DITA DI DAMA Chiara Ingrao

Operaia. Era bastata quella parola, a farle crollare il mondo addosso. Operaia: lacrime calde che mi colavano nel collo, il naso gonfio strofinato sulla camicetta, a sbrodolarmi di moccio. Frasi smozzicate, fra un singhiozzo e l’altro, come una bambina piccola: perché quello ha detto…? Ma come fanno a pensare…? E la stenodattilo? L’operaia, Francé. L’operaia!!

IMG_20200530_165102.pngIn occasione del cinquantesimo anniversario delle lotte operaie e sindacali del 1969, per la collana “i Delfini” de La nave di Teseo, è stato ristampato il romanzo di Chiara Ingrao Dita di dama, con postfazione di Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, che pone l’accento sull’importanza storica degli avvenimenti di allora.

Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 2009 da La Tartaruga, è vincitore del Premio Alessandro Tassoni 2010.

Le vicende narrate da Chiara Ingrao sono ispirate alla vita delle ex operaie della Voxson, un’azienda romana operante nel settore dell’elettronica di consumo, in particolare di apparecchi televisivi e radiofonici, che l’autrice ebbe modo di frequentare negli anni Settanta, da giovane sindacalista.

E in questo contesto, nello spaccato dell’Italia operaia, durante gli anni che vanno dal 1969, ai tumulti di Reggio Calabria del 1972, che Chiara Ingrao ambienta la storia di Francesca e Maria, due amiche inseparabili, cresciute insieme nello stesso cortile della periferia romana, a Casal Bertone, fino a quando compiuti i diciotto anni le loro strade subiscono una deviazione forzata: Francesca si iscrive all’Università e, malgrado volesse diventare una veterinaria, assecondando il volere del padre frequenta la facoltà di Giurisprudenza; Maria, invece, per quanto fosse stata una promettente studentesse, viene costretta dalla famiglia a lavorare come operaia in una fabbrica di televisori.

Il rosso è volgare, diceva sempre. E controllava l’effetto sotto la lampada, del luccichio rosato sulle dita sottili. Dita di dama, scherzavo io; ma a lei non piaceva perché “dita di dama” era il nome di certi biscotti, dolciastri e un po’ insipidi – troppo stucchevoli, diceva Maria.

Le dita sottili di Maria, “dita di dama affusolate e veloci”, dita da pianista e perfette per una stenografa, la catapultano in una realtà dove il duro lavoro alla linea di montaggio si mescola a parole prive di significato per chi non sa cosa sia la bolla, i marcatempo, la paletta, la stira. La vita dura della fabbrica cambierà velocemente la protagonista, che da crumira a scioperante, diviene rappresentante della parte più agguerrita delle lavoratrici, per essere eletta delegata FIOM. La presa di coscienza di Maria non è dovuta solo al lavoro in fabbrica, è anche conseguenziale al vissuto personale delle colleghe, tutti personaggi dai tratti caratteriali molto forti: Mammassunta, che si impegna a insegnare il lavoro a Maria, Nina, detta Ninanana, per la quale è “meglio in baracca che donnetta”, ‘Aroscetta perché “rossa di testa e di cuore” e Paolona, che perde due dita della mano in un incidente sul lavoro.

La voce narrante è quella di Francesca, l’amica di sempre, che nei suoi ricordi ripercorre non solo la vita lavorativa di Maria, ma anche quella sentimentale, messa spesso in discussione dal ruolo ricoperto dalla cara amica all’interno della fabbrica, che sembra ostacolare la sua storia d’amore con Peppe, un giovane marcatempo conosciuto sul posto di lavoro.

Sono una delegata, non posso sottrarmi alle mie responsabilità, dichiarava solenne; e continuava a rinviare, come se in queste cose fosse possibile.

Ma Francé è anche la giovane intellettuale, sfiorata dalla contestazione studentesca, che vede Maria sempre più impegnata politicamente, in una direzione democratica e femminista. E sullo sfondo l’Italia che cambia, da Piazza Fontana, alla legge sul divorzio, allo Statuto dei lavoratori.

Avrei fatto qualunque cosa, pur di farle dimenticare le sue angosce. Notte dopo notte, ho tirato giù le stelle a una a una, per tentare inutilmente di strapparle un sorriso: a ogni stella assegnavo un nome, una morfologia, una flora e una fauna. Facevo il verso a Saint-Exupéry, con il suo Piccolo Principe a vagare tra gli asteroidi: inventavo per lei pianeti improbabili, deserti iridati di polvere cosmica e foreste fitte di ginestre giganti, con gialle chiome fiammeggianti a riscaldare i pianeti vicini, mentre nel buio sottostante, nel groviglio dei tronchi, vive un popolo geniale e minuscolo, di esserini fosforescenti che comunicano fra loro con un ammiccare di luminosità, come le lucciole…

All’interno del romanzo, la figura di Maria è il perno attorno al quale ruotano i fatti storici salienti, riportati in vita dai ricordi di Francesca, la cui amicizia si intreccerà anche alla vita lavorativa della protagonista, nel momento in cui verrà coinvolta, prestando assistenza all’ufficio vertenze del sindacato.

Nel corso della narrazione è possibile cogliere una pluralità di registri linguistici, che vanno dal parlato romanesco delle lavoratrici, al linguaggio tecnico della fabbrica e ancora l’eloquenza delle assemblee studentesche e la colloquialità informale dei dialoghi tra Francesca e Maria, nonché il sindacalese. E alla base il ricorso alla memorialistica che con Francesca riporta in essere le vicende legate a Maria, nello specifico e alla Storia, in generale. Inoltre, a dare il titolo ai vari capitoli sono i versi di Dante, estrapolati dall’Inferno, a sostegno probabilmente della dura realtà vissuta dalle donne nella fabbrica, prima di quel tanto anelato “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, titolo del penultimo capitolo, che segna il raggiungimento di tutti gli obiettivi, sia collettivi che personali, all’interno del romanzo.

