ECCETERA NE HA DI PAROLE Giovanni Benincasa

{[(Ti chiamo Elisabetta quando sono lucido e distante, ti chiamo Elisa quando sono normale, ti chiamo Betta quando ti penso dolce, ti chiamo Bettina quando ti penso più dolce, ti chiamo Ely quando ti voglio bene, ti chiamo Sabè quando mi incanti. Lisa, Lisetta e Betti purtroppo le trascuro un po’: ma venite tutte qui, che usciamo!)]}

paroleEccetera ne ha di parole, di Giovanni Benincasa, edito da Baldini+Castoldi non è un romanzo convenzionale, ha le caratteristiche di un messaggio chiuso in una bottiglia e affidato al mare, in questo caso ai lettori a cui viene dato un compito, trovare Elisabetta.

Giovanni Benincasa è un noto scrittore, giornalista e autore di programmi televisivi, straordinario nell’uso della parola e con Eccetera ne ha di parole sottolinea questa sua abilità, con una scrittura fluida e dinamica.

In un romanzo strutturato su più livelli narrativi, l’autore si rivolge direttamente al lettore:

Caro lettore (o cara lettrice, ancora meglio), per favore, ho bisogno della tua attenzione.

E presentando il libro come un oggetto prezioso da portare sempre con sé, ovunque si vada, per dare la possibilità a Elisabetta di riconoscere nel titolo quell’unico messaggio d’amore, che solo lei è in grado di decifrare.

Questo libro portalo sempre in giro: per strada, o in un parco, o in luoghi dove c’è qualche umano passaggio. Tienilo sempre con te: fallo vedere. Quando entri in un bar, poggialo sul banco e cerca di tenerlo bene in vista, anche se dovrai sederti in una sala d’attesa o deciderai di stenderti su un prato.

Questo perché un giorno, in un mercatino dell’usato, lo scrittore rinviene all’interno di una borsa di cuoio una serie di lettere, vecchie di quarant’anni, una fitta corrispondenza tra Giovanni, omonimo dello scrittore, e la venticinquenne Elisabetta; l’epistolario, risalente agli anni Settanta, racconta la storia d’amore che Giovanni Benincasa ricostruisce nel romanzo. Un solo dubbio, un’unica lettera mai spedita, che Elisabetta quindi non ebbe modo di leggere, ritrovata in una busta ancora chiusa, sempre all’interno della borsa di cuoio. Da qui il bisogno di capire, la necessità di ritrovare Elisabetta per poterle consegnare quella lettera mai spedita dal suo Giovanni. Il tempo ha cancellato completamente le tracce dei due protagonisti e si è divertito a trasformare una storia d’amore in una serie di cerchi concentrici che investiranno l’autore, mettendolo nella condizione di dare una svolta anche alla propria vita.

“Lei è la Signora Elisabetta, o Elisa, o Ely, spesso chiamata anche Sabè, Betta o Bettina, poche volte Betti, Lisa o Lisetta?”

Eccetera ne ha di parole è un canto d’amore, coinvolgente e trascinante, il cui dinamismo narrativo riconduce alle tecniche futuriste, caratterizzato da parole in libertà e “rumoriste”: il periodo, contornato da parentesi e punti di sospensione, si avvale dell’uso di parole onomatopeiche come sbang o il ricorrente bum con la sua ben precisa funzione.

Quando leggerai bum, significa che ho tagliato molte cose e ci sono buche e cadaveri narrativi tutti intorno: tu allunga la gamba e cammina saltando quei morti come dopo un’esplosione. Tutto quello che non trovi scritto, dovrai immaginartelo.

Al centro del racconto un parrocchetto di Lesson, collante capace di legare le tre storie d’amore, che si sfiorano durante la narrazione e presente anche nella significativa copertina del libro, il cui senso viene ulteriormente sottolineato nella sovraccoperta.

Come una Matrioska, moltiplicandosi in un crescendo narrativo, Eccetera ne ha di parole è un romanzo che si infila in un altro romanzo e in un altro ancora e che ci ricorda l’importanza del detto verba volant, scripta manent, in un tempo in cui la tecnologia ha reso la parola immediata, labile e riduttiva, ma che nella corrispondenza tra Elisabetta e Giovanni acquista valore, elevando il verbo a poesia. L’amore tra Giovanni ed Elisabetta si fa sofferto, tormentato, ma pur sempre profondo, in un percorso altalenante fatto di alti e bassi e per questo apparentemente privo di stabilità ed equilibri.

