BIRRA E CULTURA? UN MUST!

Con l’aumentare delle temperature, aumenta il bisogno di bibite ghiacciate e la tentazione di una buona birra scandisce il tempo di molte serate.

Prodotta secondo un metodo naturale rimasto invariato da millenni, la birra è la bevanda alcolica più antica in commercio, il cui malto fermentato si trova in varie versioni dato che, contrariamente a quanto si possa credere, le birre non sono tutte uguali. Provenienza, gradazione, fermentazione, colore, ingredienti usati e sapore, ne determinano le caratteristiche peculiari.

Oggi alle tradizionali birre bionda, rossa, nera e chiara, si accompagnano le nuove light, ipocalorica, al limone e la più criticata di sempre l’analcolica, la cui comparsa in commercio spinse il noto giornalista del settore birraio di New York, Tom Roston, a sostenere che “La birra analcolica non sarà mai un prodotto di punta!”. Ma si sbagliava e marche come Beck’s, Tourtel e Heineken si sono presto adeguarono al cambiamento.

E ancora birra spalmabile bionda e scura della cioccolateria Napoleone di Rieti, la marmellata di birra, la birra giapponese, le birre d’abbazia e potremmo continuare all’infinito in base al paese di produzione.

Le origini della birra si perdono nella notte dei tempi, coinvolgendo letteratura, pittura, fumetti, cinema e cartoon. duff

Addirittura della birra se ne fa cenno in alcuni passi della Bibbia, pur essendo il vino la bevanda che tradizionalmente ricopre un ruolo centrale.

I greci e i latini, grandi amanti del vino, si pensi ai baccanali in onore di Bacco e Dionisio, fanno anch’essi riferimento alla birra. Eschilo ne Le Supplici ne parla e Tacito nel volume Germania deplora i popoli barbari per via di “un liquido, ricavato dall’orzo o dal frumento, fermentato pressappoco come il vino.”

Caio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio, nel libro XXXVII della Naturalis Historia, descrive la birra in maniera quasi scientifica, menzionandone due tipi, la zythum egiziana e la cerevisia della Gallia. Inoltre, sottolinea che presso i Celti era la bevanda fermentata più diffusa e aggiunge: “La Gallia e la Spagna fanno macerare le specie di cereali di cui abbiamo parlato, utilizzando come lievito la schiuma che si forma in superficie.”

Nella Roma imperiale la birra era anche impiegata nella cosmesi femminile per la pulizia del viso, mentre nelle Province era una bevanda molto apprezzata e largamente diffusa.

Viaggio in parallelo, birra e letteratura costituiscono un binomio quasi inscindibile, divenendo in alcuni casi un passaggio obbligato.

Ritroviamo la birra negli scritti di William Shakespeare il quale, come la maggior parte dei suoi connazionali, era un grande appassionato di birra. Nell’atto V dell’Amleto suscita desiderio nel becchino: “Adesso, per favore, va’ da Yaughan e fatti dare una pinta di birra”; in Sogno di una notte di mezza estate il folletto Puck è talmente dispettoso da far schiumare la birra. La riprova dell’amore incondizionato di Shakespeare per la birra trova piena espressione, ancora una volt,a in un passo dell’Amleto, quando un paggio di Falstaff, che si trova in Francia durante una campagna bellica, preso da un momento di sconforto pronuncia queste parole: “Ah, come mi vorrei trovare a Londra, in una birreria! Sarei disposto a barattare tutta la mia gloria per un gotto di birra e la pellaccia!

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In tempi recenti, anche la scrittrice Penelope Fitzgerald, dedica un passo alla birra nel suo Il fiore azzurro, romanzo Sellerio, in cui l’autrice racconta la vita di Friederich von Hrdenberg, noto come Novalis.

E ancora, il più grande top seller italiano, Andrea Camilleri, contribuisce a omaggiare la birra nel suo Il Birraio di Preston, edito da Sellerio.

