I TRASGRESSIONISTI Giorgio De Maria

I trasgressionisti erano lì, accovacciati in semicerchio, di fronte a un uomo che pareva dominarli con la forza concentrata dello sguardo, un uomo col naso aquilino e i lineamenti ben marcati, che ben riconoscevo.

IMG_20200530_165342.pngIl 2 aprile Frassinelli fa uscire i Trasgressionisti, il primo romanzo dell’autore italiano Giorgio De Maria, del quale aveva già editato la sua opera più importante, il quarto e ultimo libro, Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo; con il suo titolo dall’eco rinascimentale, ne diede i natali nel 1977 una piccola casa editrice milanese, Il Formichiere.

Giorgio De Maria è stato un artista eclettico, diviso tra musica, teatro e letteratura; nato e vissuto a Torino, è morto dimenticato nel 2009, in completa solitudine e povertà, quindi tumulato a Nole, in una tomba che neppure reca il suo nome. A distanza di cinquantun anni, Frassinelli ripropone i Tragressionisti, di cui si deve a Mondadori la prima pubblicazione, avvenuta nel 1968.

Per comprendere i Trasgressionisti, bisogna inquadrare l’opera alla luce del periodo in cui venne posta in essere: era il 1968, anno contrassegnato da movimenti socio culturali, formati da gruppi socialmente eterogenei di operai, studenti ed etnie minoritarie che, in aggregazione spontanea, contestavano le scelte socio-politiche del tempo. Trasgredire diviene quasi un obbligo.

Il protagonista è un uomo mai chiamato per nome durante la narrazione, quindi una persona qualunque, il quale è in procinto di sposare la fidanzata Liliana. Un giorno, un amico lo invita a osservare una scena insolita: un uomo alto e magro, dal naso aquilino, “camminava raso alle vetrine e la sua spalla destra era leggermente abbassata” entra in un negozio di articoli sportivi molto affollato, si mette in coda alla cassa e con il commesso si guardano senza aprire bocca, lasciando che “attorno a loro vibra l’impazienza dei clienti e l’affannata premura di chi li serve”. Attuando in tal modo una delle esercitazioni propedeutiche dei Trasgressionisti, espletata con un atto eversivo e fuori dalla norma.

Con questa visione, che continua a tormentarlo, il protagonista incuriosito viene spinto a conoscere quella che di fatto è la setta dei Trasgressionisti, i quali guidati da un Maestro, che ne affina le capacità attraverso una preparazione ben precisa, si riuniscono due volte a settimana, per essere preparati a compiere il Grande Salto, obiettivo e fine ultimo della setta.

La storia si svolge in una Torino magica e metafisica ed è in Via Botero che i trasgressionisti si radunano in una stanza nascosta all’interno di un locale, dove si suona musica jazz.

Via Botero è una via stretta stretta e veramente buia. I gatti vi si perdono se si arrischiano a percorrerla dalle nove in su. Vi potrebbe succedere di tutto: cori angelici, deflorazioni, duelli con la scimitarra, e anche qualche fucilazione all’alba contro un muro in uno spiazzo dove un tempo doveva esserci una casa.

Ribellandosi alle convenzioni, che inchiodano gli individui al comune senso del dovere, i Trasgressionisti acquisiscono quel tipo di mentalità eversiva, che permette loro di poter fare qualunque cosa, e al contempo di trovare il coraggio a compiere il Grande Salto, quindi la più grande delle trasgressioni. Solo così riescono a sfidare il comune senso del dovere e dell’onore, a sovvertire le consuetudini, l’ordine sociale, il potere costituito, per rinascere uomini completamente liberi da qualunque condizionamento sociale, politico e culturale.

L’intero racconto procede per gradi: dalla conoscenza della setta da parte del protagonista, fino al raggiungimento del suo scopo, che si snoda attraverso un percorso allucinato, in un’atmosfera misteriosa, quasi sospesa in una dimensione priva di spazio e tempo, che tiene il lettore inchiodato sino all’ultima pagina. Il finale lascia agghiacciati, in una Torino dove aleggia il fantasma di un piano ordito da un potere occulto, che manderà fuori di testa il lettore, trascinato da un senso di angoscia, dovuto al clima da esperimento psicosociale che si viene a creare, quasi ai limiti del cinismo.

Come mi accorgevo di non ritrovarmi più in una sperduta galassia, ma nei luoghi che mi avevano visto crescere e mutare, anno dopo anno fino a quando non avevo assunto forma d’uomo! In ogni fossato c’era almeno una piccola traccia di me stesso; fossi sceso a frugare nei rigagnoli non sarei tornato a mani vuote, sarei stato il fortunato archeologo del mio passato.

Nella costruzione di situazioni paradossali, capaci di generare angoscia, Giorgio De Maria si ispira a Kafka, anche per sua stessa ammissione, attingendo dal grottesco e dal surreale; infatti con i Tragressionisti propone una situazione, che si intreccia fino a stringere il protagonista in gangli da cui è impossibile fuggire.

Autore tra il Bizarro Fiction e il New Weird, con i Trasgressionisti Giorgio De Maria rivela al lettore la sua anima di scrittore esistenzialista, strutturando così un racconto interessante, geniale, dalla situazione indefinibile, bizzarra e dalle atmosfere rarefatte ai limiti dell’onirico, che apparentemente non lascia spazio alla speranza.

Ero capitato in una stanza disadorna e silenziosa, pallidamente illuminata da candele e pervasa da fumosi aromi. Erano quei silenzi profondi e abbandonati che paiono perdersi alle origini del mondo ed espellere con forza coloro che non se ne sentono partecipi.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Prossimo al matrimonio e spronato da un amico, l’anonimo protagonista del romanzo decide di aderire ai Trasgressionisti; come suggerisce il nome, questa setta si propone, attraverso trasgressioni man mano sempre più eversive, di sovvertire le consuetudini, l’ordine sociale, il potere costituito e l’egemonia del pensiero dominante. Riuscirà il nostro antieroe a sfuggire alle nozze abbandonando la sposa all’altare? Avrà il coraggio di varare una nuova esistenza all’insegna di piccole e grandi ribellioni? La risposta agli interrogativi sarà svelata in questo stesso libro, ma solo alla fine, quindi meglio non sbirciare o barare sfogliando veloci le pagine, anche se forse sarebbe abbastanza trasgressivo. Dopo il successo postumo di Le venti giornate di Torino, long-seller internazionale dall’incredibile fortuna, Giorgio De Maria torna con un’opera di nuovo ripescata da un ingiusto oblio, sempre ambientata a Torino e sempre con un protagonista senza nome, ancora una volta premonitrice, spiazzante, oscura, ironica ai limiti del cinismo. Se Le venti giornate è stato a buona ragione definito «l’unico, autentico romanzo maledetto italiano», I Trasgressionisti è un manuale sulla disobbedienza come regola di vita, perfidamente originale e allo stesso tempo alla stregua di classici moderni come Lo straniero, Fight Club e Trainspotting.
Giovanni Arduino

 

Chi è Giorgio De Maria

Giorgio De Maria è nato nel 1924 a Torino. È stato critico teatrale per l’Unità torinese dal 1958 al 1965. Nel 1958 ha fatto parte con Liberovici, Straniero, Calvino, Fortini e Amodei del gruppo «Cantacronache» per il rinnovamento della canzone italiana. Ha pubblicato, tra l’altro, Le canzoni della cattiva coscienza (1964, in collaborazione con Eco, Straniero, Liberovici e Jona) e i romanzi I trasgressionisti (1968), I dorsi dei bufali (1973), La morte segreta di Josif Giugasvili (1976). Le venti giornate di Torino uscì per le edizioni Il Formichiere nel 1977. In seguito Giorgio De Maria non ha più pubblicato nulla, ed è morto nel 2009.

 

DETTAGLI

Autore: Giorgio De Maria

Editore: Frassinelli

Data uscita: 2 aprile 2019

Listino: € 15,00

Pagine: 120

EAN: 9788893420525

 

 

 

 

 

LA COMPAGNIA DELLE ILLUSIONI Enrico Ianniello

La bellezza della vita si può coniugare solo al presente, con una bella è con l’accento, colorata e squillante; se no la vita si chiama rimpianto o recriminazione, quattro inutili spicci di cui sono gonfi i borsellini degli infelici.

illusioni

Ci sono romanzi capaci di suscitare grande coinvolgimento, al punto da attraversarti la mente, anche dopo averne completato la lettura, così La Compagnia delle Illusioni, di Enrico Ianniello, che punta dritto al cuore.

Enrico Ianniello è uno scrittore brillante, dalla penna virtuosa, che nel 2015 si affaccia sulla scena letteraria pubblicando il suo primo romanzo pluripremiato, La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, edito da Feltrinelli Editore, con il secondo romanzo, La Compagnia delle Illusioni, sempre con Feltrinelli Editore, non fa altro che confermare le sue doti di grande narratore, con uno stile poetico e coinvolgente.

Il protagonista, Antonio Morra, è un quarantottenne appagato da una vita quasi perfetta, che divide con la compagna Lea, in dolce attesa di una bambina e con la quale si dedica alla comune passione per la recitazione, che gli ha permesso di ricoprire un ruolo, in una serie televisiva, procurandogli una certa notorietà. Eppure quando il lettore comincia il racconto, tutto questo si è concluso da tempo, dato che Lea muore in un incidente, distruggendo ogni aspettativa di vita.

Così nel suo doversi dolorosamente reinventare, il protagonista comincia, con scarso entusiasmo, a dirigere una compagnia amatoriale, la Compagnia dei Sorrisi, messa su da cinque dentisti appassionati di teatro, che offrono ai propri pazienti biglietti gratis per le rappresentazioni e “ai pazienti più dotati, cioè quelli che spendono di più, o alle amanti di turno, offrono pure un ruolo”. Ed essendo in debito, il dentista di Antonio Morra decide di compensare offrendogli la parte da regista tuttofare, regolarmente stipendiato.