Eppure, ci sono amori destinati a non morire mai, sfidano il passare del tempo e si fanno storia, lasciandosi raccontare da chi si imbatte in esse e le fa proprie…  narrate, diventano eterne!

Non hai nemmeno trent’anni ma dentro di te conservi i bauli di un’adorabile vecchietta che ha cresciuto figli e nipoti, che ha visto la guerra e la pace, che ha molto sofferto e molto amato. Io ti fabbrico ricordi perché voglio esserti Storia, amore mio.

 

QUARTA DI COPERTINA

Caro lettore (o cara lettrice, ancora meglio), per favore, ho bisogno della tua attenzione. Fidati, ti divertirai. Comincio con una domanda: che cosa accadrebbe se un giorno tu entrassi in una libreria e comprassi un libro scritto apposta per esaudire una richiesta? Te lo chiedo perché è esattamente quello che fa il protagonista della storia che hai fra le mani. La storia di Giovanni e di un libro scritto perché tu, lettore (o lettrice, sempre meglio), possa portarlo a passeggio e farti notare dalla persona a cui è indirizzato. Una donna. Mi spiego: Giovanni, ma non quel Benincasa scrittore, un altro Giovanni, durante gli anni Settanta intratteneva una fitta corrispondenza con una ragazza di nome Elisabetta (detta anche Betta, Bettina, Lisa…). Una ragazza che allora aveva 29 anni. E Giovanni, stavolta sì, l’autore del romanzo, lo scopre dopo avere comprato una vecchia borsa di cuoio sulla bancarella di un mercatino dell’usato. Dentro, moltissime lettere tra Giovanni ed Elisabetta. Lettere d’amore. Lettere così coinvolgenti da spingere Giovanni, lo scrittore, a una ricerca forsennata della misteriosa ragazza. Fino all’atto conclusivo: la stesura di questo libro, affinché chi lo compra possa riuscire finalmente a recapitarlo a Elisabetta, a Betta, a Bettina, a Lisa, a Sabè, a Elisa…

Un libro magico. Un viaggio nelle emozioni che è poi il viaggio di una vita dentro una vita, dentro una vita, dentro una vita ancora.

 

Chi è GIOVANNI BENINCASA

Giovanni Benincasa (Napoli 1960), giornalista e autore televisivo. Questo è il suo primo romanzo.

 

DETTAGLI

Autore: Giovanni Benincasa

Titolo: Eccetera ne ha di parole

Editore: Baldini+Castoldi

Collana: Romanzi e Racconti

Pagine: 118

Data uscita: 9 settembre 2019

Prezzo: € 17,00

Formato: Brossura

EAN: 9788893882040

 

 

 

 

 

 

 

NIENTE CAFFÈ PER SPINOZA Alice Cappagli

Buongiorno lettori,

con NIENTE CAFFÈ PER SPINOZA inauguro su Into The Read una nuova categoria, Thumbnail Reviews, dedicata alle recensioni di dimensioni ridotte.

Le giornate richiedono maggiore impegno e dato che leggo veramente tantissimo, con molte priorità in attesa di essere recensite,  dedicare anche due parole a un libro, mi permette di consigliarvi la sua lettura in modo immediato, senza dover lasciare nulla in sospeso…

NIENTE CAFFÈ PER SPINOZA di Alice Cappagli, edito da Einaudi, coinvolge fin dalle prime pagine!

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Casa mia era nella penombra,  mi venne per la prima volta da pensare che una casa con poca luce non fa germogliare le speranze.

Marvi è una giovane donna disorientata da un matrimonio giunto al capolinea; Luciano Farnesi è un anziano professore che ha perso la vista, ma capace di orientarsi nella vita seguendo gli insegnamenti universali, dettati dai grandi filosofi.

La cecità diviene un ponte di collegamento tra due universi apparentemente opposti e lontani.

Alice Cappagli, con una scrittura asciutta ed essenziale, costruisce un romanzo coinvolgente e a tratti ironico e commovente, ricordandoci che dai libri abbiamo sempre da imparare.