Troviamo “tracce di birra” anche in Charles Dickens, ne Il Circolo Pickwick:

 

E su questo tono, con l’intermezzo casuale di qualche bicchiere di birra, a guisa di parentesi, quando si mutavano i cavalli della diligenza, continuò lo sconosciuto finché non fu raggiunto il ponte Rochester, e intanto i taccuini del signor Pickwick e del signor Snodgrass si erano andati ricoprendo di estratti delle avventure di costui.

Lo scrittore e drammaturgo gallese Dylan Thomas dichiara:

Non ho niente da sciogliere in un bicchiere di birra, tranne una libbra d’amore.

Frank Zappa scrisse che un Pese è veramente un Paese quando ha una compagnia aerea e una birra… e alla fine è di una bella birra che si ha bisogno; Charles Bukowski: “Avevo bisogno di una birra come base per ricominciare”, per ritrovare la birra anche in alcuni scritti di Goethe e George Orwell, che nel suo saggio, La luna in fondo al pozzo, descrive le caratteristiche del suo pub ideale, accennando alle qualità che la birra dovrebbe possedere.

Anche il cinema si fa passaggio obbligato: da John Ford, con il suo Un uomo tranquillo a Frank Capra, fino ai musical di Minnelli. Anzi, nel cinema americano, la birra gioca un ruolo antitetico al Wisky, rivelandosi una bevanda semplice e genuina, le cui caratteristiche si riflettono sul personaggio, per diventare la bibita tipica del protagonista impegnato in qualche indagine, tanto che nei polizieschi americani non manca mai. In tutti gli uomini del Presidente, Robert Redford e Dustin Hoffman ne bevono a fiumi e ancora beve birra in abbondanza Al Pacino nel suo Serpico. E come dimenticare il tenente Colombo, che a conclusione delle sue indagini, prende una birra, quasi fosse un premio.

Quello che conta è l’atto di fare. Per me girare un film equivale a fare castelli di sabbia. Si va in spiaggia con un gruppetto di amici e si costruisce un grande castello di sabbia. Quando è finito ci si mette seduti a bere una birra aspettando l’arrivo delle onde. Dopo venti minuti quello che riamane è solo sabbia. La struttura che si era costruita è rimasta solo nella testa della gente… afferma Robert Altman, in Altman racconta Altman, a cura di David Thompson.

Nel film del 1961, I due nemici, con Alberto Sordi e David Niven, il dialogo tra il maggiore Richardson (David Niven) e Burke (Michael Wilding) verte proprio sulla birra:

“Non so cosa darei per una tazza di tè.”

“E io non so che darei per una birra gelata servita da una cameriera con indosso soltanto un grembiulino.”

Insomma, la birra a 35 millimetri scorre a fiumi.

E così i grandi mastri birrai traggono ispirazione dalla letteratura attraverso titoli, personaggi e autori. In relazione ai luoghi di origine o agli ingredienti impiegati, nascono birre che, per gusto ed etichette, si legano ai grandi classici della letteratura di tutti i tempi.

Esempio ultimo, negli Stati Uniti, la fabbrica di birra Bell’s Brewery, del Michigan, la quale da fine maggio ha prodotto una birra in serie, con un IPA americano d’ispirazione tedesca, dedicata alla nota raccolta di poesie Leaves of Grass, nella sua traduzione italiana Foglie d’erba, di Walt Whitman. La raccolta Leaves of Grass, pubblicata per la prima volta nel 1855, è considerata un classico della letteratura americana.

bells leaves of grass main (Custom)

La produzione di birra Leaves of Grass della Bell’s si concluderà in maggio 2020: 7 nuovissime birre presentate ai consumatori ogni due mesi, dove ognuna prende il nome da una delle poesie di Whitman, mentre ogni ricetta è complementare alla stagionalità di quando ogni birra viene prodotta.

I tempi di produzione coincidono anche con il 200° compleanno di Walt Whitman.

