L’IMPORTANZA DELLE PAROLE

Parlando di lingue, è più che nota l’importanza dell’inglese, oggi più di ieri, un’importanza su cui incidono diversi fattori: in primo luogo è una lingua parlata in tutti i continenti, inoltre è la più utilizzata in ambito internazionale, nel commercio e negli affari, è la lingua ufficiale dei Paesi più influenti del pianeta, è la più studiata ed è la lingua più parlata su internet.

Quest’ultimo fattore ha fatto sì che alcuni inglesismi si riversassero e diventassero di uso comune in italiano: fotogallery, influencer, hater, youtuber, masterchef, black Friday, stepchild adoption, spending review sono solo alcuni; molti altri se ne potrebbero aggiungere che fungono da supporto linguistico, soprattutto in ambito tecnologico e informatico.

Così si viene a creare una sorta di miscellanea linguistica, con l’introduzione di nuove terminologie, a sostegno di idiomi sempre più globalizzati e in continua evoluzione.

E se nella lingua italiana la parola più lunga è precipitevolissimevolmente, forse non tutti sanno che la parola più lunga al mondo è un termine scientifico utilizzato per identificare una proteina, la connectina, indicata come Methionylthreonylthreonylglutaminylarginyl… impronunciabile nel suo complesso, a causa della difficoltà determinata dalle sue 189.819 lettere.

Incredibile, vero?

La lingua è un sistematico arricchirsi non solo di vocaboli stranieri ma di parole in grado di adeguarsi ai tempi e luoghi in cui nascono, ricordiamo qualche anno fa l’introduzione nel dizionario della parola petaloso e l’uso anche giornalistico di carrambata e ancora asinocrazia, balotellata, webete, spesometro, azzardopatia, fantuttone.

Poi ci sono parole straniere come mooreeffoc o nacirema, dalla storia etimologica molto interessante e particolare, che assolvono la loro funzione esplicativa attraverso un rovesciamento della lettura, per cui per riuscire a comprenderne origine e significato bisogna leggerle al contrario.

Mooreeffoc è un termine legato alla biografia di Charles Dickens, in cui lo scrittore, raccontando gli anni della sua gioventù vissuta in povertà, scrisse:

Sulla porta c’era una targa ovale di vetro con le semplici parole Coffee Room, scritte sopra in modo che potessero essere lette dalla strada. La conseguenza era che a me, che stavo dentro il caffè, queste parole apparivano come mooR eeffoC e ancora adesso il veder talvolta delle iscrizioni a rovescio mi produce una singolare scossa al sangue.

Quindi una parola irreale, inventata dal famoso autore britannico, nota anche come effetto Mooreeffoc, utilizzata per sottolineare la stranezza delle cose comuni quando vengono viste da una nuova prospettiva; una parola rara, per evidenziare l’importanza di un cambio del punto di vista. Fantasia e creazione immaginifica sono le armi di una mente creativa, capace di andare oltre le razionali ovvietà.

L’aneddoto è stato riportato da Gilbert Keith Chesterton nel suo Ortodossia e anche J. R. R. Tolkien riprende l’argomento sull’importanza del cambio di punto di vista, nel suo saggio Sulle Fiabe:

La fantasia creativa, dal momento che tenta soprattutto di fare qualcos’altro (qualcosa di nuovo), è capace di aprire il vostro forziere e far volare via tutte le cose in esso racchiusevi, come uccelli da una gabbia. Le gemme si trasformano tutte in fiori e fiamme, e vi accorgerete allora che tutto ciò che avevate (o sapevate) era pericoloso e dotato di poteri, nient’affatto saldamente impastoiato, sì anzi libero e selvaggio; e tanto poco vostro quanto quelle cose non erano voi stessi.

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Tolkien coglie l’essenza della questione; lette, scritte, cantate o recitate le parole sono storie pure e semplici, nate tutte dalla capacità di andare al di là dell’ovvio e percorrere strade ancora inesplorate. E infatti qualche cosa di simile all’effetto Mooreeffoc accadde anche a Tolkien mentre correggeva il compito di un suo alunno, colto da noia, girò il foglio e scrisse: In un buco nella terra viveva uno hobbit, senza sapere nemmeno cosa fosse un hobbit. Il prosieguo di quella frase dovreste conoscerlo.