 

QUARTA DI COPERTINA

Lei gli legge i filosofi e gli riordina la casa, lui le insegna che nei libri si possono trovare le idee giuste per riordinare anche la vita. Perché lui è un anziano professore capace di vedere nel buio, lei una giovane donna che ha perso la bussola. E mentre il sole entra a secchiate dai vetri, mentre il libeccio passa «in un baleno dall’orizzonte al midollo, modificando i pensieri e l’umore», il profumo della zuppa di lenticchie si mescola ai Pensieri di Pascal, creando tra i due un’armonia silenziosa e bellissima. «Bisogna che io legga nelle cose piccole verità universali. Ma mi occorre la sua collaborazione», dice il Professore a Maria Vittoria. E non resta che dargli ragione, perché in fondo siamo tutti responsabili della forma che imprimiamo alla felicità, nostra e degli altri.

Quando all’ufficio di collocamento le propongono di fare da cameriera e lettrice a un vecchio professore di filosofia che ha perso la vista, Maria Vittoria accetta senza pensarci due volte. Il suo matrimonio sta in piedi «come una capannuccia fatta con gli stuzzicadenti» e tutto, intorno a lei, sembra suggerirle di essere arrivata al capolinea. Il Professore la accoglie nella sua casa piena di vento e di luce e basta poco perché tra i due nasca un rapporto vero, a tratti comico e mordace, a tratti tenero e affettuoso, complice. Con lo stesso piglio livornese gioioso e burbero, Maria Vittoria cucina zucchine e legge per lui stralci di Pascal, Epitteto, Spinoza, Sant’Agostino, Epicuro. Il Professore sa sempre come ritrovare le verità dei grandi pensatori nelle piccole faccende di economia domestica e Maria Vittoria scopre che la filosofia può essere utile nella vita di tutti i giorni. Ogni lettura, per lei, diventa uno strumento per mettere a fuoco delle cose che fino ad allora le erano parse confuse e raccogliere i cocci di un’esistenza trascorsa ad assecondare gli altri. Intorno c’è Livorno, col suo mercato generale, la terrazza Mascagni e Villa Fabbricotti, le chiese affacciate sul mare. E una girandola di personaggi: gli amici coltissimi del Professore, la figlia Elisa, la temibile Vally, cognata maniaca del controllo, la signora Favilla alla costante ricerca di un gatto che le ricorda il suo ex marito, i vecchi studenti che vengono a far visita per imbastire interminabili discussioni. E poi Angelo, ma quello è un discorso a parte. A poco a poco Maria Vittoria e il Professore s’insegneranno molto a vicenda, aiutandosi nel loro opposto viaggio: uno verso la vita e l’altro – come vuole l’ordine delle cose – verso la morte. Senza troppi clamori, con naturalezza, una volta chiuso il libro ci rendiamo conto che la lezione del Professore sedimenta dentro a tutti noi: dai libri che amiamo è possibile ripartire sempre, anche quando ogni cosa intorno ci dice il contrario.

 

Chi è ALICE CAPPAGLI

Alice Cappagli è livornese e suona il violoncello nell’orchestra del Teatro alla Scala dal 1982. Laureata in filosofia, ha pubblicato nel 2010 per Statale 11 un racconto a tema musicale dal titolo Una grande esecuzione. Per Einaudi ha pubblicato Niente caffè per Spinoza (2019).

 

DETTAGLI

Autore: Alice Cappagli

Editore: Einaudi

Collana: I Coralli

Pagine: 280

Data pubblicazione: 5 febbraio 2019

Prezzo: € 17,50

Formato: Brossura

EAN: 9788806240035

 

 

 

 

IL CIELO NON Ѐ PER TUTTI Barbara Garlaschelli

Quanto dolore si può sopportare? Quanto? Non c’è un metro, non c’è una misura standard, ma Alida sa che più di così è impossibile.

cieloQuesta è una storia di adulti e giovani ragazzi, è anche un racconto che sa spiegare il dolore, quello prodotto dalla violenza, fisica e psichica, che reclama a gran voce un riscatto che solo l’amicizia, i sogni e l’amore permettono di ottenere. Ma principalmente è la storia di una fuga, quella di due tredicenni stanchi di subire il passato spaventoso e destabilizzante degli adulti che li circondano, fatto di traumi, incomprensioni e abissi interiori e desiderosi solo di vivere la propria infanzia, senza essere caricati da tutte quelle responsabilità che spettano agli adulti, non ai bambini.

Il cielo non è per tutti di Barbara Garlaschelli, edito da Frassinelli, si apre con la morte del nonno del tredicenne Giacomo, che diventa motivo di profondo malessere, poiché essendo un uomo rigido, burbero e brutale con tutti, il solo desiderio di averlo voluto più volte morto, apre la strada ad angosce profonde. La fuga per Giacomo rappresenta l’unica possibilità per scappare dalle sue paure, dal funerale del nonno e dall’improvvisa indifferenza a cui il fratello maggiore, Samuele, sembra averlo condannato.