Questo il programma seguito dalla Bell’s:

Maggio 2019: Song of Myself – American-Inspired American IPA (6.5% ABV)

Luglio 2019: The Prairie-Grass Dividing – Gose-Style Ale prodotta con prugna, sale e coriandolo (4.5% ABV)

Settembre 2019: Oh Capitano! Mio capitano! – TBA

Novembre 2019: per una locomotiva in inverno – TBA

Gennaio 2020: Song of the Open Road – TBA

Marzo 2020: Salut Au Monde! – TBA

Maggio 2020: Spontaneous Me – TBA

Se siete collezionisti e apprezzate tanto la birra, quanto il genio poetico di Walt Withman, non potete perdere questa nuova serie speciale e limitata in confezione da 6 bottiglie, ognuna da 12 once. Per ulteriori info, il link di riferimento della Bell’s Brewery, Inc. è  http://www.bellsbeer.com/

La Bell’s Brewery non è nuova a questo genere di lancio, negli anni hanno tratto ispirazione da diversi ambiti culturali, tutti riflessi delle molteplici passioni del suo presidente e fondatore, Larry Bell. Nel 2014 lanciarono le birre Bell’s Planets, ispirate a I pianeti di Gustav Holst, noto compositore e direttore d’orchestra inglese.

Come ha dichiarato lo stesso Larry Bell: “Questa serie è solo l’ultimo esempio di come le arti ci hanno ispirato a creare ricette nuove e innovative.”

Quindi da Ernest Hemingway che beveva per rendere le altre persone più interessanti, a Benjamin Franklin per il quale nella birra c’è libertà, nell’acqua ci sono batteri, fino a coinvolgere gli ambiti più disparati, basti pensare ai Simpson con la Duff Beer, la birra è diventata nel tempo un must, dimostrandosi un apporto complementare al processo creativo, nota di sofisticata freschezza!

Tuttavia, al di là dell’aspetto culturale e dell’interesse sociale, bere responsabilmente e con moderazione deve essere comunque e sempre prioritario… per salvarsi la vita e salvaguardare quella degli altri.

 

 

LA MIA CASA DI MONTALBANO Costanza DiQuattro

Io e il nonno di fronte a questo mare in lunghissimi silenzi o in sincere confessioni intervallate da retate improvvise di parenti vari, ci siamo detti e raccontati più di quanto io stessa riesca a ricordare.

montalbanoUn pomeriggio d’estate del 2010, dato che alloggiavamo a Scicli, decisi di portare i miei figli, allora piccoli, a sicca, come viene chiamata dai locali Puntasecca, quel piccolo borgo marinaro siciliano, frazione di Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, divenuto famoso per quella che milioni di persone ormai conoscono come la casa di Montalbano.

Faceva caldo. Ad accoglierci un mare che gareggiava con il cielo, rubandogli tutte le possibili tonalità del blu. Ammirata, di fronte quella casa rimasi un intero pomeriggio, domandandomi a chi potesse appartenere, quale storia potesse custodire le sue mura, in una realtà oltre la finzione.

Qualche giorno fa, esattamente il 23 giugno, presso la Piazzetta della Torre antistante la casa di Montalbano, a Puntasecca, è stato presentato il libro di Costanza DiQuattro, La mia casa di Montalbano, edito da Baldini+Castoldi, collana Le Boe. Si tratta di una biografia, dal tono evocativo, attraverso la quale l’autrice ripercorre gli anni vissuti durante la villeggiatura a casa dei nonni, in quella stessa casa che funge da residenza privata del Commissario Salvo Montalbano che, nell’invenzione scenica del grande Andrea Camilleri, è diventata la casa di Vigata.

In un passato non tanto remoto, quella stessa casa era per Costanza DiQuattro il luogo felice dove trascorrere le vacanze dai nonni, con i genitori e la sorella Vicky, mentre la routine quotidiana veniva filtrata dalla piena felicità data da una vita semplice fatta di pesca dei ricci, i bagni, i tramonti arti dal sole, le visite che si susseguivano in una giostra alternata di parenti, amici e personaggi illustri, quali Gesualdo Bufalino ed Elvira Sellerio.

