DITA DI DAMA Chiara Ingrao

Operaia. Era bastata quella parola, a farle crollare il mondo addosso. Operaia: lacrime calde che mi colavano nel collo, il naso gonfio strofinato sulla camicetta, a sbrodolarmi di moccio. Frasi smozzicate, fra un singhiozzo e l’altro, come una bambina piccola: perché quello ha detto…? Ma come fanno a pensare…? E la stenodattilo? L’operaia, Francé. L’operaia!!

image001.jpgIn occasione del cinquantesimo anniversario delle lotte operaie e sindacali del 1969, per la collana “i Delfini” de La nave di Teseo, è stato ristampato il romanzo di Chiara Ingrao Dita di dama, con postfazione di Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, che pone l’accento sull’importanza storica degli avvenimenti di allora.

Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 2009 da La Tartaruga, è vincitore del Premio Alessandro Tassoni 2010.

Le vicende narrate da Chiara Ingrao sono ispirate alla vita delle ex operaie della Voxson, un’azienda romana operante nel settore dell’elettronica di consumo, in particolare di apparecchi televisivi e radiofonici, che l’autrice ebbe modo di frequentare negli anni Settanta, da giovane sindacalista.

E in questo contesto, nello spaccato dell’Italia operaia, durante gli anni che vanno dal 1969, ai tumulti di Reggio Calabria del 1972, che Chiara Ingrao ambienta la storia di Francesca e Maria, due amiche inseparabili, cresciute insieme nello stesso cortile della periferia romana, a Casal Bertone, fino a quando compiuti i diciotto anni le loro strade subiscono una deviazione forzata: Francesca si iscrive all’Università e, malgrado volesse diventare una veterinaria, assecondando il volere del padre frequenta la facoltà di Giurisprudenza; Maria, invece, per quanto fosse stata una promettente studentesse, viene costretta dalla famiglia a lavorare come operaia in una fabbrica di televisori.

Il rosso è volgare, diceva sempre. E controllava l’effetto sotto la lampada, del luccichio rosato sulle dita sottili. Dita di dama, scherzavo io; ma a lei non piaceva perché “dita di dama” era il nome di certi biscotti, dolciastri e un po’ insipidi – troppo stucchevoli, diceva Maria.

Le dita sottili di Maria, “dita di dama affusolate e veloci”, dita da pianista e perfette per una stenografa, la catapultano in una realtà dove il duro lavoro alla linea di montaggio si mescola a parole prive di significato per chi non sa cosa sia la bolla, i marcatempo, la paletta, la stira. La vita dura della fabbrica cambierà velocemente la protagonista, che da crumira a scioperante, diviene rappresentante della parte più agguerrita delle lavoratrici, per essere eletta delegata FIOM. La presa di coscienza di Maria non è dovuta solo al lavoro in fabbrica, è anche conseguenziale al vissuto personale delle colleghe, tutti personaggi dai tratti caratteriali molto forti: Mammassunta, che si impegna a insegnare il lavoro a Maria, Nina, detta Ninanana, per la quale è “meglio in baracca che donnetta”, ‘Aroscetta perché “rossa di testa e di cuore” e Paolona, che perde due dita della mano in un incidente sul lavoro.

La voce narrante è quella di Francesca, l’amica di sempre, che nei suoi ricordi ripercorre non solo la vita lavorativa di Maria, ma anche quella sentimentale, messa spesso in discussione dal ruolo ricoperto dalla cara amica all’interno della fabbrica, che sembra ostacolare la sua storia d’amore con Peppe, un giovane marcatempo conosciuto sul posto di lavoro.

Sono una delegata, non posso sottrarmi alle mie responsabilità, dichiarava solenne; e continuava a rinviare, come se in queste cose fosse possibile.

Ma Francé è anche la giovane intellettuale, sfiorata dalla contestazione studentesca, che vede Maria sempre più impegnata politicamente, in una direzione democratica e femminista. E sullo sfondo l’Italia che cambia, da Piazza Fontana, alla legge sul divorzio, allo Statuto dei lavoratori.

Avrei fatto qualunque cosa, pur di farle dimenticare le sue angosce. Notte dopo notte, ho tirato giù le stelle a una a una, per tentare inutilmente di strapparle un sorriso: a ogni stella assegnavo un nome, una morfologia, una flora e una fauna. Facevo il verso a Saint-Exupéry, con il suo Piccolo Principe a vagare tra gli asteroidi: inventavo per lei pianeti improbabili, deserti iridati di polvere cosmica e foreste fitte di ginestre giganti, con gialle chiome fiammeggianti a riscaldare i pianeti vicini, mentre nel buio sottostante, nel groviglio dei tronchi, vive un popolo geniale e minuscolo, di esserini fosforescenti che comunicano fra loro con un ammiccare di luminosità, come le lucciole…

All’interno del romanzo, la figura di Maria è il perno attorno al quale ruotano i fatti storici salienti, riportati in vita dai ricordi di Francesca, la cui amicizia si intreccerà anche alla vita lavorativa della protagonista, nel momento in cui verrà coinvolta, prestando assistenza all’ufficio vertenze del sindacato.

Nel corso della narrazione è possibile cogliere una pluralità di registri linguistici, che vanno dal parlato romanesco delle lavoratrici, al linguaggio tecnico della fabbrica e ancora l’eloquenza delle assemblee studentesche e la colloquialità informale dei dialoghi tra Francesca e Maria, nonché il sindacalese. E alla base il ricorso alla memorialistica che con Francesca riporta in essere le vicende legate a Maria, nello specifico e alla Storia, in generale. Inoltre, a dare il titolo ai vari capitoli sono i versi di Dante, estrapolati dall’Inferno, a sostegno probabilmente della dura realtà vissuta dalle donne nella fabbrica, prima di quel tanto anelato “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, titolo del penultimo capitolo, che segna il raggiungimento di tutti gli obiettivi, sia collettivi che personali, all’interno del romanzo.

Dita di dama, nella sua ricostruzione storica, è il risultato di tutte le testimonianze raccolte da Chiara Ingrao, anche se, come specificato dall’autrice nei Ringraziamenti, nessun personaggio riproduce fedelmente la vita di coloro che hanno vissuto la realtà di quegli anni.

Gli anni raccontati dall’autrice sono stati fondamentali per il nostro Paese, così come evidenzia Maurizio Landini nella sua postfazione; nelle fabbriche i lavoratori acquisiscono consapevolezza, si sentono parte di una classe, la classe operaia e l’autrice, intrecciando i sentimenti dei personaggi, alle vicende storiche di quegli anni, ricostruisce la realtà della fabbrica vissuta da tutti coloro che vi lavoravano e da lei stessa, in quanto sindacalista CGIL negli anni Settanta.

Dal 2017, Laura Pozone porta in scena una sua versione teatrale di Dita di dama, offrendo interessanti spunti di riflessione, per una storia che ci invita a guardare indietro, per non dimenticare quei “giorni così, tempi così: allegri e feroci, e più veloci della luce”.

Anche per questa ragione, abbiamo bisogno di non dimenticare la nostra storia, per trovare forza e nutrimento, ricordando i modi in cui cinquant’anni fa siamo stati capaci di <<cambiare il modo di pensare, di lavorare, di vivere>>.

–  Maurizio Landini

QUARTA DI COPERTINA

Maria ha 18 anni, nell’autunno del 1969: un seno troppo sfacciato, e dita di dama. È la prima della classe, ma finisce operaia: come ‘Aroscetta, Ninanana, Paolona, Mammassunta… Le loro storie, fra rabbia e risate, nel turbinio dell’Italia che cambia. Il contratto dei metalmeccanici, Piazza Fontana, la legge sul divorzio. Fare la crumira, poi scioperare e diventare delegata: scontrarsi con i genitori, crescere, essere travolta da un amore che sembra impossibile. E l’amicizia: a raccontare la storia è Francesca, l’amica di sempre. Quella che è cresciuta nello stesso palazzone della periferia romana, ma ha potuto studiare. Quella che oggi si guarda indietro, e pensa che ci ha lasciato una parte di sé, in quei “giorni così, tempi così: allegri e feroci, e più veloci della luce”. “Abbiamo bisogno di non dimenticare la nostra storia,” scrive Maurizio Landini nella postfazione in cui riflette sui nessi fra l’autunno caldo e le sfide del presente, “per trovare forza e nutrimento, ricordando i modi in cui cinquant’anni fa siamo stati capaci di ‘cambiare il modo di pensare, di lavorare, di vivere’.”

 

Chi è CHIARA INGRAO

Chiara Ingrao ha lavorato come sindacalista, interprete, parlamentare, programmista radio, consulente su diritti delle donne e diritti umani. Per Baldini+Castoldi ha pubblicato Soltanto una vitaIl resto è silenzio e Migrante per sempre. Ha scritto anche libri per ragazzi, filastrocche e saggi. È sposata con Paolo Franco e ha due figlie, due figliocci e tre nipoti.