Ѐ così affranto dalla distanza che si è creata tra loro che gli viene da piangere.

Alida, coetanea di Giacomo, non ha mai avuto una vita facile, con una madre apprensiva, tormentata da un passato fatto di dolore, abusi e violenza, che l’ha portata a coltivare dentro di sé una rabbia riversata su Alida ogni qualvolta la bambina compie un passo falso, nella direzione opposta a quella detta dalla madre. Infatti Regina, madre di Alida, è una donna albanese trasferitasi in Italia nel momento in cui ha sposato il ricco padre di Alida, nel quale vedeva una possibilità di fuga da una vita fatta di poco, ma resa tollerabile dall’amore familiare.  Eppure, lui si trasforma in un essere brutale, in un padre sempre ubriaco e violento, che Alida può incontrare solo in presenza di Delia, un’assistente sociale che ha saputo cogliere tutta la disperazione di Regina e quindi della figlia.

Per Alida sua madre è paragonabile a un vulcano, pronto a esplodere da un momento all’altro, poiché

era lì, in quella parte nascosta, che si preparavano le eruzioni e quando il vulcano esplode la cenere e i lapilli venivano proiettati a decine di chilometri al di sopra del cratere, proprio come accadeva alla mamma quando la sua furia bruciava tutto quello che aveva attorno, distruggendolo.

Ed è così che Alida, sentendosi responsabile dell’infelicità materna, trova in Giacomo il perfetto compagno per una fuga verso l’unico spiraglio di speranza: raggiungere lo zio Christian, il fratello di Regina, il solo capace di dare tranquillità alla bambina.

Anna, Regina, Alida, Giacomo, Samuele, Elia, nonno Simone, Riccardo ognuno è il custode di un segreto, sui cui viene strutturato il tessuto psicologico individuale.

La ricerca degli scomparsi dà spazio alla metafora narrativa e diviene deus ex machina nel momento cui gli adulti, riconoscendo errori e colpe, faranno i conti con i fantasmi interiori del proprio passato.

Il concetto di diversità è l’elemento fondamentale attraverso cui Barbara Garlaschelli costruisce l’azione, che accompagna tutta la narrazione: diverso è il rapporto che Riccardo ha con il padre, un uomo capace solo di denigrarlo e chiuso in un mondo che Giacomo immagina violento e zeppo di schegge di vetro; diverso è il legame che Anna costruisce con Giacomo, rispetto al figlio maggiore Samuele: Giacomo era la sua isola di felicità, l’ancora di salvezza; diverso è il rapporto di amicizia che lega Samuele a Elia, poiché davanti allo sguardo di Elia, quella resistenza era caduta in ginocchio, felice di essere stata abbattuta. Samuele, per la prima volta nella vita, si era sentito accolto, nel volgersi di un solo istante;  e diverso è anche il legame che unisce Alida e Regina: doveva difenderla, sua madre, a costo della vita, difenderla anche dalle proprie parole, perché come diceva Dolores, sua madre era una donna sola che cresceva al meglio delle sue possibilità una bambina di tredici anni, e viceversa perché Regina sa che nessuno potrà mai capirla, nessuno potrà mai comprendere il suo terrore. Nessuno può immaginare cosa provi ogni volta che pensa a quali pericoli vada incontro Alida, ogni giorno. Là fuori è un mondo di lupi pronti a sbranarla, ma pare non voler rendersene conto.

Lo stile di Barbara Garlaschelli è semplice, la narrazione scorre dentro, scivola piano e raggiunge il cuore, rendendo molto piacevole il ritmo del periodo. Le relazioni tra i vari personaggi danno il titolo ai capitoli, aiutando ad avere una visione completa dello svolgimento della vicenda, portata a coinvolgere più personaggi al contempo.

All’autrice la capacità di avere trascinato il lettore in una tempesta emotiva, che purtroppo ha più di un riscontro nella quotidianità di molti bambini, ai quali viene negata sempre più spesso la possibilità di vivere la propria infanzia, quel breve passaggio che ha il compito di strutturare l’adulto di domani e che in quanto tale non tornerà mai più.

La copertina, di Carlo Mascheroni, è molto accattivante, dai colori accesi, in un abbinamento di nero e fucsia, riproduce in ripetizione una gazza, che spesso palesa la propria presenza nel corso della narrazione, attirando l’attenzione di Alida, durante i pomeriggi fatti di studio e solitudine.