La sua vita però cambia nel momento in cui incontra Zia Maggie, che gli offre un misterioso lavoro, fare parte di una compagnia segreta, la Compagnia delle Illusioni, dove gli attori una volta ingaggiati non si limitano a ricoprire un ruolo, ma con il loro intervento diventano parte attiva nel cambiare la realtà, in base alle esigenze del committente. Unico dovere, oltre alla segretezza, trovarsi un soprannome da utilizzare durante l’ingaggio, quello di Antonio è ‘O Mollusco.

Allora pensai che ‘O Mollusco era veramente il nome da battaglia giusto per me. Perché avevo una personalità scivolosa, senza capo né coda, una personalità umida e vischiosa: la personalità pelosa di una cozza.

Con questa opportunità, ‘O Mollusco può indossare diverse maschere, con cui si identifica, per dare un senso alla propria esistenza, sarà l’interprete di mille ruoli diversi: un poliziotto in borghese, il proprietario di un ristorante, un fidanzato addolorato a un funerale e altri ancora. Ma la conversazione epistolare che continua a intrattenere con Lea, non fa altro che spingerlo sempre in dietro, in un passato sepolto.

Eppure, anche se può fingere di essere chi vuole, in fondo funzionano così le illusioni, i problemi sorgono nel momento in cui la vita lo obbliga a essere se stesso e Antonio ricomincia a vivere, prendendo coscienza di sé, solo quando incontrerà Beatrice, una barista di venticinque anni, che gli permetterà di mettere a fuoco la propria esistenza, proiettandolo in un futuro fatto di nuove possibilità e di maggiore autonomia.

La Compagnia delle Illusioni si traveste di una realtà che, se pur inficiata dalle illusioni, come tale sa essere cruda e vera, il lieto fine solo alle fiabe.

Il fiore dell’illusione produce il frutto della realtà.

Quindi un romanzo intenso, ricco di colpi di scena, dove la finzione viene portata alle estreme conseguenze, perché “la conseguenza estrema della finzione è la verità”. E sono i personaggi, tutti straordinari, a cui Ianniello dà vita, a trascinare il lettore in un mondo surreale, con situazioni che di volta in volta, in un’ambientazione spesso grottesca, si fanno comiche, poetiche e a tratti commoventi. Indimenticabile mamma Rossella, con il suo atteggiamento discreto, ma sempre protettivo, che si riassume in una semplice frase: “C’è qualcosa che non so?”, Beatrice, parte in causa di una messa in scena e la stessa Zia Maggie, donna dai mille volti e tessitrice di illusioni.

Così durante la lettura, si rimane coinvolti in un vortice di emozioni, in grado di modificarsi a ogni cambio di scena.

Il lessico del romanzo arricchisce ulteriormente la trama, ben miscelato tra virtuosismi lessicali, dialetto napoletano, espressioni popolari, modi di dire, il tutto accompagnato da una vena poetica, che rimarrà nel cuore del lettore, anche dopo averne concluso la lettura. Infatti lo stile poetico dell’autore, accompagnato comunque da un pizzico d’ironia, coinvolgendo, avvince.

Inoltre, Enrico Ianniello fa convergere nella narrazione la propria esperienza di attore e costruisce la trama attraverso una struttura romanzata di quel mondo a cui appartiene, infatti l’autore è anche attore e regista, noto al pubblico come il Commissario Nappi, nella fortunata serie Un passo dal cielo.

Quindi una storia che racchiude in sé tante storie e un personaggio che si trasforma in mille altri, per ritrovare se stesso.

Inoltre, crisi dell’identità, umorismo, il bisogno di essere altro da sé, la rappresentazione delle illusioni come chiave di lettura di una realtà altrimenti incomprensibile, gli stessi personaggi, grotteschi, caricaturali, bisognosi di riscatto da una vita dolorosa e sempre capaci di essere uno, nessuno e comunque centomila, sono tutti elementi comuni e riconducibili a Pirandello.

E come accade con Pirandello, anche in Enrico Ianniello il grottesco incanta, funziona e stupisce.

Credo che tu abbia molte anime. Ti auguro di conservarle sempre in armonia tra loro. Altrimenti faranno la rivoluzione contro di te e vinceranno.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Per lavorare nella Compagnia delle Illusioni un nome in codice è indispensabile, e quello di Antonio Morra è il più bello di tutti: ’O Mollusco.

Dopo una carriera d’attore con un solo ruolo importante – il portiere impiccione della serie tv Tutti a casa Baselice –, a quasi cinquant’anni Antonio Morra vive con la madre e la sorella Maria a Napoli, dove si arrangia dirigendo uno sfizioso gruppetto teatrale amatoriale. Il ragazzo di un tempo, pieno di sogni e forza di volontà, si è trasformato a causa di un terribile evento in un uomo senza capo né coda: perfetto dunque per la misteriosa Zia Maggie, che lo ha attirato nella potente rete segreta della Compagnia delle Illusioni. Così Antonio è diventato ’O Mollusco: l’interprete di mille ruoli diversi che gli permettono di influire sulle vite altrui fino a mutare la realtà, perché “le persone non vedono ciò che è vero, ma rendono vero quello che desiderano vedere”. E solo quando l’illusione avrà sovvertito anche la sua vita, Antonio potrà ritrovarsi. In fondo, come recita una delle regole della Compagnia, “la conseguenza estrema della finzione è la verità”.

Dopo lo straordinario esordio con La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (Premio Campiello Opera Prima 2015), Enrico Ianniello – una delle voci più sorprendenti del panorama letterario italiano – ci rende spettatori attivi di una commedia agrodolce, ricca di svolte inaspettate.

 

Chi è Enrico Ianniello?

Enrico Ianniello (Caserta, 1970) è un attore, regista e traduttore. Ha lavorato a lungo nella compagnia di Toni Servillo. Dal catalano ha tradotto le opere di Pau Miró, Jordi Galceran, Sergi Belbel. Al cinema ha lavorato con Nanni Moretti, in televisione è il commissario Nappi della serie “Un passo dal cielo”. La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (Feltrinelli, 2015), il suo primo romanzo, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2015 e diversi altri premi, tra cui Il premio John Fante Opera prima 2015, il Premio Cuneo 2015 e il premio Selezione Bancarella 2015. Per Feltrinelli ha pubblicato anche, nella collana digitale Zoom Flash, Appocundría (2016) e il romanzo La Compagnia delle Illusioni (2019).

 

DETTAGLI

Autore: Enrico Ianniello

Editore: Feltrinelli Editore

Data d’uscita: gennaio, 2019

Collana: I Narratori

Pagine: 272

Prezzo: 17,00 €

ISBN: 9788807033261

Genere: Narrativa

 

 

 

L’ASSASSINIO DI FLORENCE NIGHTINGALE SHORE Jessica Fellowes

I contorni della strada svanivano, divorati dall’oscurità, ma la fiumana di gente non accennava a diminuire. Le coppiette si attardavano davanti alle belle vetrine, decorate con luci elettriche e deliziose squisitezze natalizie: scatole di cartone colorato ricolme di lokum, i cui morbidi cubi rosa e verde sembravano brillare di luce propria attraverso lo spesso strato di zucchero a velo; i volti pallidi, lucidi delle bambole di porcellana nuove, gambe e braccia rigide negli abitini di cotone inamidato e strati su strati di impalpabile tulle del sottogonna che spuntavano da sotto l’orlo.

asUscito il 16 novembre 2017 per Neri Pozza, L’assassinio di Florence Nightingale Shore è il primo di sei romanzi ambientati nell’Inghilterra degli anni Venti e Trenta, con protagoniste le sei sorelle Mitford, attorno a cui verranno costruiti I delitti Mitford, Sei sorelle, una vita di misteri.

La scrittrice Jessica Fellowes è autrice di studi su Downtown Abbey, nonché nipote di Julian Fellowes, suo noto autore e sceneggiatore.

È il 1919, l’infermiera Florence Nightingale Shore deve prendere un treno, che la porterà da una sua amica, ma viene assassinata durante la corsa, non raggiungendo mai la sua destinazione. Nello stesso momento, la giovane Louisa Cannon è impegnata a saltare giù dallo stesso treno, per scappare dal terribile e pericoloso zio Stephen, che vorrebbe dare la nipote a saldo dei propri debiti di gioco, a uomini di dubbia fama. L’unica salvezza per Louisa è un posto di lavoro presso la famiglia Mitford, ad Asthall Manor nella campagna dell’Oxfordshire; fortuna vuole che a soccorrerla sia un giovane agente della polizia ferroviaria di Londra Brighton & South Coast, Guy Sullivan, che si offre volontario per aiutarla a raggiungere Asthall Manor. Louisa riuscirà a farsi assumere, diventando amica della figlia più grande dei Mitford, Nancy, una giovane ragazza di sedici anni ribelle e curiosa, che dimostra di possedere un particolare talento nel raccontare e scrivere storie. Insieme le due indagheranno sulla misteriosa morte di Florence Nightingale Shore, trovandosi coinvolte nell’indagine portata avanti dal giovane agente Guy Sullivan.

La forza del costrutto narrativo dell’intero romanzo sta in un semplice format, già collaudato da Jessica Fellowes con Downtown Abbey e in questo specifico caso nella realizzazione di un crime, dove omicidio e dramma in costume si intrecciano alle vite di aristocratici e domestici, upstairs/downstairs, strutturando il tutto con dovizia di particolari. I fatti, frutto dell’immaginazione, vengono rimescolati a una vicenda di cronaca nera realmente accaduta e rimasta irrisolta, ossia l’omicidio dell’infermiera Forence Nightingale Shore, a cui si riallaccia la vita delle chiacchieratissime sorelle Mitford, “leggendarie” figure del secolo scorso.

Ogni mattina e ogni pomeriggio, tutta la truppa veniva riunita e accompagnata a fare una camminata a passo svelto a Kensington Gardens. Lousa sospettava che, nonostante le lagnanze, Nanny Blor fosse segretamente orgogliosa di spingere la piccola Debo nell’imponente carrozzina Silver Cross, sapendo di poter reggere il confronto con le bambinaie snob diplomatesi a Norland.

