IPAZIA MUORE Maria Moneti Codignola

Quel giorno, nella sua lontana infanzia, Ipazia ha adottato il costume della scienza come servizio reso a Dio; da allora è iniziato il suo cammino, che tuttora è in corso, verso l’unica forma di perfezione che è concessa ai mortali.

Ipazia

Maria Moneti Codignola dedicò la propria vita alla filosofia e quindi chi se non lei poteva parlarci di una delle figure più affascinanti della storia del pensiero filosofico? Con Ipazia muore, edito dalla Tartaruga Edizioni, l’autrice rende omaggio a una pagina della storia filosofica forse poco nota, raccontata nel 2009 anche da Alejandro Amenábar con film Agorà, che vedeva Rachel Weisz nel ruolo di Ipazia.

Con Ipazia muore, Maria Moneti Codignola analizza tutti gli aspetti della vita esistenziale e intellettuale di Ipazia, durante quel periodo storico di passaggio dal paganesimo al cristianesimo, focalizzando l’attenzione del lettore su quello che è stato il ruolo assunto dalla Chiesa nei confronti di una delle menti più brillanti della storia.

Vissuta quindici secoli fa ad Alessandria d’Egitto, dove vi nacque nel 370 d.C., Ipazia si distinse in tutte quelle discipline al tempo a esclusivo appannaggio degli uomini: sapiente filosofa, si dedicò alla divulgazione del sapere matematico, geometrico e astronomico, scienziata ed esponente di spicco della cultura ellenica alessandrina, nonché influente personalità politica, riuscì a raggiungere una posizione eccezionale per una donna del suo tempo.

Iniziata agli studi scientifici dal padre Teone, egli stesso insegnante di matematica e astronomia al Museo di Alessandria, dove fu uno dei suoi grandi maestri, Ipazia, dotata di grande intelligenza, possedeva una cultura tale da superare quella degli intellettuali del suo tempo. E così come Teone, insegnò alla scuola platonica, le cui lezioni veniva seguite da allievi provenienti da tutte le parti dell’Impero, tra i quali ricordiamo Sinesio di Cirene, suo allievo prediletto. Quella stessa scuola all’interno della quale vi si trovava la più grande biblioteca del mondo antico, uno dei principali centri culturali ellenistici, che raccoglieva quattrocentomila volumi composti in più opere e novantamila semplici.

Ad Alessandria, questa è la sua tradizione e la sua identità più propria, tutti gli studiosi si rispettano e rispettano le religioni degli altri, perché sanno che il divino si manifesta agli uomini in infiniti modi e ciascuno lo custodisce nel proprio animo secondo la peculiarità della sua mente e della sua indole.

Cosmopolita, Ipazia si considerava cittadina del mondo, oltre a essere stata il primo matematico donna della storia, studiosa di astronomia e meccanica, si dilettava nell’inventare strumenti scientifici, quali l’idrometro di ottone graduato per misurare la densità specifica dei liquidi e l’astrolabio per misurare la posizione dei pianeti, delle stelle e del sole.

Per comprendere Ipazia però bisogna collocarla nel periodo storico in cui visse, caratterizzato dalla lotta che per secoli vide affrontarsi con alterne vicende paganesimo e cristianesimo e dove il potere imperiale, a distanza di un secolo dall’Editto di Costantino, aveva dichiarato guerra ai culti pagani, concedendo libertà ai cristiani.

La vita di Ipazia cambia nel momento in cui incrocia quella del vescovo di Alessandria, Cirillo che, fattosi forte dell’appoggio imperiale concesso alla Chiesa, comincia a perseguitare pagani e giudei, vittime nel 414 di un vero e proprio pogrom.

Un’ora dopo nello stadio di Tessalonica non c’erano più che cadaveri – uomini, donne, bambini, vecchi – tutti riversi a terra, con gli occhi sbarrati dall’orrore e dalla sorpresa. Questo servirà di lezione a tutta Tessalonica e alle altre città che volessero imitarla.

Questo perché a partire dal 314 il cristianesimo venne dichiarato religione di Stato, tutelato da leggi imperiali che prevedevano la pena di morte per i pagani impegnati a celebrare i loro riti. Su Alessandra d’Egitto gravava la presenza del vescovo Cirillo, a causa della quale la situazione degenera, dato che ritiene pagani e giudei colpevoli di aver ucciso il Salvatore, il Figlio di Dio.