Il tempo è capace di azioni crudeli, come cancellare le forme e la sostanza di due persone che si amavano. O forse sono le persone incapaci di mantenere brillanti e nitide persino le loro ombre.

 

QUARTA DI COPERTINA

Le città della pianura padana, in estate, quando l’afa invade le strade deserte, hanno qualcosa di allucinato, immobili come sono sotto il loro cielo ingannevole. Silenziose, con quell’eco lontana di campagna che nessuno più riconosce. Desolate e vuote, salvo i pochi abitanti rimasti per forza: chi non è potuto partire, qualche anziano, le donne straniere che se ne prendono cura e certi ragazzini sperduti nella loro solitudine infantile. Come Giacomo, arrivato ai giardini a bordo della sua inseparabile bicicletta rossa. E come Alida, in compagnia dell’immancabile cellulare. Lui scappa da un funerale, quello del nonno terribile che nessuno amava e che ora tutti compiangono. Lei fugge dalle ossessioni di una madre che vorrebbe controllarle anche il respiro perché non subisca le sue stesse ferite del corpo e dell’anima. Lui è convinto di essere un assassino. Lei di essere la responsabile dell’infelicità materna. E con quella sintonia istintiva e naturale, che solo i bambini sono capaci di provare, decidono di andarsene insieme. La loro scomparsa, e la disperata ricerca che subito inizia, costringerà la famiglia di Giacomo e la madre di Alida a fare i conti con i fantasmi del loro passato, con le loro colpe e i loro errori. Li costringerà a essere adulti.

 

Chi è Barbara Garlaschelli

Barbara Garlaschelli (Milano, 1965) vive e lavora a Piacenza. Con Frassinelli ha pubblicato Nemiche (1998), Alice nell’ombra (2002), Sorelle (2004, Premio Scerbanenco) e Non ti voglio vicino (2010), finalista al premio Strega e vincitore dei premi Libero Bigiaretti (2010), Università di Camerino (2010), Alessandro Tassoni (2011) e Chianti (2012). Tra i numerosi libri che ha scritto, l’autobiografico Sirena. Mezzo pesante in movimento.

L’autrice è tradotta in Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Serbia, Messico.

 

DETTAGLI

Autore: Barbara Garlaschelli

Editore: Frassinelli

Data uscita: 26 febbraio 2019

Formato: Brossura

EAN: 9788893420501

Prezzo: 17,90

Pagine: 260

 

 

 

L’ATLANTE DELL’INVISIBILE Alessandro Barbaglia

Le cose infinite non finiscono, continuano invisibili.

invisibileCome promesso, eccomi con l’ultimo libro di Alessandro Barbaglia che, nel corso di queste giornate estive, mi ha tenuto buona compagnia, una lettura molto interessante per diversi aspetti.

Intanto, siate preparati al fatto che con L’Atlante dell’Invisibile si piange e anche tanto, perché la bellezza quando è veramente tale, emozionando, commuove…

Alessandro Barbaglia ha una mente geniale, un cuore da bambino, con un animo da poeta e tutta la gentile tenerezza del suo animo impregna ogni pagina di quest’ultima fatica.

Il libro prende le mosse da una protesta, quella di tre bambini Dino, Sofia e Ismaele (anche se sarebbe più giusto dire Giulio, ma capirete il perché solo leggendo l’Atlante), che proprio non ci stanno a farsi cambiare la vita, infatti l’ingegnere, che “non guarda, perlustra; l’ingegnere non respira, annusa; l’ingegnere non tocca: ottiene”, nel perseguire i propri fini sta per togliere loro quanto di più prezioso posseggono, il luogo di appartenenza, un luogo dove si coltivano sentimenti, quelli buoni, quindi veri e soprattutto la fantasia, quella che fa volare lontano, quella capace di nutrire il cuore e la mente, infondendo energie positive e che poi rappresenta la base della loro amicizia.

Dopo la pioggia in montagna, la terra di sera sembra un frutto sbucciato. E dai tonni di fieno bagnati si alza un lieve fiato umido, come un respiro.

Correva l’anno 1989 a Santa Giustina, in Val di Non, un paesino fatto di baite di legno, ai piedi delle Dolomiti, che sembra destinato a scomparire a causa di un lago artificiale, che sommergerà tutto del tutto: il prato, le lumache, il primo bacio, i ricordi. E allora cosa fare se non ribellarsi, in un modo assolutamente unico e che solo tre bambini come Ismaele, Dino e Sofia possono escogitare: rubando la luna, per nasconderla là dove solo l’invisibile permette di cogliere l’essenziale, quindi nell’Atlante dell’Invisibile.