 

DETTAGLI

Autore: Chiara Ingrao

Editore: La nave di Teseo

Titolo: Dita di dama

Collana: i Delfini

Pagine: 311

Formato: brossura

Prezzo: € 12,00

EAN: 9788834602102

Postfazione di Maurizio Landini

AMICI E AMANTI Elizabeth Bowen

Bentrovati miei lettori,

dopo la breve pausa estiva, settembre porta sempre con sé il piacere di un nuovo inizio ed eccomi con una recensione, che mi ha riempita di entusiasmo, trascinandomi in atmosfere tipicamente austeniane, ma con qualcosa in più. amici e amanti

Quando ho avuto tra le mani il libro, di cui adesso vi andrò a parlare, non potevo crederci, avevo l’occasione di leggere Elizabeth Bowen…  sì, proprio lei, la grande scrittrice irlandese!

Nello specifico mi riferisco al suo terzo romanzo, AMICI E AMANTI, edito da La Tartaruga Edizioni, nella traduzione di Laura Noulian, che mette a nudo un certo manierismo, nella sua raffinata elaborazione stilistica, che nella Bowen non è mai fine a se stessa e dove l’ispirazione passionale prevale su quel conformismo di classe, alimentato dall’ipocrisia e dal compromesso.

AMICI E AMANTI è costruito attorno ai matrimoni delle sorelle Studdart, Janet, la maggiore e Laurel, entrambe andate in sposa a due uomini molto diversi: Edward, il marito di Laurel, è dotato di una malinconica chiusura verso gli altri, quindi introverso e un po’serioso; Rodney, invece, sposo di Janet, è una persona semplice, sempre ben disposto, è soddisfatto di ciò che ha saputo costruire, felice di godersi quella routine quotidiana, che Janet ha saputo impostare a Battes.

Il libro, suddiviso in due parti, mette in scena due periodi nella vita matrimoniale delle sorelle: nella prima parte tutto apparentemente sembra scorre in modo sereno, mentre nell’ultima, con un salto temporale di 10 anni, l’autrice capovolgendo le situazioni, rimettendo ogni cosa in discussione.

Edward più o meno chiaramente ammise un terrore dell’amore nelle sue più profonde implicazioni, un’avversione più che morale per la crudele sconvenienza, la sconveniente crudeltà della passione.

Il matrimonio delle sorelle sembra in un certo qual modo cambiare nel momento in cui Lady Elfrida, suocera di Laurel, va ospite in casa di Janet, mentre si trova lì il prozio di Rodney, Considine, suo antico amante, che rappresenta quell’avvenimento a causa del quale gli apparenti equilibri iniziali s’infrangono. Edward, figlio di Lady Elfrida, infastidito dalla presenza di Considine, perde il controllo, facendo riaffiorare sentimenti messi a tacere per anni. Quindi le passioni represse, la gelosia, l’abbandono, la rabbia diventano motivo di rottura di quella stabilità iniziale, che l’autrice ha costruito con estrema precisione.

Se Edward fosse mai, immagino, sgarbato… (Edward è devoto: dicono che gli uomini difficili possono essere davvero molto devoti. Non so; non ho mai vissuto con un uomo difficile. Hanno La loro vita a Londra, fanno visite… conoscono…).

L’amore tradito, le agonie del cuore di Edward e Janet sono tutte verità protette da quelle convenzioni, che nel mondo di maniera non vanno mai intaccate.

Eppure, il senso del dovere, con la conseguenziale paura di uno scandalo, già vissuto da Edward a causa di Lady Elfrida, madre fedifraga e divorziata, farà sì che tutti si impegnino a ritrovare la serenità di un tempo, le coppie si riequilibrano e solo con la riappacificazione Elizabeth Bowen conclude il suo romanzo, mostrando Janet e Laurel insieme, nella casa paterna, a Corunna Lodge, in un radioso pomeriggio di settembre.

Il mondo di Janet era essenzialmente domestico; bramava l’ordine, distingueva fra afflizione e rancore, e biasimava quest’ultimo, considerandolo un impedimento.

Amici e amanti riconduce il lettore a quel genere noto come comedy of manners, in italiano commedia di costume, che vede in Jane Austen uno dei sui più importanti esponenti.

Il lessico in Elizabeth Bowen è articolato e ben strutturato, vario, ricco, forbito e la trama nella sua complessità richiede concentrazione e attenzione. I personaggi sono descritti nei minimi particolari, delineati soprattutto nei tratti psicologici. Come Theodora, amica delle sorelle Studdart, un personaggio estremamente moderno nel modo di vivere e nel suo rapportarsi agli altri, una figura femminile dalla personalità intrigante, irrequieta e comunque anacronistica.

La trama, nella sua apparente complessità, cela tutte quelle verità che l’autrice riesce a mascherare e che il lettore è chiamato a decifrare.

L’intero romanzo è un piccolo microcosmo, un palcoscenico a rappresentazione di quell’universo sociale, interpretabile attraverso le conversazioni sostenute dai personaggi con stretti legami, sia familiari che di amicizia, dove i grandi eventi, i piccoli gesti, gli sguardi servono a tessere un’intera vita, fatta di intrecci e attraversata da ombre e segreti.

Lo schema narrativo della Bowen, costruito con eleganza strutturale e ricercatezza lessicale, mostra uno spaccato di vita i cui equilibri, retti dalle convenzioni, in realtà richiamano a un ordine che, se pur ricercato, è solo apparente. Armonia e stabilità iniziali perdurano fino a quando un avvenimento improvviso o una confidenza servono per mette a nudo il vero.

Un po’ come accade nella vita reale dove, molto spesso, dietro il velo delle apparenze, si cela la più torbida delle verità.

Nell’oscurità spuntò il volto di Hermione, le braccia, tutto il corpo.

Sussurrò: <<Mi vuoi bene? Mi vuoi bene davvero?>>

Janet immerse il volto nel cuscino. <<Ѐ un segreto.>>

<<Mi vuoi così tanto bene che è un segreto?>>

<<Tu sei il mio tesoro>>

<<Mamma, hai un profumo così buono, ti mangerei… Più che a chiunque altro mi vuoi bene?>>

Non lontano, Anna giaceva tendendo inutilmente le orecchie nella nuova, opprimente oscurità; attendeva che Janet si districasse dall’abbraccio di Hermione.

Interessantissima la prefazione di Natalia Aspesi, così come la postfazione di Grazia Livi.

 

QUARTA DI COPERTINA

Nell’Inghilterra del primo Novecento, due giovani donne di “buona” famiglia borghese, Laurel e Janet si sposano. Laurel è la maggiore, ed è da sempre la prima donna: bellissima, un po’ svagata, romantica. Janet, più piccola, è meno bella ma è brillante: indipendente, intelligente, dalla personalità forte e decisa. Edward – il miglior partito possibile: ricco, bello, serissimo, discreto – è attratto da Janet, ma sposa Laurel, per rispetto alle convenzioni sociali. Ma questa attrazione per la cognata resta sempre latente, sempre sul punto di esplodere, anche quando Janet sposa Rodney, un bell’uomo ricco, estroverso e innamorato. Elfrida, la madre di Edward, donna bellissima e scandalosa, divorziata, libertina, incombe come un’ombra nella vita delle due coppie, mettendo costantemente alla prova le due sorelle con la sua pacata ma consapevole trasgressività. In questo delicato intreccio di amori, tradimenti e sospetti, la tensione resta sempre alta in un gioco di forza con la compostezza dell’alta società, mentre le tre donne sperimentano la forza dei sentimenti e della passione, sempre in bilico tra il piacere e la convenienza.

 

Chi è Elizabeth Bowen

Elizabeth Bowen (1899-1973) è una delle più grandi scrittrici irlandesi. Autrice di numerosi romanzi di successo, ricevette la laurea honoris causa in Letteratura dal Trinity College di Dublino e dall’Università di Oxford.

Nel 1948 fu insignita dell’onorificenza britannica BBE – Commendatore dell’Impero Britannico.

 

DETTAGLI

AUTORE: Elizabeth Bowen

Editore: La Tartaruga

Collana: Narrativa

Data pubblicazione: 27 giugno 2019

Pagine: 234

Prezzo: € 19,00

EAN: 9788894814187

Traduzione di Laura Noulian

Prefazione di Natalia Aspesi

Postfazione di Grazia Livi

 

E LUCE SIA Anthony McCarten

Quello che desiderava era rendere il futuro disponibile adesso. Subito!

e luce siaL’inventore americano Thomas Alva Edison è il protagonista del nuovo romanzo di Anthony McCarten,  E luce sia, pubblicato da Frassinelli, nella traduzione di Paola D’Accardi.

Siamo in piena Gilded Age, un periodo nella storia degli Stati Uniti, che va dal 1870 al 1900, caratterizzato da una rapida crescita economica e da una grande espansione dell’industrializzazione, anche se ancora povertà e diseguaglianze fanno da padrona ed è in questo clima che si inserisce il nuovo romanzo di Anthony McCarten.