Dita di dama, nella sua ricostruzione storica, è il risultato di tutte le testimonianze raccolte da Chiara Ingrao, anche se, come specificato dall’autrice nei Ringraziamenti, nessun personaggio riproduce fedelmente la vita di coloro che hanno vissuto la realtà di quegli anni.

Gli anni raccontati dall’autrice sono stati fondamentali per il nostro Paese, così come evidenzia Maurizio Landini nella sua postfazione; nelle fabbriche i lavoratori acquisiscono consapevolezza, si sentono parte di una classe, la classe operaia e l’autrice, intrecciando i sentimenti dei personaggi, alle vicende storiche di quegli anni, ricostruisce la realtà della fabbrica vissuta da tutti coloro che vi lavoravano e da lei stessa, in quanto sindacalista CGIL negli anni Settanta.

Dal 2017, Laura Pozone porta in scena una sua versione teatrale di Dita di dama, offrendo interessanti spunti di riflessione, per una storia che ci invita a guardare indietro, per non dimenticare quei “giorni così, tempi così: allegri e feroci, e più veloci della luce”.

Anche per questa ragione, abbiamo bisogno di non dimenticare la nostra storia, per trovare forza e nutrimento, ricordando i modi in cui cinquant’anni fa siamo stati capaci di <<cambiare il modo di pensare, di lavorare, di vivere>>.

–  Maurizio Landini

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Maria ha 18 anni, nell’autunno del 1969: un seno troppo sfacciato, e dita di dama. È la prima della classe, ma finisce operaia: come ‘Aroscetta, Ninanana, Paolona, Mammassunta… Le loro storie, fra rabbia e risate, nel turbinio dell’Italia che cambia. Il contratto dei metalmeccanici, Piazza Fontana, la legge sul divorzio. Fare la crumira, poi scioperare e diventare delegata: scontrarsi con i genitori, crescere, essere travolta da un amore che sembra impossibile. E l’amicizia: a raccontare la storia è Francesca, l’amica di sempre. Quella che è cresciuta nello stesso palazzone della periferia romana, ma ha potuto studiare. Quella che oggi si guarda indietro, e pensa che ci ha lasciato una parte di sé, in quei “giorni così, tempi così: allegri e feroci, e più veloci della luce”. “Abbiamo bisogno di non dimenticare la nostra storia,” scrive Maurizio Landini nella postfazione in cui riflette sui nessi fra l’autunno caldo e le sfide del presente, “per trovare forza e nutrimento, ricordando i modi in cui cinquant’anni fa siamo stati capaci di ‘cambiare il modo di pensare, di lavorare, di vivere’.”

 

Chi è CHIARA INGRAO

Chiara Ingrao ha lavorato come sindacalista, interprete, parlamentare, programmista radio, consulente su diritti delle donne e diritti umani. Per Baldini+Castoldi ha pubblicato Soltanto una vitaIl resto è silenzio e Migrante per sempre. Ha scritto anche libri per ragazzi, filastrocche e saggi. È sposata con Paolo Franco e ha due figlie, due figliocci e tre nipoti.

 

DETTAGLI

Autore: Chiara Ingrao

Editore: La nave di Teseo

Titolo: Dita di dama

Collana: i Delfini

Pagine: 311

Formato: brossura

Prezzo: € 12,00

EAN: 9788834602102

Postfazione di Maurizio Landini

DONNE, SCRITTURA E LETTERATURA… “AL FEMMINILE”?

Da quando ho avuto modo di recensire alcune pubblicazioni della casa editrice La Tartaruga, un quesito, tra l’altro dibattuto, a cui difficilmente si è riusciti a dare una risposta concreta, ha cominciato a farsi strada nella mia mente: si può parlare di scrittura femminile? Di conseguenza, esiste una letteratura prettamente al femminile?

Alcune volte, in libreria mi è capitato di notato cartelli con su scritto “letteratura femminile” e ancora “narrativa al femminile” per indicare la sezione dedicata alla letteratura “sentimentale”.

Quindi la scrittura femminile è legata a un preconcetto? Adesso lo andremo a vedere…

La letteratura scuote la mente e ne amplifica l’esperienza esistenziale, a tal fine non credo sia utile una distinzione di genere.

Da curatrice del blog Into The Read, leggo molto, dedicando una buona parte della mia giornata ai libri e, dovendo occuparmi di vari generi, sono giunta alla conclusione che si può parlare di scrittura femminile solo in riferimento al fatto che “forse” le scrittrici sembrano maggiormente propense e più disposte a intrecciare la propria sensibilità ai costrutti narrativi. Di contro, però, sono costretta a smentirmi se penso ai libri di autori dotati di tutta quella sensibilità, che potremmo facilmente riscontrare in un’autrice, per cui una particolare sensibilità non può essere considerata uno specifico femminile.

Credo che Bianca Pitzorno abbia ragione quando afferma che per scrivere ci vuole una mente androgina, slegata da preconcetti di genere e proiettata verso un’assolutezza concettuale, capace di inglobare ogni aspetto della realtà, mettendo in equilibrio perfetto le due parti, quella maschile e femminile. Aprendo un libro, difficilmente riusciremmo a identificare il sesso dello scrittore da ciò che vi è scritto, ma è anche pur vero che non riesco a immaginare La Divina Commedia di Dante o L’Odissea di Omero scritta da una donna… a quel tempo l’idea della scrittrice avrebbe mandato fuori di testa chiunque.