E a tutto questo s’intrecciano altri personaggi, come Elio e Teresa, che ai tempi del progetto del lago si erano innamorati durante il Giro d’Italia, proprio mentre Fausto Coppi, in testa, regalava uno stacco di quindici minuti, grazie ai quali avevano potuto ballare, perdendosi l’uno nel cuore dell’altra.

Era così che si volevano bene. In quel loro puntare sempre al meglio tenendo la strada del giusto. Ecco come erano riusciti a litigare ogni giorno della loro vita insieme senza mai perdere la meraviglia e la gioia di quel modo nuovo di guardare la Terra, sapendo che la Terra è soprattutto acqua. Fluida, mobile. Come tutto ciò che è vita.

Elio è un costruttore di mondi, anche se sarebbe più giusto parlare di mappamondi, se non fosse che anche lui riesce a scrutare l’invisibile, portandolo a realizzare mappe fantastiche, che poco hanno a che fare con il reale. E se per John Locke lo spazio era l’estensione di Dio, per Elio forme e confini, fiumi e laghi, terre e mari sono l’esternazione della manifestazione creativa della sua mente. Così sposta le montagne per fare sognare Teresa, posiziona i laghi in modo sbagliato per fare immaginare Teresa, quindi ipotizza confini come una nuova possibilità, non come un errore.  Ma ecco che subito Teresa corregge le stravaganze di Elio, per dare un senso a ciò che apparentemente senso non ha.  Il loro amore, sempre in perfetto equilibrio tra sogno e realtà, perdura nel tempo, mentre il destino li lega a quello dei bambini Dino, Sofia e Ismaele, per condurre Teresa in una notte magica, che darà significato e conclusione a questo tenerissimo e anche un po’ surreale/surrealista libro di Alessandro Barbaglia.

Nel corso della narrazione, leggendo si avrà modo di rispolverare una grande lezione, impartita tempo fa dallo scrittore Antoine Saint Exupery, con Il Piccolo Principe insegnò che On ne voit bien qu’avec le coeur. L’essentiel est invisible pour les yeux – Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

I grandi libri sono come le grandi canzoni e le belle persone, rapiscono la mente si impossessano del cuore.

Ci sono momenti che non passano, mai. Sono pezzi di infinito: infinito presente. Se ci penso bene sono tutti i momenti di cui ho scritto nell’Atlante. Sono momenti che saranno lì per sempre, porzioni di tempo a cui non puoi scavar via nemmeno un istante, non puoi erodere neppure un secondo. Infinito presente. Ecco cosa diventano.

 

 

QUARTA DI COPERTINA

Ismaele, Dino e Sofia hanno quarantadue anni in tre quando nel 1989, in una sera di fine estate, rapiscono la luna in segno di protesta. Vivono a Santa Giustina, un lontanissimo paese fatto di baite di legno ai piedi delle Dolomiti che sta per essere sommerso da un lago artificiale, portandosi dietro tutti i loro ricordi, le gare con le lumache, il prato del castagno, i primi baci. Il progetto della diga risale al 1946. Ai tempi, gli abitanti di Santa Giustina non accettarono di abbandonare le loro case per trasferirsi al “paese nuovo” e rinunciarono ai benefici promessi nel caso di una resa immediata. Si avvicina però il momento dell’esproprio definitivo. Proprio negli anni Quaranta si sono conosciuti Elio e Teresa, e precisamente il 19 marzo 1946, in un bar Sport gremito di una folla accalcata per seguire la cronaca radiofonica della prima Milano-Sanremo del dopoguerra. Senza essersi mai visti né incontrati, Elio e Teresa – ormai anziani e da sempre innamorati l’uno dell’altra e del loro paese vicino a Milano – e i quattordicenni Dino, Ismaele e Sofia sono tormentati dalle stesse domande: “dove vanno a finire le cose infinite?”, “dove si nascondono l’infanzia, l’amore o il dolore quando di colpo svaniscono?”. E se Elio, per rispondere, costruisce mappamondi dalle geografie tutte inventate e sbagliate – descrivendo così la terra magica dove abita l’invisibile e costringendo Teresa a correggere tutto con puntiglioso realismo -, i bimbi di Santa Giustina via via che crescono si allenano a non smettere di scorgere l’invisibile tra le pieghe del reale e a conservarlo a modo loro, in una sorta di gioco segreto. In una danza fatta di immaginazione, ricordo ed elaborazione del lutto, Teresa incontrerà i bambini diventati adulti nella notte più incredibile delle loro vite: quella durante la quale, per pochi istanti di eternità, riemergerà il paese sommerso di Santa Giustina. E con lui l’amore, il dolore, l’infanzia e tutta la meraviglia che si nasconde nell’invisibile.