Come afferma il regista Alberto Sironi, che dalla fine degli anni novanta dirige le puntate della famosa fiction RAI Il commissario Montalbano, “questo libro parla di quanta gioia abbia portato questa casa nell’animo di Costanza”. Una gioia tuttavia difficile da spiegare, perché per essere pienamente compresa andrebbe vissuta, eppure il lettore più attento si sentirà partecipe di tutta quella felicità che Costanza DiQuattro riesce a rievocare, con parole che spesso risuonano forti e incise:

Per il resto la giornata, salvo imprevisti, andava avanti così, tra bagni, polpette, sonnellini imposti e tramonti africani. I giorni si accavallavano ai giorni in un susseguirsi, a volte confuso altre volte nitido, di pacifica routine. Gesti ripetuti, orari rispettati, perfino le risate risuonavano sempre sulle stesse battute, sugli stessi argomenti, sulle storie del passato raccontate con meticolosa puntualità.

Durante la narrazione, i ricordi si fanno a tratti dolorosi e infine mesti là dove impregnati di quella nostalgica malinconia che travolge tutte le vicende legate a un’infanzia intrisa di una festosa spensieratezza, ormai capace di tornare a rivive solo nei ricordi di bambina dell’autrice. Ma si fa ancora più doloroso quando entra in gioco la perdita dei luoghi, avvenuta nel momento in cui venne deciso prima dal padre e, attraverso una scelta difficile, dal nonno, di cedere la casa al set televisivo del commissario Montalbano.

Di fatto questo fantomatico Montalbano era venuto e mi aveva rubato la casa, che non è un involucro di muri sul mare ma uno scrigno di ricordi che non ho avuto il tempo d’impacchettare e portare via.

Nella descrizione della casa e delle varie vicende familiari, l’autrice trascina il lettore nell’anima pulsante di una Sicilia ritualizzata da tutti quegli elementi che solo un siciliano riconosce nel senso e nel suo valore più profondo, perché tramandati di famiglia in famiglia, da generazione in generazione, quindi il bisogno del mare, che in un siciliano diviene assoluta necessità, l’amore indiscusso per la famiglia, i tramonti arsi dal sole cocente di Sicilia, i riposini pomeridiani, obbligo durante le lunghe giornate estive, le visite dei parenti e amici con il tradizionale pezzo duro (detto anche scumuni) da servire durante l’occasione. Ecco, in parte tutto ciò è Sicilia.

Quindi quella di Costanza DiQuattro una biografia evocativa e coinvolgente dal retrogusto dolce-amaro, che restituisce vita a una casa che “prima era mia e poi di tutti”.

Fu un attimo.

La porta si chiuse alle spalle e io ebbi la sensazione che nessuno l’avrebbe aperta mai più.

Per molti anni il ricordo di quella casa rimase sopito e a tratti lacerante.

Oggi la casa di Puntasecca, oltre a essere il set televisivo del commissario Montalbano, è anche un B&B, ma se vi recherete a visitarla, così come fu per me, vi basterà un’occhiata per comprende quanta serenità si percepisce tra quelle mura, impregnate di tutta quella gioia che solo l’amore di chi ci ha abitato e  le risate spensierate di due bambine che scendono leste le scale per raggiungere il mare, sanno dare a un luogo che sarà per sempre una casa dove aleggia la presenza rumorosa del nonno e quella elegante e pacifica della nonna. Una casa che si affaccia sul mare con uno sguardo imperturbabile e sornione, sorridente ed eternamente malinconico.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Sicilia, primi anni Novanta, una casa sul mare. La terrazza brulica di avventori accaldati, brocche di caffè freddo e aranciata presidiano la tavola, e i bambini seminano la sabbia sul pavimento. Tra loro, anche l’autrice, Costanza, che a tinte lievi e imbevute d’infanzia ripercorre la vita dentro e fuori le stanze della casa di villeggiatura di famiglia, prima che quelle facessero spazio al set televisivo ispirato ai romanzi più amati di Andrea Camilleri. In un valzer di ricordi, tra ospiti illustri, le corse ai ricci di mare e il confine impaziente tra l’inverno e l’estate, “La mia casa di Montalbano” regala personaggi insieme unici e veri: a cominciare dal nonno, chino sul pianoforte o in un baciamano, e dalla nonna, con la sua grazia decisa e i prendisole fiorati. Eppure, tutto non può che cambiare quando Punta Secca rinasce nella fittizia Vigata, il vecchio soggiorno in una camera da letto, e l’uomo di casa in un commissario di polizia: Salvo Montalbano. Una biografia corale e agrodolce che restituisce rughe, vita e passato a una casa che «prima era mia e poi di tutti» e ormai entrata, per rimanervi, nell’immaginario collettivo nazionale.