Tanto la finzione, quanto la realtà ruotano attorno alla protagonista, Luoisa Cannon, filo conduttore tra le tre diverse parti, su cui vengono costruiti abilmente i fatti narrati, infatti Louisa collega le varie vicende attraverso Nancy, divenendo la cameriera addetta alla nursery a casa Mitford, attraverso Guy Sallivan, elemento essenziale per lo svolgimento delle indagini e infine è un elemento di congiunzione con la stessa vittima, Florence Nightingale Shore.

L’autrice mantiene desta l’attenzione con vari colpi di scena, che spingono durante la lettura ad accumulare indizi, mantenendo il lettore vigile a ogni cambio di situazione e ambientazione, solo così si potrà andare alla ricerca del colpevole, rimanendo con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina e al contempo subendo il fascino del contesto socio-culturale del tempo, con la consapevolezza che la base della vicenda è reale. Le descrizioni e le ambientazioni, curate nei minimi dettagli, inoltre ricordano al lettore che ci troviamo in una Londra che cerca di riprendersi dalla Grande Guerra, trascinandolo in dietro nel tempo per ripercorrere a ritroso la storia del secolo scorso.

Un’ora dopo, Louisa camminava lungo il corridoio con Decca per mano e Unity che le seguiva scontenta. Stavano andando a fare una passeggiata in giardino, quando vide Nancy che, immobile come una statua, stava con l’orecchio incollato alla porta dello studio del padre. Prima che lei potesse aprire bocca, Nancy si premette un dito sulle labbra, quindi si raddrizzò e le si avvicinò.

E pur essendo piuttosto semplice seguirne le vicende, non è un racconto scontato e di facile soluzione, poiché il meccanismo che sta alla base della struttura narrativa svia più volte il lettore, non rendendo per nulla scontata la soluzione del caso.

Le sorelle Mitford meriterebbero un ambito di discussione a parte, in considerazione della vita avventurosa e delle vicende loro attribuite, infatti sembrano incarnare a pieno lo spirito del secolo scorso, di quel Novecento dai grandi rivolgimenti e dalle grandi tragedie storiche, ognuna con il proprio particolare e specifico modo di essere. Figlie dell’aristocratico inglese David Freeman-Mitford, barone di Redesdale, divennero figure iconiche grazie a una vita politicamente controversa e per essere considerate un esempio di stile; per farsi un’idea di ciò che voglio dire, basta leggere un trafiletto del The Times che recita: “Diana la fascista, Jessica la comunista, Unity l’amante di Hitler, Nancy la romanziera, Deborah la duchessa e Pamela la discreta esperta di pollame”.

Anche se nate a inizio Novecento sono sei donne fortemente moderne, anticonvenzionali e molto determinate, donne fuori dal comune; la loro stessa vita può essere considerata un romanzo.

Quindi glamour e fascino, intrigo e buoni sentimenti fanno da collante a un romanzo, che non ha nulla da invidiare ai grandi gialli del secolo scorso; al lettore il compito di accumulare indizi, per trovare il colpevole.

Il coroner chiamò il medico al banco dei testimoni. Era un bell’uomo, con gli occhi chiari e limpidi. Portava un abito di ottima fattura con un fiore all’occhiello, i capelli con la riga in mezzo e perfettamente lisci sul cranio. Descrisse con grande precisione le ferite sulla signorina Shore, osservate il giorno dopo la sua morte.

morte diE’ già disponibile in tutte le librerie il secondo attesissimo romanzo Morte di un giovane di belle speranze – I delitti Mitford, uscito il 15 novembre, sempre edito da Neri Pozza Editore. Mentre per chi volesse approfondire la storia delle sorelle Mitford, rimando a Le sorelle Mitford. Biografia di una famiglia straordinaria di Mary S. Lovell, edizioni Neri Pozza.

 

QUARTA DI COPERTINA

Il 12 gennaio 1920 l’infermiera Florence Nightingale Shore arriva a Victoria Station nel primo pomeriggio, in taxi, un lusso che ritiene di meritare a un passo dalla pensione e dopo una vita di sacrifici. Il mezzo di trasporto si intona, infatti, alla sua pelliccia nuova, regalo che si è concessa per il compleanno e che ha indossato per la prima volta solo il giorno precedente. Dopo aver acquistato un biglietto di terza classe per Warrior Square, Florence Nightingale Shore si accomoda nell’ultimo vagone, dove attende che il treno si metta in movimento. Poco prima della partenza nel suo scompartimento entra un uomo con un completo di tweed marrone chiaro e un cappello. È l’ultima volta che qualcuno la vedrà viva.
Il giorno stesso, sulla medesima tratta, la diciottenne Louisa Cannon salta giù da un treno in corsa per sfuggire all’opprimente e pericoloso zio, che vorrebbe sanare i propri debiti «offrendo» la nipote a uomini di dubbia reputazione. A soccorrerla è un agente della polizia ferroviaria, Guy Sullivan, un ragazzo alto e allampanato, gli incisivi distanti e gli occhiali spessi e tondi che gli scivolavano sempre sul naso. Affascinato dalla determinazione della giovane, Guy si offre di aiutarla a raggiungere Asthall Manor, nella campagna dell’Oxfordshire, dove la ragazza deve sostenere un colloquio di lavoro come cameriera addetta alla nursery presso la prestigiosa famiglia Mitford.
Louisa riesce a farsi assumere, divenendo istitutrice, chaperon e confidente delle sei sorelle Mitford, specialmente della sedicenne Nancy, una giovane donna intelligente e curiosa con un talento particolare per le storie, talento che le permetterà poi di essere una delle più sofisticate e brillanti scrittrici britanniche del Novecento.
Sarà proprio la curiosità di Nancy a spingerla a indagare, con l’aiuto di Guy, sul caso che sta facendo discutere tutta Londra: quello dell’infermiera assalita brutalmente sulla linea ferroviaria di Brighton.

Basato sul vero omicidio, rimasto irrisolto, di Florence Nightingale Shore, questo è il primo romanzo di una serie di avvincenti gialli ambientati nell’Inghilterra degli anni Venti e Trenta, con protagoniste le sei «leggendarie» sorelle Mitford.

 

 

Chi è Jessica Fellowes?

Jessica Fellowes, nipote dell’acclamato autore britannico Julian Fellowes, è scrittrice e giornalista, conosciuta per essere l’autrice di cinque libri sui retroscena delle celebre serie TV Downton Abbey, molti dei quali sono apparsi nella lista dei bestseller del New York Times e Sunday Times. Ex vice direttrice di Country Life e giornalista del Sunday Mail, ha scritto per diverse testate tra cui il Daily Telegraph, il Guardian, il Sunday Times e The Lady. L’assassinio di Florence Nightingale Shore. I delitti Mitford è il primo di una serie di gialli ambientati negli anni Venti.

 

DETTAGLI

Titolo: L’assassinio di Florence Nightingale Shore

Sottotitolo: I delitti di Mitford

Autore: Jessica Fellowes

Traduttore:  Maddalena Togliani

Editore: Neri Pozza

Pagine: 400

Pubblicazione: novembre 2017

ISBN/EAN: 9788854516199

 

 

 

 

WASAN L’ARTE DELLA MATEMATICA GIAPPONESE Toshimitsu Hirano

Nella nostra cultura la parola wasan (giapponese 和算) non trova alcun riscontro, in quanto si tratta di un’antica arte legata alla matematica applicata giapponese, risalente al periodo Edo (1603 – 1868), quando il Giappone si isolò completamente dal resto del mondo. Due secoli dopo, sotto il governo Meiji, iniziò l’occidentalizzazione, con l’introduzione delle scienze matematiche e quindi della matematica europea, ma fino a quel momento fu il wasan a influenzare le discipline scientifiche  giapponesi.

wasan

In Giappone, il wasan ha sempre goduto di un ampio seguito di appassionati grazie alla sua unicità, all’importanza storica e ai vari livelli di difficoltà che rendono alcuni dei problemi semplicemente divertenti e ingegnosi.

I 12 quesiti matematici più antichi del wasan (o matematica giapponese) sono proposti in questo saggio da Toshimitsu Hirano, docente alla Kyoto Women’s University; nel 2008, essendo venuto a conoscenza dei sangaku (che letteralmente significa “tavoletta di calcolo”) del tempio di Yasui Kompiragu a Kyoto, il professore Hirano ha raccolto questo suo studio in Wasan L’arte della matematica Giapponese.

Il principio primo del libro è che vi sono delle creazioni artistiche, tipiche del Giappone, legate anche e non solo ad aspetti della vita quotidiana, che non possono essere realizzate senza l’applicazione del wasan, come a esempio la lanterna tourou, le strisce poetiche tanzaku, le bambole tsuchi-ningyo, sino ad arrivare ad aspetti della vita pratica, quali la preparazione delle torte di riso noshimochi, la disposizione dei crisantemi, ecc. I 12 sangaku riportati in questo saggio sono i più antichi e offrono tutti gli elementi per poter cercare di  sfidarsi risolvendoli, in un percorso che, partendo dal procedimento più complesso, giunge al più semplice, fornendo la chiave di applicazione con soluzione finale.

Un esempio di problema contenuto nel saggio:

Oggi è la Festa dei crisantemi, e quindi vorresti mettere dei crisantemi in alcuni vasi da fiori. Hai 5 tipi di crisantemi e 5 tipi di vasi. Se metti un tipo di crisantemo in ogni vaso, quante combinazioni differenti sono possibili?

È anche vero che non vi è nulla di più distante della matematica dal mio modo di essere, questa disciplina, che con me da scienza si fa fantascienza, ha sempre rappresentato un grosso problema, siamo divergenti, eppure contro ogni logica ho deciso di acquistare il libro, poiché fornisce spunti storici e cognitivi interessanti e stimoli mentali che spingono a misurarsi con un passato sì complesso, ma al contempo armoniosamente ben strutturato. Infatti, l’armonica perfezione è l’elemento su cui poggia lo sviluppo dei sangaku, che venivano appesi fuori dai templi per sfidare e quindi incuriosire tutti coloro che ne erano interessati, senza fare distinzione di età, sesso e ceto sociale.

Contare il numero di foglie, che cadono in un dato periodo di tempo, o misurare la distanza dall’orizzonte e ancora calcolare le offerte al tempio diventa un avvincente rompicapo per tutte quelle menti matematicamente allenate, che solo con l’applicazione del wasan trovano il punto di equilibrio per essere risolti.