Thomas Alva Edison, un uomo da ottanta decibel, detiene più di un migliaio di brevetti: oltre quello della lampadina e del fonografo, anche di oggetti che oggi sono considerati punti di riferimento di tutti i giorni, quali il registratore e il telefono. Sempre più desideroso di rispondere alle centinaia di domande che si pone sulla natura delle cose, Edison sa di essere completamente al verde; in suo aiuto accorre J.P. Morgan, banchiere e mago dell’alta finanza: con un’offerta di denaro quasi illimitato, vuole che si “combinino” per illuminare l’America ed “elettrificare” il mondo intero, rivoluzionando il sistema in cui si fanno affari. Affascinato dalla visione illuminante di Morgan, Edison accetta. Ma si troverà coinvolto in quella che storicamente è ricordata come la Guerra delle correnti, una competizione al cui centro sta la corrente elettrica, da una parte quella continua di Edison e dall’altra quella alternata, promossa da George Westinghouse, risultato di un esperimento portato avanti da ex assistente dell’inventore, Nikola Tesla.

Sempre più invischiato nella vita di Morgan, trascinato in un mondo fatto di affari, in cui Edison non si sente a proprio agio, si lascia comunque conquistare dai privilegi e dal potere, dove il dovere e il desiderio, la fede e l’immortalità sono in eterno conflitto e minacciano la stessa sopravvivenza spirituale e creativa di Edison. Perché quello che il genio stipula è un patto con il diavolo: se Morgan è sempre più avido dei privilegi che la ricchezza gli garantisce, Edison non si rende conto di essere solo uno strumento per arricchire uomini già ricchi, per rendere più potenti uomini già potenti.

E per capire quanto fosse potente John Pierpont Morgan:

Se quegli zoticoni di inglesi gli negavano i marmi del Partenone, lui aveva comunque la Bibbia di Gutenberg, come pure l’orologio di Napoleone, i primi in folio di Shakespeare, la scatoletta del tabacco da fiuto di Caterina di Russia, le monete di undici dei dodici cesari (quella di Marco Aurelio ancora gli sfuggiva), i taccuini di Leonardo, i gioielli appartenuti alla famiglia de’ Medici, quadri a bizzeffe e statue sufficienti ad allestire una decina di musei.

Così poco alla volta da inventore del futuro, colui che porta la luce, Edison diviene complice nell’invenzione della sedia elettrica, che lo fa precipitare in un tale sconforto da ledere completamente il suo genio creativo e il suo spirito scientifico.

Nella descrizione dell’inventore, McCarten sdoppia il personaggio, suddividendo i capitoli in Edison, il giovane che si affida a J.P. Morgan, convinto di poter aiutare il genere umano con le invenzioni e cultore di una fede indefessa verso la natura e Thomas, il vecchio che in una panchina di una stazione si abbandona ai ricordi, nel tentativo di mettervi ordine e con tanti rimorsi, che gli affollano il cuore. Solo la seconda moglie, Mina Miller, riesce a placare i suoi timori, facendogli notare come la gente lo acclama un genio, apportatore di benessere, al grido “E luce sia. E luce sia”. Un grido questo con il quale si apre la strada all’età moderna e un titolo che fornisce un ritratto dei tempi in cui viviamo, dove l’aspetto speculativo del danaro domina ogni campo, minando qualunque credo e principio.

Quindi, dall’autore de L’ora più buia, un altro romanzo avvincente, dove la descrizione di un’epoca tumultuosa fornisce il ritratto di due uomini che hanno plasmato la storia. L’approccio spietato di Morgan negli affari ha dettato le condizioni per lo sviluppo dell’industria moderna, non solo americana, ma anche mondiale, di come la conosciamo oggi.

Nel descrivere la vita di Edison, McCarten ci mostra un uomo fragile, ma al contempo complesso, dedito alla scienza e poco avvezzo alla vita familiare. Ѐ un autodidatta, che non ha mai approfondito le proprie conoscenze, eppure gli si attribuiscono più di duemila invenzioni, di cui solo alcune brevettate. Infatti, accanto alla lampadina, non meno importante fu la sedia elettrica, a cui Edison si oppose al punto da chiudersi completamente in solitudine, abbandonando tutto e tutti per tre anni. Era un uomo al servizio della gente “la sua religione, fare il bene”, per cui le sue invenzioni servivano a migliorare le condizioni di vita, così la sua coscienza dovette fare i conti, con il proprio genio creativo, nel momento in cui, per dimostrare la fallibilità e la pericolosità della corrente alternata, viene spinto a impiegarla nella sedia elettrica, definita da molti a gran voce “un trionfo di civiltà”.

Un uomo che si era fatto da solo, un eroe della classe operaia, poco istruito, sì, addirittura comune, ma capace di sviluppare invenzioni miracolose semplicemente usando il cervello e lavorano sodo.

McCarten non ha voluto realizzare una biografia di Edison, ha semplicemente lasciato che i ricordi di un vecchio Thomas Edison elaborassero la sua storia, attraverso dei flashback, in una visione quasi verniana; un lavoro di memoria, in cui i lati oscuri e luminosi di una personalità complessa, quella dell’inventore, venissero portati a galla, spinti da una ricostruzione storica legata al ricordo.

Anthony McCarten specifica “Sebbene questa storia sia tratta dalla realtà dei fatti a nostra disposizione, non è stata mia intenzione fornire un resoconto biografico della vita di T.A.E.

Un romanzo questo che scava nella psiche umana e a tratti si mostra spietato nella sua rivelazione. Il lettore si lascia coinvolgere dalla narrazione, che procede come le sequenze di un film, trascinato dalle nuove visioni, di una scena storica passata, ma sempre attuale nella sua modernità.

Questa giornata di ricordi era diventata una giornata per ricordare. Diede quindi inizio a quel gravoso compito, cominciando da una lista, una lista che ricordava, di tutti coloro che aveva ucciso.

 

QUARTA DI COPERTINA

Thomas Edison, genio, scienziato, inventore della lampadina e di un altro migliaio di brevetti, si trova in un momento di difficoltà, che questa volta non sa superare. A mancargli è il denaro, quello che gli serve per le sue ricerche e soprattutto per realizzare i prodotti che ha immaginato. E proprio quando la situazione diventa insostenibile, si presenta alla sua porta chi del denaro ha fatto il proprio mestiere, con lo stesso talento e la stessa dedizione che Thomas mette nell’inventare. J. P. Morgan è famoso in tutta l’America: perché è un banchiere di enorme successo, perché emana un potere quasi assoluto e certamente perché ha una disponibilità di denaro sostanzialmente infinita. Per lui, offrirne una parte a Edison non è che un altro investimento. Per Thomas, è la soluzione a tutti i problemi. Ma quello che il genio stipula è un patto col diavolo: invischiato nella vita privata di Morgan, sempre più avido dei privilegi che la ricchezza gli garantisce, Edison non si rende conto di essere solo uno strumento per arricchire uomini già ricchi, per rendere più potenti uomini già potenti. Finché un giorno, si risveglia dal suo torpore e ascolta la folla. Che reclama a gran voce: Che luce sia! Ancora una volta, come in La teoria del tutto e L’ora più buia, McCarten racconta un personaggio indimenticabile, protagonista di un vero e proprio thriller sul denaro, la corruzione e la morte.

 

Chi è Anthony McCarten?

Scrittore e drammaturgo neozelandese, nel 2015 è stato premiato dalla British Academy of Film and Television Arts per la sceneggiatura di La teoria del tutto, il film sulla vita di Stephen Hawking. Nel 2018 Mondadori ha pubblicato L’ora più buia, sulla figura di Winston Churchill, da cui è stato tratto il film Premio Oscar. L’ultima sceneggiatura di McCarten in ordine di tempo è quella di Bohemian Rhapsody.

 

DETTAGLI

Editore: Frassinelli

Genere: Narrativa moderna e contemporanea

Data di uscita: 29/01/2019

Formato: Brossura

EAN: 9788893420433

Listino: € 17,50

Pagine: 265

 

 

L’ASSASSINIO DI FLORENCE NIGHTINGALE SHORE Jessica Fellowes

“I contorni della strada svanivano, divorati dall’oscurità, ma la fiumana di gente non accennava a diminuire. Le coppiette si attardavano davanti alle belle vetrine, decorate con luci elettriche e deliziose squisitezze natalizie: scatole di cartone colorato ricolme di lokum, i cui morbidi cubi rosa e verde sembravano brillare di luce propria attraverso lo spesso strato di zucchero a velo; i volti pallidi, lucidi delle bambole di porcellana nuove, gambe e braccia rigide negli abitini di cotone inamidato e strati su strati di impalpabile tulle del sottogonna che spuntavano da sotto l’orlo”.

asUscito il 16 novembre 2017 per Neri Pozza, L’assassinio di Florence Nightingale Shore è il primo di sei romanzi ambientati nell’Inghilterra degli anni Venti e Trenta, con protagoniste le sei sorelle Mitford, attorno a cui verranno costruiti I delitti Mitford, Sei sorelle, una vita di misteri.

La scrittrice Jessica Fellowes è autrice di studi su Downtown Abbey, nonché nipote di Julian Fellowes, suo noto autore e sceneggiatore.