 

Chi è COSTANZA DIQUATTRO

Costanza DiQuattro (Ragusa, 1986), laureata in Lettere Moderne all’Università di Catania, dal 2008 si occupa attivamente del Teatro Donnafugata, teatro di famiglia restituito alla fruizione del pubblico dopo sei anni di restauri, e nel 2010 ne assume la Direzione artistica con la sorella Vicky, dando inizio a importanti collaborazioni artistiche con prestigiosi teatri nazionali e compagnie teatrali di fama. Parallelamente alle stagioni di prosa, di musica classica e di teatro per bambini, coadiuvata da uno staff tutto al femminile, si apre alla organizzazione di festival e mostre.

Ha collaborato con <<Il Foglio>> e poi con alcune testate online siciliane. Il suo campo di scrittura spazia dalla critica sociale al costume, dal mondo della cultura a quello più strettamente legato al teatro.

 

DETTAGLI

Autore: Costanza DiQuattro

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Le Boe

Data uscita: 20 giugno 2019

Formato: Brossura, illustrato

EAN: 9788893881944

Listino: € 15,00

Pagine: 122

 

 

CHIEDI ALLA NOTTE Antonella Boralevi

Guardava e riguardava il ritratto, lo ingrandiva, cercava di penetrare il blu delicato degli occhi, la pelle del colore delle rose e si ritrovò a stringere il cellulare come se cercasse di toccare quella creatura irraggiungibile.

Lo splendore che emanava proveniva da dentro, non solo dalla vita sana.

chiediDopo aver completato la lettura dell’ultimo libro di Antonella Boralevi, Chiedi alla notte, non posso fare a meno di sorridere mentre mi torna in mente una puntata speciale di Che tempo che fa, dedicata ad Andrea Camilleri, dell’aprile 2011, in cui lo scrittore affermava:

Non sopporto le scrittrici di romanzi gialli di sesso femminile. Le donne sanno commettere i delitti ma non li sanno raccontare. Sono di una noia mortale.

Il patrimonio letterario inerente i gialli firmati da grandi autrici è vasto, anche se spesso giallo e thriller tendono a confondersi, in una chiave di lettura assolutamente moderna, si pensi alle americane Patricia Cornwell, Mary Higgins Clarkecco e Paula Hawkins autrice de La ragazza del treno, in Francia Fred Vargas (pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau), alla scandinava Camilla Läckberg, in Italia Eleonora Carta, Rosa Mogliasso e Barbara Baraldi, che con il suo Aurora nel buio è considerata una delle voci del thriller italiano più interessanti e incisive. E sono solo alcune, quelle che ho voluto ricordare, che preferisco. Ma basterebbe solamente Chiedi alla notte di Antonella Boralevi per smontare completamente l’affermazione di Andrea Camilleri, scrittore e uomo di profonda cultura, che apprezzo senza riserva alcuna.

A distanza di un anno, il 19 aprile, Antonella Boralevi è tornata in libreria con l’attesissimo sequel de La bambina nel buio, intitolato Chiedi alla notte e ancora una volta edito da Baldini+Castoldi. Un lieve filo conduttore unisce questa storia alla precedente, permettendo anche a chi non ha letto La bambina nel buio di potersi riallacciare, orientandosi facilmente all’interno del racconto.