Le pubblicazioni de La Tartaruga sono tutte incentrate su opere prodotte esclusivamente da donne, non a caso è un marchio storico del femminismo italiano; i libri che ho avuto modo di leggere, e quindi di recensire su Into The Read, hanno rappresentato un percorso culturale di straordinaria bellezza: storie di donne, raccontate da donne, il cui lirismo narrativo si accompagna a una sensibilità tutta femminile.

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Un tempo era impensabile che un’autrice potesse pubblicare un libro, il fatto era ritenuto sconveniente, andava oltre il ruolo ricoperto all’interno della società, basti pensare alle sorelle Brontë, che preferivano firmarsi con pseudonimi maschili. La letteratura è disseminata di casi analoghi!

Nella nostra società, la presenza femminile in ambito artistico è preminente e lo è sempre stata, le donne hanno sempre esercitato una notevole influenza sul piano intellettuale.

Eppure ritengo che le scrittrici, rispetto ad altre categorie, rappresentino un caso diverso, poiché differente è stata l’affermazione in ambito culturale, con riferimento per esempio alle pittrici; nei primi anni del Novecento, le pittrici hanno dovuto faticare per ritagliarsi uno spazio, nei movimenti d’avanguardia entrano dalla porta secondaria, dove si presentano come semplici modelle, o compagne di artisti, per dar prova di talento solo successivamente.

Le scrittrici, invece, si dedicano inizialmente alla compilazione di diari o lettere, essendo escluse da narrativa e saggistica, poiché scrivere pubblicamente era impensabile, tuttavia hanno sempre potuto contare su un pubblico femminile interessato, a cui potersi rivolgere.

Oggi la narrativa è invasa dalle donne, le scrittrici sono tantissime e, se talentuose, vendono…

Benedetto Croce sosteneva che le donne sono “l’infinito pulviscolo di romanzatrici, le instancabili romanzatrici”.

I social mi offrono l’opportunità di seguire diverse scrittrici di talento, anche perché se non lo fossero non le seguirei, avendo poco tempo da dedicarvi: come dico io poche ma buone e questo vale anche per gli autori. Ma in questo specifico caso, parlando di scrittura femminile, focalizziamo l’attenzione sulle autrici, le quali si dedicano alla scrittura con dedizione, anche se impegnate su diversi fronti e pur non avendo “una stanza tutta per sé” ritenuta fondamentale per Virginia Woolf.

Se ha intenzione di scrivere romanzi, una donna deve possedere denaro e una stanza tutta per sé.

– Virginia Woolf –

Per le donne scrivere vuol dire costruirsi uno spazio interiorizzato e privato, all’interno del quale, strutturato il blocco narrativo, sarà possibile condividerlo all’esterno, solo dopo averlo filtrato attraverso quella sensibilità tutta femminile, che trova un’origine nel cuore e il suo punto focale nell’intelletto.

Questa sensibilità, che la donna riversa nella sua scrittura, è riscontrabile anche nelle giornaliste, capaci di cogliere e registrare ogni forma di cambiamento, impegnandosi in battaglie di opinione, portando alla luce situazioni dolorose, ma soprattutto facendosi portavoce di un disagio femminile, spesso coperto dal silenzio sociale.

 

L’emancipazione femminile quindi passa anche dalla scrittura la quale, attraverso l’articolato processo creativo, ha dato voce a grandi autrici, che hanno saputo e sanno interpretare e rappresentare il mondo che le circonda, liberandosi da tutti quei pregiudizi che per secoli le ha volute contadine analfabete, se non addirittura fattucchiere.

Le donne che amano hanno un sesto senso. Il loro intuito è sicuro come quello di animali selvaggi che fiutano il nemico. Possiedono virtù divinatorie che riguardano le colpe maschili.

Scrittura femminile azzurro pallido di Franz Werfel –

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La capacità di scrivere, orientando al meglio la propria scrittura, non ha nulla a che vedere con il genere, ma con l’individuo, quello che conta veramente è la qualità di ciò che viene scritto e quindi letto; superati gli inutili preconcetti, volti solo a discriminare, scrivere vuol dire scavare in quella parte della coscienza, dove vi affiorano le più profonde inquietudini dell’animo umano.

Come sostiene ironicamente Margaret Atwood “si scrive per compiacere sé stessi… per fare maramao alla Morte… per fare soldi… perché non si sopporta l’idea di un lavoro…

 

IPAZIA MUORE Maria Moneti Codignola

Quel giorno, nella sua lontana infanzia, Ipazia ha adottato il costume della scienza come servizio reso a Dio; da allora è iniziato il suo cammino, che tuttora è in corso, verso l’unica forma di perfezione che è concessa ai mortali.

Ipazia

Maria Moneti Codignola dedicò la propria vita alla filosofia e quindi chi se non lei poteva parlarci di una delle figure più affascinanti della storia del pensiero filosofico? Con Ipazia muore, edito dalla Tartaruga Edizioni, l’autrice rende omaggio a una pagina della storia filosofica forse poco nota, raccontata nel 2009 anche da Alejandro Amenábar con film Agorà, che vedeva Rachel Weisz nel ruolo di Ipazia.

Con Ipazia muore, Maria Moneti Codignola analizza tutti gli aspetti della vita esistenziale e intellettuale di Ipazia, durante quel periodo storico di passaggio dal paganesimo al cristianesimo, focalizzando l’attenzione del lettore su quello che è stato il ruolo assunto dalla Chiesa nei confronti di una delle menti più brillanti della storia.