Cirillo invidioso dell’ammirazione e della popolarità di cui godeva Ipazia, furente poiché il prefetto Oreste segue i consigli di questa donna, e facendosi forte del fatto che è una pagana, scatena contro la filosofa i Parabalani i “giovani egizi cristiani, tra i più violenti e fanatici, quelli che credono di acquistare meriti presso Dio se distruggono gli ultimi focolai di paganesimo, se uccidono qualche non credente, pattugliano i quartieri alti di Alessandria, dando la caccia al pagano”.

Quindi fanatici monaci del deserto, facenti parte di quelle file di zeloti che dall’impassibilità ascetica erano diventati sovversivi, considerati il braccio armato della Chiesa, al punto che nel 415 vengono ingaggiati per trucidare Ipazia. La Chiesa, nella persona del vescovo Cirillo, condanna quella donna che si dedica allo studio invece di rimanere sottomessa al marito, imponendole di tenersi lontana dalle mondanità e soprattutto di non rendersi ridicola dedicandosi alle lettere, alle arti e alle scienze. Così, durante una messa il vescovo si scatena contro Ipazia, facendo presa sul fanatismo religioso con cui alimenta la sua folla.

I Parabalani, su incarico di Cirillo, dilaniarono il corpo di Ipazia, lo fanno a brandelli con cocci acuminati, le asportarono gli occhi dalle orbite, dando alle fiamme ciò che ne rimane.

Nel 1882 la Chiesa dichiarò il vescovo Cirillo santo e suo dottore, anche se incontestabilmente il suo operato è stato condannato più volte.

La storia di Ipazia, affrontata da Maria Moneti Codignola con grande abilità narrativa, offre importanti spunti di riflessione per comprendere la storia dell’Impero romano d’Oriente, la posizione della Chiesa durante la lotta tra pagani e cristiani, ma soprattutto apre la mente a quello che era il concetto di donna, filosofa e scienziata, nel corso delle dispute del tempo. L’autrice, nel fornire una visione più umana del personaggio, mette a nudo, prima della studiosa, la donna con le sue debolezze, i suoi punti di forza e la sua straordinaria determinazione.

La filosofa Ipazia pensa che l’unico modo di avvicinarsi a Dio è prendere le distanze dalla propria limitatezza, insita nell’essere umano, fatta di scelte, dolori, gioie, colpe, meriti, dedicandosi completamente allo studio, alla comprensione e alla conoscenza “e per il resto adottare la Sua stessa divina indifferenza”.

La donna Ipazia, invece, subisce un passaggio graduale, inizialmente considera la vita priva di valore, poiché venire al mondo vuol dire legarsi alla prigione del corpo, che rappresenta il niente, divenendo parte di quella materia che è essa stessa nulla.

La vera sostanza di tutti noi, uomini e donne, liberi e schiavi, è la scintilla divina, la mente, che è un frammento di Dio e che ha brama di ritornare da lui.

Per poi cambiare visione nel momento in cui si riscopre figlia e al contempo donna: da un lato, sentendosi inondata da quella tenerezza, che solo una madre sa dare alla propria figlia e dall’altro, lasciandosi sedurre da quell’amore che le giunge inaspettato da colui che le sta da sempre accanto, anche se ricopre la condizione di schiavo. Solo così i suoi interessi scientifici prendono un corso diverso, all’improvviso la vita comincia a incuriosirla.

Ora è questo mondo che l’affascina e che trattiene la sua attenzione, la meraviglia dell’organizzazione di tutti i viventi, i mille modi pieni di astuzia che ogni piccola vita escogita, per portare a termine il suo assurdo scopo, di continuare a vivere e di riprodursi, per vivere e poi ancora riprodursi, all’infinito.

Ipazia nei secoli è stata spesso idealizzata e ancor più spesso fraintesa, ricordata come una sacerdotessa, martire e persino strega, eppure nulla di tutto ciò le si addice; prima di tutto è stata una donna capace di imporsi in un contesto storico-sociale dove certi studi e forme di pensiero non si addicono al suo ruolo; poi è stata una scienziata dotata di grande intelligenza, intuito e sensibilità e infine una filosofa, che ha saputo ricercare nel significato dell’esistenza equilibri e armonia, insegnando rispetto e ricerca della verità.

La sua rappresentazione distopica di ciò che sarebbe stato in futuro a causa del cristianesimo è stata trasformata dalla storia in un atto di preveggenza: “Forse, se saranno loro a vincere la partita – e tutto fa pensare che sarà così – ci saranno secoli tremendi, secoli di orrori, che sconvolgeranno la terra”.