È il 1919, l’infermiera Florence Nightingale Shore deve prendere un treno, che la porterà da una sua amica, ma viene assassinata durante la corsa, non raggiungendo mai la sua destinazione. Nello stesso momento, la giovane Louisa Cannon è impegnata a saltare giù dallo stesso treno, per scappare dal terribile e pericoloso zio Stephen, che vorrebbe dare la nipote a saldo dei propri debiti di gioco, a uomini di dubbia fama. L’unica salvezza per Louisa è un posto di lavoro presso la famiglia Mitford, ad Asthall Manor nella campagna dell’Oxfordshire; fortuna vuole che a soccorrerla sia un giovane agente della polizia ferroviaria di Londra Brighton & South Coast, Guy Sullivan, che si offre volontario per aiutarla a raggiungere Asthall Manor. Louisa riuscirà a farsi assumere, diventando amica della figlia più grande dei Mitford, Nancy, una giovane ragazza di sedici anni ribelle e curiosa, che dimostra di possedere un particolare talento nel raccontare e scrivere storie. Insieme le due indagheranno sulla misteriosa morte di Florence Nightingale Shore, trovandosi coinvolte nell’indagine portata avanti dal giovane agente Guy Sullivan.

La forza del costrutto narrativo dell’intero romanzo sta in un semplice format, già collaudato da Jessica Fellowes con Downtown Abbey e in questo specifico caso nella realizzazione di un crime, dove omicidio e dramma in costume si intrecciano alle vite di aristocratici e domestici, upstairs/downstairs, strutturando il tutto con dovizia di particolari. I fatti, frutto dell’immaginazione, vengono rimescolati a una vicenda di cronaca nera realmente accaduta e rimasta irrisolta, ossia l’omicidio dell’infermiera Forence Nightingale Shore, a cui si riallaccia la vita delle chiacchieratissime sorelle Mitford, “leggendarie” figure del secolo scorso.

“Ogni mattina e ogni pomeriggio, tutta la truppa veniva riunita e accompagnata a fare una camminata a passo svelto a Kensington Gardens. Lousa sospettava che, nonostante le lagnanze, Nanny Blor fosse segretamente orgogliosa di spingere la piccola Debo nell’imponente carrozzina Silver Cross, sapendo di poter reggere il confronto con le bambinaie snob diplomatesi a Norland”.

Tanto la finzione, quanto la realtà ruotano attorno alla protagonista, Luoisa Cannon, filo conduttore tra le tre diverse parti, su cui vengono costruiti abilmente i fatti narrati, infatti Louisa collega le varie vicende attraverso Nancy, divenendo la cameriera addetta alla nursery a casa Mitford, attraverso Guy Sallivan, elemento essenziale per lo svolgimento delle indagini e infine è un elemento di congiunzione con la stessa vittima, Florence Nightingale Shore.

L’autrice mantiene desta l’attenzione con vari colpi di scena, che spingono durante la lettura ad accumulare indizi, mantenendo il lettore vigile a ogni cambio di situazione e ambientazione, solo così si potrà andare alla ricerca del colpevole, rimanendo con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina e al contempo subendo il fascino del contesto socio-culturale del tempo, con la consapevolezza che la base della vicenda è reale. Le descrizioni e le ambientazioni, curate nei minimi dettagli, inoltre ricordano al lettore che ci troviamo in una Londra che cerca di riprendersi dalla Grande Guerra, trascinandolo in dietro nel tempo per ripercorrere a ritroso la storia del secolo scorso.

“Un’ora dopo, Louisa camminava lungo il corridoio con Decca per mano e Unity che le seguiva scontenta. Stavano andando a fare una passeggiata in giardino, quando vide Nancy che, immobile come una statua, stava con l’orecchio incollato alla porta dello studio del padre. Prima che lei potesse aprire bocca, Nancy si premette un dito sulle labbra, quindi si raddrizzò e le si avvicinò”.

E pur essendo piuttosto semplice seguirne le vicende, non è un racconto scontato e di facile soluzione, poiché il meccanismo che sta alla base della struttura narrativa svia più volte il lettore, non rendendo per nulla scontata la soluzione del caso.

Le sorelle Mitford meriterebbero un ambito di discussione a parte, in considerazione della vita avventurosa e delle vicende loro attribuite, infatti sembrano incarnare a pieno lo spirito del secolo scorso, di quel Novecento dai grandi rivolgimenti e dalle grandi tragedie storiche, ognuna con il proprio particolare e specifico modo di essere. Figlie dell’aristocratico inglese David Freeman-Mitford, barone di Redesdale, divennero figure iconiche grazie a una vita politicamente controversa e per essere considerate un esempio di stile; per farsi un’idea di ciò che voglio dire, basta leggere un trafiletto del The Times che recita: “Diana la fascista, Jessica la comunista, Unity l’amante di Hitler, Nancy la romanziera, Deborah la duchessa e Pamela la discreta esperta di pollame”.

Anche se nate a inizio Novecento sono sei donne fortemente moderne, anticonvenzionali e molto determinate, donne fuori dal comune; la loro stessa vita può essere considerata un romanzo.

Quindi glamour e fascino, intrigo e buoni sentimenti fanno da collante a un romanzo, che non ha nulla da invidiare ai grandi gialli del secolo scorso; al lettore il compito di accumulare indizi, per trovare il colpevole.

“Il coroner chiamò il medico al banco dei testimoni. Era un bell’uomo, con gli occhi chiari e limpidi. Portava un abito di ottima fattura con un fiore all’occhiello, i capelli con la riga in mezzo e perfettamente lisci sul cranio. Descrisse con grande precisione le ferite sulla signorina Shore, osservate il giorno dopo la sua morte”.

morte diE’ già disponibile in tutte le librerie il secondo attesissimo romanzo Morte di un giovane di belle speranze – I delitti Mitford, uscito il 15 novembre, sempre edito da Neri Pozza Editore. Mentre per chi volesse approfondire la storia delle sorelle Mitford, rimando a Le sorelle Mitford. Biografia di una famiglia straordinaria di Mary S. Lovell, edizioni Neri Pozza.

 

QUARTA DI COPERTINA

Il 12 gennaio 1920 l’infermiera Florence Nightingale Shore arriva a Victoria Station nel primo pomeriggio, in taxi, un lusso che ritiene di meritare a un passo dalla pensione e dopo una vita di sacrifici. Il mezzo di trasporto si intona, infatti, alla sua pelliccia nuova, regalo che si è concessa per il compleanno e che ha indossato per la prima volta solo il giorno precedente. Dopo aver acquistato un biglietto di terza classe per Warrior Square, Florence Nightingale Shore si accomoda nell’ultimo vagone, dove attende che il treno si metta in movimento. Poco prima della partenza nel suo scompartimento entra un uomo con un completo di tweed marrone chiaro e un cappello. È l’ultima volta che qualcuno la vedrà viva.
Il giorno stesso, sulla medesima tratta, la diciottenne Louisa Cannon salta giù da un treno in corsa per sfuggire all’opprimente e pericoloso zio, che vorrebbe sanare i propri debiti «offrendo» la nipote a uomini di dubbia reputazione. A soccorrerla è un agente della polizia ferroviaria, Guy Sullivan, un ragazzo alto e allampanato, gli incisivi distanti e gli occhiali spessi e tondi che gli scivolavano sempre sul naso. Affascinato dalla determinazione della giovane, Guy si offre di aiutarla a raggiungere Asthall Manor, nella campagna dell’Oxfordshire, dove la ragazza deve sostenere un colloquio di lavoro come cameriera addetta alla nursery presso la prestigiosa famiglia Mitford.
Louisa riesce a farsi assumere, divenendo istitutrice, chaperon e confidente delle sei sorelle Mitford, specialmente della sedicenne Nancy, una giovane donna intelligente e curiosa con un talento particolare per le storie, talento che le permetterà poi di essere una delle più sofisticate e brillanti scrittrici britanniche del Novecento.
Sarà proprio la curiosità di Nancy a spingerla a indagare, con l’aiuto di Guy, sul caso che sta facendo discutere tutta Londra: quello dell’infermiera assalita brutalmente sulla linea ferroviaria di Brighton.

Basato sul vero omicidio, rimasto irrisolto, di Florence Nightingale Shore, questo è il primo romanzo di una serie di avvincenti gialli ambientati nell’Inghilterra degli anni Venti e Trenta, con protagoniste le sei «leggendarie» sorelle Mitford.

 

Chi è Jessica Fellowes?

Jessica Fellowes, nipote dell’acclamato autore britannico Julian Fellowes, è scrittrice e giornalista, conosciuta per essere l’autrice di cinque libri sui retroscena delle celebre serie TV Downton Abbey, molti dei quali sono apparsi nella lista dei bestseller del New York Times e Sunday Times. Ex vice direttrice di Country Life e giornalista del Sunday Mail, ha scritto per diverse testate tra cui il Daily Telegraph, il Guardian, il Sunday Times e The Lady. L’assassinio di Florence Nightingale Shore. I delitti Mitford è il primo di una serie di gialli ambientati negli anni Venti.