Per cui il wasan, con i suoi principi matematici, fornisce all’estetica giapponese, nel divenire creazione artistica, la sua soddisfazione, facendo ricorso a quel perfetto equilibrio che, senza il principio di armonia, non avrebbe alcun valore per questa particolare cultura.

Leggendolo, vi scervellerete… già lo so!

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Per oltre due secoli, tra il 1603 e il 1868, il Giappone visse un lungo periodo di isolamento, durante il quale interruppe quasi del tutto le relazioni con il resto del mondo e sviluppò una cultura unica e originale. In quegli anni nacque la poesia haiku e fiorì la matematica che prende il nome di wasan, una pratica antica che unisce la creatività dell’arte, l’intuito della filosofia e la precisione della scienza. Il wasan era praticato,da studenti ma anche da persone comuni, che affrontavano problemi matematici per divertimento e per risolvere le necessità della vita quotidiana, come costruire un ventaglio e disporre i fiori nei vasi. I quesiti erano disegnati su piccole tavolette di legno, i sangaku, che venivano appese di fronte ai templi per sfidare i passanti a scrivere la soluzione sul retro della tavola. Una matematica partecipativa e divertente, di cui nei secoli si sono perse le tracce e che questo libro riporta finalmente alla luce. Un tuffo in una cultura sconosciuta attraverso 12 giochi matematici ispirati alla vita di tutti i giorni, una sfida per i lettori di tutte le età che aspetta di essere risolta da 150 anni.

 

Chi è Toshimitsu Hirano?

Toshimitsu Hirano insegna alla Kyoto Women’s University e utilizza i principi del wasan per le sue lezioni e conferenze. Nel 2008, grazie alla segnalazione di uno studente, ha scoperto i sangaku del tempio di Yasui Kompiragu a Kyoto, da cui ha tratto i problemi contenuti in questo libro.

 

DETTAGLI

Autore: Toshimitsu Hirano

Editore: La nave di Teseo

Collana: Le Onde

Data uscita: 18 ottobre 2018

Pagine: 180

Formato: brossura, illustrato

Illustrazioni: Jessica Lagatta

Lingua: Italiano

Traduzione: Rino Serù

EAN: 9788893446532

Listino: € 15,00

 

 

 

IL LUNGO VIAGGIO DI GARRY HOP Moony Witcher

Buongiorno lettori e buon mercoledì,

con questa recensione del mese di ottobre inauguro una nuova sezione di INTO THE READ, dedicata alla letteratura per ragazzi, Kid’s Republic sarà la categoria di riferimento.

Mi capita spesso di riflettere sul fatto che un blog come Into The Read non dovrebbe prescindere dal recensire libri per ragazzi, perché ritengo che un lit-blog non può definirsi tale senza considerare anche i lettori più giovani.

il lungoCosì ho scelto l’ultimo libro dell’autrice Moony Witcher, un fantasy dal titolo IL LUNGO VIAGGIO DI GARRY HOP, dove elementi magici e mistici si uniscono alle forze della natura per dar vita a una grande avventura, articolata in 208 pagine. Garry Hop è infatti il protagonista del racconto, un giovane eroe di undici anni, che comincia un viaggio fantastico alla ricerca di un luogo magico, l’Isola di Hunnia, in grado con la sua particolare vegetazione di alleviare le sofferenze di due popoli sempre in guerra, quello dei Fiderbi e dei Verroti, ma soprattutto di salvare la vita della propria mamma, nota guaritrice verrota.

Come vuole la buona tradizione, tutto prende il via con una sequenza di parole magiche opportunamente pronunciate, Giovine vagante, passo felpante e basta solo questo per far scaturire tutta quella fascinazione alchemica, che ha permesso all’autrice di creare un fantasy ben articolato, con tutti gli elementi tipici di questo genere letterario: abbiamo la ricerca di un luogo magico (Isola di Hunnia) che spinge un giovane eroe, in compagnia di quella che inizialmente dovrebbe essere un’acerrima nemica, a cominciare un’avventura; personaggi dotati di magici poteri, come Bandeo Gropiùs, saggio sciamano dell’isola e conoscitore della magia alchemica, che scaturisce dallo stesso luogo in cui risiede; la continua lotta del bene contro il male e la presenza di creature fantastiche, capaci di suscitare grande tenerezza: indimenticabili i Mani Grandi, le Uncinate, le Occhioline Lente, ma anche orrore come i sanguinari Tauri. Chi sono? Per saperne di più dovete leggere il racconto.

Con gli occhi colmi di gioia proseguì il viaggio verso la Riserva di petali. Più si avvicinava più era intenso il profumo che sentiva. Solo poche Occhioline Lente giocavano tra cumuli di petali di colori diversi. Grandi, piccoli, ovali e lunghi, tondi e sferici. Petali che emanavano un’energia inebriante.

Nei fantasy la morale non è sempre dovuta o necessaria in quanto, a differenza della favola, il racconto fantastico non deve necessariamente educare, ma bensì intrattenere e quindi divertire, eppure ne Il lungo viaggio di Garry Hop la morale fa da padrona, cercando di insegnare ai più giovani quanto la diversità possa rappresentare una fonte inesauribile di conoscenza, scambio e riflessione, cosicché nel corso della narrazione non costituisce un ostacolo, bensì permette di superare pericoli e stringere legami forti e duraturi, abolendo quindi ogni pregiudizio.

Alina spostò lentamente la mano dal suo tatuaggio e fece per accarezzare il viso di Garry.

Ma si trattenne: “Siamo diversi”.

Il giovane Hop le prese la mano: “Nella diversità c’è uguaglianza. Ecco quello che penso da quando ti ho incontrata”.

Anche gli antagonisti hanno sempre qualcosa da insegnare, là dove l’errore viene mostrato come tale. Durante il viaggio, infatti, la natura brutale di Alina sembra subire un cambiamento dovuto alle parole di Garry, che pian piano fanno breccia nell’animo della ragazzina, inizialmente ostile e combattiva, il cui carattere era stato strutturato non solo dal dolore per la perdita dei genitori a opera del nemico verrota, ma anche dalla crudele presenza dello zio Kornelius, che l’aveva costretta a una vita dura e piena di pericoli.

Alina si alzò e andò verso il piccolo braciere. Era talmente emozionata che riuscì a sussurrare solo poche parole: “Salvando Hunnia salveremo noi stessi”.

Un libro quindi dove luce e ombre, bene e male, solo scontrandosi danno vita a una varietà infinita di colori, rendendo il tutto complementare.

La descrizione di paesaggi fantastici arricchisce la narrazione di Moony Witcher, con una natura rigogliosa ed esplosiva, da cui si possono attingere tutti quei medicamenti che permettono di superare anche malattie incurabili, perché a Hunnia la magia può tutto…!!! Ciò spinge il lettore al rispetto della stessa natura, che diviene strumento di pace e al contempo di insegnamento, facendo comprendere che bisogna sempre credere in se stessi e nelle proprie capacità.

Per cui Il lungo viaggio di Garry Hop si rivela una grande storia di crescita, un elogio alla pace e al valore della diversità, in grado di affascinare e coinvolge tanto i grandi, quanto i piccoli lettori, anche perché come sosteneva C.S. Lewis una storia per bambini che piaccia solo ai bambini non è un granché.

Dico questo poiché il difficile in un fantasy è riuscire a rendere credibile l’incredibile agli occhi dei lettori, anche di quelli più smaliziati, ma Moony Witcher ha la capacità di creare atmosfere incantate e magiche, sostenute da un coinvolgente clima figurale, tale da permettere di viaggiare verso l’Isola di Hunnia sostenuti dal solo senso del fantastico e dell’irreale, senza minimamente cadere nell’illusione della finzione fantastica. Il tutto si mostra credibile, pur trattandosi di un costrutto legato all’immaginazione, con in più la veridicità di una morale, che diviene consequenziale al racconto stesso.

Come diceva giustamente Sir James Matthew Barrie, autore di Peter Pan, c’è un’Isola-che-non-c’è per ogni bambino, e sono tutte differenti

Ogni dolore si sconfigge

con la purezza del pensiero.

Dove si toccano le nuvole,

là si riflette la verità degli sguardi.

Usa mani e cuore,

solo così sentirai la voce di fiori e foglie.

E alla fine ringrazierai gli animali magici

che ti accompagneranno nel cammino.

                                       Bandeo Gropiùs

            Sciamano dell’Isola di Hunnia.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Mentre le città di Bessia e Karan si consumano in una guerra lacerante tra i loro cittadini, i Fiderbi e Verroti, Garry Hop, che ha già perso suo padre, vive il dolore della malattia della madre, destinata a non sopravvivere in assenza di medicine. L’unico in grado di darle salvezza e salute è il vecchio sciamano Bandeo Gropiùs, che risiede nella magica isola di Hunnia, proprio la causa del contendere tra i due popoli. Garry, di nascosto, parte alla volta dell’isola e comincia un viaggio che sarà per lui un’immensa scoperta, di luoghi, sentimenti e verità. A cambiare il suo sguardo sul mondo sarà l’incontro con una giovane Fiderba, Alina: i due ragazzi, destinati a conoscersi nell’odio, si ritroveranno compagni di viaggio e, infine, amici.

 

Chi è Moony Witcher?

Moony Witcher è lo pseudonimo di Roberta Rizzo, giornalista e scrittrice nata a Venezia nel 1957. Laureata in Filosofia presso L’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha conseguito il diploma Irrsae Veneto come Formatore dei formatori.
Nel 1985 inizia la carriera giornalistica che la porterà a ricoprire numerosi incarichi nei diversi quotidiani del Gruppo editoriale “L’Espresso”, fino alla decisione di dedicarsi solo alla scrittura.
Nel 2002 pubblica con il nome d’arte Moony Witcher, il primo romanzo fantasy La bambina della Sesta Luna raggiungendo i vertici delle classifiche. La saga è tradotta nel mondo in 34 paesi.
Attualmente l’intera produzione dei romanzi ha raggiunto i due milioni di copie vendute solo in Italia.
Dal 2004 è amministratore delegato della società “Sesta Luna srl” che organizza eventi e Corsi di Scrittura Creativa in tutta Italia per giovani e giovanissimi.
Nel 2007 e 2008 con Sesta Luna promuove il primo festival per ragazzi dedicato alla creatività, il “Fantasio Festival-Fantasio Giovani”.
Nel sito ufficiale www.moonywitcher.com organizza corsi di scrittura on-line per bambini, giovani ed adulti.