Anche Nacirema non è altro che il termine americano scritto al contrario, su Wikipedia viene riportato che si tratta di “un termine usato in antropologia e la sociologia in relazione agli aspetti del comportamento e della società dei cittadini degli Stati Uniti d’America. Il neologismo tenta di creare un senso di auto-deliberata presa di distanza, in modo che gli antropologi americani potrebbero guardare la propria cultura in modo più obiettivo.”

Tutto ciò mostra come la parola ricopra in ogni lingua un ruolo fondamentale, non solo per la comprensione e quindi la comunicazione, ma anche per lo studio del suo etimo, che ne permette il giusto utilizzo in ambito linguistico.

Senza le parole non potremmo scrivere, leggere, pensare, essere… è la parola a definirci! Le parole danno voce all’esperienza umana.

A seguire una serie di vocaboli inglesi che trovo particolarmente interessanti, PER PROSEGUIRE con alcuni vocaboli italiani, che magari per qualcuno saranno solo parole orrende, eppure costituiscono una piccolissima parte dell’ossatura linguistica su cui si fonda il prezioso bagaglio culturale, espressivo e comunicativo di quel dedalo infernale che è la lingua italiana:

VELLICHIOR: la strana malinconia delle librerie di libri usati

SOPHROSYNE: uno stato d’animo, caratterizzato da autocontrollo, moderazione e una profonda consapevolezza del proprio vero sé e risultante in vera felicità

FERNWEH: un dolore per i luoghi distanti; il desiderio di viaggiare

PSITHURISM: il suono del vento tra gli alberi e il fruscio di foglie

PLUVIOPHILE: un amante della pioggia; qualcuno che trova gioia e tranquillità durante i giorni di pioggia.

PETRICHOR: il meraviglioso odore nell’aria dopo che ha piovuto

CODDIWOMPLE: viaggiare in modo intenzionale verso una vaga destinazione

Ed ecco alcuni vocaboli italiani poco usuali:

(dalla TRECCANI dizionario enciclopedico)

Granciporro: nome di varie specie di granchi, in partic. di Cancer pagurus, commestibile, che può raggiungere notevoli dimensioni. 2. In senso fig., non com. (per lo stesso traslato, o per scherz. alterazione, di granchio), errore madornale, strafalcione.

Cervògia: antico nome di una specie di birra, fatta con orzo o avena fermentata; usato spesso, in poesia e nella lingua letter., come sinon. di birra.

Cernécchio: ciocca di capelli arruffata, ricciolo sfatto.

Solipsista: chi aderisce alla teoria o alle posizioni proprie del solipsismo. Per estens., in usi letter. o elevati, chi ha un atteggiamento di soggettivismo estremo, o chi non vede che il proprio mondo, ignorando o trascurando quello degli altri.

Onusto: carico, meno com. aggravato.

Almanaccare: fantasticare; stillarsi il cervello per trovare un espediente o per indovinare qualche cosa

Sicofante: parola di formazione chiara ma di sign. incerto; secondo un’antica interpretazione, sarebbe in origine colui che denunciava l’esportazione clandestina di fichi dall’Attica. Lett. chi denuncia qualcuno…

Gnomico: sentenzioso; che contiene o è ricco di sentenze, o è costituito da sentenze. In partic., presso i Greci, poesia gn., genere tradizionale di poesia sentenziosa e moraleggiante che si conclude con la gnome o sentenza, racchiusa in un verso esametro o trimetro giambico o in un distico elegiaco.

Còmputo: il computare, conto, calcolo. 1. Nella contabilità relativa ai lavori di costruzioni edilizie, c. metrici, i calcoli numerici tendenti ad accertare la quantità delle singole specie di lavoro; c. estimativi, quelli tendenti ad accertare il costo economico delle opere. 2. Computo ecclesiastico, complesso dei calcoli che servono per regolare il tempo per gli usi ecclesiastici (determinazione della Pasqua e delle feste mobili) sulla base dei seguenti elementi: lettera domenicale, ciclo solare, indizione romana, numero d’oro e epatta.