Vissuta quindici secoli fa ad Alessandria d’Egitto, dove vi nacque nel 370 d.C., Ipazia si distinse in tutte quelle discipline al tempo a esclusivo appannaggio degli uomini: sapiente filosofa, si dedicò alla divulgazione del sapere matematico, geometrico e astronomico, scienziata ed esponente di spicco della cultura ellenica alessandrina, nonché influente personalità politica, riuscì a raggiungere una posizione eccezionale per una donna del suo tempo.

Iniziata agli studi scientifici dal padre Teone, egli stesso insegnante di matematica e astronomia al Museo di Alessandria, dove fu uno dei suoi grandi maestri, Ipazia, dotata di grande intelligenza, possedeva una cultura tale da superare quella degli intellettuali del suo tempo. E così come Teone, insegnò alla scuola platonica, le cui lezioni veniva seguite da allievi provenienti da tutte le parti dell’Impero, tra i quali ricordiamo Sinesio di Cirene, suo allievo prediletto. Quella stessa scuola all’interno della quale vi si trovava la più grande biblioteca del mondo antico, uno dei principali centri culturali ellenistici, che raccoglieva quattrocentomila volumi composti in più opere e novantamila semplici.

Ad Alessandria, questa è la sua tradizione e la sua identità più propria, tutti gli studiosi si rispettano e rispettano le religioni degli altri, perché sanno che il divino si manifesta agli uomini in infiniti modi e ciascuno lo custodisce nel proprio animo secondo la peculiarità della sua mente e della sua indole.

Cosmopolita, Ipazia si considerava cittadina del mondo, oltre a essere stata il primo matematico donna della storia, studiosa di astronomia e meccanica, si dilettava nell’inventare strumenti scientifici, quali l’idrometro di ottone graduato per misurare la densità specifica dei liquidi e l’astrolabio per misurare la posizione dei pianeti, delle stelle e del sole.

Per comprendere Ipazia però bisogna collocarla nel periodo storico in cui visse, caratterizzato dalla lotta che per secoli vide affrontarsi con alterne vicende paganesimo e cristianesimo e dove il potere imperiale, a distanza di un secolo dall’Editto di Costantino, aveva dichiarato guerra ai culti pagani, concedendo libertà ai cristiani.

La vita di Ipazia cambia nel momento in cui incrocia quella del vescovo di Alessandria, Cirillo che, fattosi forte dell’appoggio imperiale concesso alla Chiesa, comincia a perseguitare pagani e giudei, vittime nel 414 di un vero e proprio pogrom.

Un’ora dopo nello stadio di Tessalonica non c’erano più che cadaveri – uomini, donne, bambini, vecchi – tutti riversi a terra, con gli occhi sbarrati dall’orrore e dalla sorpresa. Questo servirà di lezione a tutta Tessalonica e alle altre città che volessero imitarla.

Questo perché a partire dal 314 il cristianesimo venne dichiarato religione di Stato, tutelato da leggi imperiali che prevedevano la pena di morte per i pagani impegnati a celebrare i loro riti. Su Alessandra d’Egitto gravava la presenza del vescovo Cirillo, a causa della quale la situazione degenera, dato che ritiene pagani e giudei colpevoli di aver ucciso il Salvatore, il Figlio di Dio.

Cirillo invidioso dell’ammirazione e della popolarità di cui godeva Ipazia, furente poiché il prefetto Oreste segue i consigli di questa donna, e facendosi forte del fatto che è una pagana, scatena contro la filosofa i Parabalani i “giovani egizi cristiani, tra i più violenti e fanatici, quelli che credono di acquistare meriti presso Dio se distruggono gli ultimi focolai di paganesimo, se uccidono qualche non credente, pattugliano i quartieri alti di Alessandria, dando la caccia al pagano”.

Quindi fanatici monaci del deserto, facenti parte di quelle file di zeloti che dall’impassibilità ascetica erano diventati sovversivi, considerati il braccio armato della Chiesa, al punto che nel 415 vengono ingaggiati per trucidare Ipazia. La Chiesa, nella persona del vescovo Cirillo, condanna quella donna che si dedica allo studio invece di rimanere sottomessa al marito, imponendole di tenersi lontana dalle mondanità e soprattutto di non rendersi ridicola dedicandosi alle lettere, alle arti e alle scienze. Così, durante una messa il vescovo si scatena contro Ipazia, facendo presa sul fanatismo religioso con cui alimenta la sua folla.

I Parabalani, su incarico di Cirillo, dilaniarono il corpo di Ipazia, lo fanno a brandelli con cocci acuminati, le asportarono gli occhi dalle orbite, dando alle fiamme ciò che ne rimane.

Nel 1882 la Chiesa dichiarò il vescovo Cirillo santo e suo dottore, anche se incontestabilmente il suo operato è stato condannato più volte.

La storia di Ipazia, affrontata da Maria Moneti Codignola con grande abilità narrativa, offre importanti spunti di riflessione per comprendere la storia dell’Impero romano d’Oriente, la posizione della Chiesa durante la lotta tra pagani e cristiani, ma soprattutto apre la mente a quello che era il concetto di donna, filosofa e scienziata, nel corso delle dispute del tempo. L’autrice, nel fornire una visione più umana del personaggio, mette a nudo, prima della studiosa, la donna con le sue debolezze, i suoi punti di forza e la sua straordinaria determinazione.

La filosofa Ipazia pensa che l’unico modo di avvicinarsi a Dio è prendere le distanze dalla propria limitatezza, insita nell’essere umano, fatta di scelte, dolori, gioie, colpe, meriti, dedicandosi completamente allo studio, alla comprensione e alla conoscenza “e per il resto adottare la Sua stessa divina indifferenza”.