 

DETTAGLI

Editore: Giunti

Collana: Biblioteca Junior

Copertina: Cartonato con sovraccoperta

ISBN – EAN:  9788809863651

Data di pubblicazione: 21 Marzo 2018

Pagine: 208

Prezzo: € 12,00

 

 

 

 

LE SORELLE DONGURI Banana Yoshimoto

Vogliono avere la certezza che lanciando un sassolino in questo oceano così vasto potranno vedere comunque i cerchi nell’acqua. Vogliono sapere che dall’altra parte c’è qualcuno, anche se si tratta di qualcuno che non potranno mai vedereyoshimoto

Banana Yoshimoto, l’autrice giapponese più amata dagli italiani, torna in libreria sempre per Feltrinelli con LE SORELLE DONGURI. Il costrutto narrativo ruota attorno a tutti gli elementi tipici dell’autrice, sembra quasi di riuscire a percepire il profumo del samgyetang, piatto tipico coreano, spesso citato nel corso della narrazione.

LE SORELLE DONGURI sono due giovani ragazze giapponesi, rimaste orfane, il cui percorso di vita ha lasciato in ognuna segni indelebili, sui quali hanno strutturato la propria personalità: Guriko, la voce narrante, è la più piccola e la più introversa, che ha permesso al dolore di renderla sì sensibile, ma al contempo fragile e poco avvezza alla socializzazione; di contro, la maggiore delle due sorelle, Donko, è estroversa, quella che ama farsi attraversare dai sentimenti, senza però volerne rimanere del tutto coinvolta.

Credo che sia difficile trovare la felicità da adulti se non si è assaporata davvero l’infanzia, ma in fondo noi avevamo cercato disperatamente di riprendercela.

Le due sorelle, dopo la morte del nonno, decidono di aprire un sito di posta del cuore, che darà l’occasione a Guriko di seguire una serie di segni, che la condurranno da ciò che si mostra come un semplice sogno a una realtà dolorosa, legata ad un amore del passato. Il tutto narrato con grande delicatezza e perseguito con un’incognita di fondo…

Che succederebbe allora? Se tutto fosse un sogno, intendo. Se tu e io in realtà fossimo morte nello stesso incidente dei nostri genitori e stessimo solo sognando di essere vive. Se questo cielo e tutte le ceramiche che abbiamo comprato oggi fossero solo un sogno.

Con LE SORELLE DONGURI, Banana Yoshimoto ci mostra un universo apparentemente fragile, costruito intorno a sensazioni, percezioni e suggestioni oniriche, che trovano conferma e manifestazione nella realtà.

Tutto il racconto è percorso da un profondo amore per la natura, la cui purezza si sposa con quell’armonia tutta giapponese, sostenuta da equilibri, quasi a riflesso dello svolgimento della storia personale delle sorelle Donguri.

Per strada c’era sempre qualcuno che ci fermava e si metteva a parlare, quindi non ci sentivamo mai sole, senza contare che eravamo circondate dalla natura. I tramonti erano immensi, la luna e le stelle splendenti, era pieno di fonti termali, gli inverni erano relativamente temperati, le primavere un tripudio di gemme.

E anche in questo libro tornano i temi cari all’autrice: la morte, quindi la sofferenza dovuta alla perdita, il ripiegarsi nel dolore per raggiungere quella rinascita, che solo la riscoperta dei legami affettivi offre. Le sorelle Donguri vengono delineate nel consueto stile della Yoshimoto, che ricorre sempre a una scrittura molto femminile: le protagoniste sono due donne in bilico tra il dolore e la speranza, che rifiorisce non soltanto attraverso l’autoguarigione, soprattutto di Guriko, ma grazie anche all’amore di chi sta loro vicino, rendendole sempre più forti e fiduciose. In tutto questo Banana Yoshimoto mette in gioco una serie di elementi, quali estetica e trascendenza, per una storia avvincente e delicata.

Nel corso degli anni ho avuto modo di leggere diversi libri dell’autrice, tra cui H/H, Ricordi di un vicolo cieco e Il giardino segreto per il quale non mi resi conto che faceva parte di una quadrilogia, di cui mi mancavano i due libri precedenti. Eppure, pur sembrando sospeso in un limbo di elementi mancanti, dato che non conoscevo nei particolari la vicenda della protagonista, la storia mi ha coinvolta con il suo stile trascinante, fatto di periodi brevi e arricchito da pensieri e parole preziose che, così come accade in tutti gli altri libri di Banana Yoshimoto, spingono il lettore a riflettere sui grandi temi della vita.

Infatti, tutti i mondi tracciati dall’autrice sono immutabili nel tempo, le atmosfere spesso rarefatte, tipiche dei sogni, si infrangono come bolle di sapone; le sue storie non hanno trame complesse o sovrastrutturate e le vicende, che coinvolgono i suoi personaggi, se pur intrise di dolore e sofferenza, hanno sempre qualcosa di prezioso, raffinato, ricercato, sofisticato, insomma tutto si fa bellezza. I vari stati d’animo dei suoi protagonisti, le considerazioni sul vivere e sul morire, i progressi con il conseguente superamento e la rinascita si avvicendano con la sofisticata raffinatezza letteraria tipica di quest’autrice.

Quindi LE SORELLE DONGURI si rivelano sicuramente una lettura dai tratti spiritualmente positivi, il cui arricchimento interiore attinge direttamente dalla tradizione culturale nipponica, pronta sempre a offrire vari spunti di riflessione per una cultura tanto diversa dalla nostra.

Quando non si esce di casa per tanti giorni, nella nostra testa il mondo diventa a poco a poco più grande di quello reale. Senza che ce ne accorgiamo, le nostre fissazioni prendono il sopravvento.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Rimaste orfane, Guriko e Donko gestiscono un sito di posta del cuore che si chiama Le sorelle Donguri (donguri significa ghianda in giapponese). Donko è tanto energica e indipendente quanto la sorella è solitaria e taciturna. Questo fino a quando Guriko riceve il messaggio di una donna che le scrive del dolore per la perdita del marito, parole che inducono Guriko a ripensare al suo primo amore, Mugi, incontrato ai tempi della scuola e poi sparito nel nulla. Segretamente cova da sempre il desiderio e la speranza di ritrovarlo, decide allora di interrompere la sua clausura e di andare a cercarlo.
Attraverso la delicata voce narrante di Guriko, Banana Yoshimoto affronta temi quali la perdita e il superamento del dolore, ponendo l’accento sul potere salvifico della condivisione e sulla capacità dei sogni di sciogliere tensioni e problemi.

 

Chi è Banana Yoshimoto?

Banana Yoshimoto (Tokyo, 1964) ha conquistato un grandissimo numero di lettori in Italia a partire da Kitchen, pubblicato da Feltrinelli nel 1991, e si è presentata come un autentico caso letterario. Dei suoi altri libri, tutti pubblicati da Feltrinelli, ricordiamo: N.P. (1992), Sonno profondo (1994), Tsugumi (1994), Lucertola (1995), Amrita (1997), Sly (1998), L’ultima amante di Hachiko (1999), Honeymoon (2000), H/H (2001), La piccola ombra(2002), Presagio triste (2003), Arcobaleno (2003), Il corpo sa tutto (2004), L’abito di piume (2005), Ricordi di un vicolo cieco (2006), Il coperchio del mare (2007), Chie-Chan e io (2008), Delfini (2010), Un viaggio chiamato vita (2010), High & Dry. Primo amore (2011), Moshi moshi (2012), A proposito di lei (2013),  Andromeda HeightsIl Regno 1 (2014), Il dolore, le ombre, la magia. Il Regno 2 (2014), Il lago (2015), Il giardino segreto. Il Regno 3(2016), Another World. Il Regno 4 (2017), Le sorelle Donguri (2018) oltre ad alcuni racconti nella collana digitale Zoom (Moonlight Shadow, 2012, Ricordi di un vicolo cieco, 2012, La luce che c’è dentro le persone, 2011). Banana Yoshimoto ha vinto il premio Scanno nel 1993, il premio Maschera d’Argento nel 1999 e il premio Capri nel 2011.

 

DETTAGLI

Editore: Feltrinelli

Data d’uscita: Giugno 2018

Collana: I Narratori

Pagine: 112

Prezzo: 12,00€

ISBN: 9788807032943

Genere: Narrativa

Traduttore: Gala Maria Follaco

 

 

CREATURE FANTASTICHE DI SICILIA Rosario Battiato Chiara Nott

 

Questi esseri esistono da sempre nella filigrana della realtà, e ogni tanto vibrano nelle visioni dei sognatori e degli artisti. Qualcuno ha provato a raccontarne le storie, pochi ne hanno raffigurato le sembianze. Non sono iconici né chiassosi, di solito deboli e malinconici, a volte rabbiosi e tremendi. Erano uomini, un tempo. Almeno buona parte di loro.

IMG_20200530_165406.pngCi sono libri che ti scelgono, che ti chiamano, è il libro che cerca di attirare la tua attenzione, puoi ignorarlo, ma troverà il modo di raggiungerti comunque, a me è capitato tantissime volte e sono certa che capiti a chiunque ami profondamente i libri e quindi la lettura.

Riguardo a ciò, durante una delle mie visite in libreria, mentre mi trovavo alla cassa e stavo per pagare i miei acquisti, sul bancone scorgo un libretto: Creature fantastiche di Sicilia… è stato un attimo, d’impulso, senza neppure poterlo aprire dato che era incellofanato, decido di acquistarlo.

Ho letto tantissimo in merito a questo argomento, eppure sulle creature fantastiche tipiche di Sicilia non avevo molti dati.