 

DETTAGLI

Titolo: L’assassinio di Florence Nightingale Shore

Sottotitolo: I delitti di Mitford

Autore: Jessica Fellowes

Traduttore:  Maddalena Togliani

Editore: Neri Pozza

Pagine: 400

Pubblicazione: novembre 2017

ISBN/EAN: 9788854516199

 

 

 

 

L’ATLANTE DELL’INVISIBILE Alessandro Barbaglia

Le cose infinite non finiscono, continuano invisibili.

invisibileCome promesso, eccomi con l’ultimo libro di Alessandro Barbaglia che, nel corso di queste giornate estive, mi ha tenuto buona compagnia, una lettura molto interessante per diversi aspetti.

Intanto, siate preparati al fatto che con L’Atlante dell’Invisibile si piange e anche tanto, perché la bellezza quando è veramente tale, emozionando, commuove…

Alessandro Barbaglia ha una mente geniale, un cuore da bambino, con un animo da poeta e tutta la gentile tenerezza del suo animo impregna ogni pagina di quest’ultima fatica.

Il libro prende le mosse da una protesta, quella di tre bambini Dino, Sofia e Ismaele (anche se sarebbe più giusto dire Giulio, ma capirete il perché solo leggendo l’Atlante), che proprio non ci stanno a farsi cambiare la vita, infatti l’ingegnere, che “non guarda, perlustra; l’ingegnere non respira, annusa; l’ingegnere non tocca: ottiene”, nel perseguire i propri fini sta per togliere loro quanto di più prezioso posseggono, il luogo di appartenenza, un luogo dove si coltivano sentimenti, quelli buoni, quindi veri e soprattutto la fantasia, quella che fa volare lontano, quella capace di nutrire il cuore e la mente, infondendo energie positive e che poi rappresenta la base della loro amicizia.

Dopo la pioggia in montagna, la terra di sera sembra un frutto sbucciato. E dai tonni di fieno bagnati si alza un lieve fiato umido, come un respiro.

Correva l’anno 1989 a Santa Giustina, in Val di Non, un paesino fatto di baite di legno, ai piedi delle Dolomiti, che sembra destinato a scomparire a causa di un lago artificiale, che sommergerà tutto del tutto: il prato, le lumache, il primo bacio, i ricordi. E allora cosa fare se non ribellarsi, in un modo assolutamente unico e che solo tre bambini come Ismaele, Dino e Sofia possono escogitare: rubando la luna, per nasconderla là dove solo l’invisibile permette di cogliere l’essenziale, quindi nell’Atlante dell’Invisibile.

E a tutto questo s’intrecciano altri personaggi, come Elio e Teresa, che ai tempi del progetto del lago si erano innamorati durante il Giro d’Italia, proprio mentre Fausto Coppi, in testa, regalava uno stacco di quindici minuti, grazie ai quali avevano potuto ballare, perdendosi l’uno nel cuore dell’altra.

Era così che si volevano bene. In quel loro puntare sempre al meglio tenendo la strada del giusto. Ecco come erano riusciti a litigare ogni giorno della loro vita insieme senza mai perdere la meraviglia e la gioia di quel modo nuovo di guardare la Terra, sapendo che la Terra è soprattutto acqua. Fluida, mobile. Come tutto ciò che è vita.

Elio è un costruttore di mondi, anche se sarebbe più giusto parlare di mappamondi, se non fosse che anche lui riesce a scrutare l’invisibile, portandolo a realizzare mappe fantastiche, che poco hanno a che fare con il reale. E se per John Locke lo spazio era l’estensione di Dio, per Elio forme e confini, fiumi e laghi, terre e mari sono l’esternazione della manifestazione creativa della sua mente. Così sposta le montagne per fare sognare Teresa, posiziona i laghi in modo sbagliato per fare immaginare Teresa, quindi ipotizza confini come una nuova possibilità, non come un errore.  Ma ecco che subito Teresa corregge le stravaganze di Elio, per dare un senso a ciò che apparentemente senso non ha.  Il loro amore, sempre in perfetto equilibrio tra sogno e realtà, perdura nel tempo, mentre il destino li lega a quello dei bambini Dino, Sofia e Ismaele, per condurre Teresa in una notte magica, che darà significato e conclusione a questo tenerissimo e anche un po’ surreale/surrealista libro di Alessandro Barbaglia.

Nel corso della narrazione, leggendo si avrà modo di rispolverare una grande lezione, impartita tempo fa dallo scrittore Antoine Saint Exupery, con Il Piccolo Principe insegnò che On ne voit bien qu’avec le coeur. L’essentiel est invisible pour les yeux – Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

I grandi libri sono come le grandi canzoni e le belle persone, rapiscono la mente si impossessano del cuore.

Ci sono momenti che non passano, mai. Sono pezzi di infinito: infinito presente. Se ci penso bene sono tutti i momenti di cui ho scritto nell’Atlante. Sono momenti che saranno lì per sempre, porzioni di tempo a cui non puoi scavar via nemmeno un istante, non puoi erodere neppure un secondo. Infinito presente. Ecco cosa diventano.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Ismaele, Dino e Sofia hanno quarantadue anni in tre quando nel 1989, in una sera di fine estate, rapiscono la luna in segno di protesta. Vivono a Santa Giustina, un lontanissimo paese fatto di baite di legno ai piedi delle Dolomiti che sta per essere sommerso da un lago artificiale, portandosi dietro tutti i loro ricordi, le gare con le lumache, il prato del castagno, i primi baci. Il progetto della diga risale al 1946. Ai tempi, gli abitanti di Santa Giustina non accettarono di abbandonare le loro case per trasferirsi al “paese nuovo” e rinunciarono ai benefici promessi nel caso di una resa immediata. Si avvicina però il momento dell’esproprio definitivo. Proprio negli anni Quaranta si sono conosciuti Elio e Teresa, e precisamente il 19 marzo 1946, in un bar Sport gremito di una folla accalcata per seguire la cronaca radiofonica della prima Milano-Sanremo del dopoguerra. Senza essersi mai visti né incontrati, Elio e Teresa – ormai anziani e da sempre innamorati l’uno dell’altra e del loro paese vicino a Milano – e i quattordicenni Dino, Ismaele e Sofia sono tormentati dalle stesse domande: “dove vanno a finire le cose infinite?”, “dove si nascondono l’infanzia, l’amore o il dolore quando di colpo svaniscono?”. E se Elio, per rispondere, costruisce mappamondi dalle geografie tutte inventate e sbagliate – descrivendo così la terra magica dove abita l’invisibile e costringendo Teresa a correggere tutto con puntiglioso realismo -, i bimbi di Santa Giustina via via che crescono si allenano a non smettere di scorgere l’invisibile tra le pieghe del reale e a conservarlo a modo loro, in una sorta di gioco segreto. In una danza fatta di immaginazione, ricordo ed elaborazione del lutto, Teresa incontrerà i bambini diventati adulti nella notte più incredibile delle loro vite: quella durante la quale, per pochi istanti di eternità, riemergerà il paese sommerso di Santa Giustina. E con lui l’amore, il dolore, l’infanzia e tutta la meraviglia che si nasconde nell’invisibile.

In uno stile romantico e inimitabile, capace di portare in poche pagine il lettore dal riso alla commozione più profonda, Alessandro Barbaglia con questo suo secondo romanzo regala a chi lo legge un gioiello che raggiunge straordinarie vette di intensità e poesia.

Chi è Alessandro Barbaglia

Poeta e libraio, è nato nel 1980 e vive a Novara. Nel 2017 ha pubblicato con Mondadori La Locanda dell’Ultima Solitudine, finalista al Premio Bancarella. L’Atlante dell’Invisibile è il suo secondo romanzo.

 

DETTAGLI

Autore: Alessandro Barbaglia

Editore: Mondadori

Collana: Novel

Formato: Brossura

Data uscita: 22 Maggio 2018

Pagine: 202

ISBN: 9788804687597

Prezzo: € 17,00

 

LA RAGAZZA CON LA LEICA Helena Janeczek

Era fatta così, era volubile e volitiva, un metro e mezzo di orgoglio e ambizione, senza i tacchi. Bisognava prenderla com’era: sincera sino a far male, affezionata a modo suo, sulla lunga durata.

Gerta Pohorylle è LA RAGAZZA CON LA LEICA, protagonista del nuovo romanzo di Helena Janeczek, che viene sempre nominata, nel corso della narrazione, Gerda in quanto come ci spiega l’autrice: Mi sono presa la licenza di chiamare la mia protagonista sempre “Gerda”, anche se si chiamava Gerta Pohorylle, perché lei stessa preferiva la versione più dolce e più diffusa del suo nome. IMG_20180706_074534.png

Storicamente poco ricordata, Gerda è stata una moltitudine di figure, tutte concentrate in una sola donna: cospiratrice antinazista appartenente alla borghesia ebraica di Stoccarda, diviene una grande fotografa di guerra, a fianco del profugo ungherese André Friedmann, noto come Robert Capa, ma è stata anche la prima fotoreporter morta sul campo di battaglia, un’eroina repubblicana, antifascista militante e rivoluzionaria. Grande amore e compagna di André Friedmann, su di lui esercitava un tale fascino da riuscire a reinventarlo completamente, costruendo poco per volta Robert Capa, l’autore delle più emozionanti e realistiche foto di guerra del ‘900 e fondatore dell’agenzia Magnum Photos.