La donna Ipazia, invece, subisce un passaggio graduale, inizialmente considera la vita priva di valore, poiché venire al mondo vuol dire legarsi alla prigione del corpo, che rappresenta il niente, divenendo parte di quella materia che è essa stessa nulla.

La vera sostanza di tutti noi, uomini e donne, liberi e schiavi, è la scintilla divina, la mente, che è un frammento di Dio e che ha brama di ritornare da lui.

Per poi cambiare visione nel momento in cui si riscopre figlia e al contempo donna: da un lato, sentendosi inondata da quella tenerezza, che solo una madre sa dare alla propria figlia e dall’altro, lasciandosi sedurre da quell’amore che le giunge inaspettato da colui che le sta da sempre accanto, anche se ricopre la condizione di schiavo. Solo così i suoi interessi scientifici prendono un corso diverso, all’improvviso la vita comincia a incuriosirla.

Ora è questo mondo che l’affascina e che trattiene la sua attenzione, la meraviglia dell’organizzazione di tutti i viventi, i mille modi pieni di astuzia che ogni piccola vita escogita, per portare a termine il suo assurdo scopo, di continuare a vivere e di riprodursi, per vivere e poi ancora riprodursi, all’infinito.

Ipazia nei secoli è stata spesso idealizzata e ancor più spesso fraintesa, ricordata come una sacerdotessa, martire e persino strega, eppure nulla di tutto ciò le si addice; prima di tutto è stata una donna capace di imporsi in un contesto storico-sociale dove certi studi e forme di pensiero non si addicono al suo ruolo; poi è stata una scienziata dotata di grande intelligenza, intuito e sensibilità e infine una filosofa, che ha saputo ricercare nel significato dell’esistenza equilibri e armonia, insegnando rispetto e ricerca della verità.

La sua rappresentazione distopica di ciò che sarebbe stato in futuro a causa del cristianesimo è stata trasformata dalla storia in un atto di preveggenza: “Forse, se saranno loro a vincere la partita – e tutto fa pensare che sarà così – ci saranno secoli tremendi, secoli di orrori, che sconvolgeranno la terra”.

Dio attraversa tutte le religioni e lo fa con passo lieve, poi la cultura del luogo ne plasma il credo: pagani, cristiani, buddisti, mussulmani tutti godo della centralità divina e tutti assolvono un ruolo rituale e così, nel corso della lettura, vengono mostrati i pagani perseguitati dai cristiani che, nascosti e in comunione, consumano un pasto dove “Mangiare insieme, anche quando non si ha fame, è comunque un rito che rincuora. Spezzano il pane e fanno passare dall’uno all’altro un calice di vino, e così si sentono più uniti, più solidali e pieni di coraggio, per la battaglia che li aspetta l’indomani”. Come Gesù fece con i suoi Apostoli.

La storia, disseminata d’ingiustizie, insegna che gli uomini non imparano dagli errori del passato, così come il ricordo stesso dell’errore non ne esclude un suo eventuale ritorno.

Forse è l’aria della sera, che trasporta mille fruscii e mille suoni ingannevoli, ma Demetra giurerebbe che una voce sta sussurrando: “Anche a me, Demetra, importa di te, del tuo viso, delle tue mani, del tuo corpo che non potrò più abbracciare; ma se tu mi pensi con tutto il cuore, se lo desideri veramente, allora potrai sentire la mia carezza sulle tue guance, e il mio bacio sulla tua fronte. Stringimi a te, madre, ho bisogno del tuo calore; non dimenticarmi e fa sì che io non sia mai dimenticata”.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Poche donne nella storia ebbero la possibilità di distinguersi nelle discipline scientifiche, considerate appannaggio maschile. Molte dovettero pagare questa passione con la vita, quasi fosse una colpa di cui vergognarsi. La più nota, nella tarda antichità, fu senza dubbio Ipazia, scienziata e filosofa, nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C., inventrice di strumenti come il planisfero e l’astrolabio. Figlia del matematico Teone, e lei stessa prima matematica della storia, fu la più nota esponente alessandrina della scuola neoplatonica, circondata dal rispetto di allievi giunti da ogni angolo del mondo. Vissuta in un’epoca confusa e intollerante, segnata dallo scontro fra la civiltà ellenistica e il protocristianesimo, la fama di Ipazia suscitò l’odio del vescovo Cirillo al punto da fargli tramare la sua uccisione, avvenuta nel 415. Aggredita da un gruppo di monaci fanatici, fu trascinata in una chiesa e uccisa a colpi di conchiglie affilate. Mentre ancora respirava, le cavarono gli occhi come punizione per aver osato studiare il cielo. Dopo averla fatta a pezzi cancellarono ogni traccia di lei bruciandola. Protagonista di una pagina poco nota della storia – raccontata anche in un fi lm tanto atteso quanto discusso come Agorà di Alejandro Amenábar – Ipazia è oggi considerata la prima martire pagana del fanatismo cristiano. In questo romanzo l’autrice ricostruisce la vicenda umana della filosofa, con i suoi affetti, la sua sete di conoscenza e il suo bisogno di amore: una donna la cui volontà non diede mai segno di piegarsi a ciò che il destino e la sua epoca le avevano riservato.

 

Chi è MARIA MONETI CODIGNOLA

Maria Moneti Codignola è stata docente di Filosofia Morale all’Università di Firenze. Ha studiato il socialismo utopistico, soprattutto francese, e la filosofia classica tedesca. Ѐ stata membro di alcuni gruppi internazionali di studio su temi di filosofia morale, utopia e bioetica.