Carampana: donna volgare, sguaiata, oppure brutta e vecchia.

Mooreeffoc

 

NAPOLETANO? E FAMME ‘NA PIZZA! Guida ironica per sfuggire ai luoghi comuni partenopei Vincenzo Salemme

Persino la religione ci ricorda che polvere eravamo e polvere ritorneremo. E allora viva la fantasia che ci permette una via di uscita. Viva la cultura quando resta immaginazione.

salemmeFiglio della città partenopea, di cui ne esprime a pieno spirito e sensibilità, Vincenzo Salemme non è solo un attore, un po’ come Napoli, racchiude in sé mille sfaccettature: commediografo, doppiatore, comico, sceneggiatore, regista teatrale e cinematografico, si rivela anche scrittore, esordendo nel 2018 con il noir La bomba di Maradona, un romanzo edito da Baldini+Castoldi e ambientato a Napoli.

Il 27 febbraio è tornato in libreria con un libro divertente dal titolo Napoletano? E famme ‘na pizza! Guida ironica per sfuggire ai luoghi comuni partenopei, sempre edito da Baldini+Castoldi, dove, con sagace ironia, ci mostra una napoletanità, associabile a uno stile di vita, fortemente identitaria, tipica di chi nasce e vive a Napoli, una sorta di marchio di fabbrica, che solo il napoletano verace possiede, “una patente che ti viene data alla nascita ma che, a differenza di tutte le altre origini identitarie, è mille volte più dispotica, ardua e insidiosa”.

Questo perché essere napoletani significa manifestare un’appartenenza tale da riuscire a inficiare ogni ambito della vita, ma che richiede “devozione e disciplina assolute, nonché il rispetto di un gran numero di regole”.

Eppure l’assunto di questa guida ironica parte da una domanda che Salemme si pone e al contempo pone al lettore: essendo nato a Bacoli, un comune di Napoli, può o non può definirsi a tutti gli effetti un “Napoletano Verace”, come tutti coloro che nascono a Napoli città? E i Probi Viri, come chiama Salemme i napoletani veraci, che criticano i napoletani che non si dimostrano tali, avranno da ridire? Al lettore l’ardua sentenza.

E qui entra in gioco la lista, redatta dall’autore con dovizia, in cui riporta una serie di stereotipi, che accompagnano il napoletano e che danno corpo a questa guida, per sfuggire ai luoghi comuni partenopei; a conclusione di ogni capitolo, Vincenzo Salemme si abbandona a una confessione, di ordine opposto e contrario al luogo comune esposto, attraverso la quale vuol dimostrare che, malgrado tutto, lui è e si sente un napoletano DOC.

Facciamo così: io vi dico quello che penso di ognuna delle voci che ho sopra elencato, ma alla fine di ogni paragrafo vi rivelo anche un mio peccato, un mio piccolo tradimento a ognuno dei nostri riti consacrati dalla Storia e dal Popolo.

Lo humour di Vincenzo Salemme, con la sua capacità di cogliere gli aspetti comici e paradossali della vita, accompagna il lettore lungo il percorso narrativo, velato da un pizzico di appocundria da cui emerge il profondo amore dell’autore per Napoli, il tutto esposto in un tono discorsivo, che a tratti si fa colloquiale.