In uno stile romantico e inimitabile, capace di portare in poche pagine il lettore dal riso alla commozione più profonda, Alessandro Barbaglia con questo suo secondo romanzo regala a chi lo legge un gioiello che raggiunge straordinarie vette di intensità e poesia.

Chi è Alessandro Barbaglia

Poeta e libraio, è nato nel 1980 e vive a Novara. Nel 2017 ha pubblicato con Mondadori La Locanda dell’Ultima Solitudine, finalista al Premio Bancarella. L’Atlante dell’Invisibile è il suo secondo romanzo.

 

DETTAGLI

Autore: Alessandro Barbaglia

Editore: Mondadori

Collana: Novel

Formato: Brossura

Data uscita: 22 Maggio 2018

Pagine: 202

ISBN: 9788804687597

Prezzo: € 17,00

 

LA RAGAZZA CON LA LEICA Helena Janeczek

Era fatta così, era volubile e volitiva, un metro e mezzo di orgoglio e ambizione, senza i tacchi. Bisognava prenderla com’era: sincera sino a far male, affezionata a modo suo, sulla lunga durata.

Gerta Pohorylle è LA RAGAZZA CON LA LEICA, protagonista del nuovo romanzo di Helena Janeczek, che viene sempre nominata, nel corso della narrazione, Gerda in quanto come ci spiega l’autrice: Mi sono presa la licenza di chiamare la mia protagonista sempre “Gerda”, anche se si chiamava Gerta Pohorylle, perché lei stessa preferiva la versione più dolce e più diffusa del suo nome. IMG_20180706_074534.png

Storicamente poco ricordata, Gerda è stata una moltitudine di figure, tutte concentrate in una sola donna: cospiratrice antinazista appartenente alla borghesia ebraica di Stoccarda, diviene una grande fotografa di guerra, a fianco del profugo ungherese André Friedmann, noto come Robert Capa, ma è stata anche la prima fotoreporter morta sul campo di battaglia, un’eroina repubblicana, antifascista militante e rivoluzionaria. Grande amore e compagna di André Friedmann, su di lui esercitava un tale fascino da riuscire a reinventarlo completamente, costruendo poco per volta Robert Capa, l’autore delle più emozionanti e realistiche foto di guerra del ‘900 e fondatore dell’agenzia Magnum Photos.

<< Non basta essere tempestivi eccetera. Bisogna avere i nomi giusti, sennò crearli. Credi che un caporedattore sappia distinguere la semplice bontà di un’immagine? Raramente. La fotografia è fatta di nulla, inflazionata, merce che scade in un giorno. Si tratta di saperla vendere >>concludeva Gerda, e alzava gli occhi trionfanti e birichini verso la strada.

La vita della protagonista si conclude il 1° agosto del 1937 a Brunete, travolta da un carro armato, all’età di 27 anni, mentre era intenta a documentare con i suoi scatti la guerra civile spagnola.

Helena Janeczek la racconta filtrandone l’immagine attraverso i ricordi di tre figure storiche di spicco, quella del dottore Willy Chardack detto “il bassotto”, dell’ex modella Ruth Cerf e Georg Kuritzkes; così le reminiscenze dei tre protagonisti si snodano in luoghi e periodi differenti, portando in alcuni casi a delle inevitabili digressioni, dato che, nell’alternarsi degli eventi rievocati, la memoria tende ad accavallare e a sovrapporre i fatti, che vanno a intrecciarsi alle conoscenze linguistiche e ai virtuosismi lessicali dell’autrice.

Così la memoria di Gerda si fonde con quella di chi è portato a ricordarla, alla vita di tutti quegli amici con i quali ha condiviso gli stessi valori e ideali e dove le rivalità, anche in amore, non riescono a demolire il cameratismo della comune fuga dal regime totalitarista e antisemita del tempo. E per quanto l’esistenza di questa eroina sembra essere stata dimenticata dalla storia, con la sua rievocazione diviene un personaggio indimenticabile per tutti coloro che hanno avuto modo di incontrarla, per poi anche scoprirla nelle pagine di una storia.