 

DETTAGLI

Autore: Maria Moneti Codignola

Prefazione: Eva Cantarella

Editore: La Tartaruga

Collana: Narrativa

Data uscita: 27 giugno 2019

Formato: brossura

Pagine: 284

Listino: € 18,00

EAN: 9788894814194

AMICI E AMANTI Elizabeth Bowen

Bentrovati miei lettori,

dopo la breve pausa estiva, settembre porta sempre con sé il piacere di un nuovo inizio ed eccomi con una recensione, che mi ha riempita di entusiasmo, trascinandomi in atmosfere tipicamente austeniane, ma con qualcosa in più. amici e amanti

Quando ho avuto tra le mani il libro, di cui adesso vi andrò a parlare, non potevo crederci, avevo l’occasione di leggere Elizabeth Bowen…  sì, proprio lei, la grande scrittrice irlandese!

Nello specifico mi riferisco al suo terzo romanzo, AMICI E AMANTI, edito da La Tartaruga Edizioni, nella traduzione di Laura Noulian, che mette a nudo un certo manierismo, nella sua raffinata elaborazione stilistica, che nella Bowen non è mai fine a se stessa e dove l’ispirazione passionale prevale su quel conformismo di classe, alimentato dall’ipocrisia e dal compromesso.

AMICI E AMANTI è costruito attorno ai matrimoni delle sorelle Studdart, Janet, la maggiore e Laurel, entrambe andate in sposa a due uomini molto diversi: Edward, il marito di Laurel, è dotato di una malinconica chiusura verso gli altri, quindi introverso e un po’serioso; Rodney, invece, sposo di Janet, è una persona semplice, sempre ben disposto, è soddisfatto di ciò che ha saputo costruire, felice di godersi quella routine quotidiana, che Janet ha saputo impostare a Battes.

Il libro, suddiviso in due parti, mette in scena due periodi nella vita matrimoniale delle sorelle: nella prima parte tutto apparentemente sembra scorre in modo sereno, mentre nell’ultima, con un salto temporale di 10 anni, l’autrice capovolgendo le situazioni, rimettendo ogni cosa in discussione.

Edward più o meno chiaramente ammise un terrore dell’amore nelle sue più profonde implicazioni, un’avversione più che morale per la crudele sconvenienza, la sconveniente crudeltà della passione.

Il matrimonio delle sorelle sembra in un certo qual modo cambiare nel momento in cui Lady Elfrida, suocera di Laurel, va ospite in casa di Janet, mentre si trova lì il prozio di Rodney, Considine, suo antico amante, che rappresenta quell’avvenimento a causa del quale gli apparenti equilibri iniziali s’infrangono. Edward, figlio di Lady Elfrida, infastidito dalla presenza di Considine, perde il controllo, facendo riaffiorare sentimenti messi a tacere per anni. Quindi le passioni represse, la gelosia, l’abbandono, la rabbia diventano motivo di rottura di quella stabilità iniziale, che l’autrice ha costruito con estrema precisione.

Se Edward fosse mai, immagino, sgarbato… (Edward è devoto: dicono che gli uomini difficili possono essere davvero molto devoti. Non so; non ho mai vissuto con un uomo difficile. Hanno La loro vita a Londra, fanno visite… conoscono…).

L’amore tradito, le agonie del cuore di Edward e Janet sono tutte verità protette da quelle convenzioni, che nel mondo di maniera non vanno mai intaccate.

Eppure, il senso del dovere, con la conseguenziale paura di uno scandalo, già vissuto da Edward a causa di Lady Elfrida, madre fedifraga e divorziata, farà sì che tutti si impegnino a ritrovare la serenità di un tempo, le coppie si riequilibrano e solo con la riappacificazione Elizabeth Bowen conclude il suo romanzo, mostrando Janet e Laurel insieme, nella casa paterna, a Corunna Lodge, in un radioso pomeriggio di settembre.

Il mondo di Janet era essenzialmente domestico; bramava l’ordine, distingueva fra afflizione e rancore, e biasimava quest’ultimo, considerandolo un impedimento.

Amici e amanti riconduce il lettore a quel genere noto come comedy of manners, in italiano commedia di costume, che vede in Jane Austen uno dei sui più importanti esponenti.

Il lessico in Elizabeth Bowen è articolato e ben strutturato, vario, ricco, forbito e la trama nella sua complessità richiede concentrazione e attenzione. I personaggi sono descritti nei minimi particolari, delineati soprattutto nei tratti psicologici. Come Theodora, amica delle sorelle Studdart, un personaggio estremamente moderno nel modo di vivere e nel suo rapportarsi agli altri, una figura femminile dalla personalità intrigante, irrequieta e comunque anacronistica.

La trama, nella sua apparente complessità, cela tutte quelle verità che l’autrice riesce a mascherare e che il lettore è chiamato a decifrare.

L’intero romanzo è un piccolo microcosmo, un palcoscenico a rappresentazione di quell’universo sociale, interpretabile attraverso le conversazioni sostenute dai personaggi con stretti legami, sia familiari che di amicizia, dove i grandi eventi, i piccoli gesti, gli sguardi servono a tessere un’intera vita, fatta di intrecci e attraversata da ombre e segreti.

Lo schema narrativo della Bowen, costruito con eleganza strutturale e ricercatezza lessicale, mostra uno spaccato di vita i cui equilibri, retti dalle convenzioni, in realtà richiamano a un ordine che, se pur ricercato, è solo apparente. Armonia e stabilità iniziali perdurano fino a quando un avvenimento improvviso o una confidenza servono per mette a nudo il vero.

Un po’ come accade nella vita reale dove, molto spesso, dietro il velo delle apparenze, si cela la più torbida delle verità.

