, un po’ ingenuo, non si sa muovere bene in una grande città. Se lo porta in giro nelle folli notti berlinesi, tra locali alla moda e posti che non avrebbe mai trovato senza di lei, si divertono e s’innamorano. Un giorno però Kristin bussa alla sua porta, ferita, con dei lividi sul volto e sul corpo, e gli confessa di non avergli detto tutta la verità.
Un romanzo che nasce da una storia vera, una storia d’amore impossibile sullo sfondo della Seconda guerra mondiale, il nazismo e la caccia agli ebrei.

Ispirato a una storia vera, Stella è un romanzo d’amore ossessivo e tradimento nella spaventosa Berlino del 1942.

 

Chi è Takis Würger ?

Takis Würger, nato nel 1985, è scrittore e giornalista d’inchiesta per il “Der Spiegel” e vive a Berlino. Ha lavorato come reporter in Afghanistan, Libia, Ucraina e in tutto il Medioriente. Nel 2017 ha esordito come romanziere con Der Club (in pubblicazione per Keller Editore), premio Lit.Cologne e grande successo nelle librerie tedesche. Feltrinelli ha pubblicato Stella (2019), il suo secondo romanzo.

 

 DETTAGLI

Editore: Feltrinelli Editore

Data di uscita: Gennaio 2019

Collana: I Narratori

Pagine: 192

Prezzo: € 16,00

ISBN: 9788807033278

Genere: Narrativa

Traduttore: Nicoletta Giacon

 

 

LE SORELLE DONGURI Banana Yoshimoto

Vogliono avere la certezza che lanciando un sassolino in questo oceano così vasto potranno vedere comunque i cerchi nell’acqua. Vogliono sapere che dall’altra parte c’è qualcuno, anche se si tratta di qualcuno che non potranno mai vedereyoshimoto

Banana Yoshimoto, l’autrice giapponese più amata dagli italiani, torna in libreria sempre per Feltrinelli con LE SORELLE DONGURI. Il costrutto narrativo ruota attorno a tutti gli elementi tipici dell’autrice, sembra quasi di riuscire a percepire il profumo del samgyetang, piatto tipico coreano, spesso citato nel corso della narrazione.

LE SORELLE DONGURI sono due giovani ragazze giapponesi, rimaste orfane, il cui percorso di vita ha lasciato in ognuna segni indelebili, sui quali hanno strutturato la propria personalità: Guriko, la voce narrante, è la più piccola e la più introversa, che ha permesso al dolore di renderla sì sensibile, ma al contempo fragile e poco avvezza alla socializzazione; di contro, la maggiore delle due sorelle, Donko, è estroversa, quella che ama farsi attraversare dai sentimenti, senza però volerne rimanere del tutto coinvolta.

Credo che sia difficile trovare la felicità da adulti se non si è assaporata davvero l’infanzia, ma in fondo noi avevamo cercato disperatamente di riprendercela.

Le due sorelle, dopo la morte del nonno, decidono di aprire un sito di posta del cuore, che darà l’occasione a Guriko di seguire una serie di segni, che la condurranno da ciò che si mostra come un semplice sogno a una realtà dolorosa, legata ad un amore del passato. Il tutto narrato con grande delicatezza e perseguito con un’incognita di fondo…

Che succederebbe allora? Se tutto fosse un sogno, intendo. Se tu e io in realtà fossimo morte nello stesso incidente dei nostri genitori e stessimo solo sognando di essere vive. Se questo cielo e tutte le ceramiche che abbiamo comprato oggi fossero solo un sogno.

Con LE SORELLE DONGURI, Banana Yoshimoto ci mostra un universo apparentemente fragile, costruito intorno a sensazioni, percezioni e suggestioni oniriche, che trovano conferma e manifestazione nella realtà.

Tutto il racconto è percorso da un profondo amore per la natura, la cui purezza si sposa con quell’armonia tutta giapponese, sostenuta da equilibri, quasi a riflesso dello svolgimento della storia personale delle sorelle Donguri.

Per strada c’era sempre qualcuno che ci fermava e si metteva a parlare, quindi non ci sentivamo mai sole, senza contare che eravamo circondate dalla natura. I tramonti erano immensi, la luna e le stelle splendenti, era pieno di fonti termali, gli inverni erano relativamente temperati, le primavere un tripudio di gemme.

E anche in questo libro tornano i temi cari all’autrice: la morte, quindi la sofferenza dovuta alla perdita, il ripiegarsi nel dolore per raggiungere quella rinascita, che solo la riscoperta dei legami affettivi offre. Le sorelle Donguri vengono delineate nel consueto stile della Yoshimoto, che ricorre sempre a una scrittura molto femminile: le protagoniste sono due donne in bilico tra il dolore e la speranza, che rifiorisce non soltanto attraverso l’autoguarigione, soprattutto di Guriko, ma grazie anche all’amore di chi sta loro vicino, rendendole sempre più forti e fiduciose. In tutto questo Banana Yoshimoto mette in gioco una serie di elementi, quali estetica e trascendenza, per una storia avvincente e delicata.