<< Non basta essere tempestivi eccetera. Bisogna avere i nomi giusti, sennò crearli. Credi che un caporedattore sappia distinguere la semplice bontà di un’immagine? Raramente. La fotografia è fatta di nulla, inflazionata, merce che scade in un giorno. Si tratta di saperla vendere >>concludeva Gerda, e alzava gli occhi trionfanti e birichini verso la strada.

La vita della protagonista si conclude il 1° agosto del 1937 a Brunete, travolta da un carro armato, all’età di 27 anni, mentre era intenta a documentare con i suoi scatti la guerra civile spagnola.

Helena Janeczek la racconta filtrandone l’immagine attraverso i ricordi di tre figure storiche di spicco, quella del dottore Willy Chardack detto “il bassotto”, dell’ex modella Ruth Cerf e Georg Kuritzkes; così le reminiscenze dei tre protagonisti si snodano in luoghi e periodi differenti, portando in alcuni casi a delle inevitabili digressioni, dato che, nell’alternarsi degli eventi rievocati, la memoria tende ad accavallare e a sovrapporre i fatti, che vanno a intrecciarsi alle conoscenze linguistiche e ai virtuosismi lessicali dell’autrice.

Così la memoria di Gerda si fonde con quella di chi è portato a ricordarla, alla vita di tutti quegli amici con i quali ha condiviso gli stessi valori e ideali e dove le rivalità, anche in amore, non riescono a demolire il cameratismo della comune fuga dal regime totalitarista e antisemita del tempo. E per quanto l’esistenza di questa eroina sembra essere stata dimenticata dalla storia, con la sua rievocazione diviene un personaggio indimenticabile per tutti coloro che hanno avuto modo di incontrarla, per poi anche scoprirla nelle pagine di una storia.

Figura effimera quella di Gerda Taro solo nel ricordo degli uomini che l’hanno amata, sogno di una relazione sentimentale duratura, pensiero nostalgico e sfuggente poiché

In fin dei conti, la sola cosa che Gerda amava senza riserve non eravamo io e te e nessun altro, ma tutti quelli che impegnano le loro vite contro il fascismo, erano la Spagna e il suo lavoro al fianco del popolo spagnolo.  

Alla rappresentazione degli opposti, dove finzione e realtà, memoria privata e storia collettiva si intrecciano, l’autrice aggiunge un pizzico di fantasia, per dar vita a un’opera che seguendo la documentazione storica, mette in luce una donna coraggiosa, moderna e attuale, così come moderni e attuali sono i temi trattati.

Un romanzo questo di Helena Janeczek che ci spinge a non dimenticare mai chi siamo e da dove veniamo: ricordo e identità rappresentano il fondamento dell’esistenza individuale e su ciò si articola il racconto, che pur essendo di matrice biografica, quindi basato su fatti storici, il risultato finale è una spiegazione biografica romanzata e attenta di ciò che è stata Gerda Taro, la cui libertà ed emancipazione quasi spregiudicata dovettero fare i conti con la repressione di quel tempo oscuro della storia, che può essere raccontato solo scavando nella vita dei singoli.

La fame era una cattiva consigliera, e la disperazione anche peggiore. La fame e la disperazione lavoravano per i fascisti e i loro sostenitori neanche più tanto occulti.

La ragazza con la Leica è anche un grido di speranza corale sulla difesa dei valori di uguaglianza e libertà che oggi, paradossalmente più di allora, esigono di essere salvaguardati e l’autrice sottolinea tutto ciò anche con la forza delle immagini, utilizzando delle fotografie come rievocazione storica e attendibilità dei fatti posti in essere.

Nel suo insieme il libro consente al lettore di compiere un viaggio emotivo nei ricordi, non solo dei protagonisti, ma anche della storia e del tempo, in un’Europa lacerata dai conflitti, dove Madrid è sotto assedio, Hitler si prepara alla guerra, la Cina viene invasa dal Giappone e il Front Populaire si sgretola.

Tuttavia, allo stato attuale dei fatti, dimostriamo di non aver imparato nulla dalla storia, data la ripetitività delle situazioni, spesso disastrose e inumane, che si ripresentano in determinati momenti chiave dell’esistenza, forse perché come sostiene il giornalista tedesco Thomas Schmid Geschichte ereignet sich. Deshalb ist es schwer, aus ihr zu lernen, ossia  la storia accade. Ecco perché è difficile imparare da essa.

Gerda era Gerda… Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque.

 

QUARTA DI COPERTINA

Il 1° agosto 1937 una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia.

Proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto: erano stati felici insieme, lui le aveva insegnato a usare la Leica e poi erano partiti tutti e due per la Guerra di Spagna.

Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa: Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente da quando l’irresistibile ragazza gli ha preferito Georg ­Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda ­rimarrà una presenza più forte e viva della celebrata eroina antifascista: Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di ­vivere, la sua sete di libertà sono scintille capaci di riaccendersi anche a distanza di decenni. Basta una telefonata intercontinentale tra Willy e Georg, che si sentono per tutt’altro motivo, a dare l’avvio a un romanzo caleidoscopico, costruito sulle fonti originali, del quale Gerda è il cuore pulsante.

È il suo battito a tenere insieme un flusso che allaccia epoche e luoghi lontani, restituendo vita alle istantanee di questi ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l’ascesa del nazismo, l’ostilità verso i rifugiati che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro.

Ma per chi l’ha amata, quella giovinezza resta il tempo in cui, finché Gerda è vissuta, tutto sembrava ancora possibile.

 

Chi è Helena Janeczek?

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. È autrice dei romanzi Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), finalista al Premio Comisso e vincitore del Premio Napoli, del Premio Sandro Onofri e del Premio Pisa, e Lezioni di tenebra (Guanda, 2011). Il suo sito internet è: www.helenajaneczek.com/la-ragazza-conla-leica.html

 

DETTAGLI

Titolo: La ragazza con la Leica

Autore Helena Janeczek

Collana: Narratori della Fenice

Casa Editrice: Guanda

ISBN: 9788823518353

Pagine: 320

Formato: Cartonato

Prezzo: € 18,00

 

 

CORTILE NOSTALGIA Giuseppina Torregrossa

La vita appesantita da responsabilità e insoddisfazioni, scorreva veloce e il tempo macinava gli attimi trasformandoli di colpo in anni. Della giovinezza aveva conservato però l’insensata fiducia nella magia.

cortileEntrando in libreria non si può non notarlo, con la sua copertina rosso fuoco e un’illustrazione di Pierre Mornet, riesce ad attirare subito l’attenzione. Poi leggi la quarta di copertina e non puoi non comprare Cortile Nostalgia, soprattutto se ami la Sicilia e le sue storie.

Cortile Nostalgia è il nuovo romanzo della scrittrice palermitana Giuseppina Torregrossa, dove il protagonista Mario Mancuso, nato e cresciuto nel quartiere palermitano “vuciazzaro” Albergheria, a Piazzetta delle Sette Fate, permette a magia e vicissitudini di intrecciarsi per dar vita alla sua storia. Rimasto orfano all’età di tre anni, Mario ha perso i genitori nel corso di un bombardamento avvenuto nel ’43, così viene cresciuto dalla zia Ninetta, personaggio complesso, dotata di grande tenerezza, ma con la costante tendenza all’abbandono pur di seguire un nuovo amore.

Eppure Mario viene sorvegliato costantemente dall’occhio vigile di Don Gaetano, che sa bene quale sarà il destino del piccolo protagonista nel momento in cui all’età di tredici anni si troverà di fronte all’inevitabile bivio: mafioso o sbirro. Infatti il ragazzino vagando solo per le strade del quartiere fa amicizia con due bulletti suoi coetanei Aranciu Pilusu e Taccitedda e si sa che

All’Albergheria l’infanzia dura poco, già a quindici anni si era uomini fatti e finiti.

Grazie a Don Gaetano, Mario Mancuso però riesce a sfuggire a quel destino, che invece non risparmia i due amici, cadere nelle mani della mafia, rappresentata nel quartiere da Don Ciccio Rizzo, che li mette subito a spacciare sigarette di contrabbando.

Mario diventato carabiniere, poco alla volta riesce a costruirsi una propria esistenza con Melina Scimeca, una giovane anch’essa profondamente sola, la quale non ha ricevuto alcuna tenerezza dai genitori ed è desiderosa di fuggire dalla propria casa, rendendosi economicamente autonoma. Così una volta sposati, i coniugi Mancuso intrecciano una relazione complicata, dove due anime sole e profondamente ferite non riescono a dare armonia a quell’unione familiare, che presto però viene rinsaldata dalla nascita della figlia Maruzza.

Non era colpa della luce che smorzandosi suggeriva l’idea della fine, né delle ombre che allungandosi sulle cose sembravano ghermirle, nemmeno del senso di solitudine e di spaesamento; quello aveva ragione di essere nel cuore degli immigrati, non nel suo.