Chiedi alla notte è un romanzo a metà strada tra thriller al femminile e giallo, una storia di sentimenti e di misteri, ambientato ancora una volta a Venezia che, così come è avvenuto con il libro precedente, offre una cornice perfetta per una storia che sembra un film, più che un libro.

Antonella Boralevi racconta di una Serenissima che risplende sotto i riflettori accesi sull’evento più mondano dell’anno, la 75° Mostra del Cinema, evento impreziosito dalla presenza della giovane attrice Vivi Wilson, protagonista del film di apertura, A glorious day.

Era una Titania appena uscita dal Bosco delle fate. Persino gli omaccioni che la circondavano per proteggerla parevano istupiditi dalla sua grazia.

Non sorrideva.

Esisteva.

Eppure, il giorno dopo Vivi Wilson, da attrice amata e ammirata, si trasforma in vittima, poiché il suo cadavere viene rinvenuto sulla spiaggia degli Alberoni, aprendo così la strada alle indagini del bel commissario siciliano Alfio Mancuso, aiutato dall’avvocato di Netflix, Emma Thorpe, che i lettori ricorderanno essere i protagonisti del precedente romanzo La bambina nel buio. Infatti, tra Emma e Alfio rimane in sospeso una situazione sentimentale interrotta bruscamente, un legame spezzato, che ha ferito entrambi.

Nel momento in cui Emma deve rientrare a Londra, è invitata dalla Contessa Maria Morosini, proprietaria della Villa “La Furibonda”, a trattenersi ancora per qualche giorno come sua ospite, coinvolgendola nella loro vita mondana fatta di feste e pranzi e gite, in compagnia di altri personaggi del jet set: attori, registi famosi, giornalisti di gossip.

Accettato l’invito, Emma intuisce che tanto “La Furibonda”, quanto i personaggi che la popolano custodiscono segreti inquietanti, che porranno in essere una serie di elementi a sostegno di un thriller trascinante, coinvolgente, dove mistero e sentimenti si alternano, immergendo il lettore in un’atmosfera sfarzosa, ma al contempo carica di intrighi irrisolti.

Il tuo corpo esile vola sott’acqua come un aquilone dentro il cielo sbagliato.

La luna volta gli occhi.

E sparisce.

Come sempre accade, l’amore rappresenterà l’elemento salvifico, per liberarsi da tutte quelle ombre che gravano non solo su “La Furibonda”, ma nell’anima di coloro che tramano e ordiscono.

Infatti Antonella Boralevi, ancora una volta, sonda l’animo umano, mettendo a nudo quel buio interiore, quel nero abisso, dove abitano certe esistenze che la vita si diverte a trasformare in altro.

Lo stile dell’autrice incanta, rapisce, trascina con le sue descrizioni minuziose, arricchite da un tono aulico, ispirato dalla bellezza di Venezia, che rivela tutto il suo fascino attraverso i riflessi di luce sull’acqua, le calli, il respiro del suo antico tempo; così, durante la lettura, si ha sempre l’impressione di seguire un film, più che di leggere un libro. I periodi spesso sono brevi, trasmettendo al lettore una certa urgenza, che spinge a divorare il romanzo, passando velocemente da un capitolo all’altro.

Ed è dove la luce si fa ombra che le apparenze, in un crescendo, divengono l’elemento centrale, il cardine, intorno a cui ruota tutto il thriller, poiché come confida Jack Oliver a Emma:

Non so se ti può servire, ma nel mondo dove sei capitata nessuno dice la verità, capisci? E nulla è come sembra. Farai bene a ricordartelo.

Quindi aspettatevi un finale mozzafiato, neanche il più attento dei lettori potrà dare per scontata la sua conclusione.

Ci baceremo.

Poi faremo l’amore.