Figura effimera quella di Gerda Taro solo nel ricordo degli uomini che l’hanno amata, sogno di una relazione sentimentale duratura, pensiero nostalgico e sfuggente poiché

In fin dei conti, la sola cosa che Gerda amava senza riserve non eravamo io e te e nessun altro, ma tutti quelli che impegnano le loro vite contro il fascismo, erano la Spagna e il suo lavoro al fianco del popolo spagnolo.  

Alla rappresentazione degli opposti, dove finzione e realtà, memoria privata e storia collettiva si intrecciano, l’autrice aggiunge un pizzico di fantasia, per dar vita a un’opera che seguendo la documentazione storica, mette in luce una donna coraggiosa, moderna e attuale, così come moderni e attuali sono i temi trattati.

Un romanzo questo di Helena Janeczek che ci spinge a non dimenticare mai chi siamo e da dove veniamo: ricordo e identità rappresentano il fondamento dell’esistenza individuale e su ciò si articola il racconto, che pur essendo di matrice biografica, quindi basato su fatti storici, il risultato finale è una spiegazione biografica romanzata e attenta di ciò che è stata Gerda Taro, la cui libertà ed emancipazione quasi spregiudicata dovettero fare i conti con la repressione di quel tempo oscuro della storia, che può essere raccontato solo scavando nella vita dei singoli.

La fame era una cattiva consigliera, e la disperazione anche peggiore. La fame e la disperazione lavoravano per i fascisti e i loro sostenitori neanche più tanto occulti.

La ragazza con la Leica è anche un grido di speranza corale sulla difesa dei valori di uguaglianza e libertà che oggi, paradossalmente più di allora, esigono di essere salvaguardati e l’autrice sottolinea tutto ciò anche con la forza delle immagini, utilizzando delle fotografie come rievocazione storica e attendibilità dei fatti posti in essere.

Nel suo insieme il libro consente al lettore di compiere un viaggio emotivo nei ricordi, non solo dei protagonisti, ma anche della storia e del tempo, in un’Europa lacerata dai conflitti, dove Madrid è sotto assedio, Hitler si prepara alla guerra, la Cina viene invasa dal Giappone e il Front Populaire si sgretola.

Tuttavia, allo stato attuale dei fatti, dimostriamo di non aver imparato nulla dalla storia, data la ripetitività delle situazioni, spesso disastrose e inumane, che si ripresentano in determinati momenti chiave dell’esistenza, forse perché come sostiene il giornalista tedesco Thomas Schmid Geschichte ereignet sich. Deshalb ist es schwer, aus ihr zu lernen, ossia  la storia accade. Ecco perché è difficile imparare da essa.

Gerda era Gerda… Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque.

 

QUARTA DI COPERTINA

Il 1° agosto 1937 una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia.

Proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto: erano stati felici insieme, lui le aveva insegnato a usare la Leica e poi erano partiti tutti e due per la Guerra di Spagna.

Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa: Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente da quando l’irresistibile ragazza gli ha preferito Georg ­Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda ­rimarrà una presenza più forte e viva della celebrata eroina antifascista: Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di ­vivere, la sua sete di libertà sono scintille capaci di riaccendersi anche a distanza di decenni. Basta una telefonata intercontinentale tra Willy e Georg, che si sentono per tutt’altro motivo, a dare l’avvio a un romanzo caleidoscopico, costruito sulle fonti originali, del quale Gerda è il cuore pulsante.

È il suo battito a tenere insieme un flusso che allaccia epoche e luoghi lontani, restituendo vita alle istantanee di questi ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l’ascesa del nazismo, l’ostilità verso i rifugiati che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro.

Ma per chi l’ha amata, quella giovinezza resta il tempo in cui, finché Gerda è vissuta, tutto sembrava ancora possibile.

 

Chi è Helena Janeczek?

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. È autrice dei romanzi Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), finalista al Premio Comisso e vincitore del Premio Napoli, del Premio Sandro Onofri e del Premio Pisa, e Lezioni di tenebra (Guanda, 2011). Il suo sito internet è: www.helenajaneczek.com/la-ragazza-conla-leica.html

 

DETTAGLI

Titolo: La ragazza con la Leica

Autore Helena Janeczek

Collana: Narratori della Fenice

Casa Editrice: Guanda

ISBN: 9788823518353

Pagine: 320

Formato: Cartonato

Prezzo: € 18,00