Il libro in questione è stato scritto da Rosario Battiato (giornalista catanese) e illustrato dal raffinato tratto di Chiara Nott (illustratrice catanese): 168 pagine di pura suggestione, che si fanno leggere tutte d’un fiato.

Le creature descritte da Rosario Battiato popolano esclusivamente la notte siciliana, quindi sono creature notturne, dietro alle quali fanno da supporto narrativo spunti e citazioni di autori siciliani e non, tra cui ricordiamo Giuseppe Pitrè, Gesualdo Bufalino, Ugo Antonio Amico, Santo Calì, ed ancora Maria Savi Lopez, ecc…

La costruzione del progetto delle Creature muove da un approccio narrativo, basato sugli spunti forniti dagli autori popolari più o meno noti, e mira alla creazione di un mondo nuovo che, soltanto nelle fondamenta, si nutre delle vecchie storie siciliane.

E attraverso una suddivisione quadripartitica dell’opera vengono catalogate le varie creature suddivise  in anime, creature, diavoli e donne mostruose, a ognuna di esse fa capo la descrizione specifica della creatura di appartenenza. Ogni racconto è accompagnato da un’illustrazione di Chiara Nott,  la cui mente creativa, sostenuta da un tratto delicato e armonioso, traccia l’essenza dell’essere citato, trasformando la parola in immagine; le atmosfere fortemente gotiche e surreali che ne derivano riportano alla mente i racconti cinematografici di Tim Burton.

E sono proprio queste atmosfere ad attingere dalla superstizione isolana, ricordandomi alcune storie facenti parte della mia infanzia, come a esempio la marabbecca, la strega delle cisterne, riaffiora dai miei ricordi di bambina, quando in campagna dai miei nonni, per evitare che mi sporgersi dal pozzo, mi raccontavano della vecchia marabbecca, che aspettava solo questo per trascinarmi sul fondo.

Non c’è pozzo nero senza marabbecca e non c’è chiesa sconsacrata senza “missa scurdata”, perché la Sicilia occulta e nascosta può sempre dormire, ma non muore mai.

Sicilia non è solo storia, profumo di zagara, mare, pietra lavica e stupendi tramonti, Sicilia è anche un mondo enigmatico, occulto, intriso di credenze, che si manifesta solo all’occhio vigile che sa scrutare nella notte più buia, quando si popola di creature misteriose, ripescate dalla storia e dal folklore siciliano, dove la suggestione riporta in vita tutti quegli esseri, sepolti nella memoria popolare e come ci dimostrano Rosario Battiato e Chiara Nott, mai dimenticati.

Il libro contiene, in uno dei risvolti di copertina, la mappa della Sicilia disegnata da Chiara Nott con indicati i luoghi in cui sono segnalati gli avvistamenti delle creature fantastiche sull’isola.

C’è un’altra Sicilia che trasuda indifferenza e distacco. È la bella di notte: sotterranea, enigmatica, timida, scostante.

 

QUARTA DI COPERTINA

Creature fantastiche si Sicilia recupera dagli abissi della memoria popolare le creature, rigorosamente notturne, più strane e tipiche dell’isola con l’intento di far affiorare l’eco oscura e suggestiva di un tempo lontano ancora vivo nelle storie e nel folklore siciliano. Scopriremo così, sotto forma di brevi storie illustrate, la vita e le vicende di anime condannate, donne mostruose come la Bellina, folletti, diavoli di varia stirpe, fate, streghe, sirene e di altri abitanti della “Sicilia dell’eterna notte”.

Il libro è arricchito dalla prefazione di Nicola Lo Bianco e dalla postfazione di Daniele Barbieri.

Chi sono Rosario Battiato e Chiara Nott?

ROSARIO BATTIATO giornalista, scrive per il «Quotidiano di Sicilia» ed è direttore responsabile del magazine «Move in Sicily». Ha scritto per il «Corriere del Mezzogiorno» e altre testate regionali. Dopo aver completato gli studi accademici in Storia contemporanea, con una tesi su Philip K. Dick, ha alternato la passione per la letteratura di genere con l’analisi e lo studio del settore editoriale.
Ha curato una rubrica dedicata ai mostri nella letteratura e nel cinema dell’orrore per horror.it e suoi racconti sono apparsi sulla rivista «Parallaxis», sul blog di Daniele Barbieri (labottegadelbarbieri.org), e all’interno del volume di narrativa weird Strane visioni delle Edizioni Hypnos. Continua a fare il giornalista, ma sogna dischi volanti ricavati dai cerchioni e mostri con la coppola. Per il Palindromo ha pubblicato, con i disegni di Chiara Nott, Creature fantastiche di Sicilia.

CHIARA NOTT si diploma presso il vecchio Istituto d’arte di Catania e in seguito l’Accademia di Belle Arti; ha scritto una tesi sperimentale sulla Fototerapia, studiando i benefici della fotografia applicata alla psicologia clinica.
Nel corso degli anni ha partecipato a diversi workshop su reportage e camera oscura, il più significativo nel 2007 con Enzo Cei: La via dritta, frammenti visivi. Ha fatto parte della scena fotografica catanese che l’ha vista protagonista in diverse esposizioni, sia collettive che personali. Poi, in seguito a un incidente nel 2011, e dopo un periodo di riflessione, decide di tornare alle sue origini, al disegno.
Nel corso degli ultimi anni si è dedicata alla realizzazione di una raccolta di 110 illustrazioni che raccontano la sua Sicilia, e gli uomini che l’hanno animata, da diverse angolazioni. Il progetto delle Creature fantastiche di Sicilia è una naturale prosecuzione di questo percorso di ricerca che, accompagnato dai testi di Rosario Battiato, ha preso forma in un libro de il Palindromo.

DETTAGLI

Collana: Kalispéra
Data di pubblicazione: marzo 2018

Pagine: 168
Formato: 11,5 x 16,5 cm, brossura
ISBN: 978-88-98447-42-8
prezzo: 12,00 €

 

 

STORIA DELLE TERRE E DEI LUOGHI LEGGENDARI Umberto Eco

StoriaStoria delle terre e dei luoghi leggendari, uno dei tanti libri di Umberto Eco che ho avuto modo di leggere, un amore cominciato con il film e poi la lettura de Il nome della rosa, per passare a Il Pendolo di Foucault (letto due volte), L’isola del giorno prima e Il cimitero di Praga. Tutti i suoi libri posseggono un’impronta peculiare, là dove storia, filosofia, estetica e conoscenza si combinano, per dar vita a opere di magistrale bellezza e sconfinato sapere.

Eppure, quando ho cominciato Storia delle terre e dei luoghi leggendari un senso di incompiutezza aveva preso a serpeggiare nella mia mente, qualcosa infastidiva la lettura, sino a quando non ho capito che stavo completamente sbagliando il mio approccio al libro e vi spiego il perché.

Si tratta di un saggio di antropologia culturale che, rimanendo fedele al titolo, viene strutturato attraverso storia e fantasia, mito e leggenda, utilizzando un apparato iconografico posto in essere con l’ausilio di un gran numero di illustrazioni, estrapolate da dipinti e stampe, quadri e sculture, alcune volte riportando semplici dettagli, che mettono in particolare risalto l’argomento trattato. Il risultato è un libro, anche e non solo, esteticamente pregevole.

The Lady of Shalott 1888 by John William Waterhouse 1849-1917
John William Waterhouse – The Lady of Shalott (1888), London, Tate Gallery

Articolato in 15 capitoli, Storia delle terre e dei luoghi leggendari spazia dai più disparati argomenti, che vanno dalla terra piatta agli antipodi, le terre della Bibbia, quelle di Omero, le meraviglie d’Oriente, il paradiso terrestre con le Isole Fortunate ed Eldorado, il mito di Atlantide, Mu e Lemuria, l’ultima Thule, Iperborea, le migrazioni del Graal, Alamut, il paese della Cuccagna, le isole dell’Utopia, l’isola di Salomone e la Terra Australe e ancora l’interno della terra, il mito polare e Agarttha, l’invenzione di Rennes-le-Château, per concludere con la sezione che maggiormente ho preferito, quella dei luoghi romanzeschi e le loro verità, dove si fa cenno ai luoghi misteriosi della jungla nera di Emilio Salgari, dell’Isola del Tesoro di Stevenson e ancora Baker Street, dove abitò Sherlock Holmes e così via.

L’intero apparato iconografico e antologico è di vaste proporzioni, molto simile a un volume enciclopedico, ma redatto con uno stile divulgativo legato all’immenso patrimonio culturale di ordine storico, filosofico e artistico di Umberto Eco.

A conclusione troviamo l’indice degli autori, indice degli artisti, illustrazioni senza indicazioni d’autore, i fotogrammi cinematografici, riferimenti bibliografici delle traduzioni utilizzate, opere di autore anonimo, bibliografia generale e i crediti fotografici, per un’opera enorme. Tale enormità è maggiormente amplificata dalla presenza, in quasi tutti i capitoli, di brani antologici che permettono richiami e approfondimenti vari.

mappa
Le fasi di applicazione della polvere di simpatia, da Kenelm Digby, Theatrum Sympatheticum, Nürnberg (1660)

L’errore, tuttavia, in cui ci si può imbattere e nel quale sono incorsa anch’io, è che trattandosi di un testo paratattico crea nel lettore un senso di attesa, durante il quale ci si aspetterebbe dal suo autore chissà quali rivelazioni, ma non vi è chiave di lettura peggiore; infatti le argomentazioni vengono affrontate con grande razionalità e pertinenza, senza mai spogliare il libro di quella che è la sua reale funzione: approfondire la conoscenza dei miti e delle leggende, semplicemente per ciò che sono.

Non troverete affermazioni a sostegno del vero, il lettore dovrà affrontare la lettura con la consapevolezza che Umberto Eco non vuol trasformare la leggenda in verità ma, scavando nell’immaginario collettivo, racconta la memoria culturale e storica tramandata di generazione in generazione.

Quindi se desiderate compiere un viaggio nell’immaginazione letteraria, attraversando luoghi e terre leggendarie e avvalendovi di illustrazioni, con citazioni accurate e minuziose, e indicazioni che rimandano a terre sconosciute, allora Storia delle terre e luoghi leggendari fa al caso vostro.