Dio attraversa tutte le religioni e lo fa con passo lieve, poi la cultura del luogo ne plasma il credo: pagani, cristiani, buddisti, mussulmani tutti godo della centralità divina e tutti assolvono un ruolo rituale e così, nel corso della lettura, vengono mostrati i pagani perseguitati dai cristiani che, nascosti e in comunione, consumano un pasto dove “Mangiare insieme, anche quando non si ha fame, è comunque un rito che rincuora. Spezzano il pane e fanno passare dall’uno all’altro un calice di vino, e così si sentono più uniti, più solidali e pieni di coraggio, per la battaglia che li aspetta l’indomani”. Come Gesù fece con i suoi Apostoli.

La storia, disseminata d’ingiustizie, insegna che gli uomini non imparano dagli errori del passato, così come il ricordo stesso dell’errore non ne esclude un suo eventuale ritorno.

Forse è l’aria della sera, che trasporta mille fruscii e mille suoni ingannevoli, ma Demetra giurerebbe che una voce sta sussurrando: “Anche a me, Demetra, importa di te, del tuo viso, delle tue mani, del tuo corpo che non potrò più abbracciare; ma se tu mi pensi con tutto il cuore, se lo desideri veramente, allora potrai sentire la mia carezza sulle tue guance, e il mio bacio sulla tua fronte. Stringimi a te, madre, ho bisogno del tuo calore; non dimenticarmi e fa sì che io non sia mai dimenticata”.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Poche donne nella storia ebbero la possibilità di distinguersi nelle discipline scientifiche, considerate appannaggio maschile. Molte dovettero pagare questa passione con la vita, quasi fosse una colpa di cui vergognarsi. La più nota, nella tarda antichità, fu senza dubbio Ipazia, scienziata e filosofa, nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C., inventrice di strumenti come il planisfero e l’astrolabio. Figlia del matematico Teone, e lei stessa prima matematica della storia, fu la più nota esponente alessandrina della scuola neoplatonica, circondata dal rispetto di allievi giunti da ogni angolo del mondo. Vissuta in un’epoca confusa e intollerante, segnata dallo scontro fra la civiltà ellenistica e il protocristianesimo, la fama di Ipazia suscitò l’odio del vescovo Cirillo al punto da fargli tramare la sua uccisione, avvenuta nel 415. Aggredita da un gruppo di monaci fanatici, fu trascinata in una chiesa e uccisa a colpi di conchiglie affilate. Mentre ancora respirava, le cavarono gli occhi come punizione per aver osato studiare il cielo. Dopo averla fatta a pezzi cancellarono ogni traccia di lei bruciandola. Protagonista di una pagina poco nota della storia – raccontata anche in un fi lm tanto atteso quanto discusso come Agorà di Alejandro Amenábar – Ipazia è oggi considerata la prima martire pagana del fanatismo cristiano. In questo romanzo l’autrice ricostruisce la vicenda umana della filosofa, con i suoi affetti, la sua sete di conoscenza e il suo bisogno di amore: una donna la cui volontà non diede mai segno di piegarsi a ciò che il destino e la sua epoca le avevano riservato.

 

Chi è MARIA MONETI CODIGNOLA

Maria Moneti Codignola è stata docente di Filosofia Morale all’Università di Firenze. Ha studiato il socialismo utopistico, soprattutto francese, e la filosofia classica tedesca. Ѐ stata membro di alcuni gruppi internazionali di studio su temi di filosofia morale, utopia e bioetica.

 

DETTAGLI

Autore: Maria Moneti Codignola

Prefazione: Eva Cantarella

Editore: La Tartaruga

Collana: Narrativa

Data uscita: 27 giugno 2019

Formato: brossura

Pagine: 284

Listino: € 18,00

EAN: 9788894814194

LA GUERRA DI ROMAIN GARY Laurent Seksik

Convinto del potere soprannaturale delle sue preghiere, adesso ogni sera, nel silenzio della sua stanza, si rivolgeva all’Eterno: “Mio Dio, Signore di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe e di Aronne, fa’ che mio padre Arieh Kacew Cohen torni fra i suoi, che mia madre ritrovi il sorriso, che il mio destino si conformi a quello di tutti i figli, che i nostri tormenti abbiano fine e la vita torni a essere dolce. Amen.”

IMG_20200530_165324.pngUn padre non lo si può inventare, ma reinventare sì, esattamente per come lo si desidera e questo è ciò che fece uno dei più grandi scrittori del Novecento, Romain Gary, pseudonimo di Roman Kacew, di cui ci racconta in modo magistrale lo scrittore francese Laurent Seksik nel suo ultimo romanzo La guerra di Romain Gary, uscito in Italia il 30 aprile, in edizione Frassinelli.