Maruzza, personaggio cardine, è il perno centrale del libro, il filo conduttore che lega Mario e Melina a tutti i volti che si susseguono nel romanzo.

Alla parte immaginifica di Cortile Nostalgia si intreccia una parte della Storia Italiana, con tutte le sue vicende politiche e sociali, nate nel corso secondo dopoguerra: le Brigate Rosse, il rapimento e l’uccisione di Moro, il femminismo, l’arrivo e l’accoglienza dei primi migranti, la loro integrazione.

L’intero romanzo è un inno all’accoglienza, là dove gli immigrati danno vita ad un quartiere, quello dell’Albergheria e dove

Tra le macerie immobili della guerra, gli abitanti dell’Albergheria emigravano in cerca di fortuna. Gli stranieri arrivati negli anni precedenti mettevano su famiglia costruivano la propria felicità.

Accogliere lo straniero, accogliere nel proprio cuore i membri della propria famiglia, accogliere l’altro in tutti i modi possibili, permette all’autrice di far comprendere al lettore che il segreto della vera felicità è il prendersi cura degli altri. Lo straniero non è l’invasore silenziose, non è l’altro da sé, ma diviene simbolo di ricchezza interiore,  migliorando così il percorso esistenziale di tutti. E sarà proprio quella nostalgia, che dà il titolo al romanzo, a rappresentare un collante, un sentimento comune che aleggia sulla Piazzetta delle Sette Fate, alimentata dai piatti cucinati da mamma Africa l’unica a possedere lo stesso dono delle donne di fora e apportatrice di tutta quella magia che neppure la miseria dei luoghi e della Storia può silenziare.

 Zittuti, ca’ ora arriva la donna di fora e ti porta lontano lontano, in un posto bellissimo. Ti fa passare il mare senza vagnariti i piedi, ti trasporta sopra le nuvole affaccio alla luna.

Ma è l’intero libro a essere attraversato da una sottile nostalgia e i sentimenti si fondono ad essa dando spessore ai personaggi, tutti ben costruiti, ognuno dotato di una spiccata personalità; molti di loro rimangono nel cuore del lettore, producendo essi stessi nel corso della narrazione un’indomabile malinconia: malinconia per i bei paesaggi siciliani, descritti dall’autrice con maestria e per le atmosfere spesso un po’ dickensiane e decadenti, dove la miseria e la voglia di riemergere dal pantano, a cui la vita sembra aver condannato alcuni dei suoi protagonisti, serve da imput per migliorare la propria storia e quella degli altri; esempio zia Ninetta, che non potendone più della miseria assoluta, apre un atelier di alta moda, che le permetterà di lasciare una cospicua eredità a Maruzza, riscattandosi dai continui abbandoni a cui aveva condannato non solo Mario, ma anche la pronipote.

Infine c’era Palermo, che tutti accoglie e tutti assiste; la mamma che tiene aperte le porte anche nella notte, perché non si sa mai se qualcuno arriva; che tiene il fuoco acceso e una pentola a bollire, perché non si sa mai se qualcuno ha fame; che ha sempre lenzuola pulite, perché non si sa mai se qualcuno ha sonno; la mamma che capi la casa quantu voli u patruni. Palermo la grande madre.

La storia insegna che la vita è fatta di corsi e ricorsi…!!! E come recita un noto spot, accogliere è l’arte più infinita.

 

QUARTA DI COPERTINA

A Palermo c’è una piazzetta abitata dalla magia, dove ogni notte sette fate, una chiù bedda di n’autra, rapiscono i passanti per condurli verso luoghi lontani e poi riportarli a casa, storditi dalla meraviglia, alle prime luci dell’alba. È in questo cortile che vive Mario Mancuso, nel cuore dell’Albergheria, tra le abbanniate dei mercanti di Ballarò e i rintocchi del campanile di Santa Chiara. Orfano, ha conosciuto solo l’affetto di zia Ninetta, che però lo abbandona al primo giro di vento, inseguendo i propri sogni. L’incontro con Melina è la sua occasione per ritrovare in una nuova famiglia il calore che il destino gli ha negato. Per lei, bella e infelice, quel ragazzo rappresenta la libertà da due genitori che l’hanno educata più alle privazioni che all’amore. Lo sposo però deve partire per Roma, dov’è stato assegnato come carabiniere semplice, così le nozze sono celebrate in fretta e furia, e con la stessa voracità vengono consumate. Forse soltanto un figlio può colmare la distanza tra marito e moglie, sempre in bilico tra tenerezza e passione; ed è così che nasce Maruzza. A legarli sarà una sottile nostalgia, la stessa che gli abitanti della piazzetta, di Paesi e colori diversi, curano ogni sera con i piatti cucinati dalla donna che tutti chiamano Mamma Africa e che sembra avere lo stesso dono delle sette fate. Con un romanzo corale e pieno di vita, Giuseppina Torregrossa racconta la necessità innata di essere accolti in un abbraccio: quello di una madre, un marito, un amico, o una città che sappia tenere aperte le porte anche nella notte.

 

Chi è Giuseppina Torregrossa?

Giuseppina Torregrossa è nata a Palermo, vive tra la Sicilia e Roma, ha tre figli e un cane. Ha esordito nel 2007 con L’assaggiatrice, cui sono seguiti, tra gli altri, Il conto delle minne (2009), Manna e miele, ferro e fuoco (2011), Panza e prisenza (2013) e La miscela segreta di casa Olivares (2014)

 

DETTAGLI

Genere: Narrativa moderna e contemporanea

Editore: Rizzoli

Pubblicazione: 18/05/2017

Formato: rilegato

EAN: 9788817089982

Listino: € 19,00

Pagine: 280

 

 

 

 

 

 

 

IL BACIO PIU’ BREVE DELLA STORIA Mathias Malzieu

il bacio più breveLe sue labbra, che volteggiavano come un fiocco di neve smarrito su  una spiaggia d’estate, mentre io cercavo di recuperarlo con la mia ghiacciaia troppo grande.

Una fiaba, che profuma di racconto, ambientata in una Parigi quasi incantata, dove il protagonista incontra una ragazza che riesce a stregarlo, poiché  da perfetti sconosciuti, dopo un rapido sguardo, si scambiano IL BACIO PIU’ BREVE DELLA STORIA, a causa del quale lui se ne innamora perdutamente. Lei nello stesso istante svanisce, divenendo una donna invisibile, le cui tracce si perdono negli intricati arrondissement della capitale francese.

Il protagonista, a cui è destinato il bacio più breve della storia, è un inventore di oggetti improbabili, il quale disperato si rivolge a un ex detective che si avvale dell’aiuto di  Elvis, un particolarissimo pappagallo.

Eppure l’ex detective non è l’unico a credere al bacio più breve della storia, poiché anche una giovane farmacista decide di dare credibilità all’inventore, lasciandosi coinvolgere nella vicenda.

Il detective chiede all’inventore di aiutare il pappagallo ricreando qualcosa, un odore, un sapore, una sensazione, persino un respiro asmatico che possa ricondurre alla ragazza invisibile e ciò che ne verrà fuori sarà qualcosa di unico e straordinario.

Fuori nevicava. In poche ore i fioccoriandoli avevano ricoperto il quartiere. Il Cirque d’hiver somigliava d un gigantesco donut spolverato di zucchero a velo e i rumori dei passi sui marciapiedi si attenuavano. 

Mathias Malzieu è un autore visionario, dalla narrazione poetica, possiede il pregio si saper parlare di emozioni utilizzando moduli espressivi delicati, leggeri, un po’ trasognati; il suo un libro dalle poche pretese, ma dallo stile fluido ed incisivo, tale da conferire veridicità a situazioni surreali e paradossali; nell’evolversi della vicenda sembra richiamare le romantiche atmosfere dei fidanzatini di Raymond Peynet, mentre il lettore si ritrova a gustare  una scatola di cioccolatini Quality Street, affermazione quasi paradossale, ma più che plausibile per chi ha già letto questa delicatissima storia d’amore.

Unico sforzo richiesto al lettore? Quello si abbandonare la realtà, per lasciarsi introdurre in un mondo contornato da magiche ambientazioni irreali.

E l’insieme di tutti questi elementi spingono a credere che solo superando paure, dubbi e perplessità si può risolvere “quell’equazione amorosa” che gli avvenimenti dell’esistenza umana spesso trasformano in una irrisolvibile formula di fisica quantistica, la cui soluzione è concessa solo a pochi e resa impossibile ai più. La maggior parte delle volte, ciò che merita attenzione è proprio sotto i nostri occhi, ma presi ad inseguire l’impossibile non siamo in grado di rendercene conto.

In fondo l’amore è molto più semplice di quel che può sembrare.

Gli mostrai l’albero di forcine che avevo appena messo a punto. In un primo momento avevo raccolto quelle che Sobralia seminava in bagno per evitare che le perdesse. Le avevo riunite in mazzetti con l’elastico, immaginando come si pettinava. Poi le avevo piantate nel pavimento e le annaffiavo come l’albero ad armonica. Più o meno producevano un germoglio di forcina alla settimana.