D’altronde, fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza (Dante – Inferno, canto XXVI).

magdalena
Dante Gabriel Rossetti – Maria Maddalena (1887) Wilmington, Delaware Art Museum

 

 

 

QUARTA DI COPERTINA

La nostra immaginazione è popolata da terre e luoghi mai esistiti, dalla capanna dei sette nani alle isole visitate da Gulliver, dal tempio dei Thugs di Salgari all’appartamento di Sherlock Holmes. Ma in genere si sa che questi luoghi sono nati solo dalla fantasia di un narratore o di un poeta. Al contrario, e sin dai tempi più antichi, l’umanità ha fantasticato su luoghi ritenuti reali, come Atlantide, Mu, Lemuria, le terre della regina di Saba, il regno del Prete Gianni, le Isole Fortunate, l’Eldorado, l’Ultima Thule, Iperborea e il paese delle Esperidi, il luogo dove si conserva il santo Graal, la rocca degli assassini del Veglio della Montagna, il paese di Cuccagna, le isole dell’utopia, l’isola di Salomone e la terra australe, l’interno di una terra cava e il misterioso regno sotterraneo di Agarttha. Alcuni di questi luoghi hanno soltanto animato affascinanti leggende e ispirato alcune delle splendide rappresentazioni visive che appaiono in questo volume, altri hanno ossessionato la fantasia alterata di cacciatori di misteri, altri ancora hanno stimolato viaggi ed esplorazioni così che, inseguendo una illusione, viaggiatori di ogni paese hanno scoperto altre terre.

 

Chi è Umberto Eco?

Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale. A ventidue anni si è laureato all’Università di Torino con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d’Aquino.
Dopo aver lavorato dal 1954 al 1959 come editore dei programmi culturali della Rai, negli anni Sessanta ha insegnato prima presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano, poi presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze. Infine presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Inoltre, ha fatto parte del Gruppo 63, rivelandosi un teorico acuto e brillante.
Dal 1959 al 1975 ha lavorato presso la casa editrice Bompiani, come senior editor. Nel 1975 viene nominato professore di Semiotica all’Università di Bologna, dove impianta una vivace e agguerrita scuola. Negli anni 1976-’77 e 1980-’83 ha diretto l’Istituto di Discipline della Comunicazione e dello Spettacolo, presso l’Università di Bologna.
I suoi saggi spaziano dall’estetica medievale (Il problema dell’estetica in Tommaso d’Aquino, 1956; Arte e bellezza nell’estetica medievale, 1987), alla semiotica (Trattato di semiotica generale, 1975; Semiotica e filosofia del linguaggio, 1983; La ricerca della lingua perfetta, 1993), soffermandosi sui codici della comunicazione artistica (Opera aperta, 1962; Apocalittici e integrati, 1964). Noto per le brillanti inchieste sulla cultura di consumo (Diario minimo, 1963; Il superuomo di massa, 1976; Sette anni di desiderio, 1983; Il secondo diario minimo, 1992), ha ottenuto un successo mondiale con il romanzo Il nome della rosa (Bompiani, 1980, premio Strega), thriller gotico d’ambientazione medievale e conventuale che sviluppa, con lucido razionalismo, la fitta trama di un dibattito ideologico. Più elaborati, nel linguaggio e nella tecnica compositiva, i romanzi successivi (Il pendolo di Foucault, 1988; L’isola del giorno prima, 1994; Baudolino, 2000; La misteriosa fiamma della regina Loana, 2004: tutti Bompiani). Critico verso le concezioni ontologiche dell’interpretazione, ha posto l’accento sulla relazione autore-lettore in diversi scritti: La struttura assente (1968), Lector in fabula (1979), I limiti dell’interpretazione (1990), Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994, ciclo di conferenze tenuto alla Harvard University nel 1993), Tra menzogna e ironia (1998), Sulla letteratura (2002). Si ricordano inoltre: La definizione dell’arte (1968), Le forme del contenuto (1971), Sugli specchi e altri saggi (1985), Kant e l’ornitorinco (1997), Storia della bellezza (2004), A passo di gambero (2006) e la felice traduzione dei funambolici Esercizi di stile (1983) di R.Queneau.
Tra i suoi ultimi libri: il romanzo Il cimitero di Praga (2010), la raccolta di saggi Costruire il nemico (2011), Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013), Numero Zero (2015), Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida (2016).
Umberto Eco è stato uno dei favoriti per l’assegnazione del premio Nobel per la Letteraura (dall’Enciclopedia della Letteratura – Garzanti).

 

DETTAGLI

Editore: Bompiani

Collana: Vintage

Anno edizione: 2013

Pagine: 478

Formato: illustrato, rilegato

ISBN: 9788845277580

 

 

 

LA RAGAZZA CON LA LEICA Helena Janeczek

Era fatta così, era volubile e volitiva, un metro e mezzo di orgoglio e ambizione, senza i tacchi. Bisognava prenderla com’era: sincera sino a far male, affezionata a modo suo, sulla lunga durata.

Gerta Pohorylle è LA RAGAZZA CON LA LEICA, protagonista del nuovo romanzo di Helena Janeczek, che viene sempre nominata, nel corso della narrazione, Gerda in quanto come ci spiega l’autrice: Mi sono presa la licenza di chiamare la mia protagonista sempre “Gerda”, anche se si chiamava Gerta Pohorylle, perché lei stessa preferiva la versione più dolce e più diffusa del suo nome. IMG_20180706_074534.png

Storicamente poco ricordata, Gerda è stata una moltitudine di figure, tutte concentrate in una sola donna: cospiratrice antinazista appartenente alla borghesia ebraica di Stoccarda, diviene una grande fotografa di guerra, a fianco del profugo ungherese André Friedmann, noto come Robert Capa, ma è stata anche la prima fotoreporter morta sul campo di battaglia, un’eroina repubblicana, antifascista militante e rivoluzionaria. Grande amore e compagna di André Friedmann, su di lui esercitava un tale fascino da riuscire a reinventarlo completamente, costruendo poco per volta Robert Capa, l’autore delle più emozionanti e realistiche foto di guerra del ‘900 e fondatore dell’agenzia Magnum Photos.

<< Non basta essere tempestivi eccetera. Bisogna avere i nomi giusti, sennò crearli. Credi che un caporedattore sappia distinguere la semplice bontà di un’immagine? Raramente. La fotografia è fatta di nulla, inflazionata, merce che scade in un giorno. Si tratta di saperla vendere >>concludeva Gerda, e alzava gli occhi trionfanti e birichini verso la strada.

La vita della protagonista si conclude il 1° agosto del 1937 a Brunete, travolta da un carro armato, all’età di 27 anni, mentre era intenta a documentare con i suoi scatti la guerra civile spagnola.

Helena Janeczek la racconta filtrandone l’immagine attraverso i ricordi di tre figure storiche di spicco, quella del dottore Willy Chardack detto “il bassotto”, dell’ex modella Ruth Cerf e Georg Kuritzkes; così le reminiscenze dei tre protagonisti si snodano in luoghi e periodi differenti, portando in alcuni casi a delle inevitabili digressioni, dato che, nell’alternarsi degli eventi rievocati, la memoria tende ad accavallare e a sovrapporre i fatti, che vanno a intrecciarsi alle conoscenze linguistiche e ai virtuosismi lessicali dell’autrice.

Così la memoria di Gerda si fonde con quella di chi è portato a ricordarla, alla vita di tutti quegli amici con i quali ha condiviso gli stessi valori e ideali e dove le rivalità, anche in amore, non riescono a demolire il cameratismo della comune fuga dal regime totalitarista e antisemita del tempo. E per quanto l’esistenza di questa eroina sembra essere stata dimenticata dalla storia, con la sua rievocazione diviene un personaggio indimenticabile per tutti coloro che hanno avuto modo di incontrarla, per poi anche scoprirla nelle pagine di una storia.

Figura effimera quella di Gerda Taro solo nel ricordo degli uomini che l’hanno amata, sogno di una relazione sentimentale duratura, pensiero nostalgico e sfuggente poiché

In fin dei conti, la sola cosa che Gerda amava senza riserve non eravamo io e te e nessun altro, ma tutti quelli che impegnano le loro vite contro il fascismo, erano la Spagna e il suo lavoro al fianco del popolo spagnolo.  

Alla rappresentazione degli opposti, dove finzione e realtà, memoria privata e storia collettiva si intrecciano, l’autrice aggiunge un pizzico di fantasia, per dar vita a un’opera che seguendo la documentazione storica, mette in luce una donna coraggiosa, moderna e attuale, così come moderni e attuali sono i temi trattati.

Un romanzo questo di Helena Janeczek che ci spinge a non dimenticare mai chi siamo e da dove veniamo: ricordo e identità rappresentano il fondamento dell’esistenza individuale e su ciò si articola il racconto, che pur essendo di matrice biografica, quindi basato su fatti storici, il risultato finale è una spiegazione biografica romanzata e attenta di ciò che è stata Gerda Taro, la cui libertà ed emancipazione quasi spregiudicata dovettero fare i conti con la repressione di quel tempo oscuro della storia, che può essere raccontato solo scavando nella vita dei singoli.

La fame era una cattiva consigliera, e la disperazione anche peggiore. La fame e la disperazione lavoravano per i fascisti e i loro sostenitori neanche più tanto occulti.

La ragazza con la Leica è anche un grido di speranza corale sulla difesa dei valori di uguaglianza e libertà che oggi, paradossalmente più di allora, esigono di essere salvaguardati e l’autrice sottolinea tutto ciò anche con la forza delle immagini, utilizzando delle fotografie come rievocazione storica e attendibilità dei fatti posti in essere.

Nel suo insieme il libro consente al lettore di compiere un viaggio emotivo nei ricordi, non solo dei protagonisti, ma anche della storia e del tempo, in un’Europa lacerata dai conflitti, dove Madrid è sotto assedio, Hitler si prepara alla guerra, la Cina viene invasa dal Giappone e il Front Populaire si sgretola.