L’autore, senza voler delineare una biografia, in un racconto romanzato, ci mostra quelle che furono le due giornate fondamentali nella vita di Roman Gary, nel periodo in cui ancora vive a Vilna, in Lituania, con la madre Nina, mettendo in evidenza le ragioni da cui scaturirono i tratti salienti, che hanno contraddistinto la sua personalità. Il libro, suddiviso in tre parti, scorre davanti agli occhi del lettore nello stesso modo in cui potrebbe scorrere un film, riportando in dietro nel tempo con le sue ambientazioni e descrizioni.

La prima parte è dedicata alla giornata del 26 gennaio 1925, mentre la seconda ci racconta il giorno successivo; l’epilogo mostra cosa accadde a Vilna e ai suoi abitanti, diciotto anni dopo.

All’inizio della narrazione Roman è un bambino di soli dieci anni, che ha subito la separazione dei genitori, con tutte quelle elaborazioni psicologiche tipiche di un bambino della sua età, infatti addolorato dalla scelta del padre di abbandonarli per rimanere con la propria amante, pensa che la colpa di tutto sia sua, pur nutrendo nel proprio cuore la speranza di una riconciliazione familiare, con il pentimento e il conseguenziale ritorno del padre.

Ma quando prenderà coscienza dell’imponderabilità degli eventi, pur amando profondamente il padre, tanto da volerlo addirittura emulare nel lavoro di pellicciaio, lascia Vilna, salvando se stesso e la madre.

Nina, la madre di Roman, è una donna apparentemente fragile: abbandonata dal marito, ha perso il figlio maggiore e gestisce un’attività sull’orlo del fallimento, eppure ha un sogno nel cassetto, lasciare la Gerusalemme della Lituania, per trasferirsi con Roman a Parigi, dove spera di svolgere con maggiore successo il suo lavoro di modista. Niente più la trattiene a Vilna.

Lei voleva vedere la luce, finalmente. Sognava di andare nel Sud della Francia, là dove, aveva letto, il sole splendeva tutto l’anno, l’inverno era mite, il cielo azzurro e il mare sempre calmo.

Prima della seconda guerra mondiale, Vilna era popolata da 60.000 ebrei, tanto da essere soprannominata la Gerusalemme del nord, la Gerusalemme della Lituania, con lo scoppio della guerra si trasformerà in uno dei maggiori ghetti nazisti, istituiti dal Terzo Reich nei territori occupati del Reichskommissariat Ostland.

E proprio durante l’occupazione nazista della Lituania, l’intera popolazione ebraica fu confinata nel centro della città di Vilna; Himmler, comandante della polizia e delle forze di sicurezza del Terzo Reich, voleva la Lituania Judenfrei, libera da ebrei. Poche migliaia di persone, tra le decine di migliaia confinate nel ghetto, sopravvissero all’Olocausto. La maggior parte di loro fu deportata nei campi di concentramento di Treblinka, Sobibor e Auschwitz.

L’ufficiale dovette convenire. Adesso, tutto era più agevole. Fine delle vie crucis sui sentieri del bosco. Basta con le pallottole, basta con le mitraglie. Si raggruppavano gli ebrei alla stazione. Si riempivano i convogli. Si chiudevano i portelloni dei carri bestiame. Il treno correva sui binari fino a destinazione.

Tutti i personaggi che animano La guerra di Romain Gary sono ben delineati, ognuno con un suo tratto caratteriale ben preciso: gli amici di Roman, i suoi genitori, gli abitanti del ghetto, tutti con un proprio bagaglio esistenziale, tutti accomunati dallo stesso destino: Yankel Grumbaum, Saša Golberg, Ethel Suszynski, il rabbino Abraham Ginzburg, Maša Weiter figlia del poeta Aron Weiter, Ephraim Shlomovitz, Hermann Freizskin.

Tutti conosceranno un destino simile, uomini, donne, bambini, vecchi, soltanto diciotto anni più tardi. Sessantamila anime sterminate. Tutto ciò che Vilna contava di ebraico.

I temi trattati nel corso della narrazione fanno di una storia passata un racconto moderno, infatti la separazione dei genitori di Roman, l’odio razziale con al centro l’antisemitismo, i pogrom, il bisogno di riscatto da una vita di miseria sono tutte tematiche purtroppo sempre attuali.

Ed è così che Laurent Seksik, con una prosa struggente, riporta in vita una pagina di storia individuale e collettiva, utilizzando un linguaggio evocativo e al contempo potente, ancor più valorizzato dalle scelte linguistiche e quindi dalla traduzione di Francesco Bruno.