Quindi un susseguirsi di immagini interessanti ed intense, dove la creatività fantasiosa e grottesca incalza durante il corso della lettura, in un libro dalle tenui tinte pastello che ricorda regni, favole, carillon, zucchero filato e donut, là dove la luce della luna riesce a gocciolare su una colonna di marmo e uno skateboard con un tiro di 5 scoiattoli da combattimento aiutano il protagonista a mantenere la velocità, in un racconto popolato da personaggi onirici, come l’uomo-sciarpa, la campionessa del mondo di chignon, la bomba d’amore, ecc.
Le 128 pagine, di cui si compone il libro, si lasciano leggere tutte d’un fiato, grazie alla narrazione coinvolgente di Mathias Malziue, spesso riconducibile a quella di Stefano Benni, dato l’utilizzo di parole inventate e  bizzarre, come il polverometro, l’albero ad armonica, per accennare solo a due dei tanti esempi con cui si vuol arricchire la narrazione.
Il 2 marzo c.a. è uscito in libreria il nuovo romanzo di Malzieu, Vampiro in pigiama, dalla copertina fortemente accattivante e très français tanto quanto quella de Il bacio più breve della storia, per cui non escludo una delle mie prossime recensioni.

Il cielo scoppiò in singhiozzi di pioggia contro il finestrino. Non avrei mai accettato ciò che era successo, ciò che non era più successo. Le stelle si sciolsero oltre il parabrezza, la luce della luna sgocciolò nel profondo dell’asfalto.

QUARTA DI COPERTINA

Parigi, una sera al Théâtre du Renard, l’orchestra suona It’s Now or Never. Una ragazza misteriosa e sfuggevole si aggira, lui la nota, cerca in ogni modo di avvicinarla e, quando ormai tutto sembra impossibile, si trovano faccia a faccia e si baciano. Un bacio minuscolo, il più breve mai registrato, e lei scompare. Invisibile, si allontana. Un mistero anche per un inventore come lui che, seppur di indole tendenzialmente depressa, è determinato a rivedere l’eterea e vulnerabile creatura che lo ha ammaliato. Inizia così una ricerca serrata in cui sarà affiancato da due bizzarri personaggi: un detective in pensione, che ha tutto l’aspetto di un orso polare, e il suo stravagante pappagallo. Le invenzioni si susseguono e qualcosa di molto goloso e originale aiuterà il protagonista nel suo scopo. Ormai è chiaro, fra i due è scoccata una scintilla, si è prodotto un cortocircuito. Ma in amore gli artifici non bastano, servono coraggio e temerarietà, doti che entrambi dovranno conquistare se vorranno trovarsi e abbandonarsi l’uno all’altra. Riusciranno i due a superare ostacoli e paure e a vivere il loro amore?

“I tuoi occhi sono troppo grandi, quando ridi, dentro ci si vede il cuore.”

Chi è Mathias Malzieu?

Mathias Malzieu è il leader dei Dionysos, uno dei migliori gruppi rock francesi, descritto da Iggy Pop come Francois Truffaut con una rock’n’roll band e autore del bestseller internazionale La meccanica del cuore(Feltrinelli, 2012). Ha pubblicato un album basato sul romanzo, ed è il codirettore dell’omonimo film di animazione prodotto da Luc Besson, finalista agli Oscar e ai Césars. Nato nel 1974, è cresciuto a Montpellier e vive a Parigi. Con Feltrinelli ha inoltre pubblicato L’uomo delle nuvole (2013), Il bacio più breve della storia(2015) e Vampiro in pigiama (2017).

DETTAGLI

Editore: Feltrinelli

Data di pubblicazione: Febbraio 2015

Collana: I Narratori

Pagine: 128

Prezzo: 12,00 €

ISBN: 9788807031304

Genere: Narrativa

Traduttore: Cinzia Poli

 

 

LA PRIMA LUCE DI NERUDA Ruggero Cappuccio

La prima luceEl viento es un caballo, óyelo corre por el mar, por el cielo.Quiero llevarme: escucha cómo recorre el mundo para llevarme lejos. Escóndeme en tus brazos por esta noche sola”.

La prima luce di Neruda è un frammento di vita del grande poeta Pablo Neruda, all’interno del quale vengono ricordati gli ultimi 20 anni della sua esistenza: dall’incontro con la donna amata, Matilde Urrutia, sino alla morte del poeta, avvenuta subito dopo il golpe di Pinochet, in un susseguirsi di avvenimenti a cui s’intreccia l’amore, la speranza, l’impegno civile, la rivolta e la poesia che animano infiammando vite degne di memoria.

De Lucia non lo guardava per sorvegliarlo, ma soltanto per non perdersi lo spettacolo di quegli occhi da pensatore, in fondo ai quali brilla la malinconia curiosa di un bambino.

L’autore con il solo ausilio delle emozioni, compie un viaggio nell’interiorità di Pablo Neruda, dove il concetto di amore si fa dedizione, divenendo un tutt’uno con l’oggetto del proprio amore: la sua Matilde Urrutia, musa ispiratrice del poeta e il suo amato Cile.

Ruggero Cappuccio, spettatore immaginifico di una realtà che non gli appartiene, riesce a dar magnificamente voce a Pablo Neruda, trascinando il lettore in un’atmosfera che, se pur biografica, possiede la consistenza del sogno. Ogni frase così diviene poesia pura, visione, incanto.

La narrazione è scorrevole, in grado di trascinare il lettore nelle ambientazioni descritte dall’autore, attraverso i racconti dei suoi protagonisti: Neruda e Matilde Urrutia, dove l’amore sensuale diviene verità assoluta, parte integrante di tutti i suoi protagonisti.

Il lettore avrà la piacevole impressione di ripercorrere, quasi in prima persona, la vita di uno dei più grandi poeti, come in un fotogramma, sondando gli elementi fondamentali della sua esistenza tra amore e Storia: si troverà al capezzale di Neruda durante la sua dipartita, sentirà il battito del suo cuore scandito dalle emozioni, vedrà i colori della prima luce, in un perfetto mix di magia, ipnosi, mistero. Tutti elementi che contribuiscono a ricostruire una parte di vita, eco lontano che si perde nella storia del tempo per rivivere nella memoria degli uomini.

Guarda Matilde: il sole sulla vetrata. Che colori magnifici. E’ venuto il momento di infrangerla. Devo passare. Devo andare al di là. Guarda com’è bella. Mio amore. Vado a conoscere la prima luce.

QUARTA DI COPERTINA
Napoli, 1952. Pablo Neruda è svegliato da un insistente bussare alla porta. Al poeta viene notificato un decreto di espulsione dall’Italia firmato dal ministro Scelba. Sarà accompagnato da due agenti a Roma per essere estradato in Svizzera. Nella stazione della capitale, il poeta è atteso da una folla nella quale si riconoscono i volti di Alberto Moravia, Elsa Morante, Renato Guttuso e Carlo Levi. Intimano alla polizia di lasciarlo in libertà. In mezzo a quella folla una donna, Matilde Urrutia, osserva e attende che si liberi anche il suo amore per Pablo. Dopo il clamore del mondo che lo celebra e vuole che viva la sua voce, la scena si sposta a Capri nella villa di Edwin Cerio, dove i due amanti danno profondità e splendore a una passione segreta, sconvolgente e imprevedibile. Vent’anni dopo, a Isla Negra, in Cile, durante il golpe di Pinochet, altri militari bussano alla porta di Neruda e Matilde per minacciarne la libertà. Due stagioni della vita di Pablo Neruda: la stagione dell’amore, delle speranze, di un mondo che si trasforma, e la stagione del buio, della violenza, della morte. Due stagioni raccontate in prima persona dalla voce del poeta e dalla voce di Matilde, due esistenze che raccontano la forza della vita e la grandezza dello stare al mondo, l’incanto civile della parola contro i poteri che la vorrebbero ottusa o distorta.

Chi è Ruggero Cappuccio?

Ruggero Cappuccio (Torre del Greco, Napoli, 1964) è scrittore, drammaturgo e regista. Come autore di teatro esordisce nel 1993 con Delirio Marginale (Premio Idi) e Il sorriso di San Giovanni (Premio Ubu novità italiana 1997). Per la collana Classici del teatro Einaudi pubblicaShakespea Re di Napoli (Premio Speciale Drammaturgia Europea 1995),Edipo a Colono (2001) e Le ultime sette parole di Caravaggio (2012). Per il cinema e la televisione firma le regie di LigheaIl sorriso dell’ultima notte, Rien va e Paolo Borsellino Essendo Stato. È anche pubblicista sulle pagine della cultura del quotidiano “Il Mattino”. Con il romanzo La notte dei due silenzi (Sellerio, 2007) è finalista al Premio Strega 2008Per Feltrinelli pubblica Fuoco su Napoli (2010; Premio Napoli 2011) e La prima luce di Neruda (2016).

DETTAGLI

Genere: Letteratura Italiana
Editore: Feltrinelli
Data di uscita: 20 Ottobre 2016
Formato: Brossura
Listino: € 15,00
Collana: I Narratori
Pagine: 176
EAN: 9788807032141