Tuttavia, allo stato attuale dei fatti, dimostriamo di non aver imparato nulla dalla storia, data la ripetitività delle situazioni, spesso disastrose e inumane, che si ripresentano in determinati momenti chiave dell’esistenza, forse perché come sostiene il giornalista tedesco Thomas Schmid Geschichte ereignet sich. Deshalb ist es schwer, aus ihr zu lernen, ossia  la storia accade. Ecco perché è difficile imparare da essa.

Gerda era Gerda… Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque.

 

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Il 1° agosto 1937 una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia.

Proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto: erano stati felici insieme, lui le aveva insegnato a usare la Leica e poi erano partiti tutti e due per la Guerra di Spagna.

Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa: Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente da quando l’irresistibile ragazza gli ha preferito Georg ­Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda ­rimarrà una presenza più forte e viva della celebrata eroina antifascista: Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di ­vivere, la sua sete di libertà sono scintille capaci di riaccendersi anche a distanza di decenni. Basta una telefonata intercontinentale tra Willy e Georg, che si sentono per tutt’altro motivo, a dare l’avvio a un romanzo caleidoscopico, costruito sulle fonti originali, del quale Gerda è il cuore pulsante.

È il suo battito a tenere insieme un flusso che allaccia epoche e luoghi lontani, restituendo vita alle istantanee di questi ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l’ascesa del nazismo, l’ostilità verso i rifugiati che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro.

Ma per chi l’ha amata, quella giovinezza resta il tempo in cui, finché Gerda è vissuta, tutto sembrava ancora possibile.

 

Chi è Helena Janeczek?

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. È autrice dei romanzi Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), finalista al Premio Comisso e vincitore del Premio Napoli, del Premio Sandro Onofri e del Premio Pisa, e Lezioni di tenebra (Guanda, 2011). Il suo sito internet è: www.helenajaneczek.com/la-ragazza-conla-leica.html

 

DETTAGLI

Titolo: La ragazza con la Leica

Autore Helena Janeczek

Collana: Narratori della Fenice

Casa Editrice: Guanda

ISBN: 9788823518353

Pagine: 320

Formato: Cartonato

Prezzo: € 18,00

 

 

BUONA VITA A TUTTI J.K. Rowling

Non occorre la magia per trasformare il mondo. Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere d’immaginarlo migliore.

BUONA VITA A TUTTI di J.K. ROWLING

In questo periodo, mi è capitato spesso di vedere pubblicizzato in diversi siti internet BUONA VITA A TUTTI,  di J.K. Rowling e onestamente non pensavo di acquistarlo, eppure in libreria, una volta adocchiato, ho dovuto prenderlo: un discorso distribuito in 70 pagine, accompagnate da una serie di illustrazioni di Joel Holland, che mi ha incuriosita.

BUONA VITA A TUTTI, libro edito da Salani, riporta un discorso tenuto dalla Rowling, nel 2008, quando venne invitata in occasione della cerimonia di laurea ad Harvard; l’autrice decise di focalizzare l’attenzione su due temi fondamentali: i benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione. Nel suo dire, sintetizzato in poche pagine, la Rowling mette completamente a nudo la propria anima, il cui interius è quello non solo di una donna, ma anche di una madre, che ha trasformato il fallimento iniziale, in un incipit, il cui epilogo è riuscito a condurla verso ciò che più voleva: riscattare la propria vita, per essere ciò che desiderava.

Tuttavia i miei genitori, che avevano entrambi alle spalle un passato di ristrettezze e non erano andati all’università, consideravano la mia fervida immaginazione come una simpatica stravaganza.

Il discorso proferito a Harvard possiede verità e ottimismo, il tutto sostenuto da un senso dell’ironia tipicamente british, nessuna polemica, nessuna retorica trapela dalle sue parole, solo i momenti bui e il percorso intrapreso per superarli.

La vita è difficile, complicata e sfugge al controllo di chiunque e l’umiltà di capirlo vi consentirà di sopravvivere alle sue vicissitudini.

Per il lettore BUONA VITA A TUTTI diventa una spinta motivazionale e una carica di energia propositiva, attraverso cui poter credere che tutto è possibile, basta volerlo, con la consapevolezza che comunque la vita c’è a chi dà e a chi toglie.

Forse non tutti la ritengono tale, eppure J.K. Rowling è certamente una delle più grandi scrittrici del nostro tempo e non solo in merito al suo Harry Potter, con cui sappiamo bene è stata in grado di appassionare, in ventun anni di presenza, persone appartenenti alle più disparate fasce d’età ed estrazioni socio-culturali. Ma anche (e soprattutto) per l’invidiabile percorso professionale ed editoriale, che ha messo da subito in luce la versatilità dei svariati generi  letterari, a cui riesce a dare libero sfogo. Oltre a scrivere infatti libri di genere fantasy, ha pubblicato anche una serie di gialli, utilizzando lo pseudonimo di Robert Galbraith.

Il mio matrimonio era imploso in tempi straordinariamente brevi, non avevo un lavoro, ero una madre sola ed ero povera quanto lo si può essere ai nostri giorni in Gran Bretagna pur conservando un tetto sulla testa.

Ora per chi non conoscesse la Rowling (MA VERAMENTE…?!),  è un’autrice dalle cifre da capogiro; ecco alcuni dati estrapolati da un interessante articolo del New York Times, in cui stando a ciò che viene sostenuto i sette libri di Harry Potter hanno venduto 450 milioni di copie, per un introito di circa 7.7 miliardi e all’autrice sono andati 1,15 miliardi di dollari. Inoltre, il contratto che la Rowling ha stipulato con la Warner Bros è segretissimo, ma i quattro film hanno fruttato alla scrittrice 250 milioni di dollari, mentre i 4 film successivi avrebbero aggiunto al suo già cospicuo capitale $400 milioni di dollari. Per Animali Fantastici e Dove Trovarli, a fronte di un incasso da 500 milioni di dollari, è probabile che l’autrice abbia guadagnato altri 50 milioni di dollari per un totali dai soli film di 700 milioni di dollari. E mi fermo qui, anche se la sequela dei dati continua.

E mentre Forbes (rivista statunitense di economia e finanza), nel 2012, tolse la scrittrice dalla lista dei miliardari, a causa delle svariate opere di beneficenza a cui si dedica e le tasse britanniche, che sembrava avessero contribuito a erodere la sua fortuna, il Times ha continuato a sostenere il contrario, dato che le percentuali sui libri di Harry Potter, lo spettacolo di Harry Potter and the Cursed Child, il franchise di Animali Fantastici, gli e-book, la serie di Cormoran Strike, Pottermore, i parchi a tema “Wizarding World” e i diritti televisivi dei film, permettono alla Rowling di stare di diritto in cima alla lista.

Se davvero avessi avuto successo in qualcos’altro, forse non avrei mai trovato la forza di riuscire nell’unico campo a cui ero convinta di appartenere veramente.

Quindi un’attività professionale vincente, portata avanti da una donna estremamente determinata, coraggiosa e dotata di un profondo senso di umanità (fino 2012, erano 160 i milioni di dollari devoluti in beneficenza).

A differenza di tutte le altre creature terrene, gli esseri umani possono apprendere e comprendere senza sperimentare di persona. Possono immaginarsi al posto degli altri.

La grandezza di un individuo consiste anche nel riuscire a sovvertire il modo di guardare alle cose e la Rowling ha pienamente dimostrato di essere in questo una strada maestra.

Per il discorso integrale in inglese clicca qui

Per il discorso in italiano clicca qui

 

QUARTA DI COPERTINA

Quando J.K. Rowling è stata invitata a tenere il discorso per la cerimonia di laurea di Harvard, ha deciso di parlare di due temi che le stanno molto a cuore: i benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione. Avere il coraggio di fallire, ha detto, è fondamentale per una buona vita, proprio come ogni altro traguardo considerato di successo. Immaginare se stessi al posto degli altri, soprattutto dei meno fortunati, è una capacità unica dell’essere umano e va coltivata a ogni costo.
Raccontando la propria esperienza e ponendo domande provocatorie, J.K. Rowling spiega cosa significa per lei vivere una ‘buona vita’. Un piccolo libro pieno di saggezza, umanità e senso dell’umorismo, ricco di ispirazione per chiunque si trovi a un punto di svolta della sua esistenza. Per imparare a osare e ad aprirsi alle opportunità della vita.

 «Come un racconto, così è la vita: non importa che sia lunga, ma che sia buona».
Seneca

 

Chi è J.K. Rowling?

J.K. Rowling è l’autrice dei sette libri della saga di Harry Potter, che sono stati venduti in più di 450 milioni di copie, tradotti in ottanta lingue e trasposti in otto film di successo planetario. Ha scritto anche i tre libri della BiblioteCa di Hogwarts, per beneficenza: Il Quiddich attraverso i secoli Gli Animali Fantastici: dove trovarli (a sostegno di Comic Relief e Lumos) e Le Fiabe di Beda il Bardo (a sostegno di Lumos). Co-autrice dell’opera teatrale Harry Potter e la Maledizione dell’Erede, che ha debuttato a Londra nel 2016, nello stesso anno ha pubblicato la sua prima sceneggiatura, lo script del film Animali Fantastici e dove trovarli. Ha scritto anche un romanzo per adulti, Il seggio vacante, oltre ad una serie di gialli sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith.

J.K. Rowling offre il suo supporto a un gran numero di cause attraverso Volant, il suo fondo di beneficenza. Ha fondato e presiede l’organizzazione benefica Lumos, che si adopera perché non sia più necessario rivolgersi a istituti e orfanotrofi e perché tutti i bambini possono crescere in un ambiente sicuro e amorevole. Insignita dell’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) per il suo prezioso contributo alla letteratura per ragazzi, ha ricevuto numerosi altri premi e onorificenze, tra cui la Legione d’onore francese e il Premio Hans Christian Andersen.

 

DETTAGLI

Genere: Critica letteraria

Listino: € 10,00

Editore: Salani Editore

Data uscita: 20 novembre 2017

Pagine: 70

Formato: rilegato, Illustrato

Lingua: Italiano

Traduttori:Guido Calza

Illustratore: Joel Holland

EAN: 9788893813389