Nell’oscurità spuntò il volto di Hermione, le braccia, tutto il corpo.

Sussurrò: “Mi vuoi bene? Mi vuoi bene davvero?”

Janet immerse il volto nel cuscino. “Ѐ un segreto.”

“Mi vuoi così tanto bene che è un segreto?”

“Tu sei il mio tesoro.”

“Mamma, hai un profumo così buono, ti mangerei… Più che a chiunque altro mi vuoi bene?”

Non lontano, Anna giaceva tendendo inutilmente le orecchie nella nuova, opprimente oscurità; attendeva che Janet si districasse dall’abbraccio di Hermione.

Interessantissima la prefazione di Natalia Aspesi, così come la postfazione di Grazia Livi.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Nell’Inghilterra del primo Novecento, due giovani donne di “buona” famiglia borghese, Laurel e Janet si sposano. Laurel è la maggiore, ed è da sempre la prima donna: bellissima, un po’ svagata, romantica. Janet, più piccola, è meno bella ma è brillante: indipendente, intelligente, dalla personalità forte e decisa. Edward – il miglior partito possibile: ricco, bello, serissimo, discreto – è attratto da Janet, ma sposa Laurel, per rispetto alle convenzioni sociali. Ma questa attrazione per la cognata resta sempre latente, sempre sul punto di esplodere, anche quando Janet sposa Rodney, un bell’uomo ricco, estroverso e innamorato. Elfrida, la madre di Edward, donna bellissima e scandalosa, divorziata, libertina, incombe come un’ombra nella vita delle due coppie, mettendo costantemente alla prova le due sorelle con la sua pacata ma consapevole trasgressività. In questo delicato intreccio di amori, tradimenti e sospetti, la tensione resta sempre alta in un gioco di forza con la compostezza dell’alta società, mentre le tre donne sperimentano la forza dei sentimenti e della passione, sempre in bilico tra il piacere e la convenienza.

 

Chi è Elizabeth Bowen

Elizabeth Bowen (1899-1973) è una delle più grandi scrittrici irlandesi. Autrice di numerosi romanzi di successo, ricevette la laurea honoris causa in Letteratura dal Trinity College di Dublino e dall’Università di Oxford.

Nel 1948 fu insignita dell’onorificenza britannica BBE – Commendatore dell’Impero Britannico.

 

DETTAGLI

AUTORE: Elizabeth Bowen

Editore: La Tartaruga

Collana: Narrativa

Data pubblicazione: 27 giugno 2019

Pagine: 234

Prezzo: € 19,00

EAN: 9788894814187

Traduzione di Laura Noulian

Prefazione di Natalia Aspesi

Postfazione di Grazia Livi

 

LA VITA SENZA FARD Maryse Condé

Lo avvertivo, senza che nessuno me lo avesse insegnato: i fatti che costruivano un racconto dovevano essere esposti attraverso il filtro della soggettività. E tale filtro è costituito dalla sensibilità dello scrittore.

Maryse Condé è una di quelle rare scrittrici che ti scava l’anima, per raggiungere le corde IMG_20200530_165238.pngdella coscienza, non per nulla è vincitrice del New Academy Prize in Literature 2018 con i suoi tre romanzi Io Tituba, strega nera di Salem, la saga familiare di Segù e Windward Heights, inoltre è stata insignita del Premio Nobel Alternativo per la letteratura. Un’autrice le cui opere sono una trasposizione delle battaglie e delle cause, che ha abbracciato nel corso della vita. Con i suoi romanzi indaga l’animo umano, dove il tema ricorrente è incentrato sulle devastazioni del colonialismo e del post-colonialismo. Il tutto espresso con un profondo senso di umanità e solidarietà.

Nata nel 1937 nell’isola di Guadalupa, a Pointe -à- Pitre, in una famiglia appartenente alla piccola borghesia, è diventata una delle voci più significative della letteratura caraibica. Per comprende l’excursus formativo di Maryse Boucolon, sposata Condé, bisogna leggere il suo libro autobiografico La vita senza fard, edito da La Tartaruga e uscito in tutte le librerie il 27 giugno scorso.

La prima edizione del libro risale al 2012, avvenuta a opera di JC Lattès, casa editrice francese, facente parte del gruppo Hachette Livre.

La vita senza fard, suddiviso in tre parti, ripercorre le tappe fondamentali dell’autrice, una vita sofferta ma al contempo vissuta intensamente, scandita dal cambiamento attraverso cui la donna Maryse ha costruito la scrittrice. Un libro che nelle sue intenzioni cerca di comprendere il rilevante peso che l’Africa ebbe non solo nella sua esistenza, ma anche nel suo immaginario di scrittrice.

Come racconta Maryse Condé ne La vita senza fard, quello per la scrittura è stato un amore tardivo, avendo pubblicato il suo primo libro all’età di 42 anni, “al tempo in cui gli altri cominciano a riporre carta e gomme da cancellare”, poiché “talmente occupata a vivere dolorosamente da non avere tempo per niente altro.”

Dovendo crescere da sola quattro bambini, in un’esistenza familiare ai margini della povertà, cambiando continuamente luogo dove vivere, per dovere e a volte per necessità, sempre alla ricerca di un lavoro soddisfacente, non solo dal punto di vista remunerativo, la sua vita si intreccia a quella di personalità insigne del mondo politico e intellettuale, per sfociare spesso in relazioni sentimentali, che si conclude sempre in maniera deludente e dolorosa.

Vivevo una storia passionale. E la passione non procede per analisi, non fa la morale. Brucia, incendia e consuma.