Come si fa l’amore, dopo i funerali, per sentirsi vivi.

Non so cosa sarà di noi.

Ma ora siamo qui, abbracciati nell’oro della sera.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Ciascuno di noi può diventare un altro.

Un altro che fa paura.

29 agosto 2018.

Venezia splende. È la Serata di Gala della Mostra del Cinema.

Red Carpet, Star, limousine, champagne, fotografi. E Vivi Wilson. La protagonista incantevole del Film di Apertura.

Ma nell’aria vibra una nota di inquietudine. Un’ansia che cresce a ogni pagina.

Verità inaccessibili aspettano nell’ombra.

Vivi brilla per una sera soltanto. Il giorno dopo è un mucchietto di stracci, sulla spiaggia elegante del Lido.

La sua morte è un mistero.

Alfio, il bel commissario siciliano sciupafemmine, viene chiamato a indagare. E il suo cuore perde un colpo. Emma è tornata. L’inglesina che gli è entrata, suo malgrado, dentro la pelle, è l’avvocato di Netflix, che coproduce il film. È ospite di una Contessa affascinante e misteriosa, in una magnifica Villa.

Emma e Alfio sono due anime che si cercano. Due vite sospese.

Il Destino gioca con loro e con la sporcizia nascosta nelle vite dei ricchi.

Insieme, entrano nel buio.

Tre indiziati, tre confessioni da spavento.

Ma alla verità manca una riga.

Quella sepolta dentro un Passato che urla.

Antonella Boralevi «conosce le anime per averle frequentate e gli abissi neri che possono conservare al loro interno», ha scritto Maurizio de Giovanni.

Chiedi alla notte lo conferma.

Un romanzo che parla all’anima, la fruga e la consola. Una grande storia di sentimenti e di misteri. Una bomba a orologeria.

«Boralevi è molto brava a addentrarsi in un tessuto sociale cupissimo nella sua allegria mondana.» Corriere della Sera

«Un thriller vasto e conturbante.» Il Messaggero

«600 pagine che tengono incollati fino alla fine.» Il Giornale

«Ora vado a cercare gli altri titoli di questa autrice, perché ho decisamente intenzione di leggere altro di suo.» Due lettrici quasi perfette

«Antonella Boralevi ha trovato, in questa sua anima nera, un nuovo filone narrativo da cui attingere a piene mani.» La lettrice geniale

«Alla fine, Antonella Boralevi suggerisce anche una colonna sonora che accompagni la lettura, ma potrebbero bastare anche sospiri, fiato sospeso e attacchi di tachicardia.»

Mangialibri

«Una lettura corposa e vorace che non lascia scampo a pause o interruzioni.»

Leggereinsilenzio

«Ti tiene incollata alle pagine e porta sulla carta le nostre paure e i vizi di una classe sociale.» La Biblioteca di Eliza

«È letteralmente impossibile metterlo giù.» Il salotto dei libri

«Sento di aver goduto fino all’ultimo segno di punteggiatura.» Critica letteraria

 

Chi è Antonella Boralevi

È autrice di romanzi, racconti, sceneggiature, saggi. Ha portato in televisione il talk show di approfondimento emotivo.

Tiene rubriche su quotidiani e settimanali. Il suo “Lato Boralevi” esce ogni giorno sul sito de la Stampa. Per Rizzoli ha pubblicato i best sellers Prima che il vento (2004), Il lato luminoso (2007), I baci di una notte (2013). È tradotta in Germania, Francia, Giappone, Russia. Per ora.

Questo è il suo ventesimo libro.

Il suo sito è http://www.antonellaboralevi.it

La sua pagina facebook è Antonella Boralevi Official

Su Instagram è antoboralevi

Per scriverle: salotto.boralevi@tin.it

 

DETTAGLI

Autore: Antonella Boralevi

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Romanzi e racconti

Formato: Brossura

Pagine: 558

Prezzo: € 21,00

EAN: 9788893881937

Data uscita: 19 aprile 2019