Nel corso degli anni ho avuto modo di leggere diversi libri dell’autrice, tra cui H/H, Ricordi di un vicolo cieco e Il giardino segreto per il quale non mi resi conto che faceva parte di una quadrilogia, di cui mi mancavano i due libri precedenti. Eppure, pur sembrando sospeso in un limbo di elementi mancanti, dato che non conoscevo nei particolari la vicenda della protagonista, la storia mi ha coinvolta con il suo stile trascinante, fatto di periodi brevi e arricchito da pensieri e parole preziose che, così come accade in tutti gli altri libri di Banana Yoshimoto, spingono il lettore a riflettere sui grandi temi della vita.

Infatti, tutti i mondi tracciati dall’autrice sono immutabili nel tempo, le atmosfere spesso rarefatte, tipiche dei sogni, si infrangono come bolle di sapone; le sue storie non hanno trame complesse o sovrastrutturate e le vicende, che coinvolgono i suoi personaggi, se pur intrise di dolore e sofferenza, hanno sempre qualcosa di prezioso, raffinato, ricercato, sofisticato, insomma tutto si fa bellezza. I vari stati d’animo dei suoi protagonisti, le considerazioni sul vivere e sul morire, i progressi con il conseguente superamento e la rinascita si avvicendano con la sofisticata raffinatezza letteraria tipica di quest’autrice.

Quindi LE SORELLE DONGURI si rivelano sicuramente una lettura dai tratti spiritualmente positivi, il cui arricchimento interiore attinge direttamente dalla tradizione culturale nipponica, pronta sempre a offrire vari spunti di riflessione per una cultura tanto diversa dalla nostra.

Quando non si esce di casa per tanti giorni, nella nostra testa il mondo diventa a poco a poco più grande di quello reale. Senza che ce ne accorgiamo, le nostre fissazioni prendono il sopravvento.

 

QUARTA DI COPERTINA

Rimaste orfane, Guriko e Donko gestiscono un sito di posta del cuore che si chiama Le sorelle Donguri (donguri significa ghianda in giapponese). Donko è tanto energica e indipendente quanto la sorella è solitaria e taciturna. Questo fino a quando Guriko riceve il messaggio di una donna che le scrive del dolore per la perdita del marito, parole che inducono Guriko a ripensare al suo primo amore, Mugi, incontrato ai tempi della scuola e poi sparito nel nulla. Segretamente cova da sempre il desiderio e la speranza di ritrovarlo, decide allora di interrompere la sua clausura e di andare a cercarlo.
Attraverso la delicata voce narrante di Guriko, Banana Yoshimoto affronta temi quali la perdita e il superamento del dolore, ponendo l’accento sul potere salvifico della condivisione e sulla capacità dei sogni di sciogliere tensioni e problemi.

 

Chi è Banana Yoshimoto?

Banana Yoshimoto (Tokyo, 1964) ha conquistato un grandissimo numero di lettori in Italia a partire da Kitchen, pubblicato da Feltrinelli nel 1991, e si è presentata come un autentico caso letterario. Dei suoi altri libri, tutti pubblicati da Feltrinelli, ricordiamo: N.P. (1992), Sonno profondo (1994), Tsugumi (1994), Lucertola (1995), Amrita (1997), Sly (1998), L’ultima amante di Hachiko (1999), Honeymoon (2000), H/H (2001), La piccola ombra(2002), Presagio triste (2003), Arcobaleno (2003), Il corpo sa tutto (2004), L’abito di piume (2005), Ricordi di un vicolo cieco (2006), Il coperchio del mare (2007), Chie-Chan e io (2008), Delfini (2010), Un viaggio chiamato vita (2010), High & Dry. Primo amore (2011), Moshi moshi (2012), A proposito di lei (2013),  Andromeda HeightsIl Regno 1 (2014), Il dolore, le ombre, la magia. Il Regno 2 (2014), Il lago (2015), Il giardino segreto. Il Regno 3(2016), Another World. Il Regno 4 (2017), Le sorelle Donguri (2018) oltre ad alcuni racconti nella collana digitale Zoom (Moonlight Shadow, 2012, Ricordi di un vicolo cieco, 2012, La luce che c’è dentro le persone, 2011). Banana Yoshimoto ha vinto il premio Scanno nel 1993, il premio Maschera d’Argento nel 1999 e il premio Capri nel 2011.

 

DETTAGLI

Editore: Feltrinelli

Data d’uscita: Giugno 2018

Collana: I Narratori

Pagine: 112

Prezzo: 12,00€

ISBN: 9788807032943

Genere: Narrativa

Traduttore: Gala Maria Follaco