Le amicizie che riesce a stringere, venendole in aiuto, le infondono coraggio e le permettono di andare avanti, facendo di lei quella donna coraggiosa la cui sensibilità alle sofferenze altrui la porteranno a diventare la prima presidente del Comité pour la Mémoire de l’Esclavage, creato per vegliare sull’attuazione della legge Taubira, che nel 2001 ha dichiarato la schiavitù un crimine contro l’umanità.

Una volta di più, facevo esperienza della bontà degli estranei. Per questo non permetterò a nessuno di sostenere che il mondo sia soltanto un coacervo di egoisti e indifferenti!

E quindi l’Africa, dove ebbe modo di trasferirsi attratta dai poeti della negritudine, passando dalla Costa d’Avorio, alla Guinea, al Ghana, fino al Senegal, tutti luoghi la cui incidenza è stata fondamentale per la sua formazione culturale e letteraria, quella stessa Africa che sembrò non accettarla mai, capace di esprimersi in una pluralità di società e culture diverse, anche troppo diverse dalla stessa Maryse Condé.

Per quanto mi riguarda, non odiavo l’Africa. Sapevo ormai che non mi avrebbe mai accettata per quel che ero. Eppure non la consideravo affatto responsabile delle mie difficoltà, risultato delle mie personali decisioni. Ciò che mi angustiava, è il fatto di non riuscire ad afferrarla con esattezza. Troppe immagini tra loro contraddittorie finivano per sovrapporsi dentro di me. Non si capiva quale prediligere: quella complessa e priva di asperità degli etnologi. Quella spiritualizzata al parossismo della negritudine. Quella dei miei amici rivoluzionari, sofferente e oppressa. Quella di Sékou Touré e della sua cricca, preda succulenta da smembrare. Sicché anch’io come Diogene, che cercava un onest’uomo alle porte di Atene, avrei voluto armarmi di una lanterna e andare in giro gridando: <<Africa, dove sei?>>

Una storia avvincente, un libro complesso e a tratti imprevedibile, che offre al lettore importanti spunti di riflessione; il linguaggio è sempre chiaro, preciso, epurato da qualunque intercalare. La vita senza fard mette in luce il talento letterario di Maryse Condé, mostrando al lettore quanto ci sia di biografico in tutti gli scritti dell’autrice, che nel corso della narrazione si rivela attraverso una trasposizione tra realtà e finzione, dove di volta in volta viene citato il libro di riferimento, incentrato su quel cruciale momento della sua vita: vivere è raccontarsi e lei lo fa con uno stile accattivante, da grande narratrice.

Inoltre, come preannuncia il titolo, il lettore vedrà il dispiegarsi di una vita senza abbellimenti, finzioni, quindi senza fard, espressa e raccontata in tutta la sua cruda verità: le rivoluzioni, i colpi di stato, il socialismo africano, il colonialismo, il complotto degli insegnanti, avvenimenti storici, filtrati attraverso le emozioni dell’autrice, tutti vissuti in Africa sulla sua pelle.

Perché l’essere umano è così smanioso di raffigurarsi un’esistenza tanto diversa da quella che ha vissuto?

Così in Maryse Condé la scrittura diventa motivo di liberazione, di indipendenza, un luogo dove poter riversare i tormenti della vita, quasi in funzione apotropaica e trasformati dall’inventiva in romanzi, perché “La letteratura è lo spazio entro cui esprimo le mie paure e le mie ansie, in cui tento di liberarmi da molti angosciosi interrogativi.”

Come la stessa Africa, tanto amata e desiderata, ma con lei ostica e impenetrabile, che subisce una trasformazione, ridotta al solo oggetto di quella stessa scrittura, da cui scaturisce tutto il talento letterario e quindi di storyteller di Maryse Condè.

L’Africa, finalmente sottomessa, si sarebbe trasformata, finendo per scorrere ormai docile nei recessi del mio immaginario. Sarebbe stata unicamente la materia di numerose finzioni narrative.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Le autobiografie finiscono troppo spesso col trasformarsi in opere di fantasia. L’essere umano sembra nutrire un tale desiderio di raffigurarsi una esistenza diversa da quella realmente vissuta, che finisce per abbellirla, spesso suo malgrado. La vita senza fard va dunque considerato un tentativo di dire le cose come stanno, rifiutando i miti e le facili e lusinghiere idealizzazioni. Di tutti i miei libri, credo sia forse il più universale. Non è solo la storia di una ragazza della Guadalupa alla ricerca della propria identità in Africa, o quella del lungo e doloroso avvento di una vocazione per la scrittura in un essere in apparenza poco incline ad abbracciarla. È dapprima e soprattutto la storia di una donna alle prese con le difficoltà della vita, che si trova di fronte a una scelta fondamentale, attuale ancora oggi: essere madre o esistere per se stessa. Penso che ‘La vita senza fard’ sia soprattutto la riflessione di un essere umano che tenta di realizzarsi pienamente. E che la felicità finisce sempre per arrivare. Maryse Condé

 

Chi è Maryse Condé

Nata a Pointe -à- Pitre, Maryse Condé è una delle voci di maggior spicco nella letteratura contemporanea. Tra i suoi libri, ricordiamo in particolare Segù, La vita perfida, La traversata della Mangrovia, Io Tituba, strega nera di Salem. Dopo aver insegnato a lungo alla Columbia University, vive oggi tra Parigi e New York.

 

DETTAGLI

Autore: Maryse Condé

Editore: La Tartaruga

Collana: Narrativa

Data uscita: 27 giugno 2019

Pagine: 269

EAN: 9788894814170

Prezzo: € 19,00

Formato: Brossura

Traduzione: Anna D’Elia