E a conclusione un epilogo, a diciotto anni di distanza dalle due giornate principali, che pone fine ai destini di coloro che sfiorarono o coinvolsero direttamente la vita di Roman, mostrando chiaramente quelle che furono le sorti degli abitanti del ghetto, ma soprattutto rivelando la triste sorte a cui andrà incontro Arieh Kacew con la seconda moglie, Frida Bojarski e i due figli.

Infatti, in un dialogo con l’ufficiale in capo delle SS, Arieh Kacew palesando il proprio sollievo nell’aver saputo quella che è stata la sorte di Roman, dopo aver abbandonato il ghetto di Vilna con la madre, decreterà la sua condanna a morte:

A Vilna ho incontrato un tale che aveva avuto sue notizie da un membro del governo polacco in esilio. Quell’uomo mi ha spiegato che Roman è un soldato della Francia libera.

Lasciando Vilna, Roman riuscì a salvarsi per diventare uno dei più grandi personaggi della letteratura mondiale, un artista, un cineasta, uno dei più importanti pensatori del Novecento, prendendo in mano le redini di quel destino che una zingara, durante una giornata di fuga da casa, gli aveva già rivelato:

Vedo giorni terribili”

“Terribili?”

“Vedo la morte…”

“La morte!”

“La morte che falcia intorno a te. Ovunque, senza posa, una morte immensa e brutale, una morte come non l’ho mai vista.”

“Devo morire?”

“La dove guardo tu non muori.”

Quella morte e distruzione che solo con il termine pogrom si riesce bene a rappresentare e che il nazismo volle trasformare in una forma di culto, come sottolinea l’ufficiale delle SS ad Arieh Kacew:

“Guarda il mio distintivo, Kacew, il distintivo delle SS. Noi abbiamo il culto della morte. Dunque, non cercare di impietosirmi, Kacew!”

E ancora la zingara a Roman:

“Vedo luce.”

“Luce?”

“Una luce immensa, grande quasi quanto la morte.”

Ѐ la luce brillante di quella vita straordinaria che attendeva il protagonista, di quel destino che fece di un Litvak, di un piccolo ebreo lituano, di soli 10 anni, di nome Roman Kacew, il grande Romain Gary.

Romain Gary morirà suicida il 2 dicembre 1980 a Parigi.

 

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Prima di inventare i suoi alter ego, prima di scrivere i romanzi migliori della sua generazione, prima di cucirsi addosso una vita da leggenda, Romain Gary aveva inventato l’unica cosa che aveva perso per sempre: un padre. È la fine di gennaio del 1925, a Vilna, e Roman Kacew è un bambino di dieci anni, gracile ma pieno di vita, che guarda il mondo disperato degli adulti con stupore e senso di attesa. Che cosa succederà alla mamma Nina? Lei ha perso il lavoro di modista, il marito l’ha lasciata per un’altra, i creditori le stanno portando via tutto e sente che quella città, e specialmente il ghetto ebraico che tutti chiamano la Gerusalemme del nord, le sta stretta. Il suo sogno è partire per Parigi, dove forse qualcuno vorrà ancora i suoi bellissimi cappelli. Il suo sogno è partire con Roman, il figlio amatissimo, l’unico affetto che le rimane. E che cosa succederà al padre Arieh, che vive già con l’altra e non ha un lavoro stabile per provvedere a nessuno? Roman non lo sa e allora fa quello che farebbe qualunque bambino: inventa una storia. Scrive la leggenda di un padre famoso, da portare con sé nel suo viaggio verso un’esistenza tutta nuova. Quella che trasforma il piccolo Roman nel grande Romain Gary, l’autore di uno dei libri più belli della letteratura francese. La vita davanti a sé. Come già ne Il caso Eduard Einstein (Frassinelli, 2014), Laurent Seksik scava magistralmente nelle vite dei personaggi che racconta, per restituire non tanto una verità biografica, quanto le ragioni e i sentimenti alla base della personalità di uno dei più grandi scrittori del Novecento.

 

Chi è LAURENT SEKSIK

Laurent Seksik è nato a Nizza nel 1962, dove ha studiato medicina. Parallelamente alla professione di radiologo, Seksik si è dedicato alla scrittura: ha pubblicato diversi romanzi tradotti in una dozzina di Paesi e collabora con diversi giornali. In Francia Il caso Eduard Einstein è stato a lungo in classifica e finalista dei premi più importanti: il Goncourt e il Fémina.

 

DETTAGLI

Autore: Laurent Seksik

Titolo:La guerra di Romain Gary

Editore: Frassinelli

Prezzo: € 18,00

ISBN: 9788893420341

Pubblicato: 30 aprile 2019

Pagine: 280