Essendo una guida, il lettore viene introdotto alla conoscenza di tutti quei luoghi comuni, invariati per secoli, intorno a cui viene strutturata la napoletanità, spaziando dalla pizza, al caffè, per giungere alla religione attraverso San Gennaro, con un cenno a San Patrizia, sino a raccontare dei grandi della napoletanità, quali Totò, Troisi, Eduardo De Filippo, per coinvolgere il pensiero filosofico di Benedetto Croce, approdando alle prelibatezze tipiche partenopee, note ormai in tutto il mondo, quali la mozzarella, la pastiera, i dolci di Natale. Non può mancare un cenno alla camorra, argomento introdotto affiancando la commedia Il sindaco del rione sanità e includendo Gomorra che “ce lo teniamo così com’è e gli auguriamo lunga vita, e speriamo che serva da monito per ricordarci sempre che, mentre il giorno e la luce sono patrimonio della Napoli di Un posto al sole, il buio e le tenebre sono il patrimonio dell’universale natura umana, quella che parla la lingua del male ma purtroppo non abbiamo i sottotitoli per capirla e combatterla“.

Quindi tutti “segni identitari, ma di una cultura dispotica e dogmatica”.

Un insegnamento importante, quello che è possibile cogliere dalle pagine di Vincenzo Salemme, per cui dobbiamo avere il coraggio di liberarci da tutte quelle sovrastrutture che ci vogliono ingabbiati in stereotipi, radicalizzati attraverso futili preconcetti… liberi di esprimerci per potere essere!

Lasciamo che chi ci guarda non veda in noi un napoletano, ma un essere umano e che non venga più spontaneo pensare: “Napoletano? E famme ‘na pizza!”

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Dici Vincenzo Salemme, dici Napoli. Infatti non c’è sua opera, sia essa teatrale o cinematografica, e recentemente anche narrativa, che non ci cali nell’atmosfera del Golfo e, soprattutto, che non ce ne trasmetta i colori vividi, la filosofia, il modo di intendere la vita. A volte però essere napoletani è difficile: bisogna farsi piacere il caffè bollente, mangiare il ragù la domenica e il capitone a Natale, saper raccontare barzellette, suonare il mandolino e cantare perfettamente intonati i grandi classici della canzone partenopea, amare la pizza sopra ogni cosa, saper nuotare e fare il bagno in ogni stagione dell’anno… Ma come mai, si è chiesto Vincenzo, tutte queste pretese le subisce soltanto chi è napoletano mentre chi nasce da un’altra parte è in fin dei conti più libero di essere e fare quel che gli pare? È da una domanda come questa che nasce il suo nuovo libro, una confessione sincera ed esilarante che ci mostra un altro volto di Napoli e dei suoi abitanti. Attraverso un viaggio negli stereotipi e nei luoghi comuni più duri a morire, Salemme ci racconta quanta “fatica” comporta essere sempre all’altezza delle aspettative e quanto è liberatorio, invece, rompere ogni tanto gli schemi, per essere soltanto se stessi.

Chi è VINCENZO SALEMME

Vincenzo Salemme (Bacoli, 1957) è attore, commediografo, regista teatrale e cinematografico, sceneggiatore, ed è uno dei più popolari artisti della sua generazione. Dagli anni Settanta, in cui a teatro era uno degli interpreti preferiti da Eduardo De Filippo, a oggi, campione di incassi con i suoi film, Salemme rappresenta l’anima migliore di Napoli, quella popolare e insieme nobile, e lo fa sempre con la sensibilità e lo spirito dei figli prediletti della città. Fra le messe in scena da lui firmate, ricordiamo solo l’ultima (per ora…) Con tutto il cuore. Al cinema, sono molti i film che lo hanno visto nel doppio ruolo di regista e attore, da L’amico del cuore a E fuori nevica! In televisione, è stato recentemente protagonista di un esperimento di straordinario successo su Raidue: portare per la prima volta le sue commedie in diretta tv come fossero uno show televisivo vero e proprio. Nelle vesti di scrittore, nel 2018 Baldini+Castoldi ha pubblicato il suo esordio nella narrativa, il romanzo noir La bomba di Maradona.

DETTAGLI

Autore: Vincenzo Salemme

Editore: Baldini+Castoldi

Titolo: Napoletano? E famme ‘na pizza! Guida ironica per sfuggire ai luoghi comuni partenopei.

Collana: Le Boe

Data uscita: 27 febbraio 2020

Formato: brossura

Pagine: 160

Prezzo: € 15,00

EAN